Storie originali > Romantico
Segui la storia  |       
Autore: Takotsubo    12/10/2021    0 recensioni
Mi sorrise impacciato e il peso che mi sentivo sullo stomaco divenne una morsa implacabile.
«Non son riuscito a salutarti», furono le sue prime parole, dette con quel tono di voce tanto basso da sembrare sempre un bisbiglio rivolto a qualcun altro.
Avrei voluto dirgli che forse sarebbe stato meglio non farlo affatto.
Che non volevo che fosse lì, di fronte a me.
Avrei voluto la forza di essere in grado di chiudere quella porta senza aggiungere altro.
Genere: Angst, Erotico, Malinconico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lemon, Lime | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago
Capitoli:
 <<  
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
Stabilimmo regole precise:
 
Niente messaggi o chiamate se non per lavoro.
Niente incontri fuori dall’ospedale.
Tutto si sarebbe tenuto strettamente legato alla vita del reparto, di modo da non destare sospetto.
Se fosse nato qualsiasi sospetto nella moglie di lui la cosa sarebbe stata troncata immediatamente.
E in caso di ripensamenti da parte di uno dei due, l’altro non si sarebbe potuto opporre in alcun modo.
 
Sulla carta regole semplici, ma una volta tornati dal congresso attuarle non fu così facile.
Incrociarsi sul lavoro senza essere circondati da colleghi o anche semplici sconosciuti era quasi impossibile e anche i brevi momenti di solitudine che riuscivamo a strapparci erano in luoghi poco sicuri, dove ci avrebbero potuto scoprire da un istante all’altro.
In quei posti osavamo stare un po’ più vicini, ma mai senza esagerare.
Un caffè preso insieme, le dita a sfiorarsi nel passarsi un qualcosa, concedendosi un tocco un poco più prolungato; uno sguardo più languido, pieno di desiderio represso che sapevamo di non poter esprimere in alcun modo.
 
 
Mi dannai più e più volte per aver imposto quelle regole ma sapevo quanto fossero corrette.
Ero un’intrusa e fuori dall’ospedale non volevo esistere nella sua vita.
Non ero stata in grado di trattenermi una volta: non avrei sbagliato ancora, non con una posta in gioco così alta, sebbene non fosse certo la mia.
 
Il giorno in cui ci ritrovammo assieme a prendere l’ascensore – soli - fu circa due settimane dopo il congresso. Alle sette di sera non c’era quasi più nessuno e la corsa, per quanto breve, fu una boccata d’aria fresca. Lì, non appena le porte si chiusero, fu subito un cercarsi di mani e labbra e mi ritrovai a respirare nuovamente, come se fossi appena uscita da una lunga apnea.
Quindici giorni senza sfiorarsi mi avevano fatto nascere il tarlo del dubbio e più e più volte mi ero domandata se non volesse tirarsi indietro.
Se io stessa non volessi farlo.
E invece sentirmelo così addosso, bramoso di toccarmi, i secondi contati prima che l’ascensore ci portasse al piano desiderato, non solo mi tolse ogni dubbio, ma andò ad alimentare quelle braci che anche una lieve brezza come quella sembrava essere in grado di riaccendere.
 
Ci mettemmo quasi un mese a capitare assieme nello stesso turno di notte.
La telefonata del centralino mi svegliò che erano circa le due e quando capii che ci saremmo rivisti di lì a poco, con l’occasione si restare finalmente soli, mi precipitai fuori casa che a malapena ero presentabile.
La mia delusione fu enorme quando scoprii che il nostro collega R. era già sul posto e che non avremmo avuto alcun modo prima di salutarci.
Fortuna volle che il caso fosse semplice.
Meno di un’ora, liscia come l’olio.
Non restava più nulla da fare se non andarsene, ma anche quello non fu facile: R. sembrava intenzionato a non lasciarmi sola in reparto e praticamente mi trascinò via con sé sino a che non mi ritrovai sulla mia stessa moto, le chiavi già inserite e il caso già in testa.
 
«Non vedo l’ora di essere a dormire», mi disse, all’alba delle tre mentre accendeva il motore.
 
«Non dirlo a me», mentii con un sorriso tirato.
 
