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Autore: Manto    13/10/2021    0 recensioni
Tutti conoscono il villaggio di Madrugada, posto sotto colline sussuranti e tra laghi profondi, lontano dal caldo sole. Molti sanno dei suo riti in onore delle stelle, divinità benigne un tempo rigonfie di sangue e odio, e della sacralità che lo circonda; pochi sono quelli che affrontano il silenzio dei suoi boschi e il suono della terra che, sotto piedi attenti, si scuote e agita, in perenne attesa.
Raramente si vuole ricordare le storie che parlano di entità precedenti agli dèi e qui ancora dimoranti, realtà dai labili confini e memorie arcane che annullano ogni legge umana; ed è per questo che quando giunge il cuore dell'inverno e la verità inizia a svelarsi, trovare il coraggio per affrontarla si rivela essere la sfida da cui dipende non soltanto la vita, non soltanto un mondo.
Genere: Angst, Sentimentale, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: Lemon, Lime | Avvertimenti: Contenuti forti, Triangolo
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- Questa storia fa parte della serie 'La Danza della Luna'
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XII ● Stranieri – Parte I




Asher aveva paura.
Non era un uomo facile allo spavento né ai fantasmi che sorgono dalle illusioni della mente, che siano suggestioni o altro, ma c’era stato un tempo ― un solo giorno, ma lungo come un’esistenza intera ― in cui il terrore lo aveva vissuto fin dentro le ossa; e quella stessa fonte di nera, infinita e assoluta perdita di controllo sulla razionalità era ritornata, in quel medesimo istante gli camminava al fianco e lui la stava docilmente conducendo a Madrugada.
La gente della regione non amava parlare della guerra che l’aveva vista contrapposta ai popoli del Grande Mare: era una sorta di maleficio evocarne anche solo il nome e chi lo faceva non veniva più tenuto in buona nomea, così come in molti tentavano di sminuire la portata delle proprie colpe e mancanze sfociate nello scontro.
C’erano anche coloro che non rivolgevano né sguardo né parola ai tributi dei nemici che ancora vivevano nella regione, quasi non esistessero, e dicevano che non avrebbero chiesto l’aiuto di baliares o altra feccia neanche se da questi fosse dipesa la vita: tanto era il buio che gli anni di battaglie avevano lasciato come eredità.
Davanti a tali parole, le memorie e il sangue misterioso di Asher si scaldavano e smaniavano per farsi udire, ma l’uomo stringeva i pugni fino a far stillare porpora dai palmi delle mani e non perdeva il controllo; ascoltava in silenzio e finiva il pasto o la bevanda ― molte volte simili discorsi nascevano nelle tante taverne disperse sul territorio, ma raramente come risultato di troppi bicchieri di sidro ― senza degnare di uno sguardo i parlanti, quindi si alzava per saldare il dovuto e se ne andava subito dopo.
La notte che seguiva a tali episodi, non dormiva mai: sdraiato sulle rive del lago che benediceva Galanto, sotto il manto di stelle o la coperta della luna, si perdeva a pensare alle proprie origini e ai segreti che queste racchiudevano.
Gli era rimasto poco da cui partire per provare a comprendere la sua storia: alcune oscure leggende raccontate dai suoi genitori ― loro le avevano apprese dalle proprie famiglie già avvolte dal mistero ―, poche parole difficilmente pronunciabili, tratti leggermente più marcati dei nati a Galanto e la consapevolezza di essere frutto di genti provenienti da al di là del Grande Mare, ma ci rifletteva comunque; e attendeva sempre qualcosa, o qualcuno, che spesso prendeva le sembianze di suo figlio, di sua moglie ― del suo ricordo ― o della sensazione di avere accanto a sé fantasmi, ombre appartenenti a un altro mondo, e Morwan.
Morwan… la creatura più dolce e sola che avesse mai conosciuto, che continuava a dimorargli nella mente nonostante la distanza di tempo.
