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Autore: Daniela Arena    14/10/2021    1 recensioni
Due anime possono cercarsi per un'intera vita e non trovarsi mai, possono incontrarsi e non riconoscerci o possono trovarsi ed essere troppo spaventate per fondersi insieme.
Jennifer e Mark sono due perfetti estranei eppure la loro vita per certi aspetti è simile, entrambi hanno molti demoni da nascondere nell'armadio e con estrema fatica cercano di costruirsi una strada da percorrere nel mondo. Il loro primo incontro è del tutto inaspettato ma si capisce subito che nell'aria esplode qualcosa capace di avvicinarli inevitabilmente.
Forse le loro anime non sono fatte per trovarsi, forse devono prima andare all'inferno per poi salvarsi o forse si passeranno accanto senza notarsi affatto.
Solo il Karma sarà in grado di decidere per loro o forse no.
Tutti i diritti sono riservati ©
Ogni riferimento a persone esistenti sia che esse siano vive o morte oppure a fatti realmente accaduti è puramente casuale. Ogni nome o luogo citati, realmente esistenti, sono stati utilizzati come riferimento simbolico per rendere più reale il contesto di narrazione.
Genere: Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Universitario
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   Mi sistemi la camicetta uscendo dal piccolo bagno dove ero andata a rinfrescarmi il viso dopo la difficile mattinata d'insegnamenti e organizzazioni per l'arrivo del nuovo docente nell'ateneo. Dopo l'improvviso allontanamento per cattiva condotta della signora Patricia Simons mi ero sentita totalmente frastornata all'idea che qualcuno potesse comportarsi in un certo modo: era stata scoperta in un giro di favoritismi a pagamento che avrebbe permesso a certi studenti di passare gli esami del primo semestre con voti migliori in cambio di somme di denaro. Dopo la notizia, il comitato studentesco e il rettore avevano provveduto immediatamente a sospendere l'incarico della donna scusandosi pubblicamente per l'umiliazione.
   Non riuscivo a capire come fosse stato possibile per Patricia riuscire a sviluppare quell'intricata rete illegale sotto al mio naso senza che me accorgessi, ero stata la sua assistente alle lezioni per oltre due anni eppure non mi ero accorta di niente. La scoperta mi aveva profondamente scossa, nella mia innocenza reputavo la mia collega una persona rispettabile tanto da sceglierla come figura da seguire per il mio dottorato. Immaginavo che i suoi valori professionali andassero ben oltre a certe tentazioni soprattutto se messe a confronto con l'opportunità lavorativa offertagli dall'ateneo stesso.
   Camminai incerta qualche metro prima di sentire una certa pressione sul petto, al pensiero di cosa era accaduto e di quello che doveva ancora avvenire sentivo l'ansia pervadermi dentro.
  Per me la Seattle University era tutto, decidendo di farne parte si accettava un impegno morale oltre che professionale, qualcosa che andava al di là delle proprie credenze personali ma che finiva per disegnare un progetto molto più ampio. Anche io avevo accettato questa condizione firmando il mio contratto di lavoro dopo averlo sognato per tutta la vita ma, per quanto faticassi a credere possibile un regolamento così rigido, non mi sarei mai spinta a tanto. Certo, le limitazioni non si risparmiavano unicamente alle ore di lavoro ma intaccavano anche la sfera privata in mantenimento di un certo rigore, il buon nome del polo universitario non poteva essere scalfito in alcun modo dai suoi occupanti. Anche per questo la selezione di ammessi era strettissima, sia per gli insegnanti che per gli studenti. Tutti sapevano a cosa andavano incontro eppure esisteva ancora qualcuno come la professoressa Patricia Simons il cui intento non era di elevare l'università verso un progresso culturale degno del suo retaggio ma elevare unicamente se stessa e i propri risultati eccelsi ottenuti con l'inganno.
