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Autore: Rhongomyniad    23/11/2021    0 recensioni
Yuuki viene spedita come talpa all’interno delle forze volontarie di difesa intergalattica per contribuire a smantellarle. Cinque anni dopo, a un passo dal successo, deve solo trovare la forza per infliggere il colpo finale ai colleghi che ha ingannato.
«Perché esiti?»
{minilong, credo? Speriamo non lieviti | il worldbuilding originale è di Mixxo}
Genere: Azione | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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II.

Yuuki poggiò il piede accanto a una delle impronte di scarpe nella neve fresca, occhio e croce era poco più piccola di un dito. Kojo sta diventando grande senza che me ne renda conto, una folata di vento le schiacciò i capelli contro la guancia, li trattenne dietro l’orecchio con un dito.

La luce del tramonto aveva tinto la collinetta innevata di una sfumatura rosata. In cima ad essa si trovava Kojo, la giacca della divisa slacciata sospinta dall’aria fredda. Piroettò, ciuffi di capelli rossi turbinarono in ogni direzione. Era la prima volta che la vedeva felice da mesi.

Yuuki si coprì il naso con la sciarpa e attraversò a passi rapidi il sentiero che conduceva a lei. Sua sorella era piccina per la sua età, perciò avevano dovuto rimboccarle le maniche della divisa due volte. Passava per una bambina che stava provando i vestiti della madre, eppure la spilletta a forma di G appuntata sul suo petto era la prova che fosse un agente.

«Ti prenderai un malanno. Copriti.»

Sua sorella serrò le labbra e alzò un sopracciglio, contrariata.

Yuuki le strinse la mano, passò il pollice sulle nocche arrossate: aveva la pelle d’oca. «Sarai una paladina della Galatrix ma dovresti pensare alla tua salute.» Sciolse la sciarpa, la passò oltre il suo collo e tirò con forza verso di sé.

Kojo protestò, gli occhi dorati bruciarono di irritazione malcelata e le tirò una manata contro la scapola. «Non iniziare.» Le strappò il tessuto di mano e, con un colpo di polso, se la avvolse sul viso. Aggrottò le sopracciglia e arricciò il naso come una bambina offesa.

Yuuki si trattenne dal piegare le labbra. «Ay ay.» Intrecciò le mani dietro la schiena, girò intorno alla sorella. Pelle rosata, guancia piene, schiena dritta; le saltò addosso. «Sai che sei adorabile, vero?»

La ragazzina allargò le braccia e si piegò sotto il suo peso, ma non cadde. Yuuki poggiò il mento sulla sua spalla, i capelli rossi le accarezzarono la guancia. Kojo le rivolse uno sguardo in tralice, sospirò e riportò l’attenzione all’orizzonte, dove si trovavano montagne circondate da rada nebbia. «Quanti anni credi che abbia?»

Hu-oh, il tono piccato. Mugugnò. «Tredici?»

«Non puoi negare lo scorrere del tempo.»

I loro respiri si condensarono in una nuvoletta. «Guardami tentare.» La strinse in una presa sicura, si mise stabile sui piedi, poi si buttò di schiena. Kojo strillò. Sprofondarono nella neve, accolte dagli scricchiolii dei cristalli di ghiaccio. La nuca della ragazzina le sbatté contro il mento.

Strinse gli occhi. Le mancava abbracciarla, bearsi del calore rassicurante che emetteva contro la pelle.

Sua sorella scalciò.

«Ordini del tuo superiore,» disse Yuuki. «Rimani piccolina tutta la vita.» Il tacchetto dello stivale di Kojo le colpì la gamba destra, lacrime le scivolarono dagli occhi e il respiro si mozzò in gola.

«Ma anche no.»

La voce della ragazzina si perse nel vento.






Aveva il viso premuto contro il cuscino.

