Storie originali > Soprannaturale
Segui la storia  |       
Autore: Tenar80    22/11/2021    1 recensioni
In un mondo steampunk gli angeli hanno dichiarato guerra all'umanità. Solo un manipolo di soldati, con tute ricavate dai corpi dei nemici uccisi, riesce a opporsi a loro. Anche sotto il cielo ostile, però, nulla è come sembra, al punto che solo dietro una maschera è possibile essere se stessi. Lo sa bene Ardal, schiavo fuggiasco, che con la sua nuova identità di giornalista, cerca la verità sugli angeli.
Genere: Avventura | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
Capitoli:
 <<    >>
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A

Eccoci di nuovo a Fortanéa, tra angeli, uomini e impuri.
Con questo capitolo troviamo Jude, scopriamo qualcosa sulle Ali Nere che forse avremmo preferito ignorare mentre nuove nubi (letteralmente) si addensano sull'impero.

Un grazie di cuore ai lettori che stanno dando fiducia a questa storia (commentate, non siate timidi!) e uno speciale a Siyla che con la sua presenza constante dà un senso alle mie serate da scribacchina.





CAPITOLO 5

    

    Al suono dell’allarme gli avventori iniziarono a precipitarsi fuori.

    Ten recuperò i libri e Victoria prese con il braccio sano i due tomi che il professore non riusciva a portare. Entrambi sembrano calmissimi, come se si preparassero ad andare a tenere una lezione. Ardal invece era terrorizzato, come sempre gli capitava quando a suonare era la sirena più vicina. Come aveva detto Victoria, gli angeli colpivano per lo più la capitale. Ardal era cresciuto senza sentire mai il suono degli allarmi. Ce n’erano stati alcuni durante il periodo che aveva trascorso come schiavo, ma allora morire non lo aveva spaventato così tanto. Negli ultimi cinque anni, invece, aveva sentito ad ogni sirena una morsa allo stomaco che odiava ogni volta di più. Forse era per quello che si era incaponito così tanto a voler scrivere sugli angeli. Anche la paura era una schiavitù. Guardava la sua mano tremare con l’acredine con cui aveva guardato il proprio padrone, prima di ucciderlo.

    Uscirono tra gli ultimi. Il marciapiede, tra gli edifici e il canale, era stretto e accalcato, gremito dagli operai che uscivano dal dopolavoro e dalla fabbrica.

    – Dov’è il rifugio più vicino? – chiese.

    Ma Victoria, di fianco a lui, guardava il cielo.

    Si era di nuovo annuvolato. Scure nuvole di un grigio violaceo gonfie di acqua e di cenere vorticavano sopra di loro, come accadeva quando le dimensioni stavano per infrangersi.

    – Sono proprio sopra di noi – disse Victoria, sempre calma. – Via dal ponte! – gridò poi.

    Nel vociare generale pochi sentirono l’avvertimento.

    Un istante dopo un lampo di luce cadde dal cielo. Una sorta di meteora di pura energia che andò a colpire l’estremità del ponte sul lato del canale di fronte a loro. 

    Lo spostamento d’aria investì Ardal, che lottò contro l’istinto di raggomitolarsi con gli occhi serrati.

    Quando riuscì a riprendere il controllo di se stesso vide tre o quattro persone in acqua.

    Poi un altro lampo di energia cadde nel canale, più a monte.

    L’acqua ribollì, sferzata dalle onde.

    Uno di quelli che erano caduti, un ragazzo più o meno dell’età di Jude, che stava nuotando per mantenersi a galla, finì per sbattere la testa contro l’argine di pietra.

    Ardal aveva assistito alla scena come inebetito, con la vaga consapevolezza delle urla intorno a lui, oltre il ronzio causato dal rumore del primo impatto. La voce di Victoria, tuttavia, risuonò chiara.

    – Bisogna aiutarlo – disse.

    Fece per togliersi il cappotto, ma una smorfia di dolore la fece desistere.

    – Lascia, vado io – disse il professor Kuroa.

    Si era già tolto la giacca e in qualche modo Ardal se la trovò in mano, mentre l’impacciato docente si gettava nelle acque gelide. L’impuro era ancora immobile, con un senso di nausea che gli montava nell’esofago. Il sapore odioso dell’impotenza, lo stesso delle sere nella villa di Acque Nere quando l’unico modo per non sentire le grida di Fiammetta era mettersi la coperta sulla testa, sperando di trovarla ancora viva al mattino…

    – Ardal! 

