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Autore: Puffardella    29/10/2021    1 recensioni
Lucio è un giovane e ambizioso legionario - un tribuno della Ventesima - in istanza nella Britannia del nord, al confine con la Caledonia. Ama il potere sopra ogni altra cosa ed è intenzionato a tutto pur di raggiungerlo.
Eilish, secondogenita di Alasdair, re dei Caledoni, è una ragazza dal temperamento selvatico e ribelle, con la straordinaria capacità di ascoltare l’ancestrale voce della foresta della sua amata terra.
Chrigel è un valoroso guerriero, forte e indomito. Unico figlio di Akon, re dei Germani, ha due sole aspirazioni: la caccia e la guerra. Possiede una coerenza talvolta spietata che, però, non lo priva della stima e dell'affetto della sua gente.
I loro destini si incroceranno in un crescendo di situazioni che li spingerà verso l’inevitabile, cambiandoli per sempre.
Genere: Guerra, Romantico, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Antichità
Capitoli:
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L’Orso e la Lupa


Il vecchio se ne stava seduto, in paziente attesa, all’ombra di un grosso salice in cima a una piccola altura dalla quale era possibile osservare, rimanendo nascosti, il villaggio britannico sorto intorno alla stazione di posta romana.
Poco distante da lui, la capretta da latte che si portava dietro nel suo viaggio brucava in tutta tranquillità ciuffi d’erba scoloriti, bruciati dall’arsura di quegli ultimi giorni d’estate.
Alle spalle del piccolo villaggio, all’orizzonte, si intravedeva la sagoma evanescente delle Montagne Azzurre. Oltre quel confine c’era la Caledonia, con le sue dolci colline, le verdi vallate, i fitti boschi e i fiordi che si affacciavano sul Mare del Nord.
Il vecchio si agitò nell’intimo. Cercò di non pensarci, ma non era facile. Era entrato in Britannia da una manciata di giorni, ma aveva nostalgia della sua terra come se l’avesse abbandonata da anni perché sapeva con assoluta certezza che non vi avrebbe fatto più ritorno, che il suo destino era morire su quel suolo straniero.
Il piccolo nel fagotto che teneva sulle gambe ossute si mosse mentre formulava quel triste pensiero, ricordandogli il motivo del suo sacrificio e rinfrancandolo un poco. Il neonato aprì gli occhi e si lamentò, ma subito li richiuse e ricadde in un sonno profondo.
Una donna e suo marito, seguiti da una nidiata di bambini, percorrevano proprio in quel momento la strada lastricata che conduceva alla stazione di posta e, tre miglia più a nord, al castro, dove ogni famiglia che abitava nella provincia romana di Eboracum doveva recarsi per il censimento che periodicamente, circa ogni dieci anni, Roma imponeva non solo nel nord della Britannia ma in tutte le province di tutto l’impero romano. La donna portava anch’essa un fagotto simile a quello con il quale il vecchio aveva viaggiato in quelle due settimane, legato sulla schiena col carico davanti, e dal modo in cui lo avvolgeva con le braccia era chiaro che in quel fagotto, come in quello dell’anziano caledone, vi fosse un neonato.
Il vecchio osservò la donna con meticolosa concentrazione. Dopo un lungo istante scosse la testa. Lui aveva già vissuto quel momento, il momento in cui la Storia, così come procedeva da secoli, era destinata a cambiare e ad essere riscritta. Lo aveva chiaramente visto in sogno e sebbene da anni soffrisse di vuoti di memoria e qualche volta gli capitasse di dimenticare perfino quale compito gli dei gli avessero affidato e il motivo per cui, per la prima volta da quando era nato, aveva varcato i confini della Caledonia, tornava sempre a ricordarselo. E quella non era la donna che stava aspettando.
«Non ancora, piccolo principe» disse rivolto al piccolo che era tornato a lamentarsi e ad agitarsi dentro gli stracci, sulle sue ginocchia.
Sollevò lo sguardo sulla strada, in direzione sud, e ripeté fiducioso:
«Non ancora…»


CAPITOLO 1

LUCIO
La luce chiara del giorno si rifletteva sui marmi del Foro, facendolo risplendere di un bianco abbacinante. In mezzo alla piazza, fiancheggiata sui lati maggiori da due portici colonnati nei quali si aprivano simmetricamente due grandi esedre, troneggiava la colossale scultura raffigurante il Divo Augusto sulla quadriga trionfale.
Nel centro del lato orientale, costruito a ridosso del massiccio muro in pietra gabina che separava tutta l’area dei Fori dalla Suburra, dominava il tempio dedicato al dio Marte, con le sue alte colonne di marmo lunense, otto su ciascuno dei tre lati. 
Alla sua vista Lucio fu attraversato da un brivido di eccitazione e accelerò il passo, facendosi strada tra la folla chiassosa che, già di prima mattina, affollava questo come gli altri Fori romani. Salì i diciassette gradini che portavano al podio con il cuore che gli galoppava furioso nel petto.
