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Autore: Chiara Capocci    05/11/2021    1 recensioni
La storia romanzata della relazione amorosa tra Lorenzo il Magnifico e Bartolomea de' Nasi.
Genere: Sentimentale, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Epoca moderna (1492/1789), Rinascimento
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"L'abito di monna Bartolomea richiama i colori di Sarzana. Quando si dice una preziosa coincidenza!"
Il ricevimento del 1 luglio 1487 era stato indetto da Lorenzo de' Medici per celebrare la recentissima riconquista di Sarzana, avvenuta pochi giorni prima, dopo un mese di incessante coinvolgimento che aveva visto lo stesso Lorenzo scendere in campo per dirigere le operazioni militari.
Tornato vittorioso a Firenze in occasione della festa di San Giovanni, il Magnifico aveva prontamente fatto recapitare ad amici stretti e a conoscenti d'elezione, tra cui Ginevra de' Benci e Bartolomea de' Nasi, l'invito per festeggiare la felice circostanza, che recuperava alla Repubblica di Firenze un possedimento a lungo conteso con i genovesi.
Senza farlo apposta, la Nasi si era fatta confezionare per l'occasione un abito blu ed oro, i colori dello stemma comunale della riconquistata cittadina ligure, e nel corso del ricevimento subiva dunque i giocosi motteggi della nipote Ginevra.
"Cosa si va confabulando qui in merito a Sarzana?" domandò Lorenzo de' Medici avvicinandosi al piccolo gruppo costituito da Bartolomea de' Nasi, Ginevra de' Benci e Andrea de' Medici detto il Butta.
"Oh signori, notate come messer Lorenzo già parla della recente acquisizione con la curiosità e l'apprensione di un padre per una figliola."
L'asserzione di Ginevra cagionò nel Magnifico un chiaro sorriso, prima che il Butta prendesse parola.
"Come vi sentite, Lorenzo?"
"Come un contadino che abbia atteso a lungo la crescita delle messi, tra le intemperie, e che possa finalmente godere dei frutti della sua costanza. Se c'è una cosa che questa esperienza mi ha confermato è l'importanza della volontà nel perseguimento dei propri obiettivi. La volontà è il motore della costanza, senza la quale nulla verrebbe mai raggiunto."
"Il segreto per ottenere le cose è dunque quello di desiderarle ardentemente?" chiese la Benci con aria interrogativa, mentre il Butta rispondeva al quesito emerso.
"Direi di sì. È un po' come con una bella donna.."
"Tra metafore bucoliche e risvolti audaci cari signori potreste invero fare di meglio per onorare la presa di Sarzana"
"Ma come, monna Ginevra, non avete apprezzato il mio panegirico campestre?"
"Invero poco"
"E il mio paragone?"
"Vi posso assicurare messer Andrea che potete di più"
"Ma, monna Ginevra, trovo che Andrea abbia ragione" affermò Lorenzo, passando ad esporre un'idea che lo convinceva particolarmente "Pensateci un attimo, del resto a conversare in questo frangente siamo uomini e donne adulti. Trovo che, in amore, la corrispondenza tra amante e amata sia tanto più favorita quanto più intenso è il desiderio. L'amata non può che avvertire la tensione dell'amante, e in virtù di essa, essere più incline a ricambiare il sentimento..." Nel parlare, Lorenzo guardava intensamente Bartolomea, la cui figura gli appariva in quel momento più conturbante che mai. Dal loro ultimo incontro, terminato con quell'abbraccio difficilmente dimenticabile, il Magnifico aveva tratto la conclusione che la qualità suprema che quella donna sprigionava, rendendola così interessante e desiderabile al di là della sua modesta fisicità, fosse la sensualità. Bartolomea de' Nasi sembrava infatti animata da uno spirito passionale, reso tanto più esplicito dal portamento timido e dimesso, da cui, per contrasto, la sua vera natura traeva forza e consistenza: la donna tendeva a tenere gli occhi bassi, ma c'erano momenti in cui, alzando lo sguardo comunicava brio, carattere e un atteggiamento libero e impertinente, attraverso quel sorriso che sapeva essere ad un tempo dolce e malizioso; l'algida sembianza che assumeva in pubblico, quel contegno in cui la figlia Ginevra le assomigliava tanto, non era altro che una maschera che cadeva facilmente lasciando spazio ad atteggiamenti carezzevoli, come l'abbraccio cui si era abbandonata durante l'incontro con Lorenzo de' Medici.