R. mi salutò, lieto di esserci comportato da gentiluomo e di non avermi lasciata sola nell’oscurità dell’ospedale vuoto.
Io aspettai giusto un minuto, dopodiché scesi dalla moto e tornai rapidamente sui miei passi, pregando che S. avesse capito il perché della mia fuga.
Premetti i pulsanti dell’ascensore con furia, battendo un piede a terra ed imprecando sino a che non vidi il numero del mio piano lampeggiare con tono rassicurante.
Ormai anche chi puliva se ne era andato e restavano poche luci accese alle mie spalle e di fronte a me un lungo corridoio buio.
Mi prese un attimo di scoramento.
Se ne era sicuramente già andato, convinto che non avessi alcuna intenzione di stare con lui.
Presi il cellulare, convinta di trovare almeno un suo messaggio, ma prima che potessi anche solo sbloccarlo mi resi conto che da metà corridoio proveniva una luce flebile da sotto una porta.
Il suo studio.
 
Con passo felpato, guardandomi in giro, in cuore in gola, mi avvicinai sino a che non vi fui davanti.
Pensai di bussare, ma desistetti: qualsiasi suono sembrava inappropriato.
Mi limitai ad abbassare la maniglia con delicatezza, sino a che lo spiraglio di luce non si fece più largo e mi permise di vedere all’interno. Lui era lì, seduto alla scrivania.
Mi sentii un’intrusa ma lui non mi fermò e non disse nulla.
Si limitò a posare il telefono e ad alzarsi mentre io mi insinuavo nella stanza e mi chiudevo la porta alle spalle.
A chiave.
 
 
Fui grata del fatto che fosse ancora vestito con le casacche da sala: indubbiamente più facili da tagliere e in qualche modo rendevano il tutto ancora più proibito.
Io invece maledissi i miei jeans e la difficoltà nel sfilarli, sebbene forse la foga non venne incontro alla nostra causa.
Chi ne risentì furono i suoi documenti, svariate penne e altri ammennicoli che nel furore del momento finirono sparsi ovunque mentre lui mi premeva con la schiena contro il legno lucido della scrivania e mi baciava come se volesse togliermi il fiato.
 
 
Da lì in avanti diventammo più abili, più smaliziati.
Da una reperibilità effettiva all’altra potevano passare settimane e scoprimmo presto di non poter resistere così a lungo.
I viaggi in ascensore divennero più lunghi, le pause caffè sporadiche – per non destar sospetto - ma rischiose, con baci rubati e mani a cercare l’altro non appena possibile. Se capitava di avere pomeriggi assieme finivo per scendere con i colleghi negli spogliatoi per poi tornare su di nascosto, a raggiungerlo quando possibile nel silenzio del suo studio.
Questo continuò a lungo per più di un anno e l’unica eccezione alle regole avvenne intorno a Natale, quando ci ritrovammo a tornare a casa assieme dopo una cena di reparto con la scusa che fossi di strada. Lì ci comportammo come due ragazzini, in una strada buia, nascosti sui sedili posteriori con i vetri dei finestrini appannati, a morderci le labbra e a sussurrarci sospiri e preghiere nell’orecchio.
 
 
Io a quel punto già sapevo ma non glielo avrei mai confessato.
Avevo provato a soffocare ciò che provavo ma era impossibile: ogni sua attenzione, ogni sorriso, ogni parola, persino il fatto di vederlo ogni giorno non faceva che andare a gettare benzina sul fuoco. E in tutto questo sapevo che ai suoi occhi io non avevo lo stesso valore.
Mi riproponevo di non dirglielo ma mi domandavo costantemente se se ne fosse già accorto da come lo guardavo e dal sorriso che mi nasceva spontaneo ogni volta che sentivo pronunciare il suo nome.
Ogni tanto mi capitava di rischiare di cedere, soprattutto quando si mostrava premuroso nei miei confronti, magari alla fine di un lungo turno o quando avevo una giornata negativa al lavoro. Quelle volte tornavo a casa con un senso di oppressione al petto che mi incupiva, intenta ad osservare il cellulare aspettando un suo messaggio che sapevo non sarebbe mai arrivato.
Volevo parlare con lui, condividere ogni aspetto della mia vita, svegliarmi sapendolo accanto.
Eppure non sarebbe mai accaduto e lo sapevo bene.
Quella mia parte egoista scalciava e urlava ogni giorno di più e per tacciarla c’era un solo ed unico modo ma non avevo la forza di dire basta.
Anche quando era troppo dura, quando lo sentivo discutere con i colleghi dei figli e di come avrebbe passato il fine settimana con loro e la moglie, quando lo vedevo scrivere al cellulare che la procedura sarebbe stata lunga quando invece era con me, quando mi sussurrava che mi voleva mentre stringeva il suo corpo al mio.
 
