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Autore: Vanya Imyarek    31/10/2021    3 recensioni
La teoria della mente si definisce come la capacità di attribuire correttamente stati mentali a sé e agli altri, realizzando che quelli altrui siano differenti dai propri.
Dieci persone vengono messe alla prova in riguardo alla loro teoria della mente.
Genere: Horror | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate
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“Smettila di fare quel rumore”

 Di che cosa stava parlando il papà? Mihaela Faur stava facendo un sacco di rumori. Stava dondolando i piedi davanti alla sedia, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro, la calmava. Accarezzava la testa di Boris, frush, frush, frush della sua mano contro la stoffa. Respirava. La canzone che i suoi avevano messo su durante il viaggio in macchina le suonava nella testa. Di che rumore stava parlando il papà?

 Nell’attesa di ulteriori informazioni, non disse niente. Lui sbuffò.

 Sia lui che la mamma erano seduti rigidi sulle sedie di plastica della sala d’attesa, le mani che stringevano i bordi. Lo facevano spesso da quando si erano messi a visitare tutti quei dottori, così tanti, cambiavano così in fretta, non le piaceva e quindi perché continuavano a farlo? Magari era una cosa da grandi?

 La porta si aprì, e il dottore sorrise e li invitò dentro.

 “Ciao Mihaela, come stai?”

 Mihaela lo guardò perplessa. Cosa voleva dire? Non lo sapeva come stava? A cosa si riferiva, alla scuola, a casa, al parco giochi?

 “Digli che va tutto bene, Micky” le disse la mamma. “Non ha dato particolari problemi a scuola, in questi giorni. Ma non ha neanche giocato con gli altri bambini”

 “Hm. E le sue crisi?”

 “Nessuna nell’ultima settimana, grazie a Dio”

 “Avete evitato di sottoporla agli stimoli che vi ho segnalato?”

 “Sì, certo. È migliorata tantissimo …”

 “Capisco, certo. Il test di oggi dovrebbe essere l’ultimo, poi i risultati dovrebbero dare abbastanza elementi da definire una diagnosi …”

 “Basta che non ci veniate ancora a dire che è timida” borbottò il papà.

 “Dovremo aspettare i risultati del test. Ora, se vi dispiace …” la mamma e il papà si sedettero in fondo alla stanza. Mihaela, come tutte le altre volte, si sedette davanti alla scrivania del dottore.

“Adesso vorrei che facessimo un gioco” esordì il dottore, come sempre.

 Mise sulla scrivania due bambole, una con i capelli biondi, un vestitino a fiori e un cestino accanto, l’altra con i capelli castani, un vestitino a quadri e una scatola accanto.

 “Loro sono Sally” indicò quella con i capelli biondi “e Anne” la castana.

 “Lui è Boris” disse Mihaela, porgendo il suo coniglio di peluche.

 “Sì, ma adesso giochiamo con Sally e Anne”

 Ma perché? Lei voleva giocare anche con Boris!

 “Adesso Sally mette la biglia nel cestino” il dottore le mostrò una piccola biglia rosa luccicante. “e lo copre con questo fazzolettino” un rettangolino di stoffa a fiori come il vestito della bambola. “Poi esce per andare a passeggio” il dottore prese Sally e la allontanò, lasciando lì il cestino.

 Mihaela non aveva idea del perché Sally dovesse fare tutte queste cose, ma il dottore faceva sempre giochi strani.

 “Mentre è via, Anne si prende la biglia di Sally e la nasconde nella sua scatola” Chissà perché, di nuovo. Non era molto interessante o divertente questo gioco. “Adesso guarda, Sally torna! Vuole la sua biglia: dove pensi che la cercherà, Mihaela?”

 Di nuovo, avrebbe preferito di gran lunga giocare con Boris, invece che guardare quelle bambole e rispondere alle domande. Non le piacevano i giochi dei dottori.

 “Nella scatola di Anne” replicò. “E’ lì”

 Si sentì uno schiocco, come se suo padre si fosse sbattuto una mano sulla faccia. Sentì un sospiro di sua madre. Il dottore le sorrise.

 Più tardi, fuori dalla stanza, ascoltava il dottore che parlava con i suoi genitori. Diceva che il ‘test della falsa credenza’ era superato di solito da bambini di quattro anni. Che Mihaela, a sette, non l’avesse superato, era indice che andava a sommarsi a tutti i suoi altri tratti e …

 Mihaela perse la concentrazione. Di quale test stava parlando? Le veniva in mente solo il gioco con le bambole. Era un test? Ma non era come le verifiche a scuola! E dove aveva sbagliato …?

 

                                                                         ֍

 

Mathilde Schneider aprì gli occhi, vide il sole alto nel cielo, vide sull’orologio da parete che avrebbe dovuto essere a lavoro un’ora prima, imprecò e si rigirò dall’altra parte. Dopo circa due minuti, quella fastidiosa parte del suo cervello che le ricordava il bisogno di soldi ebbe la meglio, e la giovane donna si alzò con un mugugno.

 Non aveva sentito la sveglia, che palle … eppure non aveva neanche bevuto troppo, la sera prima.

 Riuscì a raccattare abbastanza voglia di vivere per andare in cucina e prepararsi un caffè, lavandosi e vestendosi con le prime cose che trovava mentre aspettava che fosse pronto. Ed eccola lì, tazza di pozione magica in mano da trangugiare in fretta, scuse da rifilare al titolare, un’occhiata veloce al cellulare per controllare che non ci fossero messaggi dai suoi amici e tra un attimo sarebbe andata … uh, lo schermo si apriva su Dragon Freaks. Strano, non ricordava di aver aperto quello stupido giochino la sera prima, ma magari le era sfuggita la mano sull’icona. Adesso l’avrebbe chiuso e sarebbe passata a controllare WhatsApp …

 

Bruno Neumann fece per scagliare quel telefonino di merda contro la parete, all’ultimo si ricordò di cosa costassero quegli affari, e cambiò mira abbastanza perché la sua vittima rimbalzasse innocuamente contro la testiera del divano. Non altrettanto soddisfacente, ma almeno non avrebbe dovuto sborsare un capitale per uno nuovo … o forse avrebbe dovuto farlo lo stesso, senza essersi tolto la soddisfazione, perché il problema persisteva.

 Quella app, un giochino sparatutto, non voleva saperne di chiudersi. Le aveva provate tutte, il pulsante esci, chiudere dalla schermata Home, spegnere e riaccendere il cellulare, ma nulla: lo schermo continuava imperterrito a mostrargli il suo personaggio, fucile in mano, che scrutava le strade.

 Adesso lui non riusciva manco a visualizzare chiamate, messaggi, fare ricerche, tutta quelle stronzate che però erano necessarie! Sicuro che ci sarebbe stato da pagare, vita di merda …

 

Daniel Ambarat voleva solo controllare i messaggi per dieci secondi prima di attaccare a esercitarsi al piano. Non gli interessavano imprevisti come trovare una cacofonia di descrizioni in voiceover che, riuscì a capire dopo qualche minuto, significava che per qualche motivo era finito su Audio Rally Racing.

 In modalità multiplayer con degli sconosciuti molto infelici, per giunta, a giudicare dalla sequela di oscenità più o meno ripetibili che gli arrivavano alle orecchie. Un errore strano, ma anche con il voiceover poteva capitare di premere i tasti sbagliati.

 Richiese il comando per uscire. Non accadde assolutamente nulla. Diversi tentativi produssero gli stessi frutti.

 D’accordo, il problema iniziava a farsi fastidioso. Uscirne senza aiuto sarebbe stata un’impresa …

 

Edmund Lehmann non riuscì a trattenere una risata al puro delirio che vedeva sullo schermo del telefonino.

 Una semplice app di simulazione ‘costruisci la tua città’, nulla di particolarmente elevato ma utile per passare il tempo. Negli ultimi mesi si era costruito una piccola città carina, con edifici ben allineati e immagini di omini sorridenti come cittadini.

 Adesso c’era un pazzo furioso in auto che sfrecciava per le strade, travolgendo gli omini non più sorridenti e scatenandone la fuga disperata; un cecchino stava appollaiato sul tetto del comune, e ogni tanto sparava di sotto; e quando scorreva lo schermo verso l’alto, trovava una zona della città sotto attacco di una tizia con tre draghi. Ma che razza di bug era quello?

 Fu allora che si rese conto che c’erano dei nomi associati a quelle figure. Erano altri giocatori! Era stata implementata una modalità aggiornata senza che lui se ne accorgesse?

 Suonava senz’altro una cosa molto più vivace di quanto avesse fatto fino a quel momento. Era disponibile una chat per le interazioni personali; magari avrebbe ottenuto spiegazioni, se qualcuno fosse stato abbastanza gentile da smettere di devastare la sua città per fornirgliele.

 Scusate, è la prima volta che uso la nuova versione. Qualcuno mi spiega come funziona? J

 

Ma ficcatela nel culo la nuova versione!

 Dopo tutto quello che Gerald Krause aveva passato da quando aveva avuto l’idea infame di prendere il cellulare, quel messaggio stucchevole con quella cretinissima faccina sorridente ebbe il potere di fargli saltare definitivamente i nervi.

 Ormai era un’ora e mezza che cercava di uscire da quel giochetto di strategia, che normalmente gli piaceva anche, ma adesso rifiutava categoricamente di schiodarsi dal suo schermo, non importava quanto lui cercasse di chiudere. Dovevano averglielo hackerato, questo era chiaro anche dai draghi e dalle auto che schizzavano in giro e dalla piccola cittadina in cui ora si muovevano le sue legioni romane.

 Ma intanto non riusciva a vedere se Niederl gli avesse risposto, e non era il caso di far aspettare gente del genere, che chissà cosa si ficcava in testa … e poi doveva anche andare a prendere Alice e non riusciva a chiederle a che ora sarebbe uscita da nuoto, e Kristina sarebbe andata in bestia. Poi magari Karen avrebbe cercato di chiamarlo a casa, non trovandolo su cellulare? Tette da urlo, quella donna, ma non esattamente sveglia …

 

Henrik Mayer si sforzò di seguire la conversazione che aveva luogo sotto i suoi occhi. Magari qualcuno avrebbe saputo come uscire da quella situazione, perché ovviamente lui, coglione che era, non sapeva neanche come aveva fatto a finirci in primo luogo.

 Si sfregò la fronte con una mano. Ci mancava pure questa … ma sarebbero mai finite le sfighe nella sua vita?

 Ridicolo … non era riuscito a finire gli studi, non riusciva a trovare lavoro neanche part time, stava bloccato a casa dei suoi, e stava lì a sentirsi abbattuto perché una app di running che non usava neanche tanto spesso era impazzita. Almeno il cellulare poteva essere riparato … certo, avrebbe dovuto chiedere i soldi ai suoi …

 E: Calma, ho solo fatto una domanda!

  B: Sottoscrivo a ‘G’, chiunque egli sia, in attesa che vi leviate tutti dal mio telefono. Io ho da fare!

 M: È un cazzo di hacking, geniaccio, qui non se ne esce a meno che qualcuno non sia un decente smanettone.

 

Proviamo tutti a spegnere e riavviare?

 Suggerì Iris Roth. Certo che se ne trovava di bella gente sulle chat delle app! Tutti a strepitare, e nessuno che provasse con la soluzione più logica, che lei implementò.

Lo schermo si annerì, per poi tornar in vita, esattamente sul gioco di ruolo fantasy sul quale l’aveva chiuso. E sempre con quegli elementi senza senso: il setting cittadino, legioni romane, cecchini con la pistola, auto impazzite e Pokemon.

 Nascose i suoi poveri personaggi in una stradina relativamente protetta e tornò a controllare la chat. A parte qualche insulto molto colorito a seguito del suo suggerimento, nessuno aveva fatto aggiunte utili. Iris sospirò. Questa proprio non ci voleva.

 Allora bisognerà portarlo da un tecnico, e poi fare reclami verso i distributori delle app, spiegò.

 

Certo, perché tutti abbiamo i soldi per permettercelo!

 Judith Ziegler si sforzò di concentrarsi sul suo conto bancario, pericolosamente vicino al rosso. Altrimenti, la catarsi del prendere il computer e scagliarlo contro la parete, per poi saltarci sopra ripetutamente, sarebbe stata troppo dolce per resistervi.

 Ma non era possibile che le capitasse anche questo! Il computer le serviva per lavorare, dannazione! E le scadenze … be’, erano sempre pressanti, se voleva farsi conoscere come illustratrice non poteva esattamente fare la schizzinosa con le commissioni, ma adesso sarebbe stato un incubo.

 Il suo solito programma di disegno adesso era mischiato alla schermata di una specie di folle gioco, con una cittadina invasa da cecchini, automobilisti impazziti, ed eserciti sia reali che fantasy. La lasciava libera di disegnare quello che voleva sulla mappa, tramite l’avatar di una fata che era stata tra i suoi primi disegni, ma i suoi progetti erano completamente inaccessibili.

 E ci si metteva pure quell’idiota, a dare lezioni in cattedra come se ci fosse tutta la scelta del mondo e loro fossero solo scemi a non coglierla!

 

Oliver Schreiber fissò lo schermo, chiedendosi come fosse possibile che nove persone su dieci riuscissero a fissarsi contemporaneamente sul problema sbagliato.

 Erano stati hackerati, dannazione! Chi se ne importava di non riuscire più a mandare messaggi in giro, tutti avrebbero avuto un computer oltre al cellulare e avrebbero avvertito chi di dovere con quello, il problema vero era che qualcuno era entrato in possesso dei loro dati. Poteva controllare i loro telefoni.

 E mentre lui stava lì a cercare di far uscire la schermata da Pokemon GO!, dove i suoi mostriciattoli erano sotto attacco da legioni romane e cecchini sui tetti, quel maledetto hacker probabilmente gli stava frugando tra i dati, e se avesse visto le foto … cazzo, sperava almeno che fosse ragionevole e come ricatto chiedesse una cifra che lui potesse permettersi …

 

Ehi, quello-dei-draghi … sai che se passo il cursore sulla tua icona, esce la tua droga preferita?

 Mathilde imprecò. Quindi quella merda che le aveva hackerato il cellulare stava pure passando in giro i suoi dati? Fanculo.

 Ma che senso aveva tutto quello? Era un modo fin troppo elaborato per distrarli mentre le loro password venivano recuperate e spedite chissà dove? Fred le aveva detto che password e dati sensibili potevano essere rivenduti sul deep web. Ecco, forse poteva chiedere consiglio a lui? No, primo lui usava quella roba solo per ordinare la droga e quindi non doveva saperne tanto più di lei, e secondo, con il cellulare in quelle condizioni era irraggiungibile.

 I: Un attimo, quindi sono in questo gioco con dei criminali? Che altro c’è? Cosa volete da me? Stava intanto digitando qualcun altro.

 Mathilde imprecò di nuovo. Passò il cursore in giro. Effettivamente, uscivano informazioni piuttosto interessanti sugli altri utenti.

M: Ehi, tu che vai in panico per i ‘criminali’ … sai che qui ti dice che ti fai di canne?

I: Canne, mica il crystal meth! Solo una ogni tanto con gli amici, non c’è nulla di male!