Yuuki distese le dita e sospirò. La palpebra sinistra era rimasta mezza chiusa; pizzicava, un pallido eco del dolore che aveva provato settimane prima. Strizzò gli occhi, un peso estraneo inclinava il materasso di lato.

Ci fu un leggero sfrigolio elettrico: la stanza piombò nell’ombra, poi un flash di luce la abbagliò. Buio, luce, buio. Il led aveva scelto un pessimo momento per tirare le cuoia. Girò il viso verso l’intruso, che si era rannicchiato su sé stesso per coprirsi gli occhi; riccioli castani disordinati, dal colletto della divisa spuntavano le ali di un tatuaggio.

Figurarsi se non era quel cretino.

«Caposquadra, spegni la luce.»

«Io?» Rekka emise un soffio. «‘sta astronave cade a spezzi.» Diede una spintarella per mettersi in piedi.

Yuuki buttò l’occhio al display dell’orologio sul comodino; mancavano venti minuti abbondanti prima della commemorazione di Albion, doveva aver dormito per meno di un’ora. Uno scrocco. L’ombra abbracciò la stanza: sbatté un paio di volte le palpebre per abituarsi ad essa.

Tese la mano allo scompartimento basso del comodino dove teneva le bibite: la pietruzza di Joke emetteva una luminescenza fioca simile a quella di una lucciola. Le diede un colpetto con l’indice, una spruzzata di argento turbinò sulla superficie. Le frange della macchia si scolorirono e tornarono bianche.

Rekka si accucciò lì accanto. «Joke ha lasciato uno di questi affari anche a te? Quella di Seira sfuma all’azzurro.»

Yuuki afferrò una delle lattine accanto alla pietra, poi si sedette sul bordo del letto. Era una di quelle rare volte in cui poteva guardarlo dall’alto in basso, la zazzera di capelli gli copriva le orecchie. Li stava lasciando crescere? Scacciò il pensiero. «Ammiro il coraggio. Insomma, immagina di regalare al comandante la prova della propria insubordinazione.»

«Non deve dispiacerle, uno degli operatori gliel’ha vista in camera.»

«Irrealistico. Nessuno esce vivo di lì.»

Serrarono entrambi le labbra, le spalle del ragazzo tremarono per una risata trattenuta. Lui allargò le braccia, con espressione insolente. «Sarebbe una coppia tipica, no? Il contrabbandiere che lavora per una buona causa, e il ghiacciolo che si scioglie.»

Le dita della giovane si strinsero su un lembo del cuscino. «Romantico… Piuttosto, la porta era chiusa a chiave.»

Rekka scrollò le spalle. Lo conosceva da quando erano alti mezzo metro, a quei tempi riusciva a tirargli abbastanza pugni da potergli far morire quel ghigno in una manciata di minuti. Le puntò il dito contro con un movimento pigro. «Ti vedo bene.»

Yuuki premette la linguetta della lattina, le bollicine frizzarono piacevolmente. «Non sapevo che avessi così scarso occhio per queste cose.»

Rekka emise una risata nasale improvvisa. «Occhio, sì.»

Lo ignorò, tirò giù un sorso generoso. Il sapore pungente si spanse per tutta la lingua, abbassò l’occhio sull’etichetta. Un frutto giallo lucido era disegnato accanto al nome della bevanda. Schifo. «Perderemo ogni finanziatore quando si renderanno conto che i capi brancolano nel buio.» La palpebra le prudeva, ci passò una mano sopra.

Rekka si sporse; gli mise la mano davanti al viso per allontanarlo, ma la lasciò cadere poco dopo. Le spostò la frangia dalla fronte, stava fissando criticamente l’occhio sinistro.

La cicatrice era scura, ma non le dava la nausea già da qualche giorno analizzarne i contorni slabbrati allo specchio. Dovevano tenerla sotto osservazione per altri tre mesi, se non sbagliava. Il dottore era stato chiaro sul fatto che non si sarebbe mai rimarginata del tutto.

