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Autore: Puffardella    18/10/2021    1 recensioni
Lucio è un giovane e ambizioso legionario - un tribuno della Ventesima - in istanza nella Britannia del nord, al confine con la Caledonia. Ama il potere sopra ogni altra cosa ed è intenzionato a tutto pur di raggiungerlo.
Eilish, secondogenita di Alasdair, re dei Caledoni, è una ragazza dal temperamento selvatico e ribelle, con la straordinaria capacità di ascoltare l’ancestrale voce della foresta della sua amata terra.
Chrigel è un valoroso guerriero, forte e indomito. Unico figlio di Akon, re dei Germani, ha due sole aspirazioni: la caccia e la guerra. Possiede una coerenza talvolta spietata che, però, non lo priva della stima e dell'affetto della sua gente.
I loro destini si incroceranno in un crescendo di situazioni che li spingerà verso l’inevitabile, cambiandoli per sempre.
Genere: Guerra, Romantico, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Antichità
Capitoli:
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CHRIGEL
La pioggia cadeva incessantemente da due giorni. Una pioggerella sottile ma fitta, capace di sbiadire i colori e rendere ogni cosa grigia, viscida, fredda. L’umidità presente nell’aria entrava nella carne, arrivava alle ossa.
Chrigel procedeva senza entusiasmo attraverso il sentiero fangoso che portava in cima al dirupo roccioso del fiordo dove, dal mattino, i Germani continuavano ad ammassare le tribù celtiche rastrellate da tutti i villaggi della piana del Kent. I lamenti delle donne in lacrime giungevano da ogni dove, insieme alle grida terrorizzate dei bambini.
Al suo passaggio gli uomini caledoni chinavano la testa sconfitti, ma Chrigel non ne traeva alcun piacere. Giunto in cima scese da cavallo e lo legò ad un albero, lo stesso fecero Wolfgang e il resto degli uomini al suo seguito. Cercò fra la folla il re e lo trovò seduto sotto una pianta di nocciolo, con le mani e i piedi legati, bagnato e coperto di fango. Nel volto portava i segni della lotta. Chrigel non aveva dubbi che il guerriero caledone si fosse opposto con vigore ai suoi uomini.
Nel vederlo in quello stato quasi provò pena per lui. Da bambino ne aveva avuto un’alta considerazione, tanto da imitarlo spesso nei giochi di guerra che faceva con gli altri ragazzini del suo villaggio. E ora, nel vederlo umiliato, piegato, sconfitto, se ne rammaricava. Tuttavia se l’era cercata, non era certo stato lui a volere che accadesse. Gli si avvicinò a grandi passi e, quando gli fu dinanzi, Alasdair sollevò piano la testa e lo fissò con una luce severa negli occhi.
«Tuo padre era un uomo duro ma leale. Un re inflessibile ma disposto al dialogo. È questo il modo di agire di un re? Attaccare donne e bambini e uomini indifesi, senza alcuna ragione? Loro ti veneravano, ogni giorno offrivano doni agli dei chiedendo loro di proteggerti, proteggere il formidabile Guerriero che ha scacciato via il nemico dalla loro terra. Il Re Orso, questo è come amavano definirti. Ma, a quanto sembra, l’Orso ha conosciuto l’ebbrezza del sangue umano, e ora che non ha più nemici da sbranare si è rivoltato contro i suoi amici, i sui cugini, coloro che lo osannavano come un dio» lo biasimò.
Chrigel si accovacciò ai suoi piedi e gli restituì lo sguardo glaciale.
«Io ti avevo messo in guardia, Alasdair. Tu non mi hai lasciato altra scelta. Avresti dovuto agire diversamente per il bene del tuo popolo. Avresti dovuto non ingannarmi.»
«Io non so di cosa tu stia parlando» affermò il re, ma Chrigel non si lasciò ingannare dalle sue parole.
«Dov’è Eilish?» chiese infatti.
Alasdair si agitò a quella domanda. «Perché?»
«È la mia futura sposa, non ho forse diritto di sapere dove si trovi in questo momento?»
Il re caledone esitò incerto. La pioggia continuava a picchiettare con insistenza su ogni cosa e il suo rumoreggiare echeggiava nel silenzio pesante sceso su di loro.
