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Autore: Omar    28/10/2021    0 recensioni
Nella tranquilla giornata del buon Tancredi arriva una visita inaspettata
Genere: Mistero | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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  Tancredi stava nello studio, il trattato su “La perversione congenita nella destra italiana” non si sarebbe scritto da solo eppure quella pioggia incessante, violenta, quasi una grande enorme coccola della natura sui suoi poveri nervi, gli faceva unicamente venir voglia di porsi sul divano di schiena ed oziare, oziare a più non posso. Allo stipite della porta d’ingresso gocciolava sul pavimento l’ombrello, idea geniale quella di allestire lo studio dove una volta stava il pollaio, pollaio e conigliera, così quando le galline impazzivano per i loro motivi ed il gallo cantava i coniglietti impazzivano e si sbranavano a vicenda, be’ ora lì non c’era più puzza di merda ed il nonno chissà che fine aveva fatto quando se n’era andato, se n’era andato e basta come aveva sempre fatto, un po’ un eroe, un eroe di quelli classici per i quali il mondo è sempre troppo poco e – malgrado le malefatte, una dietro l’altra – non puoi che amarlo e sperare che torni anche se sai che non tornerà mai, poi (finito di aspettarlo) lui torna e speravi non fosse mai tornato. «Amore, mettilo lì il tuo studio.» gli aveva detto Elena prima di lasciarlo, era sembrata una buona idea quella di farsi tipo dieci metri, ogni volta che doveva mettersi a scrivere, tra l’uscio di casa e quello dello studio, poi era sembrata un po’ meno buona quando la fidanzatina di una vita se n’era andata, chissà perché poi; ah ma glielo aveva detto lui «Non è una buona idea quella di metterci insieme, sono un tipo noioso.» ma lei lo amava troppo, poi quando le era passata la voglia se n’era andata e lui come un coglione ancora lì teneva tutto l’armamentario per il lavoro, un po’ per pigrizia rispetto allo spostare tutta la roba in casa (dal computer alla piccola biblioteca ai mobili) un po’ come esorcismo del dolore ricevuto “Che bello che è il mio studio, era proprio così che lo volevo, mica mi condiziona in qualche modo il fatto di essere becco, no no, io lo volevo proprio qui e adesso che quella là se n’è andata non mi cambia niente.” e un po’ come crogiuolo in quel dolore che una volta provato non puoi più farne a meno, così si sarebbe ricordato per sempre di lei quando si sarebbe seduto in quella poltrona che appunto aveva scelto lei così come quella piccola inutile biblioteca e quel divano dove avrebbe potuto sdraiarsi a ragionare, avrebbe ricordato di lei già solo per il fatto di doverci entrare in quell’antro maledetto, non poteva farne a meno, forse un giorno sarebbe entrata da quella porta: «Oh, hai tenuto tutto come un tempo, ora ho capito che amavo solamente te, e vedo che anche tu hai continuato ad amarmi.» chissà, forse un giorno sarebbe tornata davvero, come il nonno, come il cane che gli avevano sfracellato davanti agli occhi, povero cane cieco e stanco, probabilmente quella volta non si era scansato apposta. Per forza lo aveva lasciato, come quella volta in cui, chiacchierando amabilmente, lei gli tirò un pugno, era un gioco, uno dei tanti tra loro, peccato lì ci fosse anche Claudio, ai tempi non erano proprio fidanzati fidanzati quindi un po’ qualcuno con lei ancora ci provava, insomma Claudio frustrato perché lei non se lo cagava di striscio, al vedere che Elena aveva tirato quel pugno a Tancredi, intervenne tirando un calcio ad Elena con la scusa di difendere Tancredi; ecco in quel caso ad esempio avrebbe dovuto difenderla, non aveva fatto niente invece, aveva lasciato scendesse quel silenzio imbarazzante, poi per carità avevano ricominciato a chiacchierare e Claudio era rimasto in disparte da buon mediocre qual’era, però se sei un uomo la fidanzata la difendi, anzi chissà quante ne aveva mandate già la povera Elena prima di decidersi a levarsi di dosso un peso come lui «Hai fatto bene Elena, hai fatto bene ad andartene da me.» si lasciò sfuggire, come se per un attimo gli fosse apparsa accanto e non avesse avuto il coraggio di guardarla, quasi un confessione, una richiesta di perdono.