«Sembra guarito,» le disse. Con il pollice chiuse la palpebra. «Confermerò a Steph che puoi tornare al lavoro.» Le batté la mano sulla guancia.

Yuuki corrugò le sopracciglia. «È solo per qualche millimetro che non mi ha fatto scoppiare il bulbo.» Poggiò una delle suole contro il ginocchio del ragazzo, imprimendo la minima forza. «Un po’ di riposo in più mi farebbe bene.»

Rekka inclinò la testa di lato, le labbra si piegarono in una smorfia per un istante. «Sai, Darkeeper mi ha detto che Kojo avrà presto una nuova missione con lei. Se la cava come al solito, se vuoi saperlo.»

Bevve un altro sorso, per prendere tempo. Stava abbastanza bene per andare regolarmente in missione, era buono, vero? «Meno so di casa meglio è.»

Rekka tirò fuori dalla tasca interna della giacca una piccola busta stropicciata, gliela tese. «Questa volta è il caso che tu sappia; non è solo Stephen che ti vorrebbe al lavoro.»

Yuuki poggiò la lattina sul comodino e prese la busta, ne strappò un lato. Ordini di Darkraria, perché adesso?

La inclinò, sul suo palmo scivolò un cubetto nero e un foglio piegato. Da quando i darkrariani usavano microspie? I suoi compaesani amavano così tanto il brivido della caccia che semplificarsi la vita con simili mezzucci era impensabile. Spiegò il foglio, su un lato si trovava un disegno formato da complesse linee intrecciate viola. Quanto al resto…

Doveva assicurarsi che il figlio del Sovereign fosse prelevato da Darkeeper, ciò significava che ciò che Stephen voleva da lei era difenderlo. Le tremarono le mani. «Ah, si rivede la sorellina. Che bello.»

Accartocciò la lettera, le linee viola sfumarono al rosso. Una scintilla gettò un leggero bagliore, attecchì sulla carta. La lanciò contro la fronte di Rekka: la pallina cadde a terra e, per un istante, l’unico suono eccetto il loro respiro era lo scoppiettare delle fiamme. Passò la punta del piede nel punto dove il foglio era scomparso, niente cenere.

Infilò il microchip in tasca, raccolse la giacca. «Vado dagli altri.»

Superò Rekka, si diresse alla porta che si aprì senza fare rumore. La voce del caposquadra la fermò: «Se hai bisogno, chiamami, Yuu.»

«Chariot. Usa il nome in codice.» Tamburellò le dita sullo stipite della porta, tirò le labbra in un ghigno insolente. Indicò il soffitto. «Allora, suppongo di doverti dire grazie. Conto che la lampadina sia sostituita per il mio ritorno.»





Giacca bianca abbottonata fino al collo, fascia ben stretta sui fianchi, spilla a forma di G appuntata al petto.

Yuuki infilò un dito nella fasciatura che le ricopriva i palmi, quanto odiava la divisa Galactrix. Non si sarebbe sorpresa se avesse scoperto che era stata quella piaga del comandante Nagareboshi a studiarla, era soffocante come lei.

Passi in lontananza, drizzò le orecchie. Dal fondo del corridoio emerse uno dei dottori, la schiena incurvata dalla stanchezza e il viso nascosto dietro cartelle mediche. Gli rivolse un cenno di saluto, ma il vecchio tirò dritto senza accorgersi della sua esistenza.

Camice stropicciato, pelle malaticcia. Non era solo la base che stava cadendo a pezzi, pure le persone sembravano sul punto di frantumarsi.

Allungò il passo. Non voleva arrivare in ritardo alla commemorazione di Albion. Era un buon modo per farsi notare, ed era l’ultima cosa che avrebbe voluto fare quando era sollevata della morte dell’uomo. Che quello là fosse schiattato era un vantaggio.

Meno combattenti, meno morale per le truppe, sperava che qualcuno avrebbe disertato entro un paio di giorni. Magari Joke o Justice. Dubito che Tae lo farebbe mai.

