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Autore: IndianaJones25    04/01/2022    0 recensioni
Sono qui seduto tranquillo, quando il telefono comincia a suonare.
Genere: Demenziale, Sovrannaturale | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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    LA TELEFONATA

    Sono qui seduto tranquillo, quando il telefono comincia a suonare. “Suonare” non è esattamente il termine adatto: semmai vibra. Lo tengo perennemente silenzioso. Guardo lo schermo e leggo “numero privato”.
    «Uhm…» è il mio commento.
    Sono sempre titubante, quando mi chiama un numero privato. Oddio, a dire il vero sono titubante anche quando mi chiama un numero conosciuto. Ma se è privato lo sono ancora di più.
    Che faccio?, penso. Rispondo?
    Ma sì, dai. Rispondo.
    Prendo il telefono. Appoggio il dito sulla cornetta verde che lampeggia sullo schermo. Lo avvicino all’orecchio. La mia voce esita, nel dire: «Pronto?»
    «Sono il Carlo», replica qualcuno dall’altra parte.
    Recepisco quell’articolo determinativo davanti al nome proprio. Sbagliatissimo in italiano, corretto – quasi obbligatorio, anzi – se sei lombardo.
    «Il Carlo», ripeto. Nome e voce non mi dicono nulla.
    «Sì, tuo cugino di terzo o di quarto grado», dice.
    Eh, figurarsi… quasi quasi non conosco i nomi dei miei cugini diretti, cosa ne so io di terzi o quarti cugini. Per me non sono nemmeno parenti reali. Nemmeno i cugini diretti lo sono, a dire il vero, almeno a giudicare dalla frequenza con cui ci vediamo, vale a dire mai. È più parente la mia gatta, rispetto a mia cugina. Anzi, lo è solo la mia gatta; della cugina, che mi importa.
    «Ho capito», dico. Non credo di apparire troppo convincente.
    «Il figlio della Roberta», soggiunge. Poi, per specificare meglio: «La Roberta è la cugina di tuo nonno.»
    Ah… la cugina di mio nonno. Come minimo ha novant’anni. Presumo che sia per lei che mi sta telefonando.
    «Come sta la Roberta?» domando. «Le è capitato qualcosa?» Quanta premura, per un nome a cui non so ricollegare nemmeno un viso o un tono della voce.
    «No, lei sta benissimo. Qualche acciacco, vista l’età, ma scampa ancora quindici anni quella, te lo dico io.»
    «Benissimo…» replico, non sapendo che altro fare.
    «No, volevo avvisarti, che sono io che sono morto.»
    Aggrotto le sopracciglia.
    «In che senso?» chiedo.
    Già mi immagino la scenata: verrà senz’altro fuori che questo Carlo di cui non sapevo assolutamente nulla è un giocatore incallito, che come minimo si sarà giocato tutto lo stipendio alle macchinette o in qualche scommessa, e ora, prima di mangiarsi le mani, vorrà chiedermi un prestito. Be’, casca male: non ho soldi per me, figurarsi per gli altri.
    La sua risposta, tuttavia, mi lascia spiazzato.
    «Nel senso», dice, «che stamattina mi è venuto un infarto, sono caduto in bagno e, per essere certo di non risvegliarmi, ho pure picchiato la testa contro il bordo della vasca.»
    Mi gratto la tempia, sempre più perplesso. Lancio un’occhiata al calendario da tavolo che ho appoggiato sulla scrivania: carnevale sarà solo alla fine di febbraio, mi pare un po’ presto per fare scherzi.
    Queste cose le penso. Carlo, però, le sente. Diavolo, se le sente.
    «Non è uno scherzo», dice. «Sono morto davvero. Questa mattina presto, mentre facevo la barba.»
    Mi accarezzo la mia, di barba. Ecco un motivo più che valido per lasciarsela crescere lunga, anche se poi assomigli a un orso triste.
    «Sei morto», ripeto, cercando di assimilare il concetto. «Aspetta, però: se sei morto, come…»
    «Non è il come, ma il perché», risponde. «So che ti lamenti sempre che, quando muore qualcuno, nessuno te lo viene a dire e lo scopri leggendo per caso i necrologi. Allora, questa volta, ho pensato di avvisarti.»
    «Giusto…» dico.
    «Va be’, niente, volevo dirti soltanto questo. Ti auguro buon proseguimento… io ora devo andare.»
    Mi scoppia in mente una domanda. Anzi, la domanda.
    «Andare dove?» chiedo.
    Lo sento sogghignare.
    «Eh… non posso mica dirtelo. La tua mente è troppo viva per accettarlo. Comunque, è un posto abbastanza lontano perché le tariffe telefoniche siano da mettersi le mani nei capelli. Mi sta partendo tutto il credito.»
    Sbianco e mi sento tremare.
    «La chiamata non è carico del destinatario, vero?» supplico.
    «Tranquillo, no.»
    Riattacca.
    E io me ne resto qui, a fissare il telefono, senza nemmeno il coraggio di controllare la rubrica delle chiamate per sapere se questa telefonata sia accaduta davvero o se sia stato soltanto un sogno.
   
 
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