    La voce di Victoria lo fece riscuotere.

    – Le dimensioni non si sono infrante – stava dicendo la giovane, con la fretta di chi cerca di dare molte informazioni in pochissimo tempo. – Vuol dire che due colpi sono fuggiti, ma i nostri sono in vantaggio. Jude cercherà di portarne giù un angelo. Lui è ancora pessimo nei rientri in atmosfera, non in grado di combattere subito dopo. Se giri alla seconda a sinistra e corri per due minuti e quaranta arrivi a un deposito ferroviario in disuso. È uno dei nostri luoghi di rientro. Se Jude rimane ultimo può aver bisogno di aiuto e io ora non posso. Vai.

      Non era una richiesta e neppure una preghiera. Era un ordine, emesso con voce pacata, ma nello sguardo azzurro di Victoria non c’era neppure il dubbio che lui potesse non eseguire.

    Ardal si trovò ad annuire senza neppure pensarci.

    – Seconda a sinistra, due minuti e quaranta – ripetè Victoria. – Sei armato?

    – Sì.

    Dopo l’incidente a seguito del funerale, Ardal aveva iniziato a portare sempre sotto la giacca la propria pistola migliore.

    – Vai.

 

    Ardal correva.

    Due minuti e trentasette. 

    Trentotto. 

    Trentanove.

    La via si aprì su un piazzale dove vecchie casse abbandonate giacevano qua e là. Erbe stentate spuntavano introno a binari ormai abbandonati. Più avanti, sulla destra, c’erano i resti di un vagone arrugginito, sembrava la carcassa spolpata di una balena spiaggiata che Ardal aveva visto una volta da bambino. Spuntoni metallici come costole protesi verso il cielo. Ancora oltre si vedeva un edifico di legno con il tetto di lamiera caduto per metà. Victoria aveva calcolato al secondo la velocità che poteva tenere. Aveva calcolato anche il fatto che sarebbe stato completamente senza fiato?

    Con uno sforzo, alzò gli occhi al cielo. 

    Le nubi violacee ribollivano sopra di lui. Cosa si aspettavano che facesse?

    Non vide le dimensioni infrangersi. 

    Le sentì.

    Come elettricità che gli percorresse la nuca. Un contraccolpo di energia.

    Le nuvole si muovevano in spirali.

    E di colpo sotto c’erano due figure.

    Per un istante Ardal pensò che fossero due angeli avvinghiati. Poi vide che uno aveva ali al posto delle braccia, attaccate a un corpo nudo. L’altro aveva le braccia e ali enormi, lunghe più del doppio di quelle dell’angelo ed era interamente coperto da un’aderente tuta nera.

    L’angelo riuscì a divincolarsi, colpendo con un calcio la testa della figura con la tuta e a separarsi da lei. Aprì le ali per controllare la caduta, mentre l’uomo in tuta cadde di schiena, diretto verso il vagone sventrato.

    Ardal estrasse la pistola. Cosa doveva fare?

    Sparare all’angelo che stava scendendo nudo davanti a lui solo perché era un angelo?

    Si buttò dietro a una delle casse, sperando che la creatura, concentrata sul proprio avversario, non l’avesse notato.

    L’uomo finì contro la carcassa di vagone. Atterrò di schiena su quello che restava del tetto, che cedette. Scivolò quindi di lato, mentre una delle enormi ali si impigliava in uno spuntone metallico. Il corpo rimase così, semi appeso e inerte, con un’ala bloccata in alto e l’altra che penzolava floscia.

    L’angelo, invece, era accovacciato, come se fosse atterrato da un salto di un paio di metri soltanto. Le ali piumate si ritrassero, trasformandosi sotto gli occhi increduli di Ardal in normali braccia. 

    Non così normali, rettificò mentalmente l’impuro. Con una mano staccò da terra un pezzo di binario dall’estremità appuntita e si rialzò brandendolo come fosse una lancia.

    Era nudo, ma non certo indifeso. 

    Dalla sua posizione dietro la cassa, Ardal cercò una linea di tiro.