   Cercai di non farmi prendere troppo dall'ansia che mi stava togliendo il fiato per il compito che mi aspettava da lì a poco e provai a calmare il tremore che sentivo alle mani facendo lunghi respiri.
   Se avessi dovuto definirmi in poche parole avrei detto certamente che non ero una persona trasgressiva, la routine quotidiana mi confortava amabilmente e teneva a bada le mie insicurezze. Scrivevo liste e appunti da seguire rigorosamente per ogni cosa affinché tutto andasse secondo i piani prestabiliti e affinché io potessi avere il controllo completo della situazione. Stress immotivato da imprevisti e traumi emotivi da cambi di programma dell'ultimo minuto cercavo di evitarli come fossero state malattie altamente infettive. Non ero adatta a grandi avventure o ad una vita spericolata, mi piaceva condurre un'esistenza di basso profilo seguendo le regole. Per questo motivo faticavo a ingoiare l'agitazione per il compito che mi stava attendendo dall'altra parte dell'Ateneo. Il Rettore Xander Stevens aveva incaricato me di occuparmi del nuovo docente di Comunicazione in arrivo, lo avrei affiancato al lavoro come sostituto di cattedra di Patricia e la cosa turbava profondamente il mio animo. A me e alle mie innumerevoli insicurezze era stato affidato un incarico tanto delicato da qualunque punto di vista lo si volesse osservare. Il mio ruolo avrebbe dovuto facilitargli l'inserimento tra i suoi nuovi alunni e colleghi ma anche rafforzare in lui l'accettazione di uno stile di vita e di lavoro differente rispetto a quello di altre università affinché lo scandalo appena avvenuto non si ripetesse in alcun modo minando ancora il polo universitario dall'interno.
   Con grande onore avevo accettato quel compito ignara della responsabilità che il Rettore mi stava calando sulle spalle, ero stata fin troppo emozionata di capire quanta stima tutto l'ateneo riponesse sul mio operato lavorativo di quegli anni pur essendo l'ultima arrivata, come una sciocca non mi ero resa conto di aver agito senza pensare.
   Presa dal turbinio di pensieri iniziai a faticare a respirare mentre i crampi della fame mi tormentavano. Mi punii mentalmente per aver passato l'ennesimo pranzo a lavorare alle tesine dei miei studenti iscritti all'unico corso online extrascolastico che gestivo in autonomia mentre controllavo che tutta la documentazione utile al nuovo docente fosse ben sistemata e dotata di ogni contenuto.
   Se mi fossi presentata così al rettore avrebbe immediatamente capito che non ero in grado di essere degna della Seattle University, non mi avrebbe mai più affidato alcuna responsabilità, mi avrebbe sicuramente presa in giro per la mia totale mancanza di organizzazione nelle priorità. Iniziai a iperventilare camminando nel corridoio, ripetei a memoria tutto quello che avrei dovuto dire per mettere a tacere tutti quei fastidiosi pensieri che stavano iniziando ad affollarsi nella mia mente e in un attimo la sensazione di soffocamento ebbe la meglio su di me. La bocca si fece improvvisamente ruvida, i suoni si fecero d'un tratto lontani e ovattati, le mani mi parvero pesanti.
   «Signora si sente bene?»
   Riuscii a malapena ad accorgermi della mano posata sulla mia spalla prima di avere un brevissimo momento di blackout. Persi il contatto con la realtà, precipitai nel nulla e io svanii in esso.
   Quando ripresi il controllo su me stessa mi trovavo seduta su una delle innumerevoli panchine ubicate lungo i corridoi dell'ateneo. Mi guardai attorno confusa e spaesata, la testa indolenzita e un fastidioso fischio nelle orecchie più simile ad un ronzio che altro. Osservai le mie mani come se non mi appartenessero, il mondo attorno a me come fosse la prima volta che lo guardavo e a piccole dosi le cose riacquistavano la loro essenza di normalità ai miei occhi.