  Tancredi si alzò, fece due passi per quel buco di stanza con le mani in tasca, s’era bloccato, si sdraiò quindi sul divano aspettando che qualcosa si sbloccasse, poi si alzò nuovamente in piedi, la finestra dello studio, che dava sulla sua stessa dimora lì a qualche metro di distanza, mostrò una luce accendersi proprio in una delle stanze al piano superiore, la stanza che sarebbe dovuta essere stata dei suoi piccoli, dei piccoli suoi e dell’amata Elena, strabuzzò gli occhi, la luce ora era spenta; prese un sospiro di sollievo, sarà stato sicuramente un effetto ottico, un fascio di luce intercettato da una delle miriadi di gocce che scendevano ininterrottamente e che era andato a finire sulla sua retina dandogli l’illusione di poter veder dietro una luce accendersi, pensava troppo, poi il cervello si esaurisce e ti gioca, ti fa credere una cosa piuttosto che un’altra, ti fa credere di veder una cosa piuttosto che un’altra, ti fa credere di aver fatto una cosa piuttosto che un’altra. Stette a fissare alla finestra ancora per un po’, per un attimo convinto che l’aver percepito la luce di quella stanza  ̶  abbandonata da anima viva ormai da anni  ̶  non fosse stato il miraggio che tanto lo aveva rassicurato l’attimo prima; infine lasciò stare “Mi è solo parso, che fortuna.” “Però sei stato lì a guardarci.” “Per essere sicuro.” “Vuol dire che ci hai creduto.” “Non si sa mai.” “Ci hai messo un po’ troppo impegno, il tuo sollievo di adesso non tanto quello di uno che sa di essersi ingannato, quanto più quello di uno che è stato rassicurato dopo aver ben controllato e che quindi non ha riconosciuto di aver avuto una visione ma bensì ha verificato per bene e solo dopo la verifica si è risollevato.” capitavano spesso questi dialoghi nella sua testa, perdeva sempre, quando il suo cervello si attivava per rimproverarlo non c’era verso di sconfiggerlo, ne sapeva sempre una più del Diavolo in persona. Avrebbe voluto incontrarlo un’altra volta Marco, che testa di cazzo, da giovane lo incontravi tutto solo col muso e adesso sorrideva, non che fosse meno un pezzente di prima, gli faceva semplicemente comodo, quando era piccolo gli faceva comodo raggomitolarsi nel suo indispettito odio facendo schifo quasi apposta, cresciuto invece gli aveva fatto più comodo fare l’impettito e sorridere, fare buon viso a cattivo gioco, peccato che quella maschera d’odio sul volto, quel nulla assoluto nella sua espressione, la follia per una noia infinita, ah quelli non glieli avrebbe levati mai nessuno purtroppo, ma forse fortunatamente per lui manco si rendeva conto di quanto paresse un coglione.
  Si risedette, un tarlo gli martellava nella testa, che quella luce  ̶  da lui con tutta certezza lasciata spenta al momento di uscire di casa  ̶  ora fosse accesa, lasciò perdere lo schermo acceso e si alzò riaffacciandosi alla finestra dello studio per vedere se provenisse ancora luce da quel’altra, niente, impossibile constatarlo con certezza da lì, la pioggia era troppo fitta; certo poteva benissimo essere stata una paranoia, se ora come ora non riusciva a capire se la luce fosse accesa allo stesso modo l’averlo pensato prima doveva certamente essere stato uno scherzo del suo cervello. No, non poteva starsene lì, prese l’ombrello e andò a controllare. Arrivato nella dimora, dopo quei letali passi lungo le mattonelle all’aperto, sembrava tutto in ordine. Quando Tancredi aveva sedici anni, una sera a cena con amici, notò che una donna al tavolo dirimpetto al suo lo fissava, molto affascinante ma con forse trenta o quarant’anni più di lui, lo aveva fissato per tutto il tempo che era stato al ristorante; ora, da solo in casa con quel tarlo a martellargli la testa e la tempesta che peggiorava di minuto in minuto – così come gli era successo già altre volte quando si era trovato solo soletto con i propri nervi – aveva l’impressione che quei due occhi malinconici, pieni di desiderio, fossero lì ad aspettarlo, come se da un momento all’altra dovesse sbucare da dietro l’angolo per farlo suo (magari!).