M: Si, le canne, bella paraculata. A seconda di chi ti chiede, puoi dire di essere un ribelle o un ragazzino che fa robette innocue. Deciditi su, il mondo fa a meno della tua vigliaccheria!

B: Che ribelle, come se riempirsi di droga servisse a qualcosa … ma vai a cagare va.

M: Vai a cagare tu. Io almeno vivo come mi pare, invece di fare un lavoro da fallito e frignarmi addosso tutto il tempo.

B: Ah, allora hai il paparino ricco? Perché quella roba non costa poco. O vivi per strada e magari spacci a tua volta?

M: Fottiti. Non sono cazzi tuoi.

B: Opzione paparino ricco confermata, allora.

Mathilde tirò un pugno al tavolo. Ma come si permetteva quello stronzo? Non sapeva un cazzo di lei, e si permetteva di sparare giudizi. Come se lei fosse stata una viziata figlia di papà!

 Figlia di papà lo sarebbe stata se fosse rimasta lì, nella casa dei suoi, a sbattersi per essere la brava ragazza che volevano loro e a beccarsi critiche lo stesso per la minima stronzata, in cambio di studi pagati e un tetto sulla testa finché non si fosse avviata a un lavoro rispettabile.

E: Okay, tutti hanno esposto le loro ragioni, intervenne il professorino, che a quanto pareva si sentiva l’unica persona ragionevole da quelle parti e ci teneva a ostentare il suo tono conciliante. Certo, non è esattamente il massimo sbandierare una vita sregolata sostenuta da altri a persone che hanno bisogno di lavorare per vivere, ma qui abbiamo bisogno di collaborare per uscire da questa situazione.

M: Ma crepa.

I: Ecco, appunto, commentò la tizia del GDR fantasy.

G: Ehi, ha perso dei punti, intervenne un altro, quello con le truppe romane. Di che cazzo stava parlando?

E: Vero! Tipa dei draghi, la tua barra dei punti!

La barra che nel gioco normale avrebbe segnato il suo stato di salute, che quando tutto quel casino era cominciato era stata completamente rossa, a segnare il massimo, aveva ora perso qualche tacca. J: Quindi … cosa succede, gli attacchi personali si riflettono sul punteggio? È per questo che ci escono informazioni sugli altri? Ragionò la ‘fata’. 

B: Quindi dire le cose in faccia alla gente fa perdere loro punti? Potrebbe iniziare a piacermi questo gioco, rispose l’imbecille con il cecchino.

 Mathilde gli dedicò l’emoticon di un dito medio.

B: Sai che altro dice? Che ai tuoi fa schifo il tuo stile di vita.

M: Fatti i cazzi tuoi.

B: Altrimenti? Guarda, ti è scesa ancora la barra della salute. Non dirmi che il tuo marchio da ‘vera ribelle’ è mammina che ti fa la faccina arrabbiata!

M: Ma quanto devi essere fallito per sprecare aria a lagnarti di chi vive meglio di te?

B: Vive meglio di me? Una che si riempie di droga perché la sua vita non ha senso?

La barra della salute calò notevolmente. Mathilde imprecò. Dannazione, come funzionava questa cosa? A lei non fregava un accidente di quello che gli altri dicevano di lei! Aveva mollato quella vita di merda! Intendeva farle perdere punti per cose che non erano vere? Fanculo!

I: Comunque qui dice che le uniche persone con cui parli regolarmente sono quattro, scrisse la tipa, mentre uno dei suoi guerrieri centrava con una freccia uno dei suoi draghi. Non so te, ma non mi sembrano mica tanti.

M: E qui dice anche che temi di non aver mai avuto una conversazione significativa con nessuno! Ribatté Mathilde, e con sua somma soddisfazione la barra della salute dell’avversaria calò di una tacca.

B: Quindi siete delle fallite tutte e due, divertitevi a scannarvi, replicò il tizio del cecchino.

M: Guarda, sono sicura che là fuori ci sono centinaia di persone che non vedono l’ora di godere della tua simpatia, quindi facci il favore e levati dai coglioni.

B: Guarda, sono sicuro che i quattro tossici contati con cui te la fai non vedono l’ora di scambiarsi siringhe infette con te. Facci il favore e levati dai coglioni.

D: Scusate, capisco che sia molto piacevole stare qui e insultarci a vicenda, ma se cercassimo di capire come uscire di qui?

M: E cosa dovrei fare, stare qui e beccare insulti da ‘sto sfigato? Fate stare zitto lui.

B: Perché tu non sai come farlo, vero? Povera piccolina. Senti, perché non vai a farti una dose fatale e crepi in un cesso pubblico? Così gli adulti possono continuare a parlare in pace. Ti assicuro che nessuno sentirebbe la tua mancanza.

 La barra della salute di Mathilde esaurì anche quella misera tacca che le era rimasta. Risuonò una vocetta stridula: ‘hai perso!’. Lo schermo del cellulare divenne completamente nero. Mathilde bestemmiò.

 Si era fatta rovinare la mattinata, aveva di nuovo saltato il lavoro e il capo avrebbe sclerato, e per cosa? Provò a riavviare.

 Sì, sembrava essere tornato tutto alla normalità! La sua cara, vecchia, schermata iniziale. Decise di non perdere ulteriore tempo e corse al locale, magari il vecchio barbogio avrebbe avuto pietà se questa volta avesse avuto dei veri problemi tecnici.

 

Bruno sbuffò quando riavviò il cellulare, riportandolo in vita e scoprendo che sì, era tornato tutto normale. Fece una scansione con l’antivirus, ma questo non registrò nulla di anomalo. Assurdo … forse quegli hacker idioti erano stati soddisfatti dello scherzo e l’avevano lasciato in pace?

 Come che fosse, aveva già perso abbastanza tempo. Ovviamente il capo gli diede una lavata di testa per il ritardo; ma chi se ne fregava di quel vecchio idiota, si stavano già sul cazzo perché Bruno non gli leccava il culo come tutti gli altri. Giornata noiosa e uguale alle altre.

 A sera tornò a casa, riacchiappò il cellulare per chiamare quelli del cibo da asporto, e trovò una notifica da un indirizzo mail sconosciuto. Magari qualcosa che potesse spiegare il caos della mattina? La aprì, dito pronto sul pulsante di spegnimento a ogni accenno di fregature.

 Era un video. Si vedeva un locale, uno di quegli Starbucks o giù di lì, affollato da teenager e famiglie. Un gruppo di tizi entrò e avvicinò una delle cameriere, una tipa dall’aria sciatta e piena di piercing. Un momento, stai a vedere che era l’idiota di quella mattina?

 Parlarono qualche istante, poi uscirono. Ci fu uno stacco. La scena successiva mostrava la stessa ragazza in una stanza, legata a un letto e imbavagliata.

 Be’, le cose erano degenerate rapidamente.

 Non aveva interesse a un pessimo porno … no, non poteva essere, si era bloccato di nuovo?

 La ragazza si agitava come una pazza. Un tizio vestito di nero, con una maschera bianca, le puntava un telefono cellulare davanti. Stavano mandando avanti una registrazione: una serie di voci che accusavano la ragazza di, a quanto Bruno riuscì a capirci tra gli insulti, averli traditi e denunciati tutti alla polizia, e le ripetevano come loro, al contrario di lei, non avevano la buona famiglia e non avrebbero avuto un’uscita facile in caso di arresto.

 Un momento. Non era davvero la ragazza della mattina …? Non era una conseguenza dell’avere perso i punti?!

 Altri uomini vestiti di nero e mascherati si avvicinarono alla ragazza. Ognuno di loro aveva un bisturi in mano.

 “Sei vera?” le chiese uno degli uomini. “Sei davvero la persona che mostri al mondo?”

 La ragazza mugolò. Non poteva fare altro, imbavagliata com’era.

 “Sei la vera Mathilde?” gli uomini iniziarono a incidere, ai polsi e alle caviglie della ragazza. Lei si dimenò con ancora più vigore.

 “Non è che stai fingendo?” i bisturi furono infilati sotto la pelle della ragazza.

 “Sei solo una ragazzina borghese, di buona famiglia”

 “Non sai cosa voglia dire avere veri problemi”

 Lentamente, delicatamente, i bisturi iniziarono a rimuovere la pelle della ragazza. Lei mandò un mugolio acutissimo.

 “Basta che tu la smetta con questa vita, e i tuoi genitori ti riprenderanno”

 “Non sai cosa vuol dire nascere senza scelte”

 “Tutto quello che ti si chiedeva era avere tanti amici come gli altri bambini”

 “Sorridere e dire le cose giuste”

 “Fare la brava a scuola e prendere bei voti”

 Ormai la pelle della ragazza fino ai ginocchi e ai gomiti era stata rimossa, lasciando muscoli insanguinati in bella vista. Lei piangeva, il volto contratto nella smorfia di un dolore che non cessava.

 “Non sei riuscita a fare neanche quello? Eppure era semplice. Noi ci saremmo riusciti, se non fossimo nati nelle famiglie sbagliate”

 “Non sei riuscita a cogliere le opportunità. Quindi hai iniziato a bere, drogarti e fare sesso, perché vedevi i ragazzi isolati che lo facevano e ti sembrava figo”

 “Solo che gli altri erano emarginati per davvero. Nati nella povertà, cresciuti nella povertà, destinati alla povertà”

 La ragazza non riusciva neanche più ad agitarsi, tremava soltanto.

 “Tu volevi solo dare fastidio a mamma e papà”

 “Sventolavi loro in faccia quello che non avrebbero mai potuto avere”

 “Ti tolleravano solo perché mandarti affanculo era troppo sforzo per una come te”

 “Non li hai mai capiti davvero. Non sei mai stata una di loro. Non sei mai stata nessuno”

 La ragazza smise di tremare. Si afflosciò, lo sguardo spento. Uno degli uomini smise di scuoiarla, abbandonando il bisturi nella sua coscia, e andò a controllarle il battito cardiaco.

 Poi si girò verso la telecamera. “Deludente. Una così sarebbe dovuta durare di più!”

 Lo schermo tornò nero.

 

Bruno marciò fino al frigorifero, afferrò una bottiglia di vino scadente, se ne versò un bicchiere, e tirò giù di un fiato. Faceva schifo, ma era l’unica forma di alcol che aveva a disposizione.

 Cosa cazzo aveva appena visto? Quella ragazza la stessa con cui aveva litigato quella mattina? Era questo che succedeva quando finivi i punti?

 No, no, un momento. Non era possibile. Era assurdo che qualcuno si fosse inventato quel giochino così perverso per spaventare degli sconosciuti, ma ammazzarli addirittura … probabilmente era solo la clip di un qualche stupido film horror che non aveva visto. Non c’era niente di cui preoccuparsi o sentirsi in colpa. La ragazza stava benone, per quel che le sue droghe le permettevano.

 Domani si sarebbe indebitato, ma avrebbe portato il suo telefono da un cazzo di tecnico, e quella faccenda malata sarebbe finita. Adesso poteva solo dormire; impresa in cui, con sua somma frustrazione, le immagini di quella tortura non gli lasciarono successo. Ma che merda, aveva visto di peggio in film horror di bassa categoria, perché cazzo doveva turbarsi tanto?

 Il mattino lo colse perfettamente sveglio e furibondo. Fanculo la sua vita. Adesso gli serviva una bella tazza di caffè forte, ma ovviamente aveva solo quella porcata del discount; una breve occhiata al cellulare, per assicurarsi che non ci fossero altri scherzi, e puttana di quella miseria certo che c’erano altri scherzi!

 Lo schermo dava di nuovo su quel brutto aborto di giochi diversi, solo, questa volta, senza più la ragazza con i draghi. Ovviamente quegli altri imbecilli nella chat stavano impazzendo, chissà cos’erano convinti di aver visto.

 B: era una messinscena, nessuno potrebbe organizzare un rapimento e una tortura in così poco tempo!

 E: a te fa sicuramente comodo dirlo, visto il tormento che hai dato a quella povera ragazza.

 B: adesso non mettetevi a trattarla come una martire. Sarà viva e piena di siringhe da qualche parte.

 D: signori, chiedo scusa, ma non mi sembra il caso di mettersi a litigare. Comunque stiano le cose, siamo sotto attacco da un hacker, che ha accesso a, e forse ha realizzato, un film snuff. Dobbiamo prendere i telefoni e andare alla polizia.

 B: e poi non è che voi vi siate fiondati a difenderla, se non ricordo male!

 O: mi scusi, ma le sembra il caso?

 G: okay, ora state tutti zitti e ascoltatemi. Sono un poliziotto. Alle prime ore del mattino, oggi, è arrivata la segnalazione di un cadavere parzialmente scorticato, ritrovato a bordo di un fosso. È stato identificato come Mathilde Schneider.

 D: quindi è dimostrato che quel video era vero?

 G: pare che la ragazza frequentasse brutti giri di droga e la famiglia non fosse più in contatto con lei da tempo. Altri dettagli stucchevoli come le difficoltà a inserirsi a scuola e la ricerca della vera sé stessa ce le faranno sapere i giornali.

 E: d’accordo, allora possiamo riferirci a te per sapere cosa fare?

 G: quello che ha detto ‘D’, portare i cellulari alla polizia.

 Bruno aveva voglia di andare in centrale più o meno quanta ne aveva di tirarsi una martellata sui coglioni; ma anche se invisibile, quello era pur sempre un poliziotto che diceva loro cosa fare, dunque gli toccava obbedire.

 Sorpresa sorpresa: non servì a un cazzo! Non appena mise piede nella centrale di polizia, il cellulare tornò perfettamente normale, senza traccia della fusione di giochi. Rendendosi conto che senza prove non gli avrebbero mai creduto, sbuffò e tornò all’auto. Ricontrollò il cellulare. Era tornato il caro vecchio delirio di quella mattina.

 B: okay, e per la sorpresa di assolutamente nessuno, lo sbirro è utile come la merda di cane. Altro? digitò, e la barra della salute dello sbirro calò di una tacca. Ben gli stava, stronzo.

 I: Oh ma ti vuoi dare una calmata? Siamo già nei casini, non c’è bisogno di uno sclerato che insulta la gente a caso!

 J: ehi, cecchino … la tua icona dice che i tuoi genitori biologici erano tossicodipendenti. È per questo che ieri te la sei preso tanto con quella ragazza?

 VAFFANCULO. Di tutte le cose che quell’icona di merda poteva dire, proprio quella?

 Aveva perso pure due tacche della barra di salute, ma che diamine, come se le parole di quei due imbecilli avessero potuto scalfirlo! Era abituato a ben di peggio, lui. Gioco idiota.

 E: ragazzi calma. Adesso capisco il comportamento di B: vedeva in Mathilde un riflesso dei suoi familiari, e adesso in G quello dei poliziotti che non l’hanno aiutato abbastanza. B, mi dispiace davvero per quello che hai passato, ma devi lasciare andare il tuo passato. Non ti farà bene essere sempre triste e arrabbiato! J

 Bruno fissò quel messaggio con l’emoticon più idiota che si potesse mettere. Non ti farà bene essere sempre triste e arrabbiato. Come se quelle cazzo di parole idiote avessero mai fatto del bene a qualcuno!