Morwan, che molto prima di quel momento, quando erano abituati a incontrarsi in un mondo che durava fino al tramonto e a sentirsi senza neppure sfiorarsi, aveva sognato parlare con la voce della sua defunta sposa, indossare le vesti di quella… e toglierle.
Morwan, che in quelle ore continuava a sorgere davanti ai suoi occhi e ad accelerare la sua corsa, a renderlo più sicuro dell’oscurità che lo tallonava come una fiera: come se lei stesse cantando una melodia splendida, e lui non riuscisse a resistere al desiderio di danzare.
Una brama animale di rivederla, violenta e irrefrenabile come onda di fiume, bruciava sotto i tremiti che lo scuotevano da capo a piedi.
«Sii paziente, Asher. Resisti, e presto la tua dama te la poserò fra le braccia e la potrai avere tutta per te.»
L’uomo ritornò alla realtà con la stessa velocità con cui chinò il capo davanti al sorriso ferino dell’enorme entità sua compagna, che di fronte al suo imbarazzo rise e gli si avvicinò di più.
Eccola, la paura: pulsava in quella creatura che, oltre al corpo, andava assumendo tratti umani quali un viso affilato, dorati occhi felini e privi di pupilla, lunghi capelli neri come l’ossidiana e ondulati al pari di flutti capricciosi; la sua pelle virava dal rosso al nero al grigio, e doveva scottare come una fiamma in quanto il calore che emanava costringeva Asher a spogliarsi via via dei suoi abiti.
I fiumi che non si erano completamente prosciugati per l’evento misterioso che aveva investito tutta la regione e richiamato la divinità, ecco che ritraevano le esigue acque davanti al loro passo e cedevano tutto lo spazio, terrorizzati quanto l’uomo.
Ormai il dio incombeva su di questi con tutta la sua strana mole e altezza, mentre gli si chinava sul collo i capelli parevano sul punto d’incenerirsi per il respiro rovente che li investiva. «Tu mi conosci già, per questo mi temi tanto. Sai chi sono», mormorò la voce che proveniva da oltre le stelle; senza attendere risposta, immediatamente dopo la creatura gli prese un polso.
Il corpo di Asher si bloccò e s’inginocchiò al suolo, viso a terra, senza che il suo possessore desse il comando: era stato un riflesso istintivo, il gesto che si compie ogni qual volta s’implora per la propria vita.
La divinità ridacchiò nel vedere la scena, ma non lasciò andare la mano dell’uomo; invece, con la sua gli aprì il pugno contratto e distese lentamente, delicatamente, le dita.
Asher fece per dire qualcosa, ma non si mosse neppure quando percepì la terribile entità chinarsi verso il suo palmo e inghiottire il dito indice. Chiuse gli occhi di scatto non appena sentì i denti serrarsi sul polpastrello e attese di gridare per il dolore della carne che veniva lacerata, strappata fino all’osso, ma ciò che ebbe fu solo il bruciore della falange punta quel tanto da far uscire una goccia di sangue e la lingua della divinità che leccava la pelle martoriata, quindi che si ritraeva e gli lasciava andare la mano.
Nessun dito mancante o falange in meno, solamente un piccolo circolo dove i denti acuminati erano penetrati, ma sempre più ristretto e roseo a mano a mano che i secondi passavano: la ferita andava rimarginandosi a velocità inumana e senza lasciare traccia.
«Il tuo sangue è delizioso, come quello di tutti i nati impuri», disse il dio rompendo il silenzio, per poi sorridere sinistramente, «e dei fiori che appartengono al mondo al di là del Grande Mare. Conosco la terra dei tuoi antenati: sorge oltre i territori dei Baliares, più lontana della Città[1] e dei reami delle Dee[2]… vorrei tu potessi vederla, un giorno.» Nuovamente, la divinità si chinò verso Asher e gli sfiorò la fronte con la punta del naso mentre lo spingeva ad alzare il volto e respirava a fondo il suo odore. «… Sempre che tu non muoia qui. Il battito del tuo cuore è assordante ― mi correggo: eccitante