  Tancredi salì le scale lasciandosi dietro le impronte bagnate delle ciabatte, non era dovuto uscire quel giorno d’altronde se non per andare allo studio, non valeva la pensa tirar fuori le scarpe. D’improvviso riapparve Riccioli d’oro, il ricordo di quella volta in cui lo aveva fermato per chiedergli informazioni in merito a quello che doveva essere stato un sottovuoto … o roba del genere (Tancredi ne conosceva tre di parole in inglese) riemergeva ogni qualvolta la situazione si faceva sgradevole, un po’ come una supereroina che l’avrebbe protetta dall’inquietante donna che lo fissava dal tavolo dirimpetto, comunque doveva essere stato bravo perché era addirittura tornata indietro per fargli vedere che le informazioni avute da lui erano state utili, era andata a prendere quel barattolo fottuto di chissà che cosa e poi era tornata a farglielo vedere, allora Tancredi – con una forza che manco lui sapeva di avere – aveva mimato un’esultanza con un fare che forse mai più avrebbe ripetuto in vita sua; Tancredi si compiaceva di non averla mai conosciuta se non in quei pochi decimi di secondo per quei due mezzi dialoghi, Riccioli d’oro sarebbe forse potuta diventare l’amante perfetta, la sua migliore amica, rivelarsi una persona che avrebbe potuto arricchirlo come nessun’altra; ma al di là di congetture su una relazione fantastica e mai sbocciata, ciò che rappresentava Riccioli d’oro era un anti-Tancredi: era tutto quello che lui non era, forse se glielo avesse chiesto lui sarebbe fuggito con lei in capo al mondo ma, purtroppo, anche quella sarebbe rimasta una splendida fantasia.
  C’era un buio che era fenduto solamente dalla luce bluastra proveniente dalle finestre delle varie stanze, il padrone di casa tutto solo si dirigeva al piano superiore, una luce si distingueva, proveniva dall’altro studio, non quello là fuori bensì quello lì in casa, sarebbe dovuto essere la camera dei piccoli e invece ci aveva messo una biblioteca ed un computer ché non si sa mai, come le televisioni, ne aveva una in cucina ed una in salotto, così, perché non si sa mai. Il computer era acceso, c’era la schermata di Google che invadeva del suo bianco devastante tutta la stanza, per non bruciarsi la retina Tancredi accese la luce, in un angolino un mostriciattolo tremante stava rannicchiato, l’ombrello venne posto a mo’ di spada come per difendersi, perlomeno finché non fu constatato che quello era Giammaria. A Tancredi venne la nausea, quante volte quel coglione lo aveva fermato per parlargli dei suoi cazzi: «Eh Beppe è proprio divertente; finalmente Franco si è scopato Diana; ah a proposito adesso Luigi è pieno di ragazzine che gli stanno attorno eccetera.» tu gli chiedevi come stava e lui ti faceva gli elogi di tutti quelli che fino al giorno prima gli stavano sullo stomaco, come se parlarne bene annullasse anni di rancori mai sopiti e di colpi bassi da manuale, come se a qualcuno fregasse qualcosa delle faccende di Giammaria e di quegli altri quattro pezzenti. Poi gli chiedevi come stava e lui ti guardava storto. Ma in fondo Tancredi aveva sempre saputo che a salvare Giammaria dalla classificazione di povero pazzo era semplicemente il suo essere insulso fino al midollo, era una cosa di famiglia, quante volte era successo che Giammaria aggredisse Tancredi anche davanti a suo padre, che naturalmente non batteva ciglio, poi magari per abitudine Tancredi gli rivolgeva la parola magari in modo un po’ aggressivo e questi due lo guardavano sconvolti, Giammaria ed il padre, una famiglia di pazzi, tipo quando la nonna di Giammaria – in tempo di lutto per la morte dello zio di Tancredi – si era fiondata in casa sua abbracciandolo tutta sorridente e buttandogli le tette in faccia, se volete le spiegazioni per questi comportamenti ci sono, bisognerebbe essere pazzi però (come loro) per trovarle.
  «Cosa ci fai qui?» chiese il padrone di casa.
  «È successa una cosa terribile.» rispose l’intruso riuscendo a malapena ad alzarsi. Tremava ed era pallido.
  «Ma perché dovevo ritrovarmi intorno persone come te! Senti … .»
  «Aspetta, ascoltami!»
  Ma Tancredi già gli frugava nelle tasche, Giammaria restava inerme tanto era scosso, non riusciva a difendersi, Tancredi finalmente gli trovò il telefono e diede un’occhiata ai contatti «Ecco come immaginavo.» commentò «Dottor Mainardi, è lo psicologo, ti stai facendo seguire da lui ultimamente?»
  «Non è questo il punto!» gridava Giammaria «Ridammelo, aspetta che ti spiego.»
  Ma Tancredi già stava chiamando: «Pronto!»
  «Pronti qua!» si sentiva rispondere dall’altra parte «Giammaria?»
  «No, ti sta chiamando un suo amico, sta avendo una delle sue crisi.»