 Sorridi, Bruno, nessuno vorrà adottarti se sembri sempre un musone! Dovresti sorridere ai tuoi nuovi genitori, ci stiamo sforzando tanto per crescerti! Smettila di parlare dei tossici che ti urlavano sempre contro, vogliamo un bambino allegro! Mi dispiace, ma dobbiamo riportare il bambino, è ingestibile! Non si preoccupi, è già la quarta volta che lo riportano qui, è un caso difficile! Nessuno ha voglia di essere tuo amico, sei sempre triste! Te lo faccio passare a sberle il muso!

 Bruno si rimise in chat, e per i minuti successivi l’augurio di morire male fu la cosa più gentile che fluì dalle sue dita.

 I: senti, il fatto che tu abbia avuto problemi non ti giustifica nell’ammorbarci tutti quanti.

 E: sii comprensiva. Però anche tu potresti renderti conto che la colpa non è nostra, B!

 E allora di chi è? Si chiese lui.

 Si udì una vocetta stridula dire ‘hai perso!’ e il suo schermo divenne completamente nero. Cosa?

 Riuscì a riaccendere. Voleva dire che aveva esaurito i punti? Non aveva neanche tenuto d’occhio la barra della salute di merda.

 E adesso? Sarebbe arrivato qualcuno a – no. Il video di quella ragazza era una qualche porcata presa da un film, la drogata era un’altra tipa scomparsa per coincidenza, non era successo niente alla ragazza dei draghi, non sarebbe successo niente a lui.

 

Iris fissò lo schermo del cellulare, ritornato alla normalità. Era finita anche questa, e i punti esauriti non erano i suoi ma quelli di una persona antipatica – ma no, che razza di pensiero era … lei non voleva che a quel B succedesse qualcosa. Non era così meschina.

 Ma del resto, non era neanche scontato che gli sarebbe successo qualcosa. Lo aveva detto lui stesso! Poteva essere la scena di un film splatter, lei non li guardava, non avrebbe saputo dirlo. O magari qualcosa di realizzato ad hoc con effetti speciali.

 Restava da aspettare quella sera. Si sorprese a ripensare con un groppo in gola, al momento in cui il sole sarebbe calato. Sarebbe arrivata la mail?

 Le guastò completamente la giornata, quel pensiero ricorrente. Non riuscì a combinare nulla, l’intera giornata a cincischiare al cellulare, chattando distrattamente con gli amici.

 A sera, il trillo del telefono: era arrivata una mail. Deglutì e la aprì.

 Questa volta l’inizio mostrava un blocco di appartamenti; un’auto si fermava davanti, alcuni uomini ne uscivano, entravano nella palazzina, e ne uscivano poco dopo, portando con sé un altro uomo dall’aria sfatta e molto, molto pallida.

 Ci fu uno stacco.

 La scena successiva mostrava l’uomo dall’aria sfatta in camicia di forza, buttato sul pavimento in una stanza sporca. Gli altri quattro uomini, armadi a quattro ante con i volti nascosti da maschere sorridenti, lo circondavano.

 “Sorridi un po’, Bruno” dicevano. “Su, cos’è quel muso?”

 “Sei noioso!”

 “Ma fottetevi, crepate tutti quanti!” rispose l’uomo a terra.

 “Smettila di avere quell’aria triste!”

 “Perché non sorridi un po’?”

 “Sei sempre così deprimente!”

 “Voi mi lasciate andare, ora, pezzi di merda …”

 “La pianti di dare fastidio?” urlò uno degli uomini.

 “Ma vaff …”

 L’uomo con la maschera sferrò un calcio nello stomaco a quello sul pavimento, mozzandogli il respiro. “Non se ne può più dei tuoi piagnistei! Adesso te la do io una ragione di piagnucolare!”

 Bruno cercò di sputare in faccia all’altro, centrandogli la gamba dei pantaloni. L’altro per tutta risposta gli tirò un calcio in faccia.

 “Non ti ci provare a fare questi capricci idioti!”

 Lo sollevò da terra per una spalla, e poi lo fece schiantare di nuovo, assestandogli subito dopo un altro calcio. Bruno, a terra, mugugnò un altro insulto. L’energumeno afferrò una sedia e gliela tirò addosso.

 “Non se ne può più delle tue lagne!” altro colpo di sedia. “Perché non puoi fare come tutti gli altri bambini e non portarci in faccia il tuo muso!” altro colpo “Non ce ne fotte un cazzo che i tuoi si facessero! Quanto ancora hai intenzione di tirarla in lungo con questa storia?” altro colpo “I bambini dovrebbero essere felici e spensierati, non lagnarsi per cose con cui i genitori non c’entrano un cazzo!” altro colpo, ancora più violento, di sedia, al punto di romperla.

 Iris si morse il labbro. L’aveva ammazzato? No, Bruno si muoveva ancora. La donna tirò un sospiro di sollievo.

 “Basta, okay …”

 Iris ci mise qualche secondo a rendersi conto che quella voce flebile e supplichevole apparteneva allo stesso tizio che stava sputando imprecazioni fino a qualche minuto prima. “Sarò bravo, ma ...”

 “E piantala con le lagne, ti ho detto!” sbraitò l’energumeno tirandogli un altro calcio nella schiena. Afferrò una lampada, che gli passava un altro degli uomini mascherati, e la scagliò su Bruno.

 “Sorriderò” prometteva intanto quest’ultimo, con in viso un’espressione demente che pareva la parodia oscena di una felice e spensierata. “Sarò allegro, lo prometto, vedi? Però smettila di …” calcio in faccia.

 “Lo dici ogni cazzo di volta, e poi ricominci a frignare dopo due giorni! Non ne possiamo più di un bambino come te!”

 “Basta …” Bruno allargò ancora di più il suo sorriso, un’espressione che sfociava ampiamente nell’innaturale.

 L’energumeno afferrò un vaso. “E sorridi sul serio, cazzo!”

 Lo schiantò in faccia a Bruno. Questi si abbatté a terra.

Un altro degli uomini lo sollevò, mostrando la sua faccia, diventata una maschera di sangue sotto cui si vedeva ancora l’ombra di quel sorriso orribile.

 “È andato. Se solo avesse smesso di essere sempre così triste e arrabbiato!”

 Lo schermo divenne nero.

 

Daniel Ambarat non era riuscito a chiudere occhio.

 Quella situazione era quasi troppo folle per credere di esserci finiti davvero. Qualcuno si era preso la briga di organizzare un giochetto letale per una decina di persone, in cui si combatteva aggredendosi su informazioni estremamente personali, che spariva automaticamente non appena la persona si avvicinava a una stazione di polizia, e con un gruppo di scagnozzi pronti a rapire e ammazzare in qualunque momento una persona che non avevano modo di prevedere quale fosse e dove si trovasse. E abbastanza soldi da organizzare stanze apposite, in cui girare video che a lui arrivavano in audio descrizioni la cui ricchezza di dettagli denotava una gentilezza tutta particolare.

 E questa era solo una delle cose assurde: l’altra era il contegno di tutte le persone coinvolte. Che senso aveva attaccarsi gli uni con gli altri a quel modo?  Era stato chiaro che i loro hacker non si sarebbero fatti scrupoli a scannare chi rimaneva senza punti, e la prima cosa che tutti si affrettavano a fare era dare addosso a un povero stronzo? Tecnicamente, erano tutti almeno parzialmente responsabili per quelle morti. Come sarebbe riuscito a ragionare con una simile manica di cani rabbiosi?

 Certo, c’era da riconoscere che non ci avesse neppure provato troppo, a intervenire. Il giorno dopo, quando il gioco si sarebbe riattivato, sarebbe stato tassativo imporre una linea di azione sensata.

 Complice la totale assenza di sonno, il mattino dopo accese il cellulare a un’ora a dir poco infame. Credeva che sarebbe stato il primo, invece trovò l’uomo di Pokemon GO! già attivo.

 D: Buongiorno. Si sente bene?

 O: sono le prime parole gentili che sento da quando questo delirio è iniziato. Ovviamente sono scosso, ma per il resto, non è successo nulla. Lei?

 D: bene, grazie. Mi ascolti: ho passato tutta la serata a riflettere, e ho raggiunto alcune conclusioni. Innanzitutto, è tassativo evitare gli attacchi reciproci.

 O: mi sembra naturale.                    

 D: in secondo luogo, sarebbe importante conoscere le rispettive identità, onde poter monitorare le rispettive situazioni.

 O: mi scusi, ma questa richiesta mi sembra molto meno ragionevole.

 D: le assicuro che non ho alcun interesse a risalire alla sua vita privata, chiedo queste informazioni solo per sapere riguardo a chi allertare la polizia nel caso qualcun altro dovesse rimanere vittima del gioco.

 O: ma con le dovute cautele, questo non sarà necessario. Date le circostanze, mi perdonerà se non sono ansioso di distribuire in giro informazioni personali.

J: Judith Ziegler. Gli altri giocatori iniziarono man mano ad aggiungersi. D ha ragione, almeno sapremo cosa dire alla polizia.

 O: ho già detto che con le dovute precauzioni non sarà necessario.

 D: piacere, Daniel Ambarat.

 H: Henrik Mayer.

 G: non credo che servirà a una mazza, ma Gerald Krause.

 E: Edmund Lehmann, piacere di conoscervi.

 I: Iris Roth.

 E: un momento. Iris Roth come la figlia del miliardario o le cinque omonime che Facebook mi fa vedere?

 I: la prima *:D

 G: uh. Adesso sono coinvolti anche i pezzi grossi. Comunque, O, non hai ancora cacciato il nome.

 O: mi rassegno alla maggioranza. Oliver Schreiber.

 J: sì, e a proposito di VIP, tu non è che sei Daniel Ambarat il pianista?

 D: in persona.

 Bene, ora c’era da sperare che la gente mantenesse la consapevolezza della situazione e non si perdesse in salamecchi o, peggio ancora, condiscendenza spalmata di cortesia.

 E: mi scusi, l’ho appena cercata su internet. Ho visto che lei è una persona di colore, immigrata e disabile, e nonostante tutto è diventato un affermato pianista. La ammiro davvero! J

  Ecco, appunto. Un allegro trillo, e gli giunse alle orecchie l’informazione di aver perso una tacca di salute. Ma che diamine … certo, quella forma particolare di superiorità che gli altri gli rivolgevano era una delle cose che più odiava al mondo.

 Sì, era figlio di immigrati marocchini, e aveva ricevuto tutti gli insulti razzisti del caso in tutte le fasi della sua vita. No, non era cresciuto nel lusso, aveva proseguito la sua istruzione lottando con le unghie e con i denti per ottenere borse di studio. Sì, era nato cieco, era cresciuto ascoltando i suoi genitori lamentare che non sarebbe mai stato davvero indipendente e avrebbero dovuto curarlo per sempre, chissà che fine avrebbe fatto quando loro sarebbero morti.

 Era stato lui a innamorarsi della musica, lui a volerla perseguire imparando a suonare con il solo aiuto del tatto e dell’udito. Era stato lui ad ascoltare ogni pezzo che sentiva finché non fosse stato in grado di ripeterlo a memoria, lui a suonare per ore al giorno, fino a consumarsi le dita, fino a che la sua competenza fosse stata pari alla sua passione. Lui a scoprire come svolgere faccende quotidiane anche senza vedere, in modo da poter, una volta avutane la possibilità economica, andare a vivere da solo.

 Di tutte queste lotte, non doveva importare nulla a nessun altro. Lui si era vinto il diritto di essere un uomo come tutti gli altri, un professionista di successo, capace di vivere autonomamente, e come tale dovevano trattarlo. Non come una cosina debole da compatire, che per di più riusciva a intrattenerli come decorazione!

 E questo particolare imbecille, poi, che non si era neanche preso la briga di ascoltare i video dei suoi concerti, aveva badato solo alle cose che l’avrebbero fatto sentire un buon samaritano! La sua musica non era qualcosa che nascondesse la condiscendenza con l’ammirazione, ma era la prova definitiva che lui poteva creare qualcosa di valore per il mondo, non solo ricevere compassione dagli altri, ma essere qualcuno che poteva dare, ispirare bellezza.

 Ma adesso calma, non doveva agitarsi. Forse, se non avesse ceduto alla rabbia, quelle maledette tacche non sarebbero calate.

 D: la ringrazio ma vaffanculo ma al momento non mi sembra la cosa più importante su cui concentrarsi.

 G: e che cosa pensi di fare? Non ho idea di come uscirne fuori, io.

 Su quelle parole, una cacofonia di urla e stridii discordanti a un volume quasi doloroso invase le orecchie di Daniel. Ma che diamine stava succedendo?

 Si sfilò gli auricolari, sperando di ridurre il volume a qualcosa di tollerabile, ma invece quello aumentò, diventando perfettamente udibile per tutta la casa. Andò avanti per quel che Daniel stimò quasi due minuti, poi cessò.

 J: okay, che accidenti era quello? Quei colori facevano male agli occhi.

 Ah, quindi agli altri era arrivato un attacco visivo. Di nuovo, chiunque avesse realizzato quel virus aveva preso misure speciali per lui.

 O: qualche carognata da parte dell’hacker … per caso oltre a un cieco c’è un epilettico tra noi?

 E: si dice non vedente.

D: a me è arrivata una cacofonia a un volume a dir poco doloroso.

 I: sì, anche noi sentivamo il rumore, però i colori facevano quasi male.

 D: capisco. Tornando all’argomento di prima, suggerirei che ognuno di noi riferisca ogni possibile mancanza nella sicurezza di internet, email sospetta ricevuta e siti non sicuri su cui siamo finiti anche solo per sbaglio.

 G: perché, vuoi sfruttarli per caso? Ti sembra seriamente il genere di informazione da distribuire così alla cazzo?

 O: concordo. Prima i nomi, e adesso questo?

 E: ma siete fuori? È non vedente, cosa avete paura che faccia?

 Daniel soffocò l'irritazione e si sforzò di spiegare l’ovvio a quella manica di imbecilli, paranoici nel senso sbagliato.

 D: è semplicemente un tentativo di rintracciare una fonte comune del virus. Se due o più di noi dovessero riportare lo stesso sito o la stessa mail, avremmo un punto di partenza.

 E; è un’ottima idea!

  J: okay, per me peggio di così non può andare. Siti web non ne ho visitati proprio, le uniche mail che mi sono arrivate sono quelle di lavoro … però non escludo che un virus fosse nascosto in una di quelle, il mio antivirus fa cagare.

 I: io ci starei anche, il problema è che ho un ottimo sistema di sicurezza, e non ha rilevato assolutamente nulla negli ultimi giorni.

 G: ma la smettete di raccontare i cazzi vostri cretine.

 O: linguaggio a parte, insistere per avere i dati personali di qualcuno non suscita le mie simpatie, in particolare in questa situazione.

 E: eccovi i link di tutti i siti in cui sono stato. Ti pareva che fossero le ragazze e la persona di colore gli unici con un po’ di ragionevolezza …

Ma non stava mai zitto? Il trillo che aveva sentito prima: gli stavano partendo altri punti di salute. Calma, calma … ma lui stava mantenendo la calma! Quanta atarassia gli era richiesta?

 G: uno che dichiara di essere quel musicista, mica abbiamo le prove. E comunque ti è caduta un’altra tacca.

