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Autore: vex194    25/11/2021    1 recensioni
Sara ha ventisei anni ed è la figlia perfetta.
La sua vita è stata disegnata in modo impeccabile e lei sta seguendo quel disegno nel migliore dei modi.
Nick ne ha ventisette di anni e di perfetto non ha nulla.
Ha distrutto la vita che suo padre aveva disegnato per lui e adesso vive in un buco di appartamento sopra al bar in cui lavora.
La storia di due ragazzi che non potrebbero essere più diversi. Un incontro del tutto casuale sconvolgerà la vita di entrambi.
Genere: Romantico, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, FemSlash
Note: Lime | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago
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Di chitarre e metropolitane.
 
Capitolo 1.
 
C’è un momento nella vita in cui ci si chiede perché accadono le cose. Non c’è un motivo preciso per cui accadono, succedono e basta. Non lo si può impedire.
Perché le persone hanno determinati comportamenti? Determinati atteggiamenti?
Perché tutto questo accade proprio a me?
Perché?
Sara se l’era chiesto spesso, negli ultimi mesi. Si era chiesta perché si sentiva sola, nonostante avesse una famiglia accanto a sé che le voleva bene e anche degli ottimi amici. Si era chiesta perché non riusciva ad amare chi la amava davvero. Si era chiesta perché non riusciva a sentirsi viva.
Mentre camminava, la musica suonava nelle orecchie grazie alla sua meravigliosa playlist su Spotify. Guardò il cemento che stava calpestando frettolosamente e le caddero gli occhi sulla mano sinistra. Notò un particolare che brillava sotto le luci artificiali dei lampioni che le facevano compagnia.
L’anello che indossava sull’anulare sinistro, che non toglieva da un anno e mezzo, era più lucido e brillante del solito.
La giudicava.
Sara, ogni volta che lo guardava, poteva sentire il dito che andava a fuoco, come se quella pietra dal taglio elegante fosse di troppo.
Era una lotta la sua, tra il tenerlo e il levarlo. Alla fine, però, decideva sempre di tenerlo.
Per una questione di senso di colpa? Forse.
E anche lei rimaneva nello stesso punto da cui era partita, senza fare né un passo avanti né uno indietro.
Storse le labbra mentre sentiva l’anello che iniziava a pesare, ma non solo per quello. Il cellulare si era appena spento e ora era stata costretta a viaggiare consapevole della realtà.
Come se non fosse stato sufficiente aveva anche iniziato a piovigginare, nonostante non ci fossero nuvole. Iniziò a correre verso le sporche scale della metropolitana, scendendo velocemente e sperando di non cadere a faccia avanti. Arrivò di fronte ai binari stranamente deserti e inquietanti, anche se erano solo le otto di sera. Quel posto le metteva i brividi.
Il rumore delle rotaie che si fece sempre più vicino e quando finalmente il treno le arrivò davanti aprendo le sue porte automatiche, per Sara il tempo si fermò quel quanto che bastava per farla sorridere – sebbene non fosse successo nulla di particolarmente bello quel giorno.
Non c’era niente, in quel momento. Non c’era la sua soffocante famiglia, non c’era l’università e lo studio, non c’era il suo fidanzato che la pressava per scegliere una data per le nozze. C’erano solo lei e quei venti minuti che la dividevano da casa sua, più la sua inseparabile coscienza che le ricordava che tutto stava per tornare come prima. Sempre la solita routine.
Si sedette su uno dei seggiolini azzurri, cercando di trovarne uno che fosse abbastanza pulito, ma la sfida era ardua. Per ingannare il tempo prese un libro dalla sua sacca malandata. Le mancavano poche pagine per finirlo, ma proprio mentre stava per iniziare, alle sue orecchie arrivò uno strimpellio di chitarra e una voce maschile che canticchiava “Here Comes the Sun”.
Alzò lo sguardo e, poco più in la, lo vide.
Era un ragazzo dall’aspetto un po’ trasandato a primo impatto, ma sicuramente attraente. In quel preciso istante, Sara si dimenticò dell’anello e di tutto il resto.