   Lentamente alzai lo sguardo sentendomi spiritata e mi trovai davanti ad un ragazzo dalle glaciali iridi azzurre contornate da un viso squadrato e da lunghi capelli corvini, una piccola cicatrice sul sopracciglio sinistro. La sua espressione stava a indicare palesemente una certa preoccupazione in netto contrasto col sorriso che gli stava nascendo sulle labbra.
   Per un attimo credetti di trovarmi in paradiso, di essere ufficialmente trapassata e di trovarmi davanti ad un angelo pronto a farsi beffe della mia vita sprecata in terra.
   «Se lo lasci dire con tutta franchezza, ha proprio un pessimo aspetto in questo momento.» Sussurrò lui chinato sulle sue gambe di fronte a me, una mano grande e callosa posata sul mio ginocchio coperto dalla gonna.
   Sbattei le palpebre qualche volta per riprendere totale padronanza del mio corpo capendo così immediatamente di trovarmi ancora sulla terra. Questo non fece altro che portare con sé l'infiammazione delle mie gote per il contatto molto ravvicinato con la persona che mi stava prestando soccorso. Osservai la sua mano ancora a contatto col mio corpo poi guardai di nuovo nell'abisso dei suoi occhi e per qualche istante dimenticai il suo commento poco educato. Era come aver gettato lo sguardo su di un oceano ghiacciato, dalle pupille si sprigionava un intenso blu che in un attimo si trasformava in un iridescente grigio-azzurro. Uno sguardo magnetico e ipnotico che fece vacillare il mio cuore per un istante lungo un un'eternità.
   «Grazie, grazie per avermi fatto, fatto sedere.» Balbettai con un filo di voce.
   Il suo sorriso si allargò solo per scomparire qualche secondo dopo mentre si alzava per sovrastarmi nei suoi abiti scuri. Mi scrutò per qualche momento, lasciò vagare il suo sguardo su di me ed io mi sentii come un libro aperto dinnanzi a lui. Mi sentii in qualche modo giudicata e abbassai il viso per provare a chiudermi di nuovo nella mia bolla fragile di sicurezze.
   «Dovrebbe stare qui seduta un altro poco e riprendere le forze che sembrano aver abbandonato il suo corpo.»
   Si allontanò di qualche passo sistemandosi la borsa tracolla sulla spalla e io istintivamente mi alzai dalla panchina ignorando il suo suggerimento con un bofonchiato "non posso" solo per vedere nuovamente il mondo oscurarsi a causa della velocità del mio movimento del tutto sconsiderato. Fui sorretta ancora una volta dal suo braccio allacciato alla mia vita e dal suo corpo caldo a cui mi appoggiai nel movimento. Rimasi cosciente solo per inalare il suo profumo, una fragranza quasi pungente, che mi invadeva le narici per la vicinanza.
   «A questo punto sono certo che dovrebbe starsene ferma, non penso di poter reggere sulla coscienza la visione di una bella donna stramazzata a terra davanti ai miei occhi.» Aggiunse.
   Bella donna.
   Nella sua voce roca risuonava un certo tono divertito che mi mise maggiormente a disagio per la mia totale mancanza di eleganza.
   Bella.
   Quand'era l'ultima volta che qualcuno aveva detto che ero bella?
  Cercai di ridarmi un contegno professionale senza che l'assurdità del momento avesse la meglio sul mio organismo indebolito dal via-vai dell'ultimo periodo. Scossi piano la testa per scacciare tutti quei pensieri che non dovevo avere, inspirai un'altra boccata d'aria e mi ricordai improvvisamente che ero attesa altrove.
   «Non accadrà, non si preoccupi.» Cercai di sorridere al mio salvatore improvvisato e, senza che ve ne fosse alcun bisogno, mi giustificai. «È stata solo una difficile settimana che si è portata via le mie pause pranzo, quando sono nervosa tendo a dimenticare di avere appetito, ma ora sto già meglio quindi la prego di scusarmi.»