Imboccò il corridoio di destra. Fuori dalla porta della caffetteria c’era un piccolo gruppo di persone, tra cui Tae. La ragazza, con le mani intrecciate dietro la schiena, stava parlando con Justice e l’altro comandante Nagareboshi.

Coprì parte del proprio viso con una mano, doveva solo fingersi sfinita e non le avrebbero rivolto la parola.

«Oh, Chariot. Non ho avuto bisogno di mandarti un messaggio.» La voce di Stephen Nagareboshi era quieta e morbida. Yuuki si gelò sul posto, la mano ambrata del ragazzo era stretta su un fascicolo piuttosto scarno. Sul momento non ricordava di che colore avesse gli occhi. «Come stai oggi?» riprese lui.

Oh, beh. Si era riuscita ad illudere per qualche secondo che non sarebbe stata interpellata.

«Una meraviglia.» Scrollò le spalle mentre si fermava accanto a Tae, la indicò con il pollice. «Dovresti preoccuparti per lei sai, moribonda com’è.»

Tae le diede una leggera gomitata, le labbra tirate in un’espressione arida.

Justice nascose una risata dietro il pugno chiuso. A differenza loro, la giovane indossava una maglietta a mezze maniche e pantaloni di una tuta. Celati dalla disordinata frangia bionda, gli occhi verdi erano appannati dal sonno.

Strano, credeva che per un’occasione del genere si sarebbe vestita più formale. Forse stava perdendo colpi anche lei.

Stephen batté la mano sul fascicolo, il suono a malapena udibile per quanto era delicato con ogni suo movimento. «Dicevo, ve la sentite di tornare in pista subito?»

«Di che si tratta?» chiese Tae.

Stephen porse il fascicolo a Justice, che lo prese e aprì. In alto, fermata da una graffetta, c’era la foto di un bambino di una decina d’anni, scaglie ossee sottili gli incorniciavano il mento. Sotto di essa, una foto del Sovereign in paramenti sacri fin troppo costosi.

«Protezione,» spiegò il ragazzo. «Uno dei nostri finanziatori ha bisogno di mettere suo figlio al sicuro.»

Di base, aveva chiesto alla Galactrix di deviare le loro scarse risorse rimaste per difendere la vita di un moccioso. Yuuki serrò le labbra per trattenere un ghigno beffardo, politica.

Justice alzò gli occhi dalle foto. «Il resto della famiglia?»

«Non è rimasta altra famiglia, sfortunatamente.»

Le sopracciglia aggrottate di Stephen tradivano un sentimento negativo, che non stava esprimendo ad alta voce. Non l’avrebbe definito tristezza.

La bionda chiuse il fascicolo, le si sbiancarono le nocche per quanto forte strinse. «Ci pensiamo noi, non preoccuparti.»

Stephen aspettò un cenno di assenso da lei e Tae prima di annuire. «Grazie. Dopo vi mando il resto dei dettagli.»

Diede loro le spalle, sparì in uno dei corridoi. Yuuki emise un sospiro, doveva liberarsi in fretta di quell’atmosfera scura: piazzò il braccio sulla spalla di Justice. «Capisco la ragazza-bestia, ma noi due? Non valiamo per mezza lei.»

Tae alzò le mani. «Non so gestire i bambini.»

«Vero, Justice serve.»

«Ottimo, caposquadra, ti lascio Chariot come al solito da badare.»

L’interpellata tremò, si mise una mano sulla bocca ma non bastò a soffocare le sue risate. Yuuki chiuse le labbra, la persona senza senso dell’umorismo della base le aveva appena tirato una stoccata. «Inizio a pensare che mentre eravamo nella grotta qualcosa abbia preso il tuo posto.»

Justice asciugò una lacrima dall’angolo degli occhi. «Ci avete fatto preoccupare, voi due. Char in particolare. Hai rischiato.»