    L’uomo nella tuta delle Ali Nere si riscosse. Mosse prima il capo, poi vide il proprio nemico. Agitò le gambe e le ali iniziarono a fremere, ma non riuscì a liberare quella bloccata.

    L’angelo venne avanti di qualche passo, cercando la posizione migliore per caricare il tiro, ma Ardal sparò.

    Mirò alla testa. Aveva visto quell’individuo trasformare le ali in braccia e staccare dal suolo una barra inchiodata con una mano sola, se doveva uccidere voleva essere sicuro di farlo.

    L’angelo cadde in avanti, con un caos di sangue e materia celebrale al posto del lato destro del cranio. Fu scosso da un paio di fremiti e poi di nuovo le braccia tornarono ali.

    Per la seconda volta in meno di una decade, Ardal aveva ucciso per le Ali Nere.

 

    Ancora appeso per l’ala allo spuntone metallico, Jude, perché di Jude si trattava, si era tolto il cappuccio e la parte della tuta che copriva la faccia. Il capelli biondi gli ricadevano umidi di sudore a lato di un viso pallidissimo. Armeggiò con qualcosa sulla nuca e finalmente sembrò mettere a fuoco Ardal, con ancora la pistola in mano e il cadavere dell’angelo a terra.

    – Ma chi sei, la guardia del corpo? – ringhiò.

    La fine ingloriosa del proprio combattimento non aveva giovato al suo umore.

    – Stavo parlando con Victoria, mi ha mandato lei.

    – Vigliacca…

    – Credo che potresti prendere in considerazione l’idea di ringraziarmi – disse Ardal.

    Nonostante tutto, l’ostinazione di Jude a mostrarsi sprezzante aveva qualcosa di comico.

    – Per un grazie devi quanto meno aiutarmi a scendere da qui – sbuffò il ragazzo.

    – Quanto meno…

    – Devi ancora offrirmi da bere.

    – Vero – concesse Ardal. Poi guardò il corpo dell’angelo. – Sicuro che sia morto?

    – Doveva esserlo anche prima, se no col cavolo che lo portavo giù – borbottò Jude, massaggiandosi la guancia, dov’era stato colpito dal calcio. – Dev’essersi ripreso con il salto dimensionale. Se tu non lo avessi preso in testa non lo avresti fermato.

 

    Per liberare Jude, Ardal fu costretto ad arrampicarsi sulla sommità instabile del vagone. Anche così fu solo dopo un certo numero di imprecazioni che riuscì a far scivolare l’ala dallo spuntone che l’aveva trafitta.

    – Certo che sembrano ben scomode – commentò, quando Jude fu finalmente a terra, proprio sotto di lui.

    – Non sai quanto – sbuffò il ragazzo, con voce esausta.

    Aveva la testa abbassata. Dall’alto, Ardal vedeva il motivo per cui quasi tutti i soldati delle Ali Nere portavano i capelli lunghi. Alla base della nuca c’era una sorta di bullone metallico con un foro al centro. 

    – È quello l’aggancio per… Connettervi alla tuta? – chiese.

    Jude rialzò il viso per mostrargli una smorfia schifata.

    – Sì. La collega col sistema nervoso.

    Non doveva essere un’operazione da poco farsi trapanare la nuca per inserire un bullone tra una vertebra e l’altra. Ardal si chiese quanto facesse male.

    – Cosa si prova? – domandò invece.

    – Con le tute normali è come… Beh, avere le ali. Strano, ma anche esaltante.

    – Questa però non è una tuta normale – osservò Ardal.

    Le ali, come quelle dell’angelo morto, erano ricoperte da piume fittissime. Al tatto, però, davano una sensazione diversa rispetto a quelle degli uccelli o al piumino morbido che ricopriva la sua schiena. Sembravano quasi metalliche. Nulla di strano che si dicesse potessero respingere un proiettile. Rispetto a quelle dell’angelo, però, quelle della tuta di Jude erano enormi. Anche la lucentezza era diversa. Un nero assoluto, quasi ipnotico.

    – Sono ali di Generale Angelico – sospirò Jude. – Quando ti connetti… Inizi a fare pensieri strani, nel migliore dei casi è come un mal di testa incipiente, nel peggiore sono vertigini e allucinazioni. È come se fosse ancora vivo, almeno in parte, e cercasse vendetta per la morte che gli ha dato sant’Astulf, settecento anni fa. Ci odia e chi tiene a farcelo sapere. Per questo non ho nessuna intenzione di svolazzare fino al quartier generale. Qualcuno verrà a prenderci.