 
Fu un mercoledì, poco prima di mezzogiorno, che ogni mia speranza morì e che quella piccola parte di me che non se ne faceva una ragione andò incontro alla realtà dei fatti, senza possibilità di scampo.
Ne venivo dal corridoio, un caffè in mano e la testa da qualche parte, quando venni bloccata da una donna.
Capelli corti, occhi celesti e un sorriso imbarazzato.
 
«Mi scusi, sto cercando S.».
 
Mi bloccai sui miei passi, risvegliandomi.
 
«Dovrebbe essere appena uscito dalla sala», dissi senza pensare troppo.
 
«Potrebbe dirgli che lo sto cercando?»
 
«Chi devo dire?»
 
«Oh, dica solo che sono una sua paziente».
 
Un po’ confusa da quel voler essere così misteriosa andai a cercarlo, trovandolo intento a discutere con alcuni colleghi.
 
«S., ti sta cercando una signora», dissi da metà corridoio.
 
«Chi?»
 
«Dice di essere una tua paziente».
 
Si scusò con gli altri, affiancandomi, facendosi accompagnare verso il luogo dove avevo lasciato la donna. Appena superata la porta automatica lui si bloccò e si lasciò sfuggire un nome.
Stava guardando dritto di fronte a sé, esattamente dove si trovava lei, che in quel momento sfoggiava un sorriso smagliante e sembrava risplendere dalla gioia.
 
«Sorpresa!»
 
Ci misi una frazione di secondo ma non mi fu difficile ricollegare il nome a un volto che avevo visto giusto un paio di volte in foto e principalmente per errore, quando mi scordavo che sulla sua scrivania vi erano cornici che era meglio non cercare con lo sguardo in certi momenti.
Sua moglie.
Aveva i capelli diversi rispetto a quelli delle immagini del loro matrimonio e mai l’avrei riconosciuta, ma era lei.
Gli andò incontro e lui istintivamente si abbassò per baciarla, sebbene sembrasse stranito e confuso tanto quanto me.
Non feci neanche in tempo a distogliere lo sguardo.
 
«Che ci fai qui?», chiese instupidito.
 
«Ho due ore libere e ne ho approfittato per fare un salto. Così, se sei libero, possiamo pranzare assieme».
 
Lo disse con un entusiasmo tale che mi sentii a disagio. Non dovevo essere lì in quell’istante. Possibilmente volevo che mi si aprisse una voragine sotto i piedi, ma non sarebbe successo.
Prima che potessi dileguarmi lei si voltò verso di me, sempre sorridente, tendendomi una mano per presentarsi. Riluttante – ma senza lasciarlo trasparire – gliela strinsi dicendole il mio nome.
 
Tanto piacere.
 
Chissà cosa stava pensando lui in quell’istante.
Se ci fossero sorpresa, orrore, panico o tutto quanto assieme nella sua testa.
L’amante e la moglie che si salutavano amichevolmente, un sorriso in volto, circondati dai luoghi dove avevamo lordato la fiducia di lei.
Con una scusa mi defilai, lasciandoli soli.
Non potevo stare un istante di più in sua presenza e avevo quasi paura che lei sapesse.
Che lo sentisse.
Dal nostro odore e dai nostri sguardi, sebbene sapessi che fosse impossibile, ma non volevo correre rischi e volevo restare da sola.
 
 
Quel pomeriggio lo evitai come la peste.
Rispondevo solo se interpellata e se potevo evitavo pure quello. Lui se ne accorse ma non disse niente e nemmeno mi cercò. Ma quella sera rischiavamo nuovamente di lavorare assieme e sapevo bene che avrebbe cercato di dire qualcosa, qualsiasi cosa, qualora fossimo rimasti da soli.
Ovviamente, nonostante le mie preghiere, venimmo chiamati.
Io, lui ed M., come quella volta.
Un gruppo rapido e rodato, ma dannoso per quella situazione: M. non era tipo da stare a cincischiare e non appena tutto era sistemato lasciava il reparto per tornare a casa il prima possibile.
Io cercai di stare al suo passo ma non ci riuscii e mi ritrovai nello spogliatoio sola, sapendo bene cosa mi aspettava appena fuori dalla porta.
Mi vestii con calma, cercando di perdere tempo, ma non bastò.
Quando uscii S. era lì, già pronto, ad aspettarmi.
 
«Ehi», accennò.
«Ehi».
«Sei di fretta?»
«Vorrei solo andare a dormire», dissi senza mentire, affiancandolo.
 