Era passato quasi un mese da quando aveva fatto ritorno a Roma e aveva consegnato nelle mani dell’Imperatore Vespasiano in persona, in quello stesso luogo e in presenza di tutto il Senato, l’aquila della Ventesima, la legione che aveva conosciuto l’umiliazione e la tragedia della sconfitta assoluta fino al quasi totale sterminio per mano dei Germani guidati dal feroce re Orso.
Tutto era accaduto nell’arco di appena una manciata di mesi. Lucio, uno degli unici tre Romani sopravvissuti di cui si avesse notizia, era stato catturato dai Germani durante il combattimento finale e, insieme all’aquila, portato nell’accampamento germanico. Era stato solo per un caso fortuito che era riuscito a fuggire quella notte stessa, dopo un corpo a corpo con alcuni Germani dal quale era uscito vittorioso ma piuttosto malmesso.
In seguito era stato trovato, nascosto e curato dai Caledoni. Senza il loro aiuto non sarebbe mai riuscito a raggiungere, vivo e incolume, la provincia romana in terra britannica, né successivamente a riportare l’aquila alla sua legittima proprietaria: Roma.
L’imperatore aveva stabilito che venisse custodita proprio in quel tempio, insieme ad altri cimeli divini come la spada di Giulio Cesare e le insegne perse da Crasso nella disfatta di Carre e riconsegnate poi ad Augusto dagli stessi Parti decenni dopo. Vespasiano aveva inoltre decretato che la porta del tempio rimanesse aperta per trenta giorni, per dare modo a ogni cittadino romano di recarle onore.
Lucio si era recato al tempio ogni giorno e ogni volta era stato aggredito da violente emozioni. L’aquila rappresentava per lui molto più di un emblema divino. Era il simbolo del suo odio nei confronti del re dei Germani, al quale aveva giurato vendetta, e che fosse stato scelto come suo luogo di dimora proprio il tempio del dio della guerra, il Marte Ultore di Augusto, lo trovava significativo, di buon auspicio.
Appena ebbe varcato la soglia del tempio, sorvegliata da due guardie pretoriane, fu investito dal forte odore degli incensi che bruciavano negli enormi bracieri posti su entrambi i lati della cella. In fondo, sul podio collocato nell’abside, si ergevano solenni e maestose le statue di Venere, di Marte e del Divo Cesare. L’aquila era stata collocata nel mezzo, ai piedi del dio Marte, adagiata sopra un piedistallo di marmo.
Lucio si sentì pervadere da un sentimento fortissimo, di mistica e fervente rivalsa. Attraversò l’area della cella cercando di mantenere un passo rispettoso, noncurante degli sguardi degli astanti i quali, riconoscendo in lui l’eroe che aveva strappato dalle grinfie dei nemici l’insegna divina, al suo passaggio lo indicavano bisbigliando.
Si fermò alla base del podio - il cui accesso era vietato -, gli occhi puntati sull’aquila, tremando in ogni fibra del suo essere. Ad un certo punto sollevò lo sguardo su Marte e gli rivolse una silenziosa quanto sentita preghiera, chiedendogli la forza, il coraggio e la perseveranza necessarie per portare a compimento la promessa che aveva fatto il giorno in cui aveva trovato le decine di pire funerarie sulle quali erano stati cremati centinaia di Caledoni, compresa la principessa Eilish. A quel ricordo, Lucio sentì il sangue sciogliersi e scorrere più veloce, divampare come un incendio e bruciargli nelle vene.
Pensare alla principessa caledone lo addolorava, sempre.
Quando aveva scoperto di essere arrivato troppo tardi per coloro che lo avevano aiutato e salvato, per Eilish e suo padre e quei Caledoni che, inconsapevolmente, erano stati sacrificati perché lui vivesse, era stato aggredito da sentimenti devastanti, di profondo odio e rammarico e frustrazione, ed era stato allora che aveva promesso a se stesso che sarebbe tornato in Caledonia e si sarebbe vendicato del Guerriero Orso. Non importava quanto tempo sarebbe occorso, ma lo avrebbe fatto. Marte lo avrebbe aiutato, così come aveva aiutato Augusto a vendicare Cesare.
«Gli dei trovano sempre il modo di portare a compimento i loro propositi» disse una voce femminile al suo fianco, distogliendolo bruscamente dalle sue meditazioni.
Colpito da quell’affermazione si voltò a guardare la donna che aveva parlato in quel modo, quasi che fosse stata in grado di leggere nei suoi pensieri. Era completamente avvolta in una palla di cotone color arancio, di eccellente fattura, e teneva a sua volta lo sguardo fisso sull’aquila.
«Come?»
«L’aquila è salva per volontà degli dei. Essi hanno mandato te, Lucio Caio Impervio, a recuperarla. Si sono serviti di te, sei stato il mezzo attraverso il quale hanno adempiuto il loro volere…» spiegò la giovane donna, voltandosi lentamente verso di lui.
Lucio sentì il cuore mancare un battito nel riconoscere i tratti familiari del volto della giovane.
«Lidia…» alitò sconcertato.
La donna chinò la testa da un lato e lo osservò con un guizzo divertito negli occhi nocciola.