Era come parlare con una madre preoccupata. O almeno, era quasi sicura che le madri preoccupate si comportassero così. Le prese una mano. «Figurati, sarei tornata trascinandomi se fosse stato necessario. Ci tengo a poterti ammirare quotidianamente.» Sbatté le ciglia.

La bionda ricambiò la sua stretta. «Immagino dirai così anche a Seira la prossima volta che ti parla dei tuoi colpi di testa.»

Yuuki immaginò per un istante di star stringendo la mano guantata di Seira Nagareboshi. Gli occhi freddi della donna che la fulminavano, la smorfia disgustata sulle labbra. Non voleva immaginare oltre. «Con lei opterò per la tecnica dell’opossum.»





Il luogo di incontro era la camera di uno degli agenti.

Yuuki si sporse oltre la porta, il letto era stato premuto contro un angolo della stanza: un gruppetto di persone era seduto in cerchio, bottiglie di vetro tintinnavano l’una contro l’altra. Altri, al tavolo a destra, stavano rompendo la plastica di un pacchetto da sei lattine. Felpe, maglie larghe, cappellini di lana sulla testa.

Non doveva essere una commemorazione…?

Sottratte le persone in missione, quelle infortunate e il personale necessario per portare avanti la nave, quel gruppetto doveva essere formato da quasi tutte le persone a riposo presenti a bordo. Occhio e croce, erano una ventina: un numero esiguo rispetto a quello che una volta avrebbe potuto vantare la Kaus.

Justice le diede una spintarella, la superò e salutò con un ampio movimento della mano i presenti.

Una cacofonia di yo ed ehi si levò in risposta. Tae costeggiò il muro, avvicinandosi al tavolo a lato e scambiò un rapido colpo di nocche con uno dei ragazzi che gestivano le birre. Quasi tutti i presenti avevano ricevuto un nome in codice ben prima che lei entrasse nella Galactrix.

Justice le fece un cenno con la mano. «Dai, dai.» Si lasciò cadere nel piccolo spazio che avevano formato per lei nel cerchio, prese la bottiglia offertale dalle mani artigliate di un garou. Il lupo umanoide si spostò verso destra per far loro altro posto, finì sulla mano del suo vicino. La coda sbatté a terra con un suono sordo.

Yuuki si sedette tra Justice e lui. Prese una delle birre che le erano state tese. «Il cavatappi?»

Il garou le passò un accendino. Huh, grande. Strinse indice e pollice intorno alla cima della bottiglia, incastrò l’accendino tra il dito e la lieve sporgenza del tappo. Tirò verso l’alto, il tappo schizzò in mezzo alle persone dall’altra parte della stanza. «Voilà.»

Justice le porse anche la propria bottiglia, una delle ragazze batté le mani un paio di volte.

È davvero una commemorazione? Yuuki ripeté il movimento, un altro tappo volò chissà dove. Justice le passò una mano tra i capelli e glieli spettinò.

«Ehi, a me gli occhi!»

Uno dei ragazzi era salito sul tavolo, la bottiglia di vetro alta sopra la sua testa. Tae era appoggiata con la schiena al muro lì accanto. Il tizio si schiarì la voce. «Ringraziamo Joke per averle recuperate così velocemente e il capitano Stephen per avercele offerte.» Scosse la bevanda. «Posso già sentire Albion che brontola perché ai suoi tempi la gente gli sfilava il boccale di mano.»

Justice incrociò le gambe al petto. Non ricordava di averla mai vista bere.

«Il vecchio non è la prima persona che perdiamo, ma l’ha fatto con la spada in mano e difendendo quello che credeva.» Il ragazzo abbassò la bottiglia, la ondeggiò. «Onesto, la cosa non mi fa stare meglio. Aveva promesso… cose, non ne ha mantenuta nessuna perché insisteva a comportarsi come quando era ventenne. Alla sua.»

Mosse la bottiglia verso di loro. Il tintinnio del vetro che sbatte riempì la stanza: Justice spostò la bottiglia verso di lei, Yuuki la colpì con la propria.