Lui come sempre sembrava imperscrutabile ma avevo pian piano imparato a leggere certi suoi comportamenti e sapevo bene che voleva parlare di quella mattina, ma da parte mia c’era poco da dire. Era inutile nascondersi dietro un dito e certo non era un segreto che lui fosse sposato. Prima o poi sarebbe accaduto e meglio così piuttosto che colti sul fatto.
Non sentendo obbiezioni da parte sua sorrisi, salutandolo, e feci per dirigermi verso gli ascensori. Solo dopo pochi passi lo sentii parlare di nuovo.
 
«È il nostro anniversario», disse.
 
Io mi voltai, fredda.
 
«Sapeva che questa sera avrebbero potuto chiamarmi e non voleva che interrompessimo una cena da qualche parte per colpa del turno. Così ha voluto sorprendermi».
 
«È stata molto carina», ammisi. «Sei un uomo fortunato».
 
Lo aggiunsi con cattiveria.
Volevo ferirlo.
Non aveva senso, lo sapevo bene, perché fare del male a lui equivaleva a farlo a me stessa, ma saperlo sofferente per il senso di colpa mi appagava in qualche modo. Lei doveva restare senza il benché minimo dubbio ma lui no, non poteva fingere, cavarsela con un discorsetto.
Non gli avrei mai chiesto di lasciarla, di abbandonare la sua famiglia, di scegliermi.
Volevo che lo facesse ma non glielo avrei mai concesso e per questo doveva anche lui sentire quel retrogusto amaro che aveva anche il più dolce dei nostri baci.
 
Lui tagliò le distanze e cercò una mia mano. Lasciai che la prendesse ma quasi come fosse un oggetto inerte.
Disse il mio nome e mi fece male sentiglielo pronunciare con la stessa facilità con cui sussurrava quello di lei.
 
«Lo sai come funziona, fin dall’inizio. Ho due vite: quella qui dentro e quella fuori dall’ospedale».
 
«Capirai allora perché non abbia troppa voglia di stare qui a parlare questa sera», dissi.
 
«Sei arrabbiata perché l’hai vista?»
 
«Sono arrabbiata perché mi son lasciata cogliere di sorpresa. Non perché l’ho vista. Non sono stupida, S.. Sarò anche una parte della tua vita lontano da casa, ma a differenza tua io ne ho solo una e non mi piace lasciarmi cogliere impreparata da cose che già conosco».
 
Respira, mi dissi.
Non farti trascinare dalla corrente.
 
Portò la mano alle sue labbra e me la baciò con tenerezza.
 
«Non volevo vi incrociaste», riprese. «Non me lo aspettavo. Ma non posso certo impedirle di fare una cosa simile e so che lo sai meglio di me. Ma non posso neanche obbligare te a stare così».
 
«Così
 
Male, voleva dire.
Non posso obbligarti a soffrire.
 
Allontanai la mano dalla sua bocca.
 
«Se vuoi chiuderla qui», dissi ancora più fredda, «basta dirlo».
 
Mi veniva da vomitare.
 
«Non ti serve tirare fuori adesso la scusa di tua moglie, della mia “sofferenza” o di qualsiasi altra cosa. Lo abbiamo detto fin da subito: se uno dei due vuole troncare lo si fa e basta, a prescindere dall’idea dell’altro. Se è quello che vuoi fare dirlo, non strapparlo a me con le pinze».
 
Mi fissava senza parlare e non gli concessi in alcun modo di ribattere.
Gli augurai la buonanotte e me ne andai, lasciandolo solo.

 

 
Arrivai a casa che la furia era passata e dentro di me c’era solo una profonda tristezza.
Forse avevo sancito la parola fine a quella storia e lo avevo fatto per pura e semplice gelosia ed invidia. Ma non ero riuscita a trattenermi: lo volevo, lo volevo così tanto da star male e il vedere in carne ed ossa la causa del mio non poterlo avere mi aveva devastata.
Lei era così bella, solare.
Ce la vedevo al suo fianco nella vita di tutti i giorni, cosa nella quale io non riuscivo ad immaginarmi.
Ci provavo quando mi perdevo nelle mie fantasie, ma non ci riuscivo mai alla perfezione: stonavo nell’immaginarmi in casa con lui. Nel pensarmi al suo fianco a cena, in letto dopo una giornata di lavoro, su una spiaggia. E sapevo bene che non sarebbe mai cambiata questa cosa perché dentro di me covavo un costante senso di colpa che anche nei miei sogni più sereni mi sussurrava “Non te lo meriti”.
 