 O: perché? Ti mette a disagio essere messo in dubbio?

 E: lasciatelo in pace. Non avete niente di meglio da fare che aggredire una persona di colore disabile?

 Altro trillo.

 D: signore, se non la disturba, le preoccupazioni dei signori sono comprensibili veramente no, ma erano i tipi con cui non si poteva ragionare senza prima ingraziarseli , ma non mi sembra si adattino al contesto, e preferirei discuterne personalmente con loro.

 E: tu non devi abbassarti a questo! Non dare retta al lavaggio del cervello che ti dice che i bianchi hanno più diritto di parola di te!

 D: mi faccia la cortesia di non mettermi parole in bocca. Signor Krause, signor Schreiber, è abbastanza chiaro a questo punto che l’hacker conosce assolutamente tutto di noi. Questo attacco non si organizza in pochi giorni, forse neanche in poche settimane. Non abbiamo letteralmente più nulla da nascondergli. E direi che lo saprebbe lui stesso da che sito è partito l’attacco!

 G: okay, questo tizio sa tutto di noi. Ma perché dovremmo dirlo a te? Che magari vuoi attaccarci a tua volta? Ho visto fin troppi delinquenti stranieri per dare a caso i miei dati a uno.

 Prima che Daniel riuscisse a replicare, Edmund Lehmann si impadronì della discussione con un vigore sorprendente, che scatenò tutte le peggiori fantasie omicide del pianista.

 E: ed ecco perché la polizia andrebbe riformata! Non possiamo essere ‘tutelati’ da un branco di bestie prevenute e ossessionate dagli stranieri, che non si fermano nemmeno davanti a una condizione di disabilità che rende una persona completamente indifesa …

 Trillo, trillo. Una musichetta allegra, e una vocetta stridula che lo informava: hai perso!

 

Per Edmund, la giornata fu anche peggiore delle altre due.

 C’era stato un disabile straniero nel loro gruppo, ed era sicuro che la sua fine sarebbe stata anche peggiore delle altre. Quelle persone odiavano sempre i diversi. E non era stato possibile fare niente per salvarlo! Tutto quell’odio, rivolto a chi avrebbe dovuto essere ammirato e protetto …

 Comunque, non tutto era perduto: si poteva ancora contattare la polizia, ora che sapevano i nomi, dire loro di tenere d’occhio Daniel, che correva un rischio terribile. Ma le speranze furono presto affondate: era la polizia, del resto, cosa ci si poteva aspettare da loro?

 Gli dissero che se non aveva prove, non aveva alcun diritto di richiedere protezioni speciali per una terza persona. Anzi, su che basi chiedeva? Come faceva a sapere che quest’uomo fosse in così grave pericolo? Poteva fornire dati personali …?

 Riattaccò. No, non poteva spiegare nulla. Daniel aveva avuto una buona idea, ma si era fidato troppo della capacità delle autorità di fare qualcosa di minimamente utile. Magra consolazione, Edmund non aveva nulla da rimproverarsi: aveva fatto tutto il possibile per aiutare, anche se la faccenda fosse finita sui giornali nessuno avrebbe potuto criticarlo.

 Le ore si trascinarono, una dopo l’altra, fino alla sera. Un allegro fischiettio proveniente dal suo cellulare lo informò che aveva appena ricevuto una mail. Il suo dito aleggiò sull’icona per un istante, non era sicuro che guardare una morte simile fosse di buon gusto … sospirò e aprì. Non sapeva perché.

 Il video riprendeva, dal sedile anteriore, Daniel Ambarat che saliva su un taxi, dando poi al guidatore l’indirizzo di un locale. Un luogo pubblico, affollato, in cui non sarebbe stato facile tendergli un’imboscata … una bella idea, ma quei bastardi l’avevano anticipato …

 Vi fu lo stacco. Edmund deglutì. La scena successiva mostrava Daniel in una stanza, con i polsi appesi al soffitto, un casco in testa che gli copriva completamente anche le orecchie e strani elettrodi attaccati a tutto il suo corpo. Uno di questi, attaccato al suo petto, era collegato a un elettrocardiogramma, che mostrava il battito cardiaco accelerato di quel poveretto. Diversi uomini vestiti di nero in maschera lo circondavano, ma al contrario delle altre volte, nessuno stava dicendo una parola.

“Dove sono? Perché non sento? Cosa sta succedendo?” gridava Daniel, parole ripetute più e più volta. Nessuno disse nulla. Daniel assestò un forte movimento di braccia, facendo tremare i fili che lo tenevano appeso al soffitto. Poi urlò.

 È elettrico?” chiese. “Che voltaggio è?”

 Nessuno rispose. Daniel tirò altre scosse, nel tentativo di liberarsi, poi si afflosciò, sibilando per il dolore. “Rispondetemi!”

Una breve pausa.

“Sto parlando? Non riesco a sentire ...”

La scena si ripeté altre volte.

 Questo video durava molto di più di quelli precedenti: nessuna tortura attiva, null’altro che Daniel, chiaramente privato degli altri sensi, che cercava di scappare dalla sua tortura, tentando di parlare e di sentire anche solo la propria voce.

 Passò un’ora. Edmund si chiede se per caso il disgraziato fosse già morto, e quegli uomini stessero mandando il video il loop per chissà quali motivi.

 Passarono due ore. Edmund si sorprese a sperare che la cosa finisse in fretta. Per pietà verso il poverino, certo.

 Passarono tre ore. Daniel continuava a pendere dal soffitto, dall’aria sempre più sofferente per le scosse ricevute.

 “Non mi lascerete mai andare, vero?” sussurrò. “Non uscirò mai da qui? Quanto tempo è passato?”

 Rimase immobile per un’altra mezz’ora. Poi parve riscuotersi, e iniziò ad assestare scossoni sempre più tremendi ai cavi elettrici, ricevendone scosse sempre più forti, sempre più intense, che cosa stava facendo, si sarebbe ammazzato così, o forse c’era una speranza che riuscisse a liberarsi …

 Un ennesimo strattone. I cavi non cedettero, ma la scossa fu tanto violenta che il corpo dell’uomo si contorse dalle convulsioni. Ora avrebbe smesso – no, continuava, con una sorta di sorriso in volto, strattoni più forti che poteva tra le convulsioni, davvero sperava tanto di liberarsi? Era orribile, che spettacolo orribile!

 Un ultimo strattone. Il corpo di Daniel si contorse di nuovo, poi si afflosciò immobile. L’elettrocardiogramma divenne una linea piatta. Passarono alcuni minuti. Nulla cambiò.

 Uno degli uomini mascherati si alzò in piedi e sollevò un cartello. Se solo fosse stato riconoscente verso le cure altrui!

 

Gerard trasse un respiro profondo. Era finita. Almeno questa volta non c’erano state troppe urla, e non c’era stato il rischio che Kristina o Alice sentissero e andassero a fargli domande.

 Il cieco si era fatto fuori da solo … una mossa decisamente stupida. Era chiaro che quei figli di puttana volevano che fosse lui stesso ad ammazzarsi; se avesse resistito più a lungo, magari avrebbe lasciato la situazione in stallo abbastanza a lungo perché la polizia lo trovasse, e magari arrestasse anche quei bastardi e ponesse fine a quel gioco idiota.

 Invece c’erano ancora tutti in mezzo, ad aspettare il prossimo che avrebbe perso i punti … perché ci sarebbe stato, era chiaro che ormai funzionava così. Gerard avrebbe nuovamente dovuto sorbirsi l’estenuante lavoro di accertarsi che non si trattasse di lui.

 I: ma non dovevamo organizzare un tracciamento? È il motivo per cui ci siamo scambiati i nomi ieri!

 J: veramente io l’ho fatto. Ho cercato di fare una chiamata anonima in centrale, ma quelli hanno pensato che fossi una mitomane e hanno iniziato a farmi un sacco di domande, alla fine ho riattaccato.

 E: come al solito la polizia è inutile.

 I: immaginavo una cosa simile … mi dispiace, ma se io avessi chiamato, sulla mia famiglia si sarebbero accaniti ancora di più.

 Oh? Gerard aveva il sospetto che la puttanella ricca stesse per diventare non esattamente popolare qui. Magari era il caso di attizzare un po’ le fiamme.

 J: scusa ma non hai pensato che, visto che tuo papà è un pezzo grosso, magari la polizia dà più retta a te che a noi poveri straccioni??

 G: capita spesso. I VIP non hanno nessuna voglia di avere qualcosa a che fare con le forze dell’ordine, perché i giornali e l’internet lo vengono a sapere in meno di subito. La prima preoccupazione di quella gente è evitarsi le grane.

 J: seriamente?? Ma la polizia non ignorerà una richiesta da una che ha soldi! Ma quanto accidenti sei inutile?

 Il GDR della riccona perse una tacca. Bene, magari a questo giro sarebbe stata lei …

 E: non prendertela con un’altra ragazza, è colpa della polizia. Se tutti fossero ascoltati allo stesso modo, non ci sarebbe motivo di recriminare.

 G: senti un po’, anima bella, alla fine non è che ti sia impegnato troppo a salvare il tuo ‘persona di colore disabile’, no?

 Partì una tacca anche allo stronzetto. Bene, adesso aveva anche la doppia scelta!

 E: io alla fine sono solo un privato cittadino, il mio potere di agire è molto limitato. Non come quello di un poliziotto, che a questo punto avrebbe già dovuto intervenire direttamente.

 I: oh, e ‘agente’, la tua icona dice che tradisci tua moglie.

 Cazzo. E lui aveva dato il nome a questa gente! Se a uno di loro fosse venuta la brillante idea di contattare Kristina, lui sarebbe stato nella merda!

 E: chissà perché la cosa non mi sorprende. Ha un distintivo, quindi si sente di poter usare le donne quanto gli pare.

 G: tu invece non hai il distintivo, quindi ti senti di poter sputare giudizi sugli altri?

 E: sono sicuro che, quando lei lo scoprirà e vorrà divorziare, lui si farà fare qualche favore dagli amici in procura … se non le sparerà direttamente.

 G: fammi indovinare, un anarchico alla moda? La polizia è brutta e cattiva, ma non proponiamo nessuna alternativa perché non vogliamo ammettere che non esiste?

 J: dice anche che spendi un sacco di soldi per la tua amante, più di quanto tu non faccia con tua moglie.

 Ma quel sistema del cazzo ce l’aveva con lui? Proprio con lui? No, doveva contrattaccare.

 G: la tua invece dice che fai ‘arte’ su internet. Fammi indovinare, ti aspettavi di fare i soldoni e invece ti sei trovata in rosso?

 Anche la barra salute della piccola stronza si ridusse di una tacca. Ben le stava.

 O: a proposito di soldi, l’ultima volta che ho controllato, fare il poliziotto non era mestiere che pagasse molto.

 G: ci puoi giurare, e si rese conto solo un attimo dopo l’invio di che passo falso potesse rivelarsi.

O: e infatti è spesso portato a credito dei poliziotti una magra consolazione. Ma allora mi chiedo: se la maggior parte di questi soldi va all’amante, com’è che la moglie non si è accorta di nulla? Dovrebbero esserci problemi economici seri … o forse mi sbaglio io, e la moglie ha uno stipendio tanto più alto del suo da non accorgersi delle mancanze?

 Brutta testa di merda … come se Kristina sapesse fare qualcosa oltre a rognare per avere i suoi soldi, come se le spettassero di diritto solo perché lui se l’era sposata … ma questo figlio di troia rischiava di sollevare un vespaio.

 J: ehi, la nostra amica icona ci dà la risposta: mazzette dalla criminalità organizzata.

 Cazzo.

 Il vespaio letteralmente esplose. Mostro, e traditore, e ladro, abusa della sua posizione … come se l’avesse mai voluta, quella posizione! Come se la gente si mettesse a fare il poliziotto perché era tanto bello, divertente, ben pagato!

 No, era solo un lavoro ufficiale, rispettabile, che ti dava un minimo di autorità. Quando nascevi in un appartamento striminzito, andavi in pessime scuole, e non avevi prospettive per l’università, non potevi fare l’avvocato o il dottore o qualche roba figa che ti copriva di soldi. Poliziotto andava bene, e si era pure dovuto fare il mazzo per diventarlo. Tanti sacrifici, poche soddisfazioni.

 Non si meritava allora un po’ di vita decente? Dopo un’infanzia a sentirsi dire che non sarebbe potuto diventare nessuno, a guardare i figli fighetti di avvocati e dottori con tutta la consolazione di essere ‘più umile’, ‘più buono’ perché non aveva i soldi per trasgredire, non si meritava finalmente di spassarsela un po’? Non meritava di uscire a divertirsi in bei locali?

 Aveva sposato la sua ragazza del liceo, una ragazza prima e donna poi senza particolari qualità ma senza neanche troppe pretese, e all’epoca gli andava bene. Non la amava più, ma non le faceva mancare nulla di davvero importante. Le aveva pure dato una figlia, stava ancora con lei perché la ragazza non fosse turbata da un divorzio, e le aveva assicurato che la ragazza avrebbe fatto scuole decenti e l’università.

 Non si meritava allora un po’ di distrazione, non si meritava una donna che gli desse finalmente qualche sfizio? E se Karen voleva essere portata fuori, voleva bei regali … era ragionevole, a un certo punto era pur sempre una bella donna.

 Lasciarsi sfuggire certe attività di un certo tipo di criminalità era sempre stata un’opzione aperta a tutti i poliziotti … e a parte quello il suo lavoro lo faceva bene, mica tutti i criminali erano mafiosi e quelli li sbatteva dentro come doveva. I mafiosi non erano neanche i più pericolosi tra quelli che trovava. Non stava facendo nulla di davvero sbagliato. Se avesse avuto uno stipendio adatto alle rogne che doveva passare ogni giorno, non avrebbe dovuto fare nulla del genere!

 Quegli stronzetti non avevano un cazzo da recriminargli. Non importava quanto l’anima bella insistesse che li stava mettendo tutti in pericolo, se non avesse fatto cazzate non avrebbe avuto bisogno di protezione dal crimine organizzato … non importavano i loro messaggi su quanto abusasse della sua posizione. Su quanto le forze dell’ordine meritasse di meglio di uno come lui. Di quanto fosse un povero fallito.

 Loro avevano avuto la vita facile, conosceva quei tipi! Non si erano meritati niente, si erano solo goduti la pappa pronta da quando erano nati … e a lui non fregava nulla di tutto quello che dicevano, nulla!

Ma quella stupida troia fancazzista parlava di denunciarlo alla polizia, il fighetto le dava manforte, se al comando avessero dato loro retta lui sarebbe stato fottuto, come faceva a fermarli, cazzo … ma ce li aveva i mezzi, al diavolo!

 Aveva giusto in mano i mezzi per farli crepare. Li coprì di insulti, avrebbe beccato un punto debole, avrebbe … lo schermo divenne nero.

 La scritta hai perso! Lampeggiò.

 

Edmund fissò lo schermo nero del cellulare.

Il poliziotto era andato. Be’, augurare una brutta fine a qualcuno non era certo una bella cosa, lui non l’avrebbe mai fatto, però … data la situazione, almeno era capitato a una persona corrotta e pericolosa, non a lui – o alle donne presenti, soprattutto. Adesso doveva solo … aspettare per tutto il giorno, come nelle altre volte, e vedere cosa sarebbe successo.