  Mainardi prese una forte boccata «Crisi, quali crisi?» e buttò fuori dalla bocca quella che sembrava una forte spruzzata di fumo.
  «Be’, lo stai seguendo tu, sei il suo psicologo, ha una delle sue crisi da persona che va dallo psicologo. Che cosa stai fumando, te la godi proprio quella sigaretta.»
  «Macché, questa è l’ultima, poi ho smesso.»
  «Sì, come no.» si lasciò sfuggire Tandredi.
  «Cosa?» rispose Mainardi minaccioso.
  «Niente niente!»
  «Comunque Giammaria non ha nessuna crisi, è venuto da me per colpa … be’ … .»
  «Sì va be’ tanto a me puoi dirlo, lo conosco, è un coglione pieno di soldi che non sa più come spenderli.»
  «Sì ecco, però non dirglielo.»
  «Tranquillo, comunque questa mi sembra proprio una crisi nervosa, non è che posso portarlo lì da te?»
  «Come vuoi, tanto non sto facendo una cavolo qui.»
  Aveva smesso di piovere, si poté quindi finalmente constatare che era scesa la notte, cioè in realtà saranno state le sette di sera a dire tanto, però quando arriva la stagione fredda è così che vanno le cose. Saltò fuori che il dottor Mainardi non era a casa, s’era infilato con un gruppo di altri deficienti in mezzo alle campagne per cacciare quello che restava della fauna del luogo ( le ultime lepri e gli ultimi uccellacci che non si decidevano ad andarsene), a Tancredi in quei momenti, ritrovarsi in quei luoghi sperduti a quell’ora senza uno straccio di illuminazione, faceva venir un’angoscia che gli veniva da chiedersi se era ancora vivo, improvvisamente scompariva pure Elena insieme alle vacanze ed agli amici, insieme alle birre e agli amati caffè, cioè non era il pensiero di dover morire in realtà quando più quello di perdere tutte quelle cose, come non avesse avuto ancora abbastanza, un po’ come un vecchio che muore tra i pianti e le imprecazioni, lo sa anche lui che deve morire ma ne vuole ancora; il vero problema non è morire ma vivere, l’angoscia di non averne avuto abbastanza, che gli altri ne hanno avuto di più, che sei stato un cretino incapace di sfruttare appieno quanto aveva.
  Secondo le indicazione dello psicologo stavano andando nella direzione giusta, Tancredi constatò che non c’era stato nessuno scherzo quando gli era stato detto «Ci vedi lontano un chilometro, attorno alla postazione abbiamo messo delle luci, ci vedi per forza». I due parcheggiarono poco distante ché nei dintorni dell’accampamento il terreno era impraticabile, scavalcando tronchi e cespugli Giammaria ebbe un attimo di lucidità dal suo piagnucolare, aveva smesso di implorare e strattonare per tornare indietro ed ora rassegnato seguiva Tancredi, non che fosse stato convinto da quest’ultimo, non aveva semplicemente altra scelta «Tancredi.»
  «Dimmi Giamma’»
  «Hai presente Claudio?»
  «Mhmm!»
  «Mi fa, la settimana scorsa quando l’ho incontrato in birreria “Strano sentirti parlare di sesso” hai capito, non era abituato, e invece anch’io scopo.»
  «Hai trentadue anni, forse queste cose dovresti dirle a tua mamma piuttosto.»
  Si ritrovarono sotto una specie di padiglione, i geni avevano piantato le loro belle luci per illuminare alla perfezione tutto il dintorno, eh certo così sì che si cacciava bene, il dottor Mainardi beveva una birra seduto su una branda. Un altro, tutto ben vestito per mimetizzarsi alla perfezione, aveva il cellulare all’orecchio «Ma no amore … ma no ma no … no non è la terza volta è la quinta, guarda quanto sono onesto, te lo dico io, ti ho tradita cinque volte … no non piangere non piangere anzi, lasciami, lasicami pure, con tutta la fatica che ho fatto per farti innamorare di me voglio vedere se hai il fegato di lasciarmi solo … sto piangendo, guarda mi hai fatto piangere, anch’io ti amo, non lo farò mai più giuro, ciao cara a presto.» mise via il telefono e commentò, guardando i due nuovi arrivati negli occhi, spavaldo: «E anche stavolta è andata». Ad uno steccato un gruppetto di quattro o cinque signori chiacchieravano tutti rossi in viso, palesemente ubriachi, ad una panca invece due più o meno della stessa età chiacchieravano per conto loro, davano un’occhiataccia al gruppo vicino e facevano una smorfia perché a quanto pare quella birra era troppo forte, orgogliosi della loro emancipazione, parlavano come se non ci fosse stato nessun altro e, insieme all’altro gruppo di ubriachi fradici, ne veniva fuori un casino che non vi dico.