Mi lasciai andare sul divano vestita, nel buio del salotto, sperando che mi prendesse improvvisamente il sonno, ma non fu così e restai a fissare il soffitto illuminato dalla luce arancio tenue che veniva dai lampioni appena fuori dalla finestra.
Forse era meglio così.
Lasciar svanire il tutto come una nube di fumo.
 
Sarebbe stato tutto solo un bel ricordo per il futuro, quando le parti cattive si sarebbero offuscate con il passare del tempo.
 
Mi stavo autoconvincendo di questo quando mi ritrovai con il cuore in gola, il suono del citofono nelle orecchie e un senso di panico e adrenalina addosso.
Mi alzai rapidamente, cercando l’interruttore della luce e la cornetta del citofono.
 
«Sì?», chiesi titubante.
 
«Sono io».
 
Mi bloccai, incapace di comprendere.
La voce era inconfondibile.
 
«Posso salire?»
 
Ci misi svariati secondi a decidere e quando lo feci mi limitai a dire il piano e ad aprire il portone.
 
L’attesa fu estenuante. Nella mia testa pensai a mille cose contemporaneamente: che la casa fosse un disastro, che stavamo infrangendo una delle regole principali, che non avrei dovuto farlo salire, che aveva una bella faccia tosta a presentarsi in questo modo.
Quando però me lo vidi davanti la mia mente si riempì unicamente di rumore bianco e neanche trovai le parole per salutarlo.
Mi limitai a farlo passare e mi chiusi alle spalle la porta.
Lui neanche si guardò intorno, cosa che un poco mi infastidì.
Si trovava nel mio rifugio e neanche mostrava interesse per un simile evento.
 
Mi resi conto di quanto fossi ridicola a concentrarmi su di una simile idiozia e tornai a concentrarmi su di lui.
 
«Sei scappata», cominciò.
 
«Pensavo avessimo concluso la discussione».
 
«No, non abbiamo concluso».
 
Mi stupì il suo tono duro e mi preoccupai.
 
«Mi hai accusato di voler concludere qui la nostra relazione e sei andata via ancor prima di sentire la mia risposta».
 
«Tu sei stato il primo», ribattei con il tono alterato ma ancora basso. Dopotutto intorno a noi i miei vicini dormivano profondamente e non si aspettavano certo di sentirci litigare.
 
«No. Io mi sono preoccupato che tu stessi male e la tua reazione ne è stata la prova», continuò. Ci mise qualche istante ma lo vidi respirare profondamente, rilassare le spalle. «Non voglio che finisca. Certo, se tu lo vuoi la situazione è diversa, ce lo siamo già detti, ma da parte mia non c’è assolutamente questa intenzione. Volevo lo sapessi».
 
Lo osservai, incapace di ribattere.
Da un lato il mio orgoglio voleva spingerlo fuori casa: avevo l’occasione di trovare uno spiraglio da quel soffocare e potevo coglierlo. Dall’altro quelle spire mi cullavano e sentirgli pronunciare quelle parole mi confortava.
 
«Abbiamo una data di scadenza», dissi.
 
«Prima o poi finirà tutto», ammise senza colpo ferire. «Un giorno ci sveglieremo e ci renderemo conto che non vogliamo più nulla di tutto ciò. E in quel momento ci diremo addio, ma senza cattiveria né astio. Ma non adesso. Adesso non voglio».
 
Prese il mio silenzio dubbioso come un invito e mi si avvicinò, questa volta senza cercare alcun contatto. Aspettava me.
Io sollevai lo sguardo cercando i suoi occhi color nocciola e lui parlò ancor prima che potessi esprimere i miei dubbi. Me li lesse dentro e rispose come se me li avesse sentiti pronunciare ad alta voce.
 
«Sono qui con te. Nel giorno del mio anniversario sono qui a rompere l’ennesima regola per stare insieme a te. E mi sento un mostro e il senso di colpa quando sono a casa mi divora. Ma non posso farci niente: torno da te e non posso pensare di uscire da quella porta senza avere più la possibilità di sapere che potrò vederti di nuovo».
 
Avrei voluto dirglielo in quel momento, prima che lo prendessi il bavero della giacca per costringerlo a baciarmi.
Avrei voluto cedere e dirgli che lo amavo, ma non lo feci.
Mi concessi ancora quel segreto - per quanto mal celato, per quanto lui sapesse.
 
   
 
Leggi le 0 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
 <<  
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Romantico / Vai alla pagina dell'autore: Takotsubo