Dal canto suo Bartolomea, nel sentire il fervente sguardo del Magnifico su di sé, era preda di un dolce languore che, dal ventre, si irradiava per tutto il corpo, lo stesso che aveva avvertito in precedenza durante il contatto fisico con il Magnifico Lorenzo. Da donna adulta sapeva di cosa si trattasse, e pensandoci, provò l'imbarazzo di chi voglia controllare le sue sensazioni ma abbia anche la consapevolezza della loro autonomia rispetto la ragione. Si lasciò dunque andare alla piacevolezza del momento, dolendosi allorché Lorenzo venne richiamato da un altro gruppo di ospiti. Nel frattempo, la novità che rappresentava la sua persona nel circolo laurenziano destò più di uno sguardo incuriosito nella sua direzione. La circostanza di essere al centro dell'attenzione, che Bartolomea aveva previsto considerandola come lo scotto da pagare per entrare a far parte del mondo di Lorenzo, invero la mise a disagio, nella misura in cui vedeva negli sguardi dei convenuti un'abbondante dose di scetticismo. Bartolomea sentiva che si stessero chiedendo chi fosse lei, a quale titolo partecipasse al ricevimento, probabilmente facendo anche considerazioni sul suo aspetto, che la Nasi sapeva non essere notevole.
Immediatamente si sentì una sciocca, una povera sognatrice che abbia troppo a lungo fantasticato e che si ritrovi improvvisamente a fare i conti con una realtà dura e poco lusinghiera. Quel mondo in cui gli uomini si distinguevano per ricchezza e prestigio e le donne per bellezza, sembrava non avere spazio per lei, e glielo ricordava con la glaciale schiettezza insita in quegli sguardi alteri e divertiti. Ella sentiva di non poter nemmeno tentare di riscattare la propria immagine attraverso una conversazione brillante, non essendo abituata a quel continuo stare in società che ne rappresentava il presupposto fondamentale.
Un simile debutto le faceva venire voglia di tornare alla vita di sempre, che non era poi così male, come si ritrovò a pensare Bartolomea in preda alla vergogna. La sua indole era invero molto sensibile a questo sentimento, nonché al catastrofismo, rendendola molto più simile al marito Donato di quanto ella volesse ammettere.
"Prendiamo una boccata d'aria?" esordì dunque Bartolomea rivolgendosi a Ginevra, in un frangente di silenzio nella conversazione che stavano tenendo con alcuni ospiti.
Mentre le due donne erano sul punto di prendere le scale che le avrebbero condotte al cortile, con Bartolomea visibilmente risollevata dallo star lasciando l'atmosfera per lei opprimente della Sala Grande, Lorenzo de' Medici attraversò la sala in lunghezza per dirigersi alla porta, da dove, con passo leggero e silenzioso, emerse la figura di sua moglie Clarice.
Bartolomea non l'aveva mai veduta di persona, ma la riconobbe subito rendendo vano il suggerimento di Ginevra circa il fatto che la donna appena entrata fosse la moglie di Lorenzo.
Non poteva essere infatti altri che lei, pensò la Nasi, vedendo il modo delicato e al contempo complice con cui Lorenzo la invitò ad avvicinarsi a lui per cingerla con un braccio all'altezza della vita, mentre prendeva la sua mano e l'accompagnava ad un angolo della stanza, vicino ad una delle ampie finestre che si aprivano sulla parete.