   Conscia della situazione pensai di muovermi ma il braccio del giovane ragazzo era ancora saldamente incollato al mio corpo mentre io mi resi conto di aver posato le mani sul suo petto ben definito anche da sopra la T-shirt blu e di essermi stretta a lui aggrappandomi alla sua figura con tutta me stessa. Il suo respiro si confondeva al mio tanto poca era la distanza tra noi. Tra le mie dita era ancora stretto il tessuto della sua maglia come in una scena di un vecchio romanzo storico a sfondo sessuale. Inutile dire che mi si imporparono ancora le guance per l'imbarazzo.
   Feci per allontanarmi da quella situazione prima di sentire ufficialmente tutto il corpo andare a fuoco per la vergogna. Mi persi nuovamente nei penetranti occhi azzurri dello sconosciuto sentendomi risucchiata in essi e istintivamente aprii le labbra a formare una piccola apertura per riuscire a inalare ossigeno. Il suo sguardo si soffermò qualche attimo a guardarmi le labbra, un brivido mi fece tremare leggermente, la sua mano aperta ancora posata sulla parte bassa della mia schiena mi accarezzò lentamente il fianco ritirandosi, quasi fosse stato un gesto voluto per sondare le mie rotondità.
   Sentii una piccola quanto ingenua vocina nella mia mente lamentarsi per l'allontanamento dei nostri corpi combacianti e gridare dinnanzi alla bellezza di quel ragazzo misterioso per cui il mio cuore perdeva battiti.
   «Finisca il mio caffè e vada a cercare qualcosa da mettere sotto i denti il prima possibile.» Decise lui con un tono di voce più basso rispetto al precedente. Le sue parole erano in qualche modo autoritarie, era quasi difficile resistere alla tentazione di ubbidirvi ciecamente per compiacere ad ogni sua richiesta.
   Mi allungò il bicchiere che teneva nell'altra mano e senza pensarci troppo lo afferrai ringraziandolo con la testa pur di togliermi da quel momento e respirare.
   Feci un piccolo passo indietro e lui chiuse gli occhi inalando una lunga boccata d'aria dal naso.
  «È caffè nero senza zucchero, dubito possa piacerle il genere ma almeno così ha un buon sapore.» Disse spostandosi ad una distanza più consona a sua volta. «Sono certo le darà l'energia necessaria a sopravvivere ancora qualche ora fintanto che non troverà di meglio.»
   Portai il bicchiere alle labbra incurante del gesto e bevvi una sorsata del liquido scuro e caldo contenuto al suo interno. Inghiottendo mi resi conto di essere incapace di distogliere il mio sguardo dal suo.
   «Brava bambina.» Sorrise.
   Bambina.
   Si sistemò nuovamente la tracolla sulla spalla ed io non potei resistere alla smorfia causata dal sapore amaro intenso che mi esplose in bocca.
   Bella Bambina.
   Un brivido mi percorse tutta la schiena facendomi sentire di nuovo la quattordicenne innamorata dell'insegnante di letteratura che ero un tempo e a cui piaceva che lui la lodasse chiamandola "brava bambina".
   «Potrebbe farci l'abitudine se volesse ma temo le piacciano gusti diversi, dolci e privi di carattere.» Mi fece l'occhiolino ammiccando e le mie guance si colorarono ancora di rosso. «Ora devo andare ma la prego di riguardarsi signora, sarebbe un peccato se stesse nuovamente male mentre sarò occupato, non potrei prendermi adeguatamente cura di lei.»
   Fece schioccare la lingua e rise prima di voltarsi.
  Annuii senza essere in grado di dire nulla di sensato, riuscii solo a borbottare un "signorina" mentre si allontanava per il corridoio. Inspirai ossigeno al gusto caffè e mi leccai le labbra incapace di distogliere lo sguardo dalla sua figura, bevvi un altro lungo sorso del suo caffè ignorando volutamente la consapevolezza di aver appena posato le labbra dove prima erano passate le sue.

 

 

   
 
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