«Sai bene che mia figlia ha l’abitudine di sparire per giorni interi…»
Chrigel non gli diede modo di proseguire. Lo colpì forte sulla faccia con un manrovescio e urlò a pieni polmoni: «Dov’è ?»
Alasdair ruotò lentamente la testa e tornò a fissarlo, impassibile. Sputò saliva e sangue ai suoi piedi e strinse le labbra con astio.
«Mia figlia non ti apparterrà mai, Chrigel. Non sarà mai tua. Lei non ti vuole» iniziò col dire in tono provocatorio, ma fu interrotto dal druido, seduto al suo fianco. Sotto le ciglia cespugliose, gli occhi sembravano avere un’espressione assurdamente gioviale.
«Lui non vuole Eilish, ma il Romano. In realtà tutti e due, credo, anche se per ragioni diverse» farneticò. Alasdair lo fulminò con lo sguardo e gli intimò di tacere, ma quello lo ignorò e proseguì serafico: «Tranquillo, Alasdair, lui non è nostro nemico.»
Chrigel strinse gli occhi e lo studiò affascinato. Era davvero folle come si diceva? Possibile che non si rendesse conto della gravità della situazione?
«Mia madre diceva sempre che le persone con meno senno sono le più sensate. Tu sai dov’è il Romano, non è così, druido?» gli chiese.
«Beh, non proprio, considerando che sono già partiti. Posso solo dirti che presto arriveranno al Grande Fiume. Ma questo lo sapevi già, immagino...»
«Kentigern, razza di imbecille, cosa stai facendo?» lo rimproverò il re indignato.
«Sto solo dando una spinta al fato, Alasdair, tutto qui. Del resto non avrebbe senso continuare a negare. Il Germano è stato informato bene, sa già tutto…»
«Il tuo stregone ha ragione, Alasdair. Non sono qui per Eilish ma per il Romano, e tu lo sai. Lo hai capito dal momento in cui hai visto i miei uomini avvicinarsi al villaggio stamani, non è così?  Scommetto che muori dalla voglia di sapere come ho fatto a scoprirlo. Del resto io muoio dalla voglia di dirtelo, perciò… È stato uno dei tuoi a dirmi del tradimento di tua figlia. Una persona a te molto, molto vicina. Ti confesso che non volevo crederci. Non avrei voluto, per lo meno. So che Eilish è uno spirito ribelle, ma non l’avrei mai creduta capace di tanta sfrontatezza. Ero venuto per averne conferma, e lui» e indicò il druido «me l’ha data.»
«Caitriona…» sospirò addolorato Alasdair abbassando le spalle.
«Già… Fa male sapere che le persone che ami di più, quelle per cui saresti disposto a sacrificare la tua stessa vita, ti pugnalano alle spalle, non è così?»
Il re assunse un’espressione contrita. «Eilish non c’entra niente col Romano, te lo giuro sugli Dei e sugli Spiriti della Foresta. Devi credermi, Chrigel!»
Chrigel sogghignò amareggiato. «Non c’entra niente, dici? Però è lei che lo sta guidando al confine.»
«Sta solo ubbidendo ai miei ordini, ma fino all’ultimo mi aveva supplicato di esimerla dal farlo… Lei non voleva averci niente a che fare col Romano. Tu devi credermi!»
«I tuoi ordini?» ripeté Chrigel scuotendo la testa. «E dimmi, cosa speravi di ottenere con questa confessione? Credevi che mi avrebbe fatto sentire meglio? Che mi sarei sentito sollevato sapere che a tradirmi è stato l’idolo che affollava i miei sogni di bambino? IO MI FIDAVO DI TE!» tuonò infine.
«I dei hanno voluto che salvassimo la vita al Romano. Da lui verrà la salvezza per tutti noi…» intervenne a quel punto Kentigern con inopportuno, entusiastico fervore. Alasdair sospirò rassegnato dinanzi all’audace quanto bizzarra dichiarazione del druido. Chrigel, invece, avvampò dalla rabbia.
«Salvezza dal Romano? È questo che hanno annunciato i tuoi dei, Alasdair?» Scosse la testa incredulo, le narici del naso allargate e la ferocia nello sguardo.
«È la seconda volta che ti ingannano consigliandoti male ed è la seconda volta che tu sbagli a dare loro ascolto, stolto di un re!» sibilò.
