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Autore: Its a beautiful day    03/01/2022    0 recensioni
Quel posto lontano chiamato Felicità è la storia di un viaggio. Il viaggio di due ragazze che il destino ha fatto incontrare un pomeriggio di ottobre.
È una storia di scoperte, rivelazioni, traumi pregressi e voglia di amare.
Un passato di abusi e violenze si scontra con un presente difficile, difficoltà di gestione della rabbia e poco fiducia nelle persone.
Sarah e Jess sono due poli opposti, l'unica cosa che le unisce è l'immenso amore che provano l'una per l'altra.
Ma alle volte l'amore non basta. Quando entrano in gioco i fantasmi del passato un amore è in grado di sopravvivere?
Genere: Drammatico, Introspettivo, Triste | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash, FemSlash
Note: Lemon | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Mi guardo nervosamente attorno.

La palestra è tremendamente rumorosa e le tribune sono stracolme di persone, il che mi mette un po' a disagio. Ho lo stomaco in subbuglio.

A breve, il preside Eriksen pronuncerà il mio nome. Mi dovrò alzare, camminare nella maniera meno goffa possibile e prendere quel fottuto diploma.

Davanti, probabilmente, a un migliaio di persone tra studenti e familiari.

Questi cinque anni di liceo sono stati terribili.

Anni in cui ho dovuto affrontare situazioni che erano troppo per me. Ho dovuto fare dei passi più lunghi delle mie stesse gambe, finché non sono caduta e mi sono fatta male davvero.

Non vedo l'ora di andarmene via da questa scuola. Via dagli occhi compassionevoli delle persone che sanno, che sanno tutto.

Quel dannato pezzo di carta è il pass diretto per andare via da qui. Non vedo l'ora di stringerlo tra le mani per poter sparire dal Public Institute di Anharra.

Per smettere di essere.. quella strana.

Ora mancano solo i lunghi e spaventosi anni del college, dove si beve, si balla, dove si vivono gli ultimi momenti della propria adolescenza prima di crescere definitivamente.

E cosa c'entro io con tutti quei ragazzi? Un'introversa e problematica ragazza dai capelli rossi, con ansie sociali e paranoie perenni?

L'alcool e l'erba non mi interessano. Sì, ne ho fatto uso, ed anche abuso delle volte, ma non è mai andata a finire bene.

"Davis Sarah" il preside mi chiama, avvicinandosi fin troppo il microfono alle labbra

Lo stomaco mi si chiude.

Mi alzo dalla sedia, le gambe che tremano. La testa mi gira un po' ma cerco di fare respiri profondi per calmarmi.

Cammino goffamente verso il palco montato al centro della palestra mentre nella testa mi ripeto decisa: Non cadere Sarah.

Gli occhi sono puntati tutti su di me. Nella palestra cala il silenzio. Sguardi curiosi mi osservano cercando, probabilmente, di capire cosa mi abbia spinto a fare quello che ho fatto.

Occhi indagatori, occhi curiosi. Mi studiano, mi analizzano.

Sento il pubblico bisbigliare, mi sembra quasi di sentirle quelle parole piene di pregiudizi.

È lei?

È quella strana?

Chissà cosa le è passato per la testa..

Strizzo gli occhi per cancellare quei pensieri e mi concentro sugli scalini davanti a me.

Senza guardare il preside negli occhi, gli stringo la mano e afferro quel dannato diploma.

Un applauso fa tuonare le pareti dell'edificio, mentre le urla dei miei amici rimbombano nella palestra.

Scendo velocemente dal palco, e raggiungo il mio posto.

I miei amici mi abbracciano, e dopo un paio d'ore la cerimonia si conclude.

Ci riuniamo tutti fuori, al buffet organizzato dalla scuola in nostro onore.

Ridiamo e scherziamo, consapevoli che per la maggior parte di noi sarà l'ultima volta in cui ci vedremo.

Il college è una scelta importante: molti di noi già dal primo anno sapevano dove sarebbero andati, altri invece hanno preso questa fatidica decisione un paio di mesi fa.

Io, ovviamente, faccio parte della seconda categoria.

Fino a due mesi fa nemmeno volevo andarci.

Poi ho riflettuto. Riflettuto sulle conseguenze che questa scelta avrebbe portato alla mia vita, alla mia già scarsa autostima o semplicemente alla già precaria salute mentale di mia madre.

Mia madre.

Dio solo sa quante ne ha dovute passare. Il suo sogno, fin da quando ero bambina, era che diventassi una donna forte, di successo, in grado di mantenersi autonomamente senza dover dipendere da nessuno.

Ben presto si è dovuta scontrare con la dura realtà: avere una figlia che è a malapena in grado di sopravvivere, figurarsi vivere.

Bevo il mio squallido drink analcolico, mentre ascolto divertita i miei amici parlare tra di loro.

Mi guardo attorno, con uno strano senso di nostalgia. Per quanto io voglia scappare da qui, il Public Institute è un posto che ho imparato a conoscere e che sto lasciando per andare in un posto completamente nuovo.

Vi sono entrata come una fragile bambina emotivamente instabile e nonostante tutte le difficoltà incontrate lungo il percorso, ne sto uscendo come una Ragazza.

Ed ora devo partire per il posto che presto mi renderà una Donna.

Solo l'idea mi terrorizza.

Nuovi ambienti, nuove persone.. Rabbrividisco.

Butto giù l'intero bicchiere, e deglutisco nervosamente.

 

   
 
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