Ascoltò ancora un po’ lo sconosciuto e sorrise, mentre lo guardava suonare la chitarra, toccandola quasi con timore.
«Little darling, the smiles returning to their faces» disse lui, picchiettando con le dita mentre cercava di per ricordarsi la strofa successiva.
Lei conosceva perfettamente quella canzone e allora cantò lei per lui, senza che la musica l’accompagnasse.
«Little Darling, it seems like years since it’s been here».
Il ragazzo si accorse della sua presenza e allungò il collo, notando i lunghi capelli biondi che ondeggiavano sulla giacca verde militare.
Lui sorrise piacevolmente stupito da quella perfetta sconosciuta che, ad almeno dieci metri da lui, aveva iniziato a cantare una delle canzoni più belle degli ultimi cinquant’anni.
«Conosci questa canzone?» chiese lui, prendendo coraggio e guardandola.
Sara tirò indietro una ciocca di capelli e rivelò il suo viso. Aveva dei lineamenti delicati come quelli di un angelo, così bella da sembrare qualcosa di più di una semplice ragazza in una metropolitana.
«Chi non conosce questa canzone?».
La bionda ridacchiò, ma lasciò morire la risata sul nascere e tornò a concentrarsi sul libro che aveva ancora in mano.
Voleva finire quelle maledette quattro pagine prima di arrivare alla sua fermata, ma lo sconosciuto e la sua chitarra continuarono a distrarla.
Il ragazzo sentiva una strana connessione con quella giovane ragazza, quindi decise che non aveva alcuna intenzione di lasciarla perdere, anche se avesse dovuto inseguirla e sembrare una stalker. Il che era probabile.
«Sono Nick».
Sara gli sorrise, ma cercò di non darlo troppo a vedere, così si morse il labbro inferiore e alzò gli occhi del libro.
Era ovvio che non stesse leggendo, chi voleva prendere in giro?
«Ciao Nick».
Il ragazzo sembrò soddisfatto quando la vide posare gli occhi su di lui, ma poi tornò ad ignorarlo e continuò a leggere il suo libro.
Non si diede per vinto.
Afferrò la sua chitarra e la ripose nella sua custodia. Incrociò le gambe appoggiandole su un seggiolino davanti a lui, stendendosi come se fosse sul letto di casa sua.
La osservò di sottecchi e sorrise, perché quella ragazza gli sembrava una tipa tosta anche se non lo dava a vedere, e gli piaceva.
«Non mi dirai il tuo nome?».
Lei rise, una risata bellissima e cristallina, sincera.
Si morse il labbro, cosa che aveva fatto spesso da quando era entrata sulla metro, e poi scosse la testa. I capelli erano leggermente arruffati, ma le davano un’aria genuina.
«Non dico il mio nome agli estranei».
«Oh, ma dai. Non sono un estraneo».
Voleva fare il simpatico, colpirla in qualche modo, ma non ci riuscì.
O forse si.
Lei si alzò con quel dolce sorriso ancora stampato sul viso e si avviò verso le porte.
Lo guardò con attenzione, senza mai smettere di sorridere. Le guance rosate e le fossette ai lati la facevano sembrare quasi una bambina, anche se bambina non era.
Era una ragazza. Una bellissima ragazza senza nome.
La ragazza della metropolitana.
«No, infatti. Sei Nick».
Il treno di fermò e lei esce, stringendosi il libro al petto e impugnando la tracolla della borsa.
Camminò veloce, slanciando le lunghe gambe in avanti e salendo le scale velocemente, lanciando un ultimo sguardo a Nick e poi sparire chissà dove.
Lui era ancora lì, seduto con le gambe incrociate – i jeans troppo largi, le scarpe rovinate e il cappuccio tirato sopra la testa – e un sorriso ebete che gli illuminava gli occhi.
Nick non aveva mai creduto nell’amore a prima vista, il cosiddetto colpo di fulmine.
Anzi, non credeva nell’amore e basta, ma quella ragazza gli era sembrata diversa.
Magari era lei, la cosiddetta “ragazza giusta”. O magari era semplicemente una giovane donna che era capitata lì per caso e che non avrebbe mai più rivisto.
Nick non lo sapeva.
Riprese la sua chitarra e tornò a strimpellare, continuando a pensare a quella ragazza.
Non aveva la più pallida idea di chi fosse, non sapeva neanche il suo nome, ma sperava di poterla rivedere.
Di poter rivedere quei capelli e quel meraviglioso sorriso.
Magari... un giorno.
   
 
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