Tirò giù un generoso sorso della bevanda, l’alcol le scaldò lo stomaco e addormentò il prurito alla palpebra sinistra. La bionda si appoggiò alla sua spalla, il sorso che aveva bevuto in confronto era simbolico.

Il tizio emise un sospiro, il sorriso insincero si sciolse sulle sue labbra.

Yuuki si aggrappò alla sua maschera di neutralità: fingere una tristezza che non provava l’avrebbe solo messa in difficoltà, non esternare dolore era una maniera accettabile di reagire a un discorso simile. Justice trattenne il respiro; nascosti da ciuffi disordinati, gli occhi verdi erano acquosi.

«Vi lascio quello che disse a me in una delle nostre ultime missioni.» Prese fiato. «So che Darkraria in questo momento ci sembra l’unico male dell’universo, ma non lo è.» Allargò le braccia. «Non siamo in guerra con loro, non dobbiamo vendicare nessun morto, men che meno Albion. Finché salviamo almeno una persona, avremmo fatto il nostro dovere di Galactrix.»

Yuuki fece una smorfia. A giudicare dallo sguardo affilato di Tae, nemmeno lei aveva preso di buon grado quel discorso finale.

«Vivete e siate orgogliosi della vita che avete vissuto. Altrimenti chi lo sentirà quando saremo dall’altra parte. Alla vostra!»

Ci fu un coro di alla vostra, ma Justice rimase in silenzio. Incassò la testa tra le spalle e si passò il dorso della mano sugli occhi. Un singhiozzo le scosse le spalle.

Quando sarete tutti catturati, che fine farai? Yuuki le prese la birra di mano, poi la spinse addosso al garou che occhieggiava Justice. «Ehi,» allargò le braccia. «Spalla,» offrì. Justice si gettò addosso a lei, poggiando il mento sull’incavo del suo collo. Ogni singhiozzo soffocato pungeva come una ferita aperta.

La Kojo di adesso si lascerebbe mai stringere così?

Batté la mano sulla schiena della ragazza.





La commemorazione non era durata più di venti minuti.

Si passò la lingua sulle labbra, avrebbe voluto sciacquare il sapore della birra via. Anche della sabbia sarebbe stata meglio; allargò il colletto della divisa. Justice uscì dalla stanza con il fascicolo stretto al petto, gli angoli arrossati degli occhi tradivano le lacrime che le erano sfuggite.

«Mi fai un po’ compagnia, Char?» le chiese.

Yuuki inclinò la testa e annuì; la bionda le sorrise, gli angoli della bocca tremolavano. La prese a braccetto, Justice rilassò le spalle e si appoggiò a lei. In quel momento più che avere un anno in più, sembrava una bambina nel posto sbagliato. «Ma’am, la scorterò alle sue stanze.»

Percorsero il corridoio, svoltarono a destra e continuarono a camminare in silenzio. La maggior parte della gente si era già dispersa, solo il distante ronzio di macchinari tradiva che la base non era abbandonata. Quel posto aveva bisogno di un paio di vasi di fiori qua e là per spezzare la ripetitività delle sue mura grigie.

«Sono un disastro,» mormorò a mezza voce Justice.

«Il peggior disastro,» disse Yuuki. «Ma sono qui per pararti le spalle.»

La ragazza fletté il braccio destro, la muscolatura era a malapena definita. Le stava rivolgendo un gran sorriso. «Grazie a te posso concentrarmi sul prendermi cura di chi ha bisogno.»

«Tu non hai senso di autoconservazione,» disse Yuuki. Mosse la mano come per scacciare un insetto fastidioso. Svoltarono a sinistra, il corridoio che si apriva davanti a loro curvava dolcemente di lato. Alla fine di esso c’era la stanza di Justice.

La bionda incrociò le braccia. «L’ho. Ma aiutare gli altri è più importante.»