Infine si alzò in piedi e fece un cenno del capo a Wolfgang. «Il re e il suo folle stregone vengono con noi. Caricateli su un carro» ordinò.
«E che ne facciamo del resto dei Caledoni?» chiese Wolfgang.
Chrigel ci rifletté sopra un attimo. Tornò a guardare il re e rimase turbato dalla profonda disperazione che lesse sul volto del vecchio sovrano. Tuttavia nascose bene il suo rincrescimento.
«Ordina agli uomini di dare fuoco alle capanne di tutti i villaggi. Fa’ ammassare tutti nelle grotte, gli uomini robusti vengano legati e tenuti separati dal resto della comunità. Se qualcuno osa ribellarsi, che venga ucciso. Quando torneremo con i fuggitivi deciderò cosa farne, di tutti loro» sentenziò risoluto senza mai staccare gli occhi dal re caledone, esibendo ostilità e freddezza ma col cuore e l’anima in subbuglio.

LUCIO
Erano in viaggio ormai da giorni e più procedevano, più la meta sembrava allontanarsi. Fino a quel momento, Eilish si era dimostrata una guida competente, preziosa in un terreno infido come quello, ma qualche volta a Lucio era venuto il sospetto che lo stesse facendo girare in tondo, che stesse prendendo tempo.
Le giornate si erano drasticamente accorciate e l’aria si era fatta fredda. Le prime nebbie erano già comparse, ma per fortuna non così fitte e continue come l’anno precedente. Quel giorno ne erano stati graziati e un timido sole rischiarava un cielo pallido, vagamente nebuloso.
Camminarono con un’andatura piuttosto sostenuta per buona parte della mattina, desiderosi di uscire presto dalla tundra tempestata di acquitrini che, brulla com’era, non offriva nessun riparo, per fermarsi infine in un boschetto di faggi.
Accesero un piccolo focolare e ci arrostirono la carne di una tortorella, che Eilish aveva catturato durante la corsa nella valle. Le era bastato un solo tiro, uno solo, e il volatile era caduto giù a poche decine di passi da loro. Lo avevano raccolto al loro passaggio e, senza fermarsi, avevano proseguito la corsa.
Eilish fissava le fiamme in silenzio, assorta in pensieri inaccessibili, il gomito su una gamba e una guancia sul palmo della mano.
Lucio non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Seguiva incantato i contorni del suo volto: i lineamenti dolci, la fronte alta e liscia, le sopracciglia sottili, il naso dritto e un po’ pronunciato tempestato di graziose efelidi, le labbra carnose e seducenti… Ma erano gli occhi ad ammaliarlo. Occhi grandi, verdi ed espressivi. Da essi si sentiva attratto in maniera viscerale e da essi rifuggiva disperatamente.
Continuava a sognarla e continuava a non ricordare il contenuto di quei sogni che, al risveglio, lo lasciavano sempre con una spiacevole sensazione nell’animo. Proprio mentre si faceva questa considerazione, Eilish sollevò lo sguardo su di lui che abbassò tempestivamente il suo e finse di interessarsi ad altro. Tuttavia il suo disagio non passò inosservato perché la giovane increspò la fronte e si soffermò a lungo su di lui, concentrata.
Questo lo innervosì tanto che, per sottrarsi alla sua attenzione, le chiese la prima cosa che gli passò per la mente.
«Si può sapere quanto siamo distanti dal fiume?»
«Poco.»
«Poco quanto? Sono giorni che vai ripetendomi la stessa cosa. Potresti essere più precisa?»
«Poco, Romano. Noi facciamo strada più lunga. Non camminiamo su sentiero, teniamo noi lontani dai corsi d’acqua per non incontrare i Germani. Allunghiamo la strada di tanto ma è unico modo di tenere noi nascosti. So che hai fretta di tornare da tua moglie, ma devi avere pazienza.»
Lucio si stupì di quella strana affermazione. Era sicuro di non aver mai parlato di Flavia con quella gente, di non averne mai parlato con nessuno.
«Come fai a sapere di mia moglie?» chiese quindi perplesso.
«Tu chiami lei nel sonno, quasi ogni volta che tuo spirito riposa» affermò lei, afferrando un legnetto con il quale mescolò i tizzoni.