  Si sentirono rombare motori e fanali potentissimi circondarono la base, si sentirono portelle aprirsi: «Fermi tutti, qui è la forestale! Bracconieri del cazzo.» Tancredi prese la fuga, s’infilò tra le macchine appostate veloce e silenzioso approfittando delle luci, quei coglioni degli agenti avevano appostato le auto in modo che i fanali finivano sì contro Mainardi e i suoi ma anche contro i forestali stessi, corse quindi nel buio andando ad istinto con l’adrenalina che faceva tutto il lavoro al posto suo, ad un certo punto sentì una voce: «Aspetta!» era Giammaria, gli stava ai calcagni. Spesso Tancredi aveva sognato di essere un fortissimo supereroe, sconfitto puntualmente ogni volta da un grosso mostro idiota, senza superpoteri, tipo un gorilla o un fottuto minotauro incapace persino di venire a capo di un labirinto da due soldi costruito da degli stupidi umani, sempre più si convinceva che quel minotauro, quel mostro idiota ma devastante, senza superpoteri eppure sempre vincente su di lui, fosse in un qualche modo Gaimmaria, lui o comunque tutto quanto egli rappresentava, il mare di merda in cui era nato, il mare di merda di quel cretino di suo padre o di quelle isteriche delle maestre e dei parenti che appena potevano lo trattavano come un coglione; sì forse era veramente un coglione, il problema è che se pensi di essere un coglione finisci col diventare un coglione; Tancredi quindi si voltò, attese che l’amico lo raggiungesse e gli sferrò un pugno dritto al muso, questi barcollò, allora lo colpì alla gamba con una ginocchiata facendolo cadere e, avendolo ora alla sua mercede, s’assicurò che per un po’ non gli rompesse più le scatole con quattro calci ai coglioni che fecero vomitare al poveretto grumi di bava dalla bocca: «Va’ a farti curare dal tuo Mainardi.» concluse Tancredi.
  «Ma non capisci!» sussurrò il poveretto con le ultime energie.
  Tancredi saltò in auto e ripartì con una sgommata che per poco non ebbe il terrore di essere costretto a rimanere lì impantanato. La strada era deserta, per di lì non ci passava mai nessuno, a parte quell’uomo nudo che chissà da dove sbucava fuori, cercò questo di andare addosso all’auto di Tancredi che con una sterzata lo evitò ed evitò pure una bella ammaccatura sul cofano visto che lo stramboide ci s’era letteralmente gettato sopra forse con l’intendo di farsi dare un passaggio, nell’evitarlo l’autista riuscì solamente a sentire quel: «Aiuto!» prima che quella pallina scomparisse nel nulla. Tancredi pensò a Gagio, quel vecchio sfasciato che aveva passato la vita a devastarsi, mica una cattiva persona, uno però che se l’era goduta, ora quel vecchietto era diventato insignificante e faceva persino compassione; quell’uomo invece, quello che si era appena lasciato alle spalle, uno che aveva sicuramente avuto veramente bisogno, a pensarci anche adesso che il pericolo era scampato, gli faceva scendere un brivido di disgusto lungo la schiena.
  Aveva ricominciato a piovere, quando mancava a tornare a casa solo Dio lo sapeva, quei luoghi sperduti erano sperduti appunto perché sterminati ed ostili, con strade che se c’erano avevano ormai sessant’anni, Tancredi per evitare di bruciare il motore a forza di andare ai trenta non ché per evitare di rischiare di cappottarsi in un fosso – lì le strade rispettavano le delimitazioni dei terreni dei grandi proprietari, era tutta una curva una più malsana dell’altra – si ricordò che da quelle parti c’era Il Fagiano, una taverna dove chi voleva poteva fermarsi per ristorarsi, roba di lusso e per questo non si preoccupava della stagione quanto più di assicurare a chi venisse che il patrimonio speso era sacrosanto, lì infatti c’era solo roba del luogo, genuina; aguzzò quindi bene la vista finché una grande ma rustica insegna non lo avvisò che poteva accostare proprio quando il motore cominciava a dimostrare insofferenza con quel puzzo di brustolino. Come immaginava lo sperduto Tancredi, anche in quel periodo di gelo, dove non aveva il minimo senso raggiungere quei loro posti, parcheggiate fuori dalla taverna c’erano forse cinque macchine che da sole avrebbero sfamato l’intero terzo mondo, andò a bussare: «Prego.» gli aprì una bellissima ragazzina «Tancredi?»