L’uomo non replicò, non ne sarebbe mai stato capace, ma si sentì così a disagio che volse il viso lontano dal compagno. Sudore ghiacciato rotolava sotto le vesti, lungo la schiena e la nuca, evaporando a contatto con il calore dell’altro.
Senza curarsi del suo malessere, l’entità prese l’uomo per le braccia e lo sollevò di peso, per poi stringerlo al petto come in un abbraccio e piantargli gli occhi nel volto; non c’era alcuna dolcezza nel contatto, solamente una trappola che non lasciava scampo e un sorriso che esponeva zanne e gengive nere come profondità lacustri. Da quella creatura d’incubo si riversarono fuori nuove parole, pronunciate in tono sinistramente allegro: «Allora! Dove ci siamo già conosciuti, io e te? Ho ridotto in rovina il tuo villaggio? Ho portato il caos sulla città dei tuoi genitori, costringendo l’intera famiglia a fuggire? Ti ho sottratto una figlia, una sorella… oppure ho rapito te in persona?»
Asher lo fissò ma senza in realtà vederlo, perché gli si agitava davanti agli occhi ciò che aveva vissuto in un momento che avrebbe voluto dimenticare e che da sempre s’impegnava a tenere lontano da tutti; perché lui, al contrario di molti di coloro che versavano veleno sui baliares, quel giorno aveva visto davvero l’orrore, e l’odore della guerra era ancora nelle sue narici. «Sette anni fa… nella piana di Grasswave…» Silenzio. «Tu eri lì, ti sei divertito con la nostra carne.»
Non avrebbe mai parlato in tal modo, non davanti a una simile forza; e comprese che era stato il dio stesso a sciogliergli la lingua e fargli rivelare il perché dei suoi tremori. Per tutto quel tempo i ricordi erano rimasti una nebbia sottile nella mente, a distanza e lieve, ma sotto le parole dell’entità esplosero con la stessa furia con cui si era scatenato lo scontro.
Sì, lui c’era quando la guerra era stata vinta in un episodio terribile, dove anche tra i vincitori erano stati pochi i sopravvissuti; lui c’era quando chi in quell’istante lo serrava si era palesato nel cuore della battaglia come un fulmine e, al pari di un’onda maligna, aveva scagliato entrambi gli schieramenti contro le basse colline e i tumuli rocciosi che circondavano la piana, uccidendo in un attimo tanti uomini quanti ne avevano falciati due ore di reciproco tormento, disperazione e odio. Ma non era di quelle memorie che Asher aveva paura; no, era una specifica immagine che gli portava via il fiato ogni qual volta la minima sensazione conducesse a lei: la risata del dio.
Rimossa in un angolo dell’animo, in quell’istante non poteva sfuggirne la crudeltà, il suo divenire più profonda a mano a mano che urla raccapriccianti, impossibili da scordare, ne avevano accompagnato l’ergersi sull’intera piana: permeava il suolo e lo faceva morire, riduceva alla follia, dilaniava la carne come solo le lame di cento spade avrebbero potuto fare.
Asher non avrebbe mai mentito, non su quello: era il dio stesso a confermarglielo mentre continuava a sorridere e un’ombra di sincero interesse gli attraversava lo sguardo. «Abbiamo un superstite della guerra, quindi», mormorò quello mentre scioglieva la presa sull’uomo per afferrargli le spalle, voltarlo e spingerlo a riprendere il cammino, «e vorrei tanto sapere il perché. Come hai fatto a sfuggirmi? Ricordo che su quella piana ne lasciai ben pochi in piedi o vivi, e ancora meno con tutti gli arti attaccati al corpo e nessuna ferita… sei sicuro di avermi incontrato laggiù?»
«Non mi trovavo nella piana: ero rimasto sulle colline più basse, distante dagli eserciti e attento a non farmi notare da nessuno, amico o nemico che fosse.»
«Uhm, quindi hai disertato?»