«Mia moglie? No, io non… credo di averla mai sognata…» balbettò incerto. Si chiese con fastidio cos’altro avesse rivelato nel sonno.
«Tu non ricordi ora ma quando dormi tuo spirito ha fretta di incontrare lei. Qualche volta ti lamenti mentre chiami lei e qualche volta tu piangi anche. Forse a te manca lei tanto.»
Lucio era troppo confuso per riuscire a dire alcunché. Molte erano le cose per cui sentiva nostalgia di Roma e Flavia non era una di queste.
Eilish mostrò di non gradire il suo silenzio perché proseguì puntigliosa: «Diana è nome di donna. Nome di tua moglie, sì?»
Una folata di vento soffiò sul focolare facendolo crepitare vivacemente. Arrivò a lui e gli carezzò la pelle col suo gelido alito, procurandogli un lungo brivido.
No che non era il nome di sua moglie. Diana era il nome della dea vergine, protettrice degli animali e signora della caccia e della luna. E all’improvviso, probabilmente evocata dal nome della dea, ebbe una visione, la visione di una notte stregata e di lei, la dea, bella ed evanescente, vestita dei soli raggi della luna, che gli si offriva con ardore e gli donava emozioni talmente intense e struggenti da sembrare reali...
Lucio gemette turbato mentre i suoi occhi abbandonavano la visione e tornavano a focalizzare il viso di Eilish, la giovane principessa caledone: la dea dei suoi sogni.
Ora ricordava. E quando vide l’espressione sorpresa sul volto di lei capì che lei sapeva, che aveva capito. Forse non tutto, ma di sicuro qualcosa.
Il silenzio sceso su di loro si fece opprimente. Lucio sentiva di dover dire qualcosa, ma non sapeva cosa. Desiderava giustificarsi, chiederle perdono, ma perdono per aver fatto che? Eppure qualcosa andava pur detto. Tuttavia non ne ebbe il tempo. Come se avesse udito un rumore sospetto, Eilish aveva drizzato la schiena e indirizzato lo sguardo al bosco. Di riflesso, anche Lucio si mise in ascolto.
Il fuoco continuava a scoppiettare allegramente. Da qualche parte giunse il bubolo di un rapace, seguito dal fischio di un merlo. Null’altro.
Ma Eilish non sembrò essere dello stesso parere perché scattò in piedi e iniziò a gettare terra sul focolare.
«Che succede?» le chiese allarmato Lucio dandole una mano. Aveva avuto modo di vedere all’opera i sensi della giovane in quei giorni e non aveva dubbi che fossero affidabili.
«Passi di uomini- rispose lei afferrando l’arco e gettandoselo sulle spalle. Anche Lucio mise mano al gladio, che la giovane barbara si era procurata tornando a far visita al campo di battaglia nella Piana e che gli aveva consegnato il giorno in cui si erano messi in marcia, e insieme si guardarono intorno guardinghi.
Un istante dopo, lo scricchiolio di foglie secche e di ramoscelli spezzati li fece voltare entrambi nella stessa direzione. Nel momento in cui Lucio scorse un repentino movimento fra la vegetazione, Eilish partì all’inseguimento.
Si mosse anche lui sulla scia della ragazza. Quando la raggiunse la trovò che aveva già incoccato una freccia e teso la corda.
Eilish balzò agilmente sopra un grosso masso in cima ad una piccola altura e lasciò partire la freccia, che andò a conficcarsi nel tronco di un albero. Tentò ancora una volta e poi un’altra ancora prima di riuscire a colpire il fuggitivo, che emise un grido e si accasciò al suolo.
Un secondo uomo uscì allora allo scoperto alle loro spalle urlando come un forsennato, cogliendoli di sorpresa. Si gettò su Lucio e, dopo una breve colluttazione, rotolarono entrambi giù per un scoscendimento piuttosto ripido ma breve, avvolti da un turbinio di terra e foglie. Si fermarono decine di passi più in basso. Lucio si ritrovò sotto l’aggressore, le mani dell’uomo strette intorno al suo collo. La prima cosa che notò nel focalizzarne il volto fu l’espressione di terrore nei suoi occhi. Ma poi, lentamente, quell’espressione mutò e fu sostituita da una di stupore. L’uomo allentò la presa nello stesso istante in cui a Lucio parve di riconoscerlo.