  «Ce l’avete un posticino? Pago eh, qualcosa prendo.»
  «Ah ma non preoccuparti, vieni valà, ma qui cosa ci fai?»
  «Giammaria.»
  «Ti ha incasinato in una delle sue solite faccende?»
  «Lasciamo perdere.»
  Era Luisella, la figlia del proprietario, lei serviva e lui preparava i piatti, probabilmente i clienti avevano già cenato, o comunque erano alla fine, perché Romeo veniva incontro a Tancredi con le mani ancora sporche della panna montata che probabilmente era stata destinata al tiramisù «Benvenuto!» disse l’omaccione che non aveva minimamente riconosciuto Tancredi, quando fu abbastanza vicino infatti «Ah ma sei tu, guarda che la carità non te la faccio!» Luisella ebbe una smorfia di disapprovazione.
  «Ce li ho i soldi, e poi era una vita che non mangiavo qui da te, così vediamo se non ti sei rammollito, a proposito, tua mogli?»
  «Ma che ne so, sta da cani, sarà qualche giorno che trema tutta, vuoi andare a vederla ‘na roba che non ti dico, impresentabile, se la vede messa così mio suocero mi denuncia per violenza domestica.»
  «Sì ultimamente c’è qualcosa che non va, penso sia la globalizzazione, succede una stronzata e si ammala mezzo mondo.»
  «Tipo la faccenda delle torri gemelle.» intervenne Luisella.
  «Non dire queste cose.» la implorò il padre.
  «Tipo la Nike.» concluse Tancredi; Romeo era proprio il tipico uomo che quando lo vedi per strada ti vien da dire «A quello non gli darei un soldo.» poi per carità era stato intelligente a farsi la sua impresuccia che fatturava più tre ristoranti a cinque stelle messi in fila, ma in fondo, lo avete mai visto voi un imprenditore che a vederlo non ti verrebbe da dire «A quello non gli darei un soldo»? Così, da buon uomo a cui non daresti un soldo, quando la figlia parlava dell’undici settembre come «L’ennesima imposizione degli americani verso un’Europa ormai allo sbando.» lui religiosamente le intimava di darsi una calmata, che bisognava rispettare certe tragedie, non però perché lui l’undici settembre lo capisse quanto più perché, vedendo che gli altri facevano così, di riflesso faceva così anche lui; o come quando erano andati a vedere Django Unchained, Romeo tutto esaltato diceva «Oh cazzo andiamo a vedere Tarantino!» e, conoscendolo, Tancredi non riusciva a fare a meno di dare un’occhiata ogni tanto a quella faccia da coglione che del film dopo un quarto d’ora non ne poteva più e che per di più di quel cazzo di film non ci capì nulla dal primo all’ultimo minuto; oppure ancora, completamente ignorante sull’argomento, quando alla televisione facevano la parodia di Del Debbio che aizza la folla e che offende i propri ospiti, lui commentava con «Eh, perché in realtà Del Debbio è un buono».
  Romeo fece strada a Tancredi, arrivarono ad una stanza con una lunga tavola imbandita, attorno ad essa una poltrona rivolta ad un televisore, un bancone con tanto di scaffale per gli alcolici ed un caminetto acceso lo circondavano alle tre pareti dirimpetto a quella dalla quale i due erano entrati. Un signore camminava avanti ed indietro: «Quando gli apostoli chiedono a Gesù come mai, ogni qualvolta un adepto gli domandi chiarimenti sulla fede o sul come comportarsi, lui in quanto mentore, pur rispondendo, lo faccia sempre solamente in parabole, lui risponde che se rispondesse semplicemente e puramente ciò che dice non verrebbe recepito, così (con la parabola) chi ascolta è costretto ad un ragionamento, ad un’elaborazione. Questa è la poesia.» una ragazzina con un attillato vestito da sera stava sdraiata sulla poltrona, non guardava la televisione accesa ma, pur rivolgendo l’attenzione al narratore, era evidente che gli stava praticamente facendo un superficiale favore, forse conscia del narcisismo di quest’ ultimo; un altro seduto sulla sedia, masticando gli avanzi, faceva tanto d’occhi, pareva stesse capendo, il problema è che non sembrava una cima in fatto di comprendonio; una signora si faceva fuori un bicchiere dopo l’altro, sembrava sì ascoltare quello in piedi che camminava avanti ed indietro, sembrava anche però che non avesse altro da fare; un altro ancora stava al camino acceso, si scaldava le mani e se nessuno guardava ci buttava qualcosa dentro, tipo un avanzo di tovagliolo o un tappo di bottiglia per vedere come bruciavano. Quello in piedi non era affatto soddisfatto «Vi faccio un esempio, un adolescente preso dai suoi nervosi che non vorrebbe – come ogni buon essere umano – non essere preso dai suoi nervosi, cosa fa, mette le cuffie agli orecchi e ascolta la musica, non dico che passa tutto però come per magia il grosso del male perlomeno temporaneamente se n’è andato, questa è poesia. Oppure prendete un film giapponese, cosa pensate appena avete finito di vederlo, che è poetico, che è poesia, ecco cos’è la poesia, meccanismi per elevarti; e fa ridere se pensate che a scriverle sono i poeti, diciamo, non proprio i prototipi dell’uomo elevato.»