«Ti trovo bene, fratello. Non sei cambiato affatto» disse in tono gentile, ma con una freddezza negli occhi che non lasciava dubbi circa i suoi reali sentimenti.
Lucio aprì la bocca per parlare, dirle qualcosa, ma era stato colto alla sprovvista, la sorpresa lo aveva investito in pieno come una carrozza guidata da cavalli impazziti, congelandogli ogni pensiero e ogni parola.
Lidia scosse leggermente il capo, godendo del suo disagio.
«Lascia perdere, Lucio, puoi fare anche a meno di cercare parole di circostanza che sappiamo bene tutti e due risulterebbero solo fastidiosamente ipocrite. Non sono venuta in cerca di te per rinsaldare legami di sangue sciolti e dimenticati da secoli, ma per portarti un messaggio» enunciò, facendoglisi più vicina. «C’è una persona che desidera incontrarti. Aveva bisogno di un posto sicuro, lontano dagli occhi indiscreti di cui Roma è piena, e ha chiesto a me di farvi da anfitrione… Se avessi potuto, credimi, gli avrei negato questo favore, l’idea di incontrarti non mi allettava particolarmente, ma non me la sono sentita di dirgli di no. Devo molto a quest’uomo.
A differenza del mio stesso sangue ha avuto misericordia di me e mi ha aiutata a risollevarmi dal fango nel quale ero stata gettata, nel quale tu mi avevi gettata, e a rifarmi una vita tutta nuova. Vedi, io e te abbiamo questo in comune: siamo entrambi pedine nelle mani di qualche potente, nella speranza che un giorno la situazione si ribalti e ci permetta di giocare dalla parte giusta del tavolo, come giocatori e non come pedine…» concluse mettendogli una mano sulla spalla, che poi lasciò scivolare lungo tutto il braccio fino ad incontrare la sua mano, che strinse in un gesto apparentemente affettuoso.
Lucio accolse nella sua mano il bigliettino che lei, con accurata disinvoltura, gli aveva passato. Lo chiuse nel pugno e chiese, a bassa voce per non farsi udire dalle persone che, sempre più numerose, cominciavano ad affollarsi intorno a loro: «Chi è l’uomo che vuole incontrarmi?»
Ma Lidia si limitò a sorridere, fingendo deferenza.
«È stato bello rivederti, Lucio Caio Impervio. Quasi non ci speravo più…» disse in tono beffardo prima di andarsene.
Lucio seguì con lo sguardo la figura della sorella muoversi aggraziata verso l’uscita del tempio, finché non scomparve inghiottita dalla calca di gente.
Fu colto da un leggero capogiro e all’improvviso sentì l’impellente necessità di uscire all’aria aperta per respirare a pieni polmoni, riprendersi dallo stordimento che quell’incontro inaspettato gli aveva provocato, e ci si precipitò a gran passi.
Una volta fuori, fu investito dalla luce accecante del giorno e si fermò un istante a schermarsi gli occhi. Dopodiché fece quasi di corsa i gradini e tornò nella piazza, intento a lasciare al più presto il Foro. Stavolta, però, per uscirne, non prese la via del Foro di Cesare, com’era solito fare. Tornò indietro e affiancò il tempio, dirigendosi verso l’arco a tre fornici che apriva un varco sul lato nord del muro di confine. Lo attraversò, scese i gradini che compensavano il forte dislivello esistente tra il Palatino e la Suburra, e presto si ritrovò nel cuore pulsante della Città Eterna, il quartiere più popolare, povero, malfamato, miserabile, sporco e genuino di tutta Roma.
Lucio, che conosceva bene il quartiere essendoci lui stesso nato, percorse le vie strette e polverose fiancheggiate dalle enormi insule, talmente alte e massicce da soffocare il cielo. La gente si accalcava sotto i porticati nei quali si susseguivano negozietti e botteghe di ogni genere, non solo per fare acquisti ma anche per trovare riparo dalla canicola di fine estate.
Entrò in una locanda, ordinò del vino e delle olive e sedette ad un tavolo appartato, lontano da occhi curiosi e indiscreti. Attese che la locandiera gli portasse la brocca di vino e le olive, e quando si fu ritirata distese sul tavolo il bigliettino scritto su pergamena lasciatogli dalla sorella, curioso di leggerne il contenuto, scoprire chi fosse il misterioso uomo che aveva esigenza di incontrarlo e, soprattutto, decidere se lui ne avesse o meno lo stesso bisogno. Ma rimase deluso dal suo contenuto.
Il messaggio riportava solo tre indicazioni: “Suburra Minore , Casa di Venere, tra la prima e la seconda vigilia notturna.”
Lucio accartocciò stizzito il foglietto. Detestava essere obbligato a fare qualcosa contro la sua volontà e lui chiaramente non aveva nessuna voglia di incontrare di nuovo la sorella, nei confronti della quale provava sentimenti contrastanti, né tantomeno il suo generoso quanto misterioso benefattore. Ma non poteva tirarsi indietro. Quell’uomo, chiunque egli fosse, aveva architettato ogni cosa nella massima segretezza. La ragione doveva essere di enorme importanza e lui, a questo punto, era intenzionato a scoprire quale fosse.
   
 
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