«Lucio?» lo anticipò il suo aggressore, lasciandolo andare.
Lucio stentò a credere ai suoi occhi. Possibile che non lo stessero traendo in inganno?
«Dannato te, ragazzo, non mi riconosci?» insistette quello, e Lucio non ebbe più alcun dubbio. Sedette stordito, la mano sul collo dolorante. Dopo essersi reciprocamente e brevemente esaminati si strinsero gli avambracci  in segno di saluto.
«Sei proprio tu? Sei tu, amico mio?» disse emozionato. Si sollevarono in piedi e si strinsero in un abbraccio vigoroso, felici e commossi. Quando tornarono a guardarsi negli occhi, entrambi vi scorsero le lacrime dentro.
Rufus sorrise largamente, in preda ad un’eccitazione incontenibile.
«Gli dei ti amano davvero, ragazzo. Credevo tu fossi morto, credevo che tutta la dannata legione fosse stata spazzata via, che fossimo rimasti solo in due, Marco ed io…»
«Marco?» ripeté Lucio facendosi serio, ricordandosi all’improvviso del tiro andato a segno della Caledone. Si scambiarono un’occhiata d’intesa e senza dire nulla, angosciati per la sorte del loro compagno, misero da parte l’entusiasmo del momento e si arrampicarono di nuovo su per la scarpata.
Quello che videro li fece inorridire. Eilish era accovacciata al fianco dell’uomo e teneva in mano il pugnale, insanguinato.
«Eilish, no!» gridò Lucio.
La ragazza si voltò, sembrava piuttosto seccata.
«Il tuo amico è fortunato che io non ho mirato a suo cuore» disse, gettando ai suoi piedi un pezzo della freccia appena estratta dalla spalla del legionario romano riverso al suolo, sofferente ma vivo.

Rufus aveva un aspetto orribile, malaticcio, e quello di Marco, un ausiliario veterano della quarta coorte, non era certo migliore. Per settimane si erano nutriti solo di bacche e radici, e quella dieta forzata aveva ridotto di parecchio la loro massa muscolare.
La barba, cresciuta abbondantemente, nascondeva le guance scarne ma non le orbite infossate degli occhi. Anche i capelli erano cresciuti parecchio, e le tuniche sudicie erano ridotte a brandelli. Perfino il cittadino più pezzente di Roma avrebbe trovato il loro aspetto ripugnante.
Quella sera, grazie alle abilità di caccia della Caledone, poterono finalmente mangiare carne e lo fecero con avidità. E mentre si rifocillavano a dovere, Lucio raccontò loro di come fosse riuscito a sfuggire ai Germani e di come Alasdair, il re caledone, lo avesse tenuto nascosto e fatto medicare dalla figlia salvandogli la vita. Entrambi ascoltarono in silenzio il suo racconto ma a Lucio, che conosceva bene il centurione, non sfuggì la ruga di scetticismo che gli increspò la fronte né il rapido sguardo diffidente che lanciò alla principessa, la quale se ne stava in disparte ma non così distante da non poter udire i loro discorsi. E allora capì che c’era qualcosa che lo impensieriva e che desiderava approfondire, ma che non lo avrebbe fatto davanti alla giovane.
«Ma ditemi, che ne è stato del legato?» chiese una volta terminato il suo racconto, ansioso di essere ragguagliato.
Rufus scosse la testa. Il suo sguardo si fece triste ed intenso. Le fiamme gettavano sul suo volto ossuto ombre sinistre, amplificando la drammaticità del momento.  
«Aveva appena ordinato la ritirata. L’aquila era caduta in mano ai barbari, le linee difensive crollate, non c’era altro che si potesse fare. Io iniziai a correre insieme ai pochi sopravvissuti. Gli ufficiali e il legato si allontanarono a cavallo. I barbari ci inseguirono, alcuni di noi si fermarono a ingaggiare nuovi scontri… Ho ricordi così frammentati di quel giorno da non essere sicuro di come si siano davvero svolti i fatti. So solo che, quando mi fermai esausto, mi ritrovai completamente solo. Non c’era più traccia né dei barbari, né dei soldati con i quali avevo iniziato a fuggire.