  Romeo raschiò la gola ottenendo l’attenzione dei presenti, tutti si voltarono come non aspettassero altro che un’interruzione, una novità: «Signori, vi presento un amico, il signor Tancredi.» i presenti sembravano risvegliarsi come da un lungo sonno «Signor Tancredi» e qui Romeo, rivolgendosi all’amico, assunse un tono ironico perché il signor Gravoni lì in piedi come un monarca, la giovane Manuela là sulla poltrona, Yuri che non poteva fare a meno di spiluccare qua e là quello che poteva, la signora Gramsci ubriaca fradicia e Leone che si era rizzato in segno di rispetto non potevano minimamente immaginarsi di avere a che fare con un poveraccio come pochi. «Vi lascio.» disse Romeo dopo aver presentato i presenti all’amico.
  «Aspetta.» sussurrò Tancredi mentre l’altro stava già per andarsene «Cosa faccio adesso?»
  «Sei uomo di cultura, fammi fare bella figura, un tocco intellettuale non guasterebbe a questa catapecchia.»
  «Eh … insomma … così?»
  «Adesso ti porto da mangiare va’ tranquillo, e non preoccuparti dei soldi.»
  «Ma guarda che te la pago.»
  «Tu limitati a fare il tuo lavoro, fa’ conto di stare ad una delle tue conferenze per segaioli ultratrentenni.»
  La combriccola che si era fermata all’arrivo dei due li guardava come guarda un ragazzino delle media un cubo di Rubik senza capirne un’acca, così quei due come due scemi se ne stavano a farfugliare tra loro mentre appena fuori dalla porta Luisella si dava uno schiaffo sulla faccia, chissà cosa sarebbe successo se li avesse tenuti chiusi lì dentro tutti assieme quei deficienti. Comunque Romeo se ne andò lasciando Tancredi solo con le nuove conoscenze, la tempesta si faceva via via più violenta e sembrava le pareti dovessero essere spazzate via «Allora, signor Tancredi, cosa ne pensi della tragedia recente, quella che ha travolto il mondo intero, perlomeno quello civilizzato.» disse strascicando le parole la signora Gramsci.
  «Ma cosa vuoi che interessi a lui» intervenne il signor Gravoni prima che l’interpellato potesse rispondere «Sei uno che studia tu, vero? Di cosa ti occupi signor Tancredi?»
  Tanta disinvoltura travolse il nostro eroe che balbettò «Ehm, ora come ora sto scrivendo un trattato.»
  Il signor Gravoni si rivolse agli amici «Visto, ve l’avevo detto, qui a Il Fagiano non si viene mai per niente.» tornò a Tancredi «Adoro i vostri posti, li trovo suggestivi.»
  «Io adoro la pioggia» sei un cretino, si disse poi Tancredi nella sua testa.
  Ma il signor Gravoni aveva voglia di chiacchierare, manco fece caso a quell’uscita «Di cosa parla il vostro trattato?»
  «È nato tutto da un ricordo, un giorno con amici ero a Roma, così senza motivo ci mettemmo a cantare, sta di fatto che a Roma non c’è mai poca gente anche se per quasi tutto l’anno – per un motivo o per un altro – il clima è terribilmente ostile; insomma ci passò vicino ‘sto cinese che, mettendosi una sigaretta in bocca, lasciandosi intanto sfuggire una risata ci disse «Italia!» e noi in suo onore abbiamo fatto una grande esultanza ed altri cori ancora. Bellissimo direte, un posto come il nostro, crogiuolo di culture millenarie, che proprio si fonda sull’accoglienza e sul far festa, chissà che progetti ancora più integrativi, chissà cosa si starà organizzando per dar modo alla nostra identità di esprimersi in tutto il suo essere aperta e tollerante (anche se un po’ cafona). Poi ti informi un minimo e vedi che, se le elezioni si facessero domani, in massa voterebbero la destra, la nostra destra, quella che c’è oggi, una destra che definendosi democratica (o meglio, definendosi un centrodestra) esprime in realtà concetti retrogradi di quello che è a tutti gli effetti un integralismo. Ecco per me questa è una perversione, un po’ come quando ti concentri sulla pellicina al lato dell’unghia e la torturi finché da qualche parte non comincia ad uscir sangue.»