 La cosa non gli piaceva, certe cose non dovevano capitare a nessuno. Se pensava che sarebbe potuto essere lui al posto di quel poverino!

 Fu una giornata di tensione, come tutte le ultime quattro. A lavoro non fu produttivo, non riusciva a concentrarsi; quantomeno i dirigenti erano stati buoni sui social media e non c’era – di nuovo – bisogno che loro del reparto marketing e pubbliche relazioni si affannassero a coprire i loro casini. Il che significava che gli altri dipendenti li accusavano di non fare niente anche peggio del solito. Patetici! Persone qualunque, che sarebbero potute morire da un momento all’altro e non ci davano un singolo pensiero! Davvero, avrebbe voluto vedere loro in quella situazione.

 Le ore passarono. Su Facebook gli arrivò la richiesta di amicizia di una bella ragazza che nella foto era in costume da bagno, ma aveva l’aria intelligente e simpatica, accettò. Le ore passarono. Il turno di lavoro finì. Era sera. Tornò a casa, controllò le mail, e aprì quella che aveva ricevuto.

 Il video si apriva su una coppia che litigava, lei che rinfacciava corna e lui che protestava che lei non lo soddisfaceva come meritava. Finora nulla di preoccupante, anzi, giusto che un individuo del genere si beccasse una lavata di capo … e poi alcuni agenti di polizia suonarono alla porta. La conversazione cambiò rapidamente argomento: dal computer dello stesso Gerard Krause erano arrivate copie dei suoi messaggi con esponenti della criminalità organizzata. L’uomo era ora al centro di un’inchiesta per corruzione.

 Edmund non era tranquillo. Finora era tutto regolare, questo tizio non si stava prendendo nulla di diverso da quanto meritasse, ma se qualcuno si era preso la briga di fare il filmato, quegli assassini non erano rimasti lì a lasciare che la giustizia facesse il suo corso. Sulle urla sconvolte della moglie del poliziotto, che invocava il divorzio, la scena cambiò.

 Gerard Krause usciva da un bar dall’aria dimessa, imprecando e lamentandosi. Non si vedevano più né la moglie né gli ufficiali attorno a lui, solo un tizio dall’aria insofferente, in abiti casuali. A giudicare dall’illuminazione, doveva essere il tardo pomeriggio, poche ore prima che la mail fosse inviata.

 “Sentite, voi mi dovete aiutare” insisteva Krause, mentre i due svoltavano in un vicolo. “Io ho sempre aiutato voi, no?”

 “Sì, perché ti pagavamo” replicò l’altro.

 “Sentite, se mi metto nei casini io …”

 “Dovresti semplicemente evitare di fare nomi, per quello”

 “Ma … “

 L’altro uomo si fermò di botto e tirò fuori una pistola. “Non preoccuparti, non ti lasceremo finire in un’aula di processo”

 Gerard parve reagire al rallentatore, per quel poco che vi riuscì. Solo uno scatto in avanti, con l’intenzione di disarmare il suo avversario, e poi il proiettile lo colpì alla gola. L’assassino sparò un’altra volta.

 “Scusa, ma era quello che ti meritavi” disse in tono leggero, prima di filarsela.

 Lo schermo tornò nero, e il cellulare riprese a funzionare normalmente. Edmund lo fissò allibito.

 Persone innocenti e deboli subivano torture atroci, e quel poliziotto corrotto e violento era terminato in fretta da un paio di pallottole? Era assurdo! Non era giusto!

 Nuova informazione su quel gioco folle: non si basava su quel che la gente meritava davvero.

 

Edmund davvero non passò una bella serata.

 Chattò un po’ con la sua nuova amica, scoprì che era una ragazza molto dolce e carina, appassionata di libri e natura. In qualunque altro momento sarebbe stato felicissimo di approfondire la conoscenza, ma quella situazione malata, che continuava ad aleggiare come un’ombra in ogni momento della sua giornata, rese quella chat tremendamente inautentica.

 Che tristezza. Se mai fosse riuscito a uscirne, l’avrebbe invitata a incontrarsi di persona, se lo sarebbe meritato.

 Il giorno dopo aprì il cellulare, ormai rassegnato: i suoi compagni di sventura, scoprì, erano nel panico. Iris che insisteva che, in quanto testimoni di un crimine legato alla corruzione, uno di loro (non lei, non poteva compromettere l’immagine di suo padre) avrebbe dovuto consegnare tutto alla polizia; Judith paventava di non essere creduta o essere ritenuta complice e affrontare un processo in cui non poteva pagarsi l’avvocato; e Oliver cercava di calmarle entrambe, asserendo che, come negli altri casi, sporgere denuncia sarebbe stato inutile nel migliore dei casi e controproducente nel peggiore.

 E: calma, gente. Adesso che ci siamo detti tutto, è meglio trovare una soluzione che accontenti tutti! J

O: perché, vuoi ammazzare qualcun altro?

 E: i suoi tentativi di cercare un capro espiatorio accusandomi di essere responsabile della morte di Krause mi sembrano molto fuori luogo.

 I: a me sembra abbastanza vero che le sue tacche si siano abbassate dopo aver parlato con te.

 J: così come a Daniel Ambarat. A quello le tacche si abbassavano quando tu cercavi di prendere le sue parti, non quando litigava con Gerard e Oliver.

 E: è bello che tu abbia così a cuore la sorte di Ambarat, una persona così avrebbe avuto bisogno di tutto il nostro appoggio, ma sono sicuro che ti sei confusa, io ho fatto del mio meglio per trattarlo come meritava.

 O: cioè come un povero idiota che non riesce a parlare per sé stesso?

 I: è vero. Lo dovevi lasciare in pace.

 E: io non sono capace di abbandonare qualcuno a subire attacchi ingiusti.

 J: più che abbandonarlo, non lo stavi neanche lasciando parlare per sé stesso.

 E: senti, sono sicuro che una ragazza buona e gentile come te non intende nulla di male, ma noi alleati siamo spesso accusati di voler parlare sopra gli altri così che smettiamo di prestare supporto. Non credere più a queste fesserie, come donna potrai solo trarne vantaggio!

 J: oh Dio santo, ma la pianti di fare il padreterno?

 Edmund vide la sua barra della salute perdere una tacca. Ma perché? Certo, l’accusa della ragazza l’aveva urtato … lui si impegnava sempre ad essere una brava persona, rispettoso dei bisognosi e sempre attento alle loro necessità, perché doveva essere trattato con tanta sufficienza?

 Ma non poteva darsi tanto pensiero per quel che diceva la ragazza … purtroppo anche le donne potevano interiorizzare l’ideologia patriarcale razzista, diamine, sua madre e sua sorella erano esempi scelti del caso. Non doveva arrabbiarsi con lei, ma trovare un buon punto di dialogo.

 Intanto il dialogo in chat era proseguito senza di lui, in una discussione su come uscire finalmente da quella situazione. In particolare, le due ragazze stavano discutendo se, senza poter ricorrere alla polizia vera e propria, non fosse il caso di assumere un detective privato. Iris aveva senz’altro i soldi per permetterselo, anche per conto di tutti gli altri presenti. Quell’Oliver era di opinione contraria, cianciando di persone poco professionali che avrebbero potuto spifferare in giro le loro questioni private o ricattarli, senza garantire alcun successo contro un’organizzazione di nemici così pericolosa. Judith lo rimbeccò chiedendogli se avesse idee migliori, e che razza di segreti avesse per esserne tanto ossessionato.

 E: ragazze, avete ragione voi.

 O: ma chi se lo sarebbe mai immaginato?

 J: okay, quale che sia la motivazione, la maggioranza ce l’abbiamo. Qualcuno ha un altro computer, così troviamo qualcuno di abbastanza bravo?

 O: e come, cercando un tripadvisor degli investigatori privati?

 I: ci deve pure essere una roba del genere! Adesso guardo.

 O: non servirà a un accidente.

 E: ovviamente sei bravo solo a zittire la gente, perché non hai buone argomentazioni.

 O: e tu ovviamente ti atteggi a paladino dei deboli perché hai profondamente a cuore i loro problemi, non perché ti servono come decorazioni per renderti più figo, vero?

 J: ha ragione Oliver, non abbiamo bisogno di uno che arrivi a pavoneggiarsi a eroe, ci serve qualcuno che collabori a uscire da questa merda.

 A Edmund partì un’altra tacca. Ma insomma, lui non si stava agitando, non si sentiva a disagio per essere messo in discussione! Non gli piaceva vedere quelle ragazze plagiate da un viscido che approfittava delle loro insicurezze. Non ce l’aveva certo con loro, erano ragazze!

 E: non dovete rinunciare al rispetto di voi stesse! Su, non fatevi convincere che i vostri problemi valgano poco!

 J: i nostri problemi sono che siamo bloccate in un gioco sadico che vuole ucciderci tutti quanti, porco di quel cazzo! Chiudi quella lurida bocca invece di far finta di essere un progressista!

 E: io credo fermamente nella difesa dei diritti delle persone più deboli.

 I: giusto, perché noi poveri esserini deboli non siamo capaci di affrontare i nostri problemi e abbiamo bisogno del fantastico eroe maschio che venga a salvarci.

 Ma no, quelle due non capivano! Perché non riuscivano a capire che lui le stava trattando bene, così come doveva essere! Perché non potevano essere un po’ grate?

 E: io non sto cercando di impormi, io mi adopero sempre perché la gente non abusi di posizioni di potere

 J: non hai fatto altro che importi da quando questa storia è iniziata.

 I: non hai contribuito a niente, hai solo ciarlato di chi ti pareva una persona brutta e cattiva e chi invece era un povero debole coccoloso.

 J: non sono buoni a niente, quelli come te. Alla fine, non fate altro che parlare di voi stessi.

 L’ultima tacca sparì. Lo schermo di Edmund divenne nero, e comparve una faccina triste, con la scritta: hai perso!

 

Oh. Oh cazzo.

 Judith non si era manco accorta che le tacche di quel tizio stavano scendendo. Era stata talmente presa a dirgli il fatto suo … ma avrebbe dovuto farlo? Adesso era colpa sua, quello che sarebbe successo a quell’idiota – no, quel … quel disgraziato, adesso chissà che gli sarebbe successo … ma quanto in colpa doveva sentirsi? Lei non ci aveva neanche fatto caso, alle tacche.

 Era l’ennesimo idiota che si segava sulla compassione, come ne aveva incontrati tanti, uno che approfittava di lotte sociali di cui capiva solo la parte più superficiale per sentirsi più figo degli altri … sì, ma non meritava certo di morire! Ed era stata lei stessa a insistere che lui fosse responsabile per le sorti di Ambarat e Krause … secondo la sua stessa logica, era colpevole di quella fine. Oh merda.

 Merda, merda, merda, perché non era stata più attenta? Che razza di cretina. Certo, anche gli altri avrebbero potuto accorgersene …

Il giorno fu un puro inferno. Un’interminabile attesa che le sue azioni avessero conseguenze. Che però non arrivavano. Calò la sera, e non arrivò alcuna mail.

 La donna riuscì a cenare, e non era ancora arrivata nessuna mail. Forse qualcuno era riuscito a intervenire? Avevano salvato Edmund? Quell’incubo era finito?

 Il cellulare segnalò l’arrivo di una mail. Conteneva un altro video. No, non era finito nulla, ci avevano messo solo più tempo del solito.

 Il bagliore delle fiamme, così improvviso, quasi le ferì gli occhi. Un edificio, un appartamento, andava completamente a fuoco. Le urla furono la seconda cosa che riuscì a notare. Edmund … Diosanto, era chiuso dentro! L’avrebbero bruciato vivo … no, era troppo orribile!

 Judith corse al telefono fisso, compose il numero della polizia, e quando il centralinista rispose – non aveva l’indirizzo. No, no … che stupida cretina, non sapeva l’indirizzo di Edmund! Quella casa poteva star bruciando in qualunque parte della Germania! I – i social, forse avrebbe trovato qualcosa di utile! Non tutti erano così cretini da lasciare dati così privati in rete, ma forse Edmund … no, no, dannato idiota che si era tutelato troppo! Forse da altri elementi avrebbe capito …

 Le urla si spensero in un rantolo agonizzante, lasciando in audio solo il crepitio delle fiamme. Poi anche quelle si spensero. Non c’era più niente che potesse fare … no, non avrebbe potuto fare nulla lo stesso, probabilmente quei video erano inviati a massacro finito.

 Il centralinista della polizia aveva chiuso la chiamata. Sperò che liquidasse la cosa come uno scherzo stupido e non venissero a casa sua a chiedere spiegazioni. Sospirò.

 Poi le sfuggì un singhiozzo. Poi un altro, e un altro ancora, e poi era accasciata in lacrime sul divano.

 

Iris riuscì a guardare un po’ di telegiornale prima che il costante ronzio del cellulare riportasse la sua attenzione a quel gioco orribile.

 A quanto pareva, la casa di Edmund Lehmann era stata bruciata. Gli incendiari erano stati identificati come un gruppo di donne di colore, al grido di slogan e hashtag di gruppi di protesta in favore delle minoranze. Alcuni di questi gruppi, che si erano resi in passato responsabili di distruzione di proprietà durante le proteste, erano stati indagati come possibili mandanti del delitto, in particolare alla luce del passato di dichiarazioni retrograde dell’azienda in cui lavorava Edmund, proprio come addetto alle pubbliche relazioni. Se l’uomo fosse stato vivo, avrebbe sclerato a vedere il circo mediatico che si sarebbe scatenato contro quei gruppi … o forse ci avrebbe goduto per l’attenzione che ciò gli avrebbe portato.

 Sospirò e riprese in mano il cellulare, cercando di reprimere il senso di nausea e di stanchezza- Quella manica di rincoglioniti stava di nuovo litigando. Oh, ma quella era una persona nuova! … no, c’era sempre stata. Finora i loro litigi avevano coinvolto al massimo otto persone, quelle iniziali, ma guardando gli utenti in chat erano … dieci. Non era uno solo a mancare, ma due.

 Controllando i messaggi precedenti, scoprì che Oliver e Judith avevano chiamato in causa i due assenti, ma solo uno aveva risposto, e con grande coerenza gli altri gli stavano dando contro, accusandolo di non aver contribuito in alcun modo ai tentativi di uscire di lì. Il che significava anche che non aveva spedito nessuno al cimitero, e intanto quello che non aveva risposto punto se ne stava pacifico e tranquillo mentre il poverino sotto attacco stava perdendo una tacca.

 I: Calma. Non facciamo crepare qualcun altro, va bene?

 O: non possiamo neanche rinunciare a un qualsiasi tipo di progettazione perché altrimenti a qualcuno troppo sensibile potrebbero scendere le tacche

J: no, ha ragione. Non possiamo permettere altri morti.

 I: quindi cosa facciamo?

 J: hai contattato un detective privato?

 I: ho provato a controllare qualche nome, però quelli davvero bravi e discreti costano parecchio.

 J: e allora? Non hai bisogno di soldi, no?

 I: i soldi me li passa mio padre, per un prezzo del genere dovrei comunque chiedere a lui.