    Ardal annuì, mentre iniziava la discesa. Poi ripensò a quello che Jude aveva appena detto.

    – Quelle ali hanno settecento anni?

    – Oh, sì. Si riparano da sole, al contrario delle altre, basta immergerle in acqua e sangue d’angelo.

    – Victoria ha detto che settecento anni fa sant’Astulf ha costruito la prima tuta… Ma allora si combatteva con archi e frecce. Non c’era certo la tecnologia per quella roba che hai addosso – disse, accennando allo strano materiale nero che ricopriva interamente il corpo di Jude.

    Lui si limitò a stringersi nelle spalle.

    – Secondo le leggende furono i demoni ad armare sant’Astulf e a insegnarli a costruire le tute. Può essere vero… Ora la chiamiamo scienza. Prima era magia, ma funzionava lo stesso.

    Ardal saltò giù dal vagone.

    Jude aveva un aspetto esausto. Un grosso ematoma andava dal mente fin sotto l’occhio sinistro e si stava passando le mani sul costato mentre cercava di trattenere delle smorfie di dolore.

    – Potrei essermi rotto qualcosa. Ancora – sospirò.

    Cercò una posizione più comoda, ma con quelle enormi ali afflosciate era quasi impossibile muoversi.

    – Saresti più comodo se uscissi dalla tuta – propose Ardal.

    – No. Sarei nudo. Mi sembra faccia piuttosto freddo.

    L’impuro non obbiettò.

    – Come mai sei solo?

    – Devo essere l’ultimo a saltare, queste ali resistono anche all’energia degli angeli. Copro gli altri e poi torno anch’io. Quel tipo sembrava finito. Abbiamo bisogno di ricambi, quindi ci ho provato.

    Ad Ardal sembrava assurdo che un ruolo simile fosse affidato a un quindicenne. Ma stando a quanto aveva detto Victoria solo pochi riuscivano a gestire quella particolare tuta. Sembrava una maledizione, più che un privilegio.

    – Hai detto che ti recupereranno?

    Jude fece un gesto vago con la mano.

    – Sì. Ogni tuta emette delle onde elettromagnetiche specifiche. Al quartier generale sanno sempre dove spuntiamo, ma dato che non ho mandato un allarme ci metteranno un po’.

    Ardal annuì.

    – E lui? – chiese, accennando al corpo.

    – Lo macelliamo.

    – Eh?

    – Non sono solo le ali che usiamo. I loro corpi sono fatti per adattarsi a entrambe le dimensioni, i nostri no. Le tute di cosa credi siano fatte?

    Ardal considerò per un istante le implicazioni.

    – Preferivo non saperlo – disse.

    – E io preferisco non pensarci… È un maschio o una femmina?

    – Chi? L’angelo?

    Jude annuì.

    – Di là sono tutti uguali. Corpi scuri e alati che si librano nell’atmosfera rarefatta… Quando li porti di qui… È più difficile per tutti se sono femmine.

    – Maschio.

    – Bene. Hai da bere?

    – No.

    Jude lo guardò come se fosse dispetto fatto di proposito.

    Poi cercò di sistemarsi e si mise a sedere, con la schiena appoggiata al vagone sventrato.

    – Allora non resta che aspettare. Tu… Puoi andare se hai da fare.

    Sembrava il massimo del ringraziamento che ci si poteva attendere da Jude.

    – Non ho tutti questi impegni – disse.

    Si sedette a fianco di Jude. 

    Vista su macerie e cadaveri di angeli mutaforma, pensò.

    Rimasero in silenzio per un poco. Jude sembrava troppo esausto per qualsiasi cosa che non fosse sonnecchiare.

    Erano rivolti entrambi verso ovest, dove il cielo si andava rischiarando. In breve, andò a colorarsi con le tonalità assurde di quei mesi. Strisce di rosso magenta alternate ad altre viola intenso. Le ceneri forse avrebbero soffocato l’Impero, ma Ardal non riusciva a non pensare a quanto quello spettacolo fosse bello.

    

   
 
Leggi le 1 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
 <<    >>
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Soprannaturale / Vai alla pagina dell'autore: Tenar80