  «E il bello è» insisteva imperterrito il signor Gravoni «che sono gli stessi, quelli che dici tu, a farsi forti delle parole del Vangelo.» gli altri compari alzarono gli occhi al cielo, Manuela diede una gomitata a Yuri e l’altro fece un cenno d’intesa.
  «Ce l’hai su con ‘sto vangelo.» s’intromise la signora Gramsci.
  Il signor Gravoni fece finta di niente «Leggendo il Vangelo, signor Tancredi, non vien minimamente da pensare a robe tipo la sofferenza della vita, in quanto al ruolo dell’uomo e della donna così come riguardo a come ci si veste entrando in chiesa, sono parole di quel pazzo di San Pietro che non so con quale criterio è stato inserito in un testo così rivolto in realtà alla libertà e alla tolleranza. Io, per dire, Gesù me lo vedo coi rasta e gli occhiali da sole magari mentre si fuma una canna, anzi lui non li affronta mai quelli che gli vanno incontro per metterlo alla prova, per denigrarlo; addirittura, dopo aver dimostrato più volte di essere in grado di sconfiggere la morte, quando tocca a lui di salvarsi da essa non fa niente, si lascia morire, lui resuscita direttamente, va oltre.»
  Tancredi faceva cenno di sì al signor Gravoni, non riusciva però intanto a staccare gli occhi dalla Gramsci il cui viso si era fatto paonazzo, d’un odio da manicomio, ebbe un sussulto poi quando la vite partire in quarta, anche Gravoni si fermò un attimo dall’espletare le sue teorie al veder l’interdirsi del suo nuovo adepto, Tancredi però lo rassicurò e lui ricominciò ignaro del fatto che nessuno in quel momento lo stava ascoltando, l’attenzione era tutta sulla Gramsci che si era scaraventata contro Yuri seduto sul divano accanto a Manuela per una partita alla Playstation «Ma come cazzo è possibile che perdi sempre Yuri, hai visto, le hai dato soddisfazione, le hai dato soddisfazione un’altra volta!»
  Aveva smesso di piovere, Tancredi rimpinzato ben benino ritornava a casa, incredibile Romeo non lo avesse fatto pagare, forse l’amicizia esisteva veramente in fondo, si guardò il braccio; i segni che gli aveva lasciato Grigino numero due se ne erano andati ma non da troppo tempo in realtà, lo aveva accudito fin da quando era nato quel gatto, poi cresciuto – da buon gatto lasciato in libertà – questo si era fatto distaccato, provò ad accarezzarlo più di una vola ma gli sfuggiva; quel giorno si nascose sotto un’automobile lì parcheggiata appena fuori dal recinto di casa (forse un qualche parente era venuto a far visita) Tancredi allungò il braccio sotto l’auto, provò un dolore atroce e quando lo ritirò vide le proprie carni letteralmente fatte a brandelli.     
  Arrivò a casa, non aveva ancora guardato l’ora, le due di notte; proprio come quella volta che incontrò per caso Loredana che, come lui, da buona sedicenne se ne tornava a casa che erano le sette di mattina, piangeva: «Cosa c’è?» le chiese lui.
  «Armando, quel cretino volva scopare.»
  «E tu?»
  «Non me la sentivo.»
  «Si è arrabbiato?»
  «Ci mancherebbe altro, di’ che si provi pure, mi fa “E io dovrei arrivare a vent’anni vergine?” l’ho lasciato lì.»
  «E lui?»
  «Chissenefrega!»
  Tancredi, ripensando al valore dei sentimenti quando si è ancora acerbi, così intensi e così fittizi, accese il computer, si sarebbe scaricato uno o due film da vedere nei prossimi giorni, tanto ancora non aveva sonno. Aprì Cineblog01 e come una coltellata, gli tornò in mente Giammaria, la faccia disperata dell’uomo che per poco non aveva preso sotto per strada, il cenno che aveva fatto il signor Gravoni riguardo a quella cosa che però a lui, al suo circolo, non tangeva di una virgola. “Errore caricamento pagina” Mixdrop, Supervideo, qualsiasi altro cazzo di link dal quale scaricare film, era stato bloccato.
 
   
 
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