 O: scusa, ma ho guardato il tuo profilo e ho visto che hai 27 anni. Non hai un lavoro tuo?

 Ma perché questo imbecille non si faceva i fatti suoi?

 I: sono ancora all’Università, quando avrò preso la laurea inizierò a lavorare con mio padre.

 O: mi dispiace, hai avuto problemi nel tuo percorso di studi?

 I: preferisco solo concentrare l’attenzione sui risultati invece che sul finire in fretta. E poi ho fatto un anno sabbatico. E comunque tutto questo cosa c’entra?

 J: c’entra perché potresti fare qualcosa di utile invece di stare lì a lamentarti.

 H: potresti provare a chiedere quei soldi a tuo padre.

 I: non è così facile. Lui vuole sapere in cosa investo quei soldi.

 J: e non puoi raccontargli una balla? Digli che vuoi una borsa firmata o uscire in un locale dove un bicchier d’acqua costa 50 euro, a giudicare dalle foto sui tuoi social.

 I: poi controlla sul mio conto o chiede gli scontrini.

 J: ma che cazzo, fino a questo punto? Perché?

 H: ma questa è una situazione importante. Non riesci a spiegargli in che casino ti sei cacciata?

 La sua barra della salute perse una tacca. Ma che cazzo … non le avrebbero fatto tirare fuori quella faccenda, vero?

 I: per favore, possiamo parlare di altro?

 H: okay.

 O: esattamente quello che dicevo prima. Queste domande sono perfettamente innocue e ragionevoli.

 J: in effetti è giusto. Non ti giudichiamo se tuo padre è severo, ma sei l’unica qui che ha un potere concreto di fare qualcosa.

 Iris rimase a fissare lo schermo. Sarebbe stato vero? Se avesse parlato, si sarebbe esposta parecchio. E le reazioni della gente … non le piacevano. In condizioni normali sarebbe stato solo disagio, un po’ di disagio, ma questi volevano sapere per cosa stessero rischiando la pelle. Doveva loro una qualche spiegazione.

 I: okay, ho speso un po’ in canne, ma non era niente di che … solo che mio padre l’ha presa malissimo.

 Certo, non era tutta la storia, ma … a un certo punto era comunque plausibile …

H: il cursore dice una cosa un po’ diversa. Cioè, che ti eri associata a una qualche setta new age che ti ha spillato un sacco di soldi.

 Cazzo, si era dimenticata di quel cursore di merda! Va bene, tutto bene, loro non avevano il diritto di giudicarla …

 J: oh diosanto. Mi stai dicendo che siamo qui a rischiare la pelle perché una ragazzina ricca si è bruciata la fiducia con una setta?

 H: a questo proposito … non so molto delle sette o di questa in particolare … ma è possibile che l’attacco informatico sia partito da loro, per punirla di essersi distaccata?

 J: che due coglioni. Ma quindi non solo questa tizia è inutile, potrebbe averci trascinati tutti qui dentro?

 I: ma perché non dite cose sensate, se mi avessero voluta punire, perché avrebbero preso di mira anche voi?

 H: oddio è vero, hai ragione, scusami, scusami tanto.

 J: comunque. Il problema è che, visto che non sei capace di gestirti da sola, ti vergogni ad andare da papà e spiegarli che ti sei ficcata di nuovo nei casini, e quindi noi dobbiamo tutti crepare?

 I: oh ma ce l’hai con me? Che vuoi?

 J: niente, mi dà fastidio essere mandata a crepare da una che caga soldi dal buco del culo solo perché salvarci tutti potrebbe metterla in imbarazzo.

 I: sentite, voi non conoscete mio padre.

 J: chi, quello che ti lascia uscire in locali alla moda  e ti compra tutto quello che vuoi? Ma fammi il piacere. Tu non hai idea di cosa sia non avere il supporto della famiglia.

 I: adesso non facciamo quello stupido giochino a chi sta peggio, tutti abbiamo i nostri problemi.

 J: oh mio dio, potremmo infastidire una ragazza ricca che passa tutto il cazzo di giorno a fare niente se non mettersi stupidamente in mostra, che cosa terribile.

 La barra di Iris perse un’altra tacca. Ma che cazzo! Lei non era tipo da farsi toccare da quelle invidie. Gliele avevano rivolte contro fin da quando aveva cinque anni per il suo status, ci era abituata. Non era possibile che rischiasse di morire in modo orribile per quello! Non era possibile che rischiasse di morire, punto! Avrebbe perso – avrebbe perso – tutto quello che aveva! Non poteva morire, non poteva, non poteva.

 I: senti ma tu ci godi a insultare le persone? Ne hai già fatte fuori un paio, mi risulta.

 J: non fare la vittima. Sei tu quella che ci sta facendo ammazzare qui, solo perché ti rifiuti di essere utile. Cos’è, sei troppo poco allenata in quello?

 Altra tacca di meno. Doveva fermarla, doveva farla stare zitta cazzo! Ma non aveva tutti i – no, no, lei non era inutile! Nessuno era inutile. Lei doveva solo trovare la sua strada. Lei aveva amici, aveva un ragazzo, non aveva una vita vuota. Aveva persone che avrebbero sofferto se lei fosse morta – ma se stavano con lei solo per i soldi, perché ci si aspettava che persone della loro classe ed età si conoscessero tra loro e si mettessero insieme – no, non doveva dare adito alle sue insicurezze, erano legami sinceri. Lei non sarebbe morta, e il mondo non avrebbe continuato come se nulla fosse stato. Lei avrebbe lasciato il suo impatto!

 I: quindi persisti, okay. Non è che magari ne sai di più di quanto tu dia a credere? Tipo, non è che lo stai facendo di proposito, perché se quella che ha creato il gioco?

 J: ma vai a fanculo. Tutto questo non ha senso. Io non ci guadagno niente, mentre quella che sta tenendo tutti bloccati in questa situazione!

 I: Io non sto tenendo bloccato nessuno, sto solo spiegando qualcosa che non posso fare!

 J: qualcosa che non hai voglia di fare, perché sei una stronza viziata e preferisci veder crepare le persone al fare concretamente qualcosa nella tua vita!

 I: non è neanche assicurato che mio padre mi lasci farlo!

 O: mi scusi, ma lei ormai è decisamente adulta. Dovrebbe essere in grado di far sentire la propria voce in faccende così gravi.

 J: lo sarebbe se avesse qualcosa da fare nella vita. Invece non ha bisogno di fare niente a parte stare lì e godersi i soldi. È una cazzo di parassita inutile, tutto il suo valore sta nei soldi.

 Lo schermo di Iris divenne nero. La scritta hai perso! lampeggiò.

 

Judith aveva la nausea. Cosa cazzo le era preso? Aveva ... Diosanto, aveva condannato un’altra persona!

 Ma quella st … quell’altra ragazza le aveva proprio fatto vedere rosso. Le era parso di rivedere le ragazze ricche nella sua classe al liceo, che senza alcun interesse o passione avevano tutto quello che volevano senza alzare un dito, mentre lei per seguire la sua passione doveva consumarsi gli occhi e le dita, con in cambio poco riconoscimento e ancor meno soldi; solo che in questo caso la sua vita dipendeva da una di quelle ragazze, e lei si era messa ad accampare scuse sul non voler fare niente per aiutare perché ciò avrebbe interrotto la sua vita di comodità … no, ormai non aveva più senso pensarne male. Sarebbe morta, e di nuovo, sarebbe stata colpa sua.

 Era davvero una persona così orribile, che non sapeva fare nulla che non fosse causare dolore agli altri? Aveva tanto criticato Iris Roth, ma quali erano stati i suoi contributi?

 Che schifo. Lei faceva schifo. Non era capace di fare nulla di valido, solo parlar male di chi stava meglio di lei! Forse valeva la pena di farla finita. Forse era l’unico modo di non stare più alle regole di quel gioco mostruoso, e … be’, dopo quello che aveva fatto, non era che non se lo meritasse. Ne avrebbe avuto tanti mezzi: il tetto del palazzone in cui abitava, i coltelli da cucina, qualche cavo degli elettrodomestici … non aveva idea di quanto avrebbe sofferto, ma sospettava che ognuna di queste opzioni sarebbe stata meno dolorosa di quello che il gioco aveva in mente per lei.

 Non fece nulla di tutto questo. Rimase qualche ora al computer, ora che era possibile utilizzarlo di nuovo, e lavorò per tutto il giorno, finché alla sera non le fecero male gli occhi. Completò un paio di commissioni. Fuori due, certo, ma adesso c’erano messaggi di uno che insisteva per avere al più presto la sua stampa, e altre tre persone che volevano commissionare ma si lamentavano dei prezzi, e una dava un messaggio troppo sgrammaticato per cavarci un’idea chiara di quel che volesse.

 Una giornata con i pro e i contro, niente di diverso dall’estenuante normalità. Era assurdo quando ci pensava, eppure … eppure c’era quella piccolissima speranza di uscirne, in qualche modo. Di tornare alla sua vera normalità, che prima le aveva fatto tanto schifo e ora le pareva un’epoca d’oro perduta. Forse sarebbe riuscita a mettersi d’accordo con gli altri, forse sarebbero riusciti a fare una colletta e mettere insieme abbastanza soldi per quel maledetto detective – passarsi i soldi e mandare una persona non compromessa, perché non aveva pensato a quello invece che aggredire Iris? – forse la morte di una ragazza ricca e famosa avrebbe suscitato l’attenzione dei media e le indagini avrebbero fermato quelli che stavano dando loro il tormento, sarebbe bastato lasciare la situazione in stallo e sarebbero stati salvati.

 Quella sera, la mail non arrivò. Non fu un ritardo come la volta precedente, non arrivò proprio. E il mattino dopo, il suo computer fu assolutamente normale e funzionale per tutto il giorno. Così come il giorno ancora successivo. Judith controllava ossessivamente i telegiornali e le notizie che circolavano sui social. Le morti dei suoi compagni di sventura avevano catturato vari gradi di attenzione mediatica; la scomparsa di Iris Roth stava raggiungendo lo scalpore a livello internazionale, come aveva fatto la morte di Daniel Ambarat, ma lo stesso non sembravano esserci lumi su dove fosse o cosa le fosse successo. Ma forse erano state mobilitate forze speciali, ed erano effettivamente riusciti a combinare qualcosa – ma allora era strano che non l’avessero contattata per interrogarla in quanto persona coinvolta … non poteva permettersi nemmeno un po’ di speranza che Iris ce la facesse?

 La mail arrivò la sera del terzo giorno. Il cuore sprofondò, non solo per la delusione delle sue speranze, ma per l’orrore implicato dal ritardo: che morte era stata inflitta a Iris, per durare così a lungo? Aprì il video.

 Le urla di Iris furono così improvvise che quasi le cadde il cellulare di mano. Non la stavano torturando: lei stava prendendo a pugno una parete di una stanza completamente bianca, strillando che la lasciassero uscire. In un angolo in basso a destra vi erano la data e l’ora: il primo pomeriggio di tre giorni prima, quando era stata espulsa dal gioco.

 La donna continuò a urlare e inveire, senza alcun successo o cambiamento nella sua situazione. La sua voce si arrochì fino a esaurirsi, e alla fine si accasciò sul pavimento, col fiato corto. Di nuovo, non ci fu alcun cambiamento nella sua condizione. Ci fu uno stacco, e la scena successiva mostrava Iris che camminava in tondo nella sua cella, qualche ora dopo.

 “Qualcuno mi dice che succede?” brontolava a voce alta. “Ehi, c’è nessuno? Fatemi uscire da qui maledetti bastardi, vi giuro che questa volta scoppia un casino …”

 Di nuovo, nessuno le diede alcuna risposta. Di nuovo uno stacco; alle prime ore del mattino, Iris dormiva, agitandosi nel sonno.

 Altro stacco.

 “Almeno datemi qualcosa da mangiare!” protestava, di mattina inoltrata. “Da bere … volete farmi morire così? Ma che ve ne viene in tasca?”

 Solo il silenzio le rispose.

 Altro stacco. Iris sembrava in preda a un attacco isterico, tempestando nuovamente le pareti di pugni e urlando che la facessero uscire, con voce sempre più stridula. Non ottenne nulla.

 Altro stacco. Tardo pomeriggio. Iris era rannicchiata su sé stessa, sul pavimento. Cantilenava qualcosa tra sé, come in un film in cui sono troppo pigri per trovare altri modi di illustrare la follia, ma con voce arrochita e deglutendo frequentemente.

 Altro stacco. La scena successiva era in piena notte, e mostrava Iris che mangiava con molta solerzia le proprie unghie, fino alla radice. Da un dito uscì una stilla di sangue; lo sguardo della donna si illuminò, e iniziò a succhiarlo entusiasticamente. Judith chiuse gli occhi, chiedendosi quale sarebbe stato il prossimo schifo.

 Altro stacco. Iris si grattava furiosamente, lasciandosi lunghi segni biancastri sulla pelle secca per la disidratazione.

 Altro stacco. La donna mangiava le proprie feci e cercava di bere la propria urina, prima di vomitare. Poi cercò di mangiare anche quello.

 Altro stacco. Iris stava di nuovo rannicchiata su sé stessa, emettendo versi rauchi dalla bocca sporca. Prima forte, poi sempre più piano, come se le stesse mancando la forza di fare anche quello. Poi, quei rantoli si spensero del tutto. La porta della stanza bianca si aprì. Uno degli uomini in nero dei video precedenti entrò e sorrise.

 “Se solo non avesse avuto una vita così vuota!”

 

Henrik non riusciva a vedere nulla di più schifoso dell’essere sopravvissuto fino a quel punto. Tutte quelle persone, persone capaci, con vite che riuscivano a vivere appieno, che avevano ancora così tanto da dare al mondo, erano morte. E lui no.

 Lui, che si era astenuto dalle conversazioni perché era troppo incapace per contribuire in qualsiasi modo utile, non aveva suggerimenti, non aveva idee … non si era messo neanche in gioco, ed era ancora vivo. Che schifo, dannazione! Avevano avuto ragione, il giorno prima, a coprirlo di insulti per quello. Non era giusto che lui rimanesse al sicuro.

 Però non sapeva cosa scrivere, niente di quello che aveva da dire avrebbe avuto un qualche valore. Alla fine scrisse un semplice saluto, il mattino dopo.

J: ciao. State tutti bene, voialtri?

 H: non è successo niente.

 J: okay … allora, avevo pensato a un modo per pagare comunque quel detective privato. Dovremmo fare una colletta. Avremmo dovuto farlo fin dal principio, invece di litigare.

 H: Va bene.

 J: cioè, io avrei dovuto farlo per prima, invece di mettere tutto il peso addosso a Iris.

 H: va bene, faremo così. Non turbarti.

 J: ma ti sei reso conto di quel che è successo? Se io non mi fossi impuntata, lei non sarebbe morta, capisci?

 H: qualcuno sarebbe morto comunque. È la natura di questo incubo.

 J: m come fai ad accettare tutto? Hai voglia di morire?

 Henrik perse una tacca. Oh, magari quello sarebbe stato il suo turno?

 J: oh cazzo scusa scusa scusa scusa! Non volevo turbarti. Scusa. Non farti problemi a mandarmi a quel paese.