Il volto della donna passò dall'essere chiaro e sorridente, nella direzione di quanti le tributavano saluti ed rispettosi cenni del capo, a scurirsi ed accigliarsi allorché si isolò con Lorenzo. Bartolomea, in virtù della sua distanza dalla coppia, non riusciva ad udire quanto andassero dicendosi i due coniugi, ma dai gesti e gli atteggiamenti comprese che Lorenzo stava invitando la moglie a lasciare la stanza, mentre lei, risoluta e leggermente irritata, rimaneva al suo posto. Seguì un'animata conversazione in cui Clarice sembrava rimproverare qualcosa ad un Lorenzo calmo e concentrato ad ascoltare, prima ch'egli, rispondendo con poche parole, prendesse la mano della moglie per depositarvi un lungo bacio.
Bartolomea de' Nasi fissava attentamente la scena, avvinta alla visione di quello spaccato coniugale tanto quanto al dettaglio del bacio. Per un meccanismo che non riusciva ancora a decifrare coscientemente, sentiva rispetto la circostanza un'estraneità che la irritava e al tempo stesso una compiacente partecipazione, in grado insieme di gettarla in uno stato di onirica confusione da cui nemmeno l'invito della nipote Ginevra a seguirla in cortile l'avrebbe inizialmente aiutata a riaversi.

"E tu cosa ci fai qui?"
Di ritorno alla Sala Grande dopo la pausa all'esterno, Bartolomea fu avvicinata da una donna dalla figura procace ed esuberante, in cui ella riconobbe immediatamente Ippolita, moglie dello zio Bartolomeo.
"Oh Ippolita, che piacere. Come vedi partecipo al ricevimento."
"Non ti avevo mai veduta da queste parti"
"Io non ti ho veduta nella sala altrimenti ti avrei raggiunta."
Bartolomea prese dunque a parlare con la parente del più e del meno, della salute precaria dello zio e dell'aria che tirava in casa loro, nonostante l'avesse visitata appena una settimana prima. L'apprensione nell'informarsi le derivava tuttavia dal grande amore che portava allo zio, unito al dispiacere per quella sorte che costringeva alla malattia e alla sofferenza un animo solitamente inarrestabile. Invero Bartolomeo Nasi, condivideva con i fratelli quell'attitudine al duro lavoro e quella frugalità che era insieme sobrietà di vita e semplicità d'animo che avevano fatto la fortuna sua e della sua famiglia.
Bartolomeo, molto similmente a Donato Benci, rifuggiva dalla mondanità e dagli onori -che pure gli sarebbero stati riconosciuti se egli avesse voluto- per condurre un'esistenza essenziale, caratterizzata dall'amore per la famiglia e per la moglie Ippolita. Ella, bella e vivace, destava in lui quella passione intensa e verace che costitutiva la sola eccezione di quell'indole solitamente innocente e casta, che Bartolomeo giustificava ricorrendo alla sacralità del vincolo matrimoniale, che prevedeva la licenza pur nel rispetto del vincolo stesso: invero Bartolomeo adorava sua moglie, e non c'era altra donna nella sua vita che non fosse lei.
Da un po' di tempo però, parallelamente alla malattia, poteva rilevarsi in Bartolomeo una tristezza che gli oscurava lo sguardo e comprometteva la sua forte fibra, esponendolo a quella debolezza che rendeva così ansiosa Bartolomea di conoscere il suo stato. Egli chiudeva spesso gli occhi, desiderando intensamente di essere lontano... Nel parlare del marito Ippolita non sembrava invero particolarmente dispiaciuta né in apprensione: o meglio, il dispiacere e l'apprensione erano resi sbrigativi da un acuto senso di trepidazione che la faceva apparire impaziente di terminare la conversazione con la nipote.
"Dunque sei solita visitare Palazzo Medici?"
chiese Bartolomea conscia dell'atteggiamento scostante di Ippolita, tuttavia imbarazzata dal silenzio che si era creato e incline ad occuparlo con la prima cosa che le fosse venuta in mente.
"Sì, sì, come Ginevra sa bene. Ora vogliate scusarmi ma devo andare. È stato un piacere incontrarvi" Ippolita de' Pazzi rivolse dunque un sorriso benevolo nella direzione di Bartolomea e Ginevra, la quale, fissando l'immagine della donna intenta a scendere la rampa di scale, represse una leggera smorfia, appena accennata eppure sufficientemente esplicita da essere notata dalla Nasi.