Per giorni vagai per la foresta, confuso. Fu l’odore di morte a condurmi da loro, dagli ufficiali. Non avevo mai visto niente di simile… Uno spettacolo raccapricciante, credimi. I cavalli erano stati dilaniati, le viscere sparse ovunque, perfino sui rami degli alberi. E gli uomini...» Rufus fece una pausa, visibilmente sconvolto. Aveva lo sguardo fisso sulle fiamme, ma era chiaro che l’immagine che aveva dinanzi agli occhi fosse tutt’altra. Serrò le mascelle e proseguì nel racconto. «Quello che era rimasto degli uomini era appeso agli alberi. Tutti erano stati denudati e decapitati, le armature e le armi ammucchiate da una parte e le teste da un’altra. Tutte meno una, quella del legato. I corpi erano otto, le teste sette. Non credo ci sia altro da aggiungere…» concluse.
Lucio, inorridito e col cuore gonfio d’amarezza, si voltò verso Eilish, curioso di vedere che effetto avessero avuto su di lei quelle agghiaccianti parole. Nonostante fosse seminascosta dall’oscurità ebbe la netta sensazione che stesse ghignando, e si sentì aggredire da un sentimento di rabbia. Di nuovo si chiese perché i Caledoni non lo avessero consegnato nelle mani dei Germani. In fondo i due popoli erano cugini e lui il loro nemico comune.
Eilish rimase un po’ a fissarlo, poi si avvolse nella pelliccia di lupo che aveva iniziato a indossare da quando la temperatura si era fatta più fredda, si distese sul terreno umido, gli voltò le spalle girandosi su un fianco e si mise a dormire. Fu allora che Rufus si decise a tirare fuori il tarlo che aveva dentro.
«C’è dell’altro, ma visto che la selvaggia ha imparato la nostra lingua bisogna che te lo dica in privato. Seguimi» bisbigliò alzandosi. Si allontanarono discretamente, poi Rufus rivelò, mantenendo il tono di voce basso: «I Germani si stanno riorganizzando sulla linea di confine.»
Lucio corrugò la fronte. «Ne sei sicuro?»
«Sì, anche se non credo che lo stiano facendo in vista di nuovi combattimenti.»
«Non ti seguo.»
«Pattugliano la zona scrupolosamente. Sembra stiano cercando qualcuno e, alla luce di quanto hai raccontato, credo che quel qualcuno potresti essere tu. Ai barbari non deve essere andata molto a genio la tua fuga, ma quello che mi chiedo è: perché ora? Si erano già ritirati verso nord e ora tornano indietro a frotte, capeggiati da quel loro maledetto re.»
Lucio sgranò gli occhi, invaso da forti emozioni.
«Lui è qui?» chiese eccitato.
«Già, e conduce con sé dei prigionieri.»
«Chi?»
«Non saprei, non sono riuscito a vederli bene, ma dai vestiti direi barbari, forse Caledoni. Il punto è: quanto ti fidi della ragazza?»
Per qualche strana ragione, Lucio trovò quella domanda irritante oltre che inopportuna.
«Questo che c’entra con tutto il resto?»
«Andiamo, ragazzo, i Germani sono stati informati del vostro arrivo da qualcuno, è chiaro mi sembra.»
«Le tue sono solo congetture» obiettò freddamente.
«È vero, ma se io avessi ragione? Pensaci, Lucio, non è poi così impossibile da credere.»
«Se anche tu avessi ragione trovo impensabile che possa essere stata Eilish a informarli. Non avrebbe senso. Il re caledone mi ha salvato la vita rischiando la propria e quella di tutta la sua gente. Non so perché lo abbia fatto, posso solo immaginarlo. Forse, dopo che abbiamo dato fuoco ai villaggi, si è spaventato e ha capito che è meglio stare dalla parte di Roma…»
«La ragazza ci odia piuttosto apertamente e non mi sembra che a te riservi un sentimento tanto diverso» intervenne Rufus interrompendolo.
«É vero, e non la biasimo per questo. Del resto abbiamo dato fuoco alla sua terra. Ma è leale al padre e fino ad oggi si è rivelata affidabile, un aiuto prezioso.»