Asher scosse il capo. «Non mi sono mai unito ai combattenti», spiegò, «io mi trovavo vicino al campo di battaglia per un altro motivo.» Una seconda pausa, quindi la risposta che anticipò la domanda dell’altro. «In quei giorni ho lasciato Galanto, la mia casa e i suoi occupanti, e ho percorso quasi cinquanta miglia ben sapendo che forse non sarei ritornato, perché volevo vedere la mia gente: non quella con cui vivevo, ma il popolo dal quale discendo, gli alleati dei baliares. Desideravo… sapere, scoprire com’erano.»
L’unica volta in cui ho fatto piangere la mia famiglia, e tutto per un capriccio. Ma è giusto chiamare così una brama inestinguibile?
La divinità non rise, bensì gli posò una mano sulla nuca e la strinse appena. «Un desiderio legittimo», commentò in tono neutro, «ma che non credo sia stato soddisfatto. Anche senza il mio intervento, comunque, i popoli del Grande Mare non avrebbero avuto alcuna speranza di vincere contro questa regione.»
Asher annuì, quindi si morse un labbro nell’incertezza. Subito dopo sospirò, e parlò senza temere più di quanto non avesse fatto fino a quell’istante: «Perché ci hai massacrato, grande dio? Chi ti ha attirato laggiù e ti ha spinto a portare una simile strage su noi umani?»
«Grande Veles(♦)», gli sussurrò l’entità all’orecchio, «è questo il mio nome, se vuoi chiamarmi. E non ti darò una risposta: infatti, credo che la capirai da te tra non molto, il tempo di arrivare a Madrugada.
Sei intelligente: hai già compreso che qualcuno mi ha chiamato allora come ora, così come una grande forza ha chiamato te, o noi due non ci troveremmo qui. Risulta molto difficile, agli umani che hanno conosciuto una divinità, rompere il legame creato con lei: prima o poi ritornano a incontrarla.»
«Ed è questo il mio caso, quindi: sei venuto da me perché ti ho attirato, e vicev—.» No, non è Veles colui che ti ha chiamato.
Ma… non può essere.
Non è possibile.
Veles ridacchiò divertito nel notare il volto di Asher sbiancare e gli occhi di questi spalancarsi, quindi assentì per confermare il pensiero che aveva attraversato la mente dell’uomo. «Sì, c’è qualcun’altra che ti sta attendendo: la neonata creatura che ha causato tutto questo, è lei che possiede tutte le realtà che cerchi.»
Asher seguì la mano del dio mentre indicava la pesante coltre di oscurità e i fiumi in secca, ma per alcuni istanti non comprese appieno la portata della realizzazione: provava troppa confusione e stupore per pensare lucidamente, e una parte di sé non voleva farlo, per tutto quello che avrebbe significato. «Morwan», mormorò infine all’unisono con Veles, il quale si oscurò in viso e proseguì: «C’è stato un tempo in cui eravate vicini, tu e lei; pochi istanti in cui siete stati come una famiglia. Le hai dato un magnifico posto dove rimanere, in cui vivere, ma lei lo ha rifiutato… e tu l’hai lasciata fuggire.»
E ho agito al meglio? Dovevo prenderla con la forza, legarla, farle male pur di spingerla a seguirmi, spaventarla? Non lo avrebbe mai accettato…
Il suo villaggio l’ha tormentata fino a farle credere di non meritarsi una vita serena, l’ha quasi ridotta a un guscio vuoto, un covo di risentimento; non mi avrebbe ascoltato.
Eppure, io avrei potuto osare molto di più, invece che fuggire.
Le mie responsabilità sono qui davanti a me, le ho ignorate per tanto tempo e ora sono ritornate a chiamarmi per nome, com’è giusto. L’uomo che voglio essere non è quello che è rimasto a guardare una ragazza smarrita tornarsene alla sua prigione; non è questa la memoria che avrei voluto lasciare nella sua mente.
Morwan… Morwan, perdonami.
«Esatto: è questo ciò che dovete chiederle tutti, perdono.»
Asher non si curò molto del fatto che Veles avesse sentito e dato voce ai suoi pensieri, lasciandolo proseguire senza interrompere. Parte di sé non era già avanti, sempre oltre.
«Stiamo andando a rimediare al tuo sbaglio: forse solo tu hai la possibilità di fermare l’orrore prima che diventi l’unica e ultima realtà che questa terra conosca. Ora che ha la possibilità di compiere ciò che vuole, Morwan non si fermerà a Madrugada: la sua sete si estenderà, crescerà invece che estinguersi, perché nient’altro la placherà se non la continua ricerca di morte e vendetta.