"Ippolita ti è forse antipatica?"
"No, più che altro ha fatto un riferimento infelice."
"Vale a dire?"
"Nulla, Mea." Ginevra de' Benci sfoderò un sorriso smagliante, prendendo la zia sotto braccio nell'intenzione di ricondurla alla Sala Grande: Bartolomea, che non aveva reso partecipe la nipote del disagio provato fino a poco prima si schermì, comunicando di voler lasciare quanto prima il ricevimento.
"Sei almeno tenuta a salutare il tuo ospite..."
Le parole caricate di un tono giocoso e ricche di sottintesi morirono in gola a Ginevra, appena si rese conto che sarebbe stato meglio non pronunciarle.
"Lorenzo?"
Maledetta malizia! La Benci si pentì di questa sua tendenza caratteriale, cercando nel contempo di distogliere la zia dal proposito che le aveva insinuato.
"Mea, sicuramente sarà impegnato"
"Mea, non lo troverai di certo"
"Mea, forse non dovresti esporti in questo modo"
La sequela di esortazioni che Ginevra de' Benci rivolse alla zia non fecero che rafforzare l'intenzione della Nasi.
"Ma Ginevra, in fin dei conti si tratta di un semplice saluto, che tuttavia è necessario per non passare da sgarbata!"
Nel frattempo le due donne, dopo aver scrutato inutilmente la Sala Grande alla ricerca del Magnifico Lorenzo, avevano raggiunto il cortile interno, laddove troneggiava il David bronzeo realizzato decenni prima da Donatello: proprio fissando la lucida patina della scultura Bartolomea si rese conto che il cielo, scuro fin da quella mattina, aveva cominciato a mandare pioggia.
“Che fai, Mea, vieni almeno a ripararti!”
Seguendo l'esortazione di Ginevra, Bartolomea corse a ripararsi sotto il porticato.
“Se vuoi puoi andare, recapiterò io i tuoi saluti al Magnifico Lorenzo”
“Ma se sta piovendo a dirotto!”
Le parole della Benci destarono in Bartolomea un acuto sbigottimento, reso ancora più intenso dalla strana espressione assunta da Ginevra, a metà tra il disagio e la freddezza.
Alla Nasi appariva ormai chiaro che la nipote le stesse nascondendo qualcosa, una circostanza invero assai rara, data la tendenza di Ginevra ad essere sempre particolarmente schietta, almeno con la zia.
Bartolomea era dunque in procinto di chiedere spiegazioni, quando l'attenzione delle due donne, riparate sotto il loggiato, fu catturata dall'aprirsi di una porta, sul lato nord ovest del cortile: si trattava dell'uscio dell'ampia camera al pian terreno nota per essere la camera da letto estiva del Magnifico Lorenzo. Successivamente, avvenne tutto in un attimo: lo sporgersi verso l'esterno della bionda figura di Ippolita de' Pazzi ¹, intenta a scrutare il cortile, e il suo ritirarsi di nuovo all'interno della stanza, strattonata da quello che non poteva essere altri che Lorenzo de' Medici.
Per quanto brevissimo, il frangente fece apparire schiettamente chiara la circostanza del loro incontro clandestino ad una Ginevra tanto imbarazzata quanto Bartolomea era atterrita ed amareggiata.


(1) Alla data in cui è ambientato questo capitolo, Ippolita de' Pazzi, moglie di Bartolomeo de' Nasi, era già morta da sei anni. Tuttavia, nei Detti piacevoli di Angelo Poliziano, opera collocabile negli anni 70' del Quattrocento la sua figura compare come l'interlocutrice di Lorenzo de' Medici in un dialogo dai toni spinti, incentrato sul doppiosenso naso/membro.
Sebbene non sia da me romanzare elementi storici documentati (come la morte di un personaggio realmente esistito), mi sono presa questa piccola licenza per introdurre un argomento interessante e dibattuto, vale a dire la condotta sessuale di Lorenzo de' Medici.

   
 
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