«Apri gli occhi, ragazzo! La selvaggia appartiene ad un Germano, possibile che tu non te ne sia accorto?» lo biasimò Rufus bruscamente.
Lucio sghignazzò irritato e allargò le braccia in un gesto esasperato.
«E tu come accidenti lo avresti capito? Non porta un torque, mi sembra. Se non sbaglio fosti tu a darmi questa nozione.»  
«Ma indossa una pelliccia di lupo. E anche se stasera abbiamo potuto riempire lo stomaco grazie alla sua abilità con l’arco, dubito altamente che sarebbe in grado di abbattere un lupo da sola. I Caledoni non vanno a caccia e in queste foreste non ci sono lupi. Quella pelliccia gliel’ha donata un Germano, un pretendente. E se la giovane la indossa vuol dire che ha accettato di divenire sua moglie. Funziona così, da queste parti. È vero, la ragazza ti ha medicato, ma solo per ubbidienza al padre. Resta da vedere a quale dei due uomini deciderà di rimanere più leale.»
Lucio aprì bocca per opporsi, ma desistette. Sebbene l’idea lo amareggiasse, doveva ammettere che lui stesso aveva nutrito grossi dubbi riguardo alle reali intenzioni della Caledone. Si lasciò scivolare le dita fra i capelli e si prese del tempo per riordinare le idee.
«Visto che ci sei già stato, quanto dista da qui quel maledetto fiume?»
«Quanto dista? Mi prendi per il culo? Il fiume è praticamente dietro l’angolo, a meno di mezza giornata di marcia.»
Lucio lasciò uscire l’aria dai polmoni rumorosamente. Dunque i suoi sospetti erano fondati, la Caledone lo stava facendo girare a vuoto. Ma perché? Se Eilish intendeva davvero consegnarlo ai Germani, era più sensato pensare che lo conducesse direttamente fra le braccia dei suoi nemici. Scosse la testa, sempre più confuso.
«Va bene, ecco cosa faremo: domani andremo in perlustrazione. Ho bisogno di informazioni più precise, e voglio assicurarmi che i prigionieri di cui mi parlavi non siano dei nostri.»
«E la Caledone?»
«A lei ci penso io.»
«Senti ragazzo, è evidente che la selvaggia ti piace, ma non credo che…»
«Basta così, Rufus, non ti permetto di contraddirmi! Ti ricordo che siamo ancora soldati romani, e tu sei un mio subalterno» lo riprese aspramente.
Rufus indurì lo sguardo ma desistette. «Sissignore» digrignò con palese fastidio.
«Va’ a dormire, ora. Farò io il primo turno di guardia.»
Il centurione rimase ancora un po’ a fissarlo in maniera indefinibile, poi si mosse verso il bivacco. Ma prima di dileguarsi del tutto si voltò un’ultima volta e disse, con profonda amarezza: «Una volta ti dissi che avevo un unico scopo, quello di servire Roma fedelmente fino alla morte, senza pormi questioni di nessun tipo, te lo ricordi? Ebbene, in questi ultimi mesi ho avuto modo di farmele, certe domande, e sono arrivato ad una conclusione: quando, e se, torneremo a casa, il glorioso esercito romano dovrà fare a meno di me. Ho dato la vita a Roma, a lei ho sacrificato tutto me stesso: la mia giovinezza, le mie energie, il diritto a farmi una famiglia, a godermi un po’ di serenità… E per cosa? Ti sei mai chiesto perché la Ventesima sia stata spazzata via? Io sì, e sai cosa penso? Penso che il generale ci abbia usato come diversivo. Eravamo i più sacrificabili, ci ha raccolti a riformare una legione e ci ha spediti qui a fare da esca per chissà quale fottuto motivo. E lo pensi anche tu, non è così? O sei così pieno di te da non riuscire a vedere l’evidenza, o peggio, da non voler accettare la verità?»
Lucio prese fiato per rispondere ma Rufus lo precedette: «Lascia stare, ragazzo, non la voglio una risposta, della tua opinione ne faccio a meno. Solo la mia è quella che conta ed io so di avere ragione. Sei ancora un mio superiore, tribuno Lucio, ma non per molto. Vita o morte, una delle due mi renderà libero dagli obblighi verso Roma, una volta per tutte.»

 
   
 
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