 O: ti rendi conto che non è possibile evitare di far perdere punti agli altri?

 J: che cosa intendi dire, che il gioco è truccato?

 O: che non ci conosciamo gli uni con gli altri, non sappiamo cosa turberà l’uno e cosa invece lascerà indifferente o addirittura farà sentire bene l’altro. finiremo inevitabilmente per ferirci a vicenda, e ci scapperà il morto. Una buona similitudine della condizione umana, anche se non credo fosse quello che avevano in mente i nostri hacker.

 Aveva ragione. Lui stesso avrebbe potuto condannare qualcuno. Anzi, forse aveva avuto una mano lui stesso nella fine di quella Iris. Ma se qualcuno avesse attaccato lui? Se lo meritava, e sicuramente gli organizzatori del gioco avrebbero trovato una fine calzante per lui, una degna conclusione per la sua esistenza patetica.

 E allora perché era spaventato? Perché non si sentiva sollevato, che la questione assillante dell’uccidersi o meno gli fosse stata sollevata dalle spalle? Adesso si trattava solo di aspettare la fine.

 J: e allora dobbiamo batterli sul tempo. Ho sentito al telegiornale che hanno trovato la lista di detective che Iris aveva tirato giù, prima di … be’, di fare la fine che ha fatto. Costano tutti parecchio, ma forse tra tutti e tre riusciamo a mettere insieme la cifra sufficiente.

 O: e come dovremmo mettere insieme questa cifra? Rivelandoti i nostri iban, o versando direttamente sul tuo conto bancario?

 J: possiamo farlo sul tuo, se vuoi.

 O: ti fidi fino a questo punto?

 J: qualcuno deve pure farlo.

 H: per me va bene comunque.

O: sei davvero poco attivo.

 H: chiedo scusa.

 O: Lo dico perché è un po’ che mi viene il dubbio che ci sia un infiltrato degli hacker, in questo gruppo. Sarebbe logico, per tenerci d’occhio, accertarci che non prendiamo contromisure contro di loro, e per questo sarebbe necessario che l’infiltrato interagisse il meno possibile.

 H: non sono la spia.

 O: abbiamo solo la tua parola su questo.

 H: se vuoi mi ritiro del tutto.

 O: sarebbe ancora più sospetto.

 J: veramente no. Non vi ricordate? Abbiamo un decimo giocatore, che finora non ha interagito in alcun modo. Neanche quando ci siamo rivolti direttamente a lui, mentre Henrik, qui, ha risposto. E quanto a te, Henrik, mostra un po’ di spina dorsale, su! Ne va della tua pelle, in queste circostanze.

 Henrik perse un’altra tacca. Logico, giusto, del resto lui non ne aveva proprio di spina dorsale, non sarebbe mai riuscito a fare quello che gli altri si aspettavano da lui. Quella stupida donna non se ne era resa conto? Che lo lasciasse in pace!

 O: ha ragione, chiedo scusa per i miei sospetti ingiusti. La incoraggio soltanto a non turbarsi così facilmente, non le farà bene per il futuro.

La terza tacca di Henri scese con una velocità impressionante. Quell’uomo aveva ragione, assolutamente ragione … lui non era adatto ad avere un futuro. C’erano le persone competenti, che sarebbero state in grado di affrontare le difficoltà della vita, e poi c’era lui. Ma allora, perché non la faceva finita? Perché non si era ancora ammazzato?

 Perché non aveva le palle di fare neanche quello: ci pensava a lungo, ci rifletteva, immaginava il breve dolore e poi la pace che sarebbe seguita … ma poi c’era quella punta di vigliaccheria che restava aggrappata alla vita, che gli diceva: e se le cose fossero migliorate? Un pensiero patetico, che lo manteneva a imputridire da vivo nella sua inutilità, ma che lo aveva in qualche modo mandato avanti fino a quel momento.

 J: ma che cazzo! Senti, non importa, okay? Se hai dei problemi, stai lì tranquillo, fai il tuo versamento, e poi al resto ci pensiamo noi.

 La cosa decisamente non gli faceva onore, ma quando mai era riuscito a combinare qualcosa di utile agli altri? Comunque, era gentile quella ragazza, Judith. Almeno lei era decente, almeno lei si stava attivamente impegnando per salvare la situazione con meno vittime possibili.

 O: si sta perdendo la possibilità di salvarsi attivamente la pelle, ma capisco che questo possa non essere esattamente per tutti.

 J: oh, piantala. Vuoi che usiamo il tuo conto corrente allora?

 O: mi premunirò di mostrare la ricevuta quando avrò effettuato il pagamento.

J: eccoti la lista.

 O: meraviglioso, peccato che non mi lasci aprire il link. Evidentemente, ci tocca stare qui dentro finchè qualcuno non ha esaurito i suoi punti.

J: non hai un altro dispositivo? Io trovo il gioco da computer, e non ho problemi a usare il cellulare … oh oh cazzo, non funziona più! Merda, ci tengono d’occhio le conversazioni cazzo!

 O: be’, una scoperta illuminante. Hai altre idee su come procedere, o la tua carica da generale si conclude qui?

 J: ma hai qualcosa da fare nella vita a parte lagnarti? Non hai fatto altro, maledizione!

 O: non hai paura di farmi cadere una tacca ad attaccarmi così?

 Iris non rispose più nulla.

 O; certo che ci vuole poco a scoraggiarti. Scusa ma non mi sembra proprio che sarai utile a qualcosa, qui.

 Una tacca di Iris calò.

 H: non credo che chiunque avrebbe potuto fare qualcosa in questa situazione. Non prendertela con te stessa.

 Non era giusto, no. Non era giusto che una ragazza così diversa da lui, così attiva, così determinata a uscire, con una vita che la aspettava lì fuori, venisse abbattuta così, dopo aver lottato con tutto quello che aveva – non come lui. Passò qualche minuto prima che Judith rispondesse.

 J: ma andatevene a cagare tutti e due. Non avete fatto niente da quando siamo entrati qui, non siete buoni a un cazzo! E sapete che vi dico, io non ci sto! Io mi sono sentita dire da quando sono nata che non sarei andata da nessuna parte, e non ci sono mai stata! Ho sempre lottato, e non intendo smettere di farlo ora! Quindi ficcateveli su per il culo i vostri piagnistei, o fate qualcosa di utile al mondo o andate direttamente ad ammazzarvi, grazie!

 Aveva ragione. Aveva assolutamente ragione. Henrik non aveva mai fatto nulla – non solo in quella situazione, ma nella sua vita in generale. Non aveva il fegato di darsi uno scopo nella vita; non aveva le capacità per soddisfare quello che gli altri si aspettavano da lui. Non era una persona a sé stante, non lo era mai stato, e non lo sarebbe mai diventato. L’unica cosa che poteva fare era smettere di rubare risorse agli altri. Tanto, con uno come lui, una non-persona, una cosa, non sarebbe stato tanto un suicidio quanto una rottamazione.

 Le sue ultime tacche sparirono. Lo schermo divenne nero. Hai perso!

 

No. No, no, no! Di nuovo, l’aveva fatto di nuovo. Era bastato quel momento di crisi, quello scatto di rabbia, e, e … un’altra persona morta, un’altra persona morta per colpa sua. Perché non aveva tenuto più in conto lo stato mentale di quel poveretto? Perché non era riuscita a gestire la situazione?

 Partiva sempre con i propositi migliori, e puntualmente mandava qualcuno a morire. Possibile che fosse una persona così schifosa? Ma perché le stava succedendo tutto quello? Judith voleva solo creare arte, dannazione! Esprimere il suo mondo interiore, condividerlo con le persone, dare loro bellezza, non sofferenza e morte!

 Judith non fece assolutamente nulla per tutto il giorno. Le sembrava tutto così vuoto, privo di senso. A sera le sarebbe arrivata la mail con qualunque cosa orribile fosse successa a quel poverino, e poi il giorno dopo sarebbe ricominciato tutto. Con solo lei, Oliver Schreiber e il terzo partecipante che non aveva mai interagito. Probabilmente sarebbe morta. Sarebbe bastato che Oliver facesse un paio di commenti sugli avvenimenti recenti, e le sue tacche sarebbero crollate subito. E poi sarebbero rimasti quei due a sbrigarsela. Chissà come sarebbe andato a finire il gioco … ma a quel punto, la cosa non la riguardava certo.

 Forse avrebbe dovuto telefonare ai suoi? Sarebbe stata l’ultima occasione per parlare con loro. Sì, sarebbe stata la cosa giusta da fare. Telefonò prima a sua madre, poi a suo padre. Entrambi i genitori furono telegrafici, se non nel menzionare quanto fossero delusi da lei e descriverle come, mentre i loro amici guardavano i loro figli laurearsi, sposarsi e fare carriera, loro non avevano altro da vedere che lei che buttava via la sua vita a fare niente, per un sogno adolescenziale da cui sarebbe dovuta maturare da molto tempo ormai.

 Judith chiuse le telefonate. Era stata la cosa giusta da fare. Per essere più precisi, non aveva buttato via solo la sua vita, ma anche quelle degli altri.

 In quel momento arrivò la mail. Non era un video, era una semplice foto, che ritraeva Henrik con le vene tagliate per il lungo. Il coltello da cucina gli era appena scivolato di mano. Era stato lui stesso ad ammazzarsi, prima che quei bastardi potessero raggiungerlo. Davvero una buona idea.

 

Olivier Schreiber tirò un sospiro di sollievo. Bene, e anche oggi era morto qualcun altro, anziché lui.

 Non che la cosa fosse imprevedibile, anzi era sorprendente che l’aspirante suicida fosse tra quelli durati più a lungo di tutti. Per l’indomani, poteva stare tranquillo: quella ragazza aveva già perso alcune tacche, mentre la sua barra della salute era intonsa.

 Restava solo il misterioso M, il penultimo giocatore che non aveva mai dato segni di vita, mai tentato né di abbattere né di aiutare gli altri. Poteva forse essere l’organizzatore di tutta quella pazzia? Forse avrebbero avuto un drammatico confronto, degno del climax di un film, dove gli sarebbe stato rivelato lo scopo di tutto quello?

 Ora, se fosse stato M, avrebbe cercato di abbattere un avversario come Olivier con rinfacci riguardo alle ragazze; a tal fine, però, avrebbe trovato pane per i suoi denti. Lui non era uno di quegli sprovveduti che credevano all’innocenza dei bambini, lui era perfettamente consapevole di quanto intelligenti e consapevoli della propria sessualità fossero le ragazzine delle medie. E quanto fossero pronte a fare piccoli favori per avere quello che volevano. Se quello non era consenso, allora cosa lo era? Lui non aveva nulla da rimproverarsi. La società lo avrebbe condannato, ma lui era a posto con la coscienza.

 Ma era anche consapevole di non meritare la condanna penale e la gogna sociale per i suoi naturali istinti; e in caso avesse perso, sicuramente la sua disfatta avrebbe riguardato proprio quello. No, non avrebbe ceduto a M! Non sapeva niente su costui, in effetti, ma se avesse voluto attaccarlo, avrebbe dovuto esporsi; e Olivier avrebbe saputo approfittare di ogni debolezza accennata. Si alzò presto, per assicurarsi di essere il primo a entrare nel gioco; e dovette aspettare parecchio prima che quella Judith si facesse viva.

 O: ciao Judith! Come stai?

 J: allora, siamo rimasti solo noi due. Ho provato a contattare quel detective, ma non mi ha ancora risposto. Credo che gli hacker mi abbiano intercettato la telefonata.

 O: a quanto pare, sei incapace di fare un sacco di cose.

La ragazza non rispose. E continuò a non rispondere. Stava avendo una crisi? Non sapeva più cosa dire o fare? Forse era andata ad ammazzarsi anche lei? No, in quel caso probabilmente le sue tacche sarebbero tutte scese. Stava cercando di risparmiare tempo col silenzio? Be’, non si poteva andare avanti così in eterno. Cosa poteva aggiungere per –

 M pubblicò un’immagine.

 Era uno screenshot – uno screenshot della sua pagina di accesso a – il suo sito! No, non era possibile, come aveva fatto – altre foto. Immagini postate da altri, foto di momenti decisamente inequivocabili che erano riusciti a strappare alle loro conquiste, a cui lui aveva posto i suoi complimenti. Immagini che lui aveva dovuto postare per mantenere l’account, in cui il suo viso era perfettamente visibile insieme a quello delle ragazze. M non si era curato di censurare assolutamente nulla, gettando la sua vita sessuale in pasto a qualsiasi benpensante fosse a tiro. La barra della salute di Oliver perse una tacca.

 J: oh porco di quel … crepa, schifoso, io chiamo la polizia, il nome me l’hai dato!

 M: ci ho già pensato io. Ho mandato loro queste stesse immagini. Arriveranno a prenderlo tra poco.

 La barra della salute perse due tacche. Oliver afferrò il cappotto e si precipitò fuori casa, digitando in fretta le sue risposte, forse se avesse sconfitto uno dei due la polizia non sarebbe arrivata ...

 O: non siete migliori di me! Le ragazze erano consenzienti, e non smetteranno di esserlo solo perché voi le ritenete troppo stupide! Voi avete volontariamente ammazzato delle persone!

 J: Queste non avranno nemmeno dodici anni! In questa foto la bambina sta piangendo, cazzo!

 M: non è scesa nessuna tacca, dopo questo commento. Ormai si è troppo convinto di essere nel giusto, credo. Si sentono le sirene o sbaglio?

 Sì. Oliver aveva appena raggiunto il pianterreno del suo condominio, e la prima cosa che vide fu una pattuglia della polizia che filava dritta verso di lui. Una tacca scese. Cercò di non sembrare agitato o frettoloso, solo la distratta curiosità che la gente non coinvolta mostrava alla polizia …

 M: ho inviato fotografie e dati personali di Schreiber. Anche se si vedeva benissimo la sua faccia in quelle foto, credo. Dovrebbero riconoscerlo a vista.

 La sua ultima tacca scese. I poliziotti uscirono dall’auto, lo videro, e gli urlarono di fermarsi. Hai perso! Trillò la vocetta.

 

Judith si accasciò sul divano non appena vide lo schermo tornare alla normalità. Per tutto il tempo aveva parlato con … e non se ne sarebbe mai capacitata! Schreiber sembrava uno stronzo, certo, ma uno normale! Non aveva mai fatto commenti strani o altro … ed era quasi riuscito a convincerla di essere la persona peggiore lì dentro.

 A parte quello, M si era finalmente rivelato. Era stato zitto perché stava recuperando i dati su Schreiber? Cos’era, un poliziotto? O una specie di hacker etico, come in certe operazioni di Anonymous? E se lo era, perché non aveva fatto qualcosa per tirarli tutti fuori da quella situazione? Quel gioco era impossibile da sconfiggere anche per lui?

 Oppure, il fatto che avesse denunciato Schreiber non escludeva la possibilità che fosse l’organizzatore. Magari, per qualche motivo non voleva che l’ultima persona rimasta in piedi fosse un pedofilo. Be’, avrebbe decisamente avuto modo di affrontare l’argomento l’indomani: erano le uniche due persone rimaste, il finale di quella pazzia si sarebbe giocato tra loro.