Si morse l’interno della bocca. Le faceva saltare i nervi sentire parlare di questi generici altri. Senza volto, senza voce, uno spettro sempre bisognoso che qualcuno si spaccasse per lui. Se gli altri non tentavano di salvarsi da soli, meritavano di morire. «Non penso. Almeno, non quando la probabilità di finire in qualche vicolo a tenerci le budella in mano è alta.»

Justice sbatté le palpebre. Le diede un colpetto sulla fronte.

Yuuki increspò le labbra in una smorfia. «Ohi.»

Di nuovo quel sorriso quieto. Occhi stanchi che la guardavano come se fosse una bambina che aveva appena fatto un capriccio. «Char, era questo che ti preoccupava?»

«No, non sono preoccupata.»

«Ehi, conosco la tua baseline. Non sei mai stata così diretta in questi anni.» La porta della stanza di Justice si aprì con un sibilo ovattato, appoggiato al muro di fondo c’era un tavolo pieno di libri accatastati, una coperta leggera rossa copriva parte della sedia vicino. La ragazza indugiò sulla soglia. «Che ne dici di ritirarti dalla missione?»

«No!»

«Perché?»

«Domanda arguta, estremamente sensata.»

«Chariot.» La voce di Justice era severa, Yuuki serrò le labbra e inghiottì il sarcasmo. «Sei convalescente e la situazione non è delle migliori.»

E tu finirai ammazzata se non partecipo a questa missione, serrò la mascella. Focus, rispondere di stizza non avrebbe protetto nessuno. «Non voglio rimanere indietro,» esalò. Sfregò la punta della scarpa sul pavimento.

«Però forse dovresti.» Una mano fresca si posò sulle sue guance, Justice le alzò il viso e cercò contatto visivo. «Quel bambino ha perso tutta la famiglia, pensi che vorrebbe essere costretto a chiedere aiuto a te? È il dovere di un genitore proteggerlo, non di una sconosciuta.»

Yuuki riprese a respirare.

Si era fatta prendere dal panico per nulla. Justice ragionava per sentimenti e altruismo insensato, bastava parlare la sua lingua per convincerla. «Hai ragione. Ecco.» Si morse il labbro inferiore e annuì. «Cinque anni fa, ho abbandonato qualcuno che avrei dovuto proteggere solo perché volevo mettermi in salvo.»

Schioccò la lingua. «So che il moccioso non vorrebbe avere a che fare con noi. È che… se do una mano, magari, posso mettermi il cuore in pace.»

«Ah. Capisco.» Justice staccò la mano. Aveva le sopracciglia aggrottate, le labbra dischiuse. Non le credeva.

Merda, perché?

La bionda fece un passo all’indietro, oltrepassando la soglia. «Allora facciamo finta che non ti abbia detto nulla.» Si passò una mano tra i capelli disordinati, una risata nervosa le sfuggì. «Scusa se ti ho fatto dire qualcosa che non volevi, Chariot.»

«Huh, non preoccuparti.»

«Quindi, buon riposo?»

Annuì, la salutò con un cenno della mano, poi la porta si chiuse. Dove ho sbagliato?








Appunti di Rhon

Partial Necrosis è uno spin off di Darkraria, Regno di ombre di Mixxo.

Suoi sono Stephen e Seira Nagareboshi e la Galactrix. I nomi di Joke e Albion, invece, sono dei riferimenti a vecchi pg di Mixxo che ora non utilizza più.

Il capitolo di oggi è portato da “se non sai come descrivere una scena, googla l’ambientazione che ti serve e descrivila.” Also, avrei dovuto mettere i credits a Squirrel per avermi aiutato a trovare reference per le ambientazioni, ma ho finito per non utilizzarne nessuna.

Quindi al contrario, tocca dire scusami, perché mi avevi dato tutto il necessario per fare un’ambientazione dignitosissima e l’ho ignorato.

Have a nice day!

Rhon


   
 
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