Ma davanti a te si fermerà, anche se fosse solo per un attimo.»
Un uomo privo di limiti è un uomo che ne ha avuti troppi. Ma… «Lei non era una dea allora. Che cosa le è successo?»
«Sono tanti i motivi per cui gli umani assumono un’altra natura e diventano spiriti o divinità, pescatore.»
«E un dio come te, qualcuno con le tue forze… non riuscirebbe davvero a placarla?»
La divinità non replicò immediatamente, ma prima gli lanciò un’occhiata obliqua e sul suo volto apparve una piccola smorfia. «Soggiaccio a debolezze e regole che non mi permettono di agire liberamente. Laggiù abita una persona a me cara, la quale potrebbe morire per mano della tua adorata; è ciò che devo cercare di evitare a tutti i costi e con il tuo aiuto. Sei la mia unica arma e intendo sfruttarti fino a spezzarti, se necessario.»
L’uomo chinò il capo. «Non mi trovo nella migliore posizione per esprimere il mio volere, quindi…», mormorò, per poi bloccarsi e istintivamente rialzare il capo.
Immediatamente dopo Veles gli artigliò un braccio, quindi insieme fissarono su quali rovine andavano navigando i vascelli d’oscurità che da lì a qualche ora sarebbero naufragati nel giorno nascente ― il primo di una nuova era. Hermit’s Moon anni prima, e in quell’istante Madrugada… quali forze si riversavano sugli uomini per devastare la terra e le sue esistenze in un simile modo? Che energie nutriva quella regione perché queste crescessero, si fortificassero e infine infuriassero fino a distruggere secoli di storia?
«Ho un’ultima domanda», mormorò Asher senza riuscire a staccare gli occhi dalla statua di Maia Astra, spezzata e piegata su sé stessa come in un eterno inchino, e dal fango rimasto al posto del lago di Madrugada, il quale era costellato da pezzi di roccia, alberi e scheletri di barche che tendevano membra di legno a un cielo privo di alcun aiuto. Pur nel buio, non c’era nulla che rimanesse nascosto: l’orrore voleva farsi vedere, «hai già affrontato un tuo simile?»
Anche questa volta, Veles si fece attendere nella risposta. «Sì, e non è andata come previsto», mormorò infine.
«Per te o per lui ― o lei?»
Il silenzio infrangibile saziò la curiosità più di mille parole, e a quel punto l’uomo guardò la nera bocca della galleria a poca distanza da entrambi e annuì. Quando si rimise in moto, s’impose di non badare a ciò che le sue gambe avrebbero colpito e a quel qualcosa che continuava a sfiorargli le caviglie in lente, viscide carezze, né di girarsi indietro una sola volta; non avrebbe più esitato.
Se mi senti, sappi che è giunto il momento di andarcene, Morwan, fu il pensiero che riuscì a formulare prima di lasciarsi avvolgere dalle tenebre della galleria e abbandonare definitivamente il mondo per come lo aveva conosciuto, e io devo essere forte anche per te.



 

NOTE



 

[1] La Città è Roma. Questa divinità è apparsa in “Anima Scarlatta”, seconda shot presente nella raccolta Exhӯdria

 

[2] Sono i territori dei Balcani e della Grecia. Durante i suoi molti anni di scavo, Gimbutas rinvenne qui moltissime statuette e raffigurazioni datate al Neolitico e rappresentanti quelle che lei identifica come divinità femminili per metà umane e per metà uccelli, orsi, cervi e altri animali. Alla luce di tali ritrovamenti, la studiosa formulò la teoria di una cultura dalla religione matriarcale, antecedente all’arrivo degli Indoeuropei e all’arrivo di concezioni culturali totalmente opposte.



 

Riguardo a particolari nomi:

 

Veles: divinità slava associata, tra le altre cose, agli Inferi, ai draghi, alla magia e all’inganno. Il mio Veles riprende l’attributo dell’inganno, a cui ho aggiunto il legame al caos: è questa la sua essenza. 



 
   
 
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