Quella sera non arrivò nessuna e-mail; in compenso, tutti i giornali riportarono la sconvolgente notizia di un insegnante delle scuole medie coinvolto in un giro di pedofilia, che aveva abusato delle sue alunne e le aveva costrette a posare per foto finite in un sito per merde apposite. Ovviamente nessuno sapeva niente, perché le ragazzine non avevano parlato prima, castrazione chimica, pena di morte, eccetera. Sperava solo che quelle bambine ricevessero le cure appropriate.

 

Quello che la prima mattina di quell’incubo era stato un delirante guazzabuglio di giochi diversi, adesso era una desolazione di schermo quasi vuoto, se non per le icone sue e di M. Quel giorno sarebbe stato decisivo. Lei ed M si sarebbero scontrati? Sarebbe morta, o avrebbe ucciso un’altra persona? Oppure sarebbe riuscita a trovare un vero alleato?

 Dal canto suo, M non diceva nulla, anche se non poteva essere altro che connesso. Toccava a lei dare il calcio di inizio.

 J: Chi sei?

 M: Mihaela Faur.

 Il nome non le diceva assolutamente niente. Attese qualche momento, ma Mihaela Faur non elaborò ulteriormente.

 J: Voglio dire, perché non sei intervenuta finora? Come facevi a sapere tutte quelle cose su Schreiber? Sai qualcosa di tutta questa faccenda? L’hai organizzata tu?

 Seguirono altri minuti di non risposta. Ma che accidente stava aspettando? Che risposta le sarebbe arrivata? Magari stava davvero parlando con la colpevole, e le sarebbe arrivata la rivelazione, il perché di tutti quegli orrori …

 M: Non avevo nulla da dire.

 M: Gli ho hackerato il computer.

 M: Non sono riuscita a trovare i responsabili.

 M: Non sono io la responsabile.

 E di nuovo non le stava dicendo niente. Come non aveva nulla da dire?! Li stavano facendo fuori come mosche uno dopo l’altro, che cazzo stava a significare ‘non ho nulla da dire’?! e poi, era un’hacker. E aveva detto che ‘non era riuscita a trovare i responsabili’, non che non aveva la minima idea di che cosa stesse succedendo. E forse sapeva anche come uscire da lì … anche se, l’avesse saputo, sarebbe stata la più responsabile di tutti, visto che non aveva avvisato gli altri. Digitò tutto questo in fretta e furia; non che le servisse a molto, perché di nuovo la risposta arrivò a rilento.

 M: Certo che ho cercato di capire da dove arrivasse l’attacco. L’unica volta che ci sono arrivata vicina mi è arrivata una scarica di stimoli a cui sono ipersensibile e sono andata in meltdown. Però credo che il primo computer ad essere infettato sia stato il mio.

 J: non ho capito. Degli stimoli che ti hanno mandato in panne il computer? e come fai a sapere che sono partiti da te? È una qualche roba da hacker?

M: Fai una domanda alla volta. No, non era il computer, ero proprio io. È perché i giocatori sono basati sui miei alter. Sicuramente mi hanno infettata nel deep web, ma è qualcosa che neanche io ho mai visto.

 J: in che senso i tuoi alter?

 M: Profili falsi.

 J: aspetta, mi stai dicendo che sono tra le tue amicizie sotto falso profilo? Perché? Che accidenti vuoi da me?

 M: Ti ho detto di fare una domanda alla volta.

 M: No. Cioè, adesso sì, ti ho rintracciata dopo che è iniziato il gioco per capire come avrebbero potuto attaccarti e proteggerti. Ma prima avevo solo un alter che è un’artista sul web. Volevo capire come funzionate.

 J: in che senso come funzioniamo?

 M: Scusa, mi sono espressa male. Intendo dire cosa pensate quando create, come interagite tra voi, quali problemi affrontate. Che persone siete in generale.

 J: e a che ti serve?

 M: voglio capire le persone.

 Iris ci capiva sempre meno. Capire le persone? Ma … cos’era, studiava psicologia oltre a fare hacking? A parte quella minuscola scintilla di speranza e conforto quando Mihaela aveva implicato di starla proteggendo, la situazione la stava confondendo ancora di più.

 J: okay, quindi avevi alter che corrispondessero agli altri?

 M: Quello di Schreiber mi serviva per trovare i pedofili da mandare alla polizia.

 J: quindi collabori con loro?

 M: No.

 J: okay, non chiedo oltre. Comunque, hai qualche idea visto che sei più pratica di queste cose? Come usciamo da qui?

 M: Non ammazzandoci a vicenda.

 J: grazie tante, risposta perfetta.

 M: Ma allora perché avete continuato a farlo?

 Judith ebbe la sensazione che qualcosa le si fosse conficcato in gola. Perché … vero, perché? Ogni volta che cercavano di venire a capo della situazione, scoppiavano dei litigi, e qualcuno ci rimetteva. C’era gente come Schreiber che lo faceva di proposito, per qualche assurda convinzione di scamparla così … ma anche lei aveva causato dei morti.

 M: No, no, non intendevo quello. Cioè … torniamo al punto, va bene? Dimentica quello che ho detto.

 Judith guardò la sua barra della salute, e si accorse di aver perso un’altra tacca. Gliene restava una sola.

 M: Comunque. Alla fine, sono riuscita a capire chi sono. La Clockwork Society. È un’organizzazione strana, non sono riuscita a capire di cosa si tratti realmente. Hanno un sito nel deep web, ma anche solo la home page è in codice e io non sono ancora riuscita a trovare quello giusto. Comunque. So solo che nei gruppi criminali che tenevo d’occhio tutti quelli che la conoscevano sembravano esserne terrorizzati. A quanto sono riuscita a capire, è una delle poche organizzazioni illegali in possesso delle risorse per realizzare questo gioco, e l’unica con cui io sia venuta in contatto.

 J: e perché cazzo volevi indagare su di loro?!

 M: Perché potrebbero essere coinvolti nel traffico di esseri umani.

 A maggior ragione! Cioè, non che non apprezzasse l’impegno umanitario di questa tizia, ma aveva fatto il passo più lungo della gamba e adesso ci erano andate di mezzo otto persone.

 J: okay, ma allora hai qualche idea su cosa fare? Come ci si salva?

 Mihaela impiegò quella che a Judith parve un’eternità a rispondere.

 M: Lascia tutti i tuoi dispositivi elettronici a casa tua ed esci. Portati a dietro tutto il contante che hai, non fare acquisti in carta. Lascia la città, cambia spesso mezzi pubblici, non fermarti negli alberghi per più di una notte. Ci saranno sicuramente telecamere esterne a tenerti d’occhio o persone pagate per seguirti, quindi non andare mai in posti isolati. Prima o poi la polizia inizierà a cercarti. Saranno loro a iniziare autonomamente le indagini sul tuo cellulare, e avranno mezzi di analisi molto più avanzati di quelli della maggior parte di voi. Se non troveranno il cellulare, inventati uno stalker. Probabilmente sei già esaurita di tuo, quindi non sarà difficile convincerli che hai bisogno di una protezione speciale. A quel punto dovresti essere più al sicuro almeno per qualche tempo. Io ne approfitterò per cercare di più su di loro. Se riuscissi a individuare e distruggere i loro server, dovrebbe essere un danno abbastanza grosso perché lascino in pace me e te.

 Judith fissò quel piano. Aveva una sua logica – non perfetto, ma il massimo che potevano fare contro un’organizzazione così potente. Il problema era che lei non avrebbe potuto metterlo in pratica.

 Non aveva i soldi per viaggi e alberghi. Si sarebbe trovata a dormire per strada, ma quello sarebbe stato come consegnarsi direttamente alla Clockwork. Sarebbe stata ammazzata come una qualsiasi barbona in strada, e tutti quelli che la conoscevano avrebbero scrollato le spalle perché ecco come andava a finire chi si aggrappava a sogni idioti invece di imparare a fare qualcosa di utile per la società.

 E il fatto stesso che la polizia la cercasse dipendeva da qualcuno che denunciasse la sua scomparsa, ma lei non sentiva più niente dai suoi genitori da mesi, e quelle conoscenze superficiali che aveva definito amici le aveva mollate da quasi altrettanto tempo, era sola. Era una fallita, chiusa da sola in una stanza minuscola dall’affitto sempre in arretrato, e adesso sarebbe finita per strada e sarebbe morta per gli errori di qualcun altro. Non sarebbe diventata disegnatrice di fumetti, sarebbe stata una vita di cui il mondo avrebbe fatto anche a meno.

 Se simili pensieri le avessero attraversato la testa qualche tempo prima, si sarebbe arrabbiata. Avrebbe lottato, si sarebbe aggrappata a ogni filo di speranza che aveva con le unghie e con i denti, avrebbe ingoiato l’orgoglio e riparato i suoi errori, chiesto aiuto a chiunque potesse essere disposto a darglielo. Avrebbe rifiutato di sparire.

 Adesso, adesso aveva passato le ultime settimane della sua vita a fallire nelle sue aspirazioni, e gli ultimi giorni a vedere gente morire. Aveva causato lei stessa la morte di alcune di quelle persone, era responsabile quanto quella terribile Clockwork Society. Era stanca.

 L’ultima tacca della sua barra della salute scomparve. Hai perso!

 

Mihaela Faur fissò lo schermo del computer che si illuminava con la scritta Congratulazioni, hai vinto! sottolineata da una musichetta felice. La quale si interruppe bruscamente, e lo schermò divenne di nuovo nero, con solo la scritta: hai perso.

 Cosa cazzo era successo? Cosa aveva detto a Judith, per darle quella reazione? Le stava presentando una soluzione, avrebbe dovuto sentirsi sollevata! Per quello che aveva spiato nel suo account, Judith era una persona combattiva, il tipo che traeva energie dalla frustrazione e dalla rabbia, e doveva averne accumulate a bizzeffe in quel gioco. Ma del resto, poteva vedere solo quello che pubblicava online: per il resto, la vita di Judith era il mistero più assoluto per lei.

 Ma così non si andava da nessuna parte! Dannazione, lei aveva provato! Aveva fatto tutto quello che poteva per salvare lei e gli altri!

 Certo, il suo era stato un fallimento totale. Quella Clockwork Society era a livelli informatici talmente avanzati che, non fossero stati una manica di assassini sadici, avrebbe provato per loro una sorta di venerazione. Per quanto si fosse sforzata, non aveva trovato la minima alterazione nel normale funzionamento del computer che era stato infettato mentre il gioco non era in corso; era tutto assolutamente regolare, senza la minima traccia di intrusione esterna. Le sue impostazioni dell’accesso di root avrebbero dovuto negare l’accesso a qualunque ente esterno, ma non parevano essere state toccate.

 Provare ad hackerare il computer infetto con un altro dei suoi mentre il gioco era in corso aveva dato risultati appena migliori: quando aveva provato un attacco di replay contro il gioco, era arrivato il famoso attacco da meltdown, e lei era rimasta fuori combattimento per un’ora e mezza, cercando di calmarsi. Decisamente non un successo, ma almeno sapeva che esisteva un punto debole, se era così ben difeso.

 Certo, intanto aveva trascurato il fattore umano degli altri giocatori. Ma chi si aspettava che un gruppo di persone normali – quasi tutte, almeno – riuscisse a distruggere ogni possibilità di muoversi concretamente e di cooperare? Sembrava che si fossero messi a gara a chi ne ammazzava di più, in alcuni momenti avrebbe addirittura pensato di avere a che fare con dei bot, non fosse stato per gli articoli sui giornali.

 Certo, lei non era stata migliore: aveva tentato i suoi soliti approcci, senza provare a comunicare direttamente con loro, anche se i suoi alter avrebbero dovuto insegnarle come trattare con tanti tipi di persone diverse. Forse avrebbe peggiorato la situazione, forse invece sarebbe riuscita a fare qualcosa, era colpa sua che, come al solito, sbagliava quando si trattava di interagire con altre persone e - no, non era il momento di stare a piangersi addosso. La colpevole era la Clockwork Society. Lei, Mihaela, era stata incauta, aveva sottovalutato il suo avversario e sopravvalutato quelle povere persone, ma era stata quell’organizzazione a mettere in piedi quel gioco perverso e a coinvolgere nove – otto – innocenti (Schreiber avrebbe meritato di peggio), invece di prendersela esclusivamente con lei, la persona che stava attivamente dando loro contro.

 L’unica responsabilità su cui doveva concentrarsi, era quella di fermarli. Farlo sarebbe stato estremamente complicato. Quei bastardi avevano indagato a fondo su di lei: sapevano che era autistica, sapevano gli specifici stimoli visivi e uditivi che lei non riusciva a sopportare, figuriamoci se non sapevano dove abitava e come rintracciare i suoi dispositivi. Sulle password dei suoi dispositivi era marginalmente più sicura: anche se non ai livelli degli hacker della Clockwork, sapeva una o due cosette in più sulla protezione informatica rispetto agli altri finiti nel tritacarne con lei.

 Si alzò. Spense portatile e cellulare, lasciandoli sulla scrivania del suo appartamento. Prese con sé solo la carta bancomat: avrebbe ritirato la maggior somma in contanti che fosse riuscita a prelevare allo sportello più vicino, poi non l’avrebbe più toccata. Lei era in buoni rapporti con i suoi genitori e aveva un lavoro stabile come programmatrice informatica: qualcuno tra i suoi familiari o i suoi datori di lavoro si sarebbe accorto in fretta della sua scomparsa.

 Lo stesso, era brava a passare inosservata: le autorità non l’avrebbero trovata tanto presto, e anche quelli della Clockwork avrebbero avuto i loro problemi. La si stringeva il cuore solo a pensare ai suoi … non doveva: avrebbe avuto ragione della Clockwork, e sarebbe tornata da loro, alla sua vita normale. Uscì di casa, dopo aver abbandonato qualunque cosa potesse servire a rintracciarla o a riconoscere la sua identità.

 Nessuno di quelli che avevano conosciuto Mihaela Faur la rivide più, né seppe mai cosa le fosse accaduto.

 

 

 

 

 

Gentili Signore, Egregi Signori, e Stimabili Nonbinary,

lavoro su questa storia da più di un anno, ne ho ben poca soddisfazione, e ammetto di averla pubblicata soprattutto per sbarazzarmene e poter proseguire con le prossime storie della serie. Ahimè, nell’ultimo anno è successa praticamente qualunque cosa, e il tempo per scrivere è stato quasi del tutto inesistente.

Tra l’altro, le prossime storie della serie horror ci metteranno un pezzo ad arrivare: prima ne arriverà qualcuna da parte delle due serie fantasy che ho in programma. Si tratterà di storie brevi, slegate dalla storia principale, ma che serviranno a introdurre il contesto e alcuni personaggi, oltre che, si spera, a suscitare la vostra curiosità. Ormai però le cose dovrebbero stare per calmarsi, dovrei avere più tempo per scrivere invece  di dedicare ogni secondo che respiro allo studio, e conto di riuscire a equilibrare le tre serie in tempi ragionevoli.

Intanto, spero che questa storia sia comunque riuscita a interessarvi. Un sentito ringraziamento a chiunque vorrà leggere e recensire.

  
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