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Autore: IndianaJones25    05/01/2022    1 recensioni
Sono qui, da solo, in mezzo al nulla, in attesa che accada qualcosa.
Genere: Introspettivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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    CON L’AUTO IN PANNE


    Un sobbalzo.
    Cerco di ignorarlo e continuo a guidare come se niente fosse, una mano sul volante, l’altra pronta sul cambio, anche se farei meglio a spostarla: il servo sterzo è rotto – di nuovo – e non è più tanto semplice manovrare con una mano soltanto. Ma me la cavo.
    Mi stringo meglio nel cappotto e do un’occhiata speranzosa alla griglia da cui dovrebbe uscire l’aria calda. Appunto, dovrebbe. L’aria condizionata, su questa macchina, è fuori uso da tempi immemorabili: poco male, tanto non l’ho mai nemmeno usata. In estate abbasso il finestrino, o meglio ancora vado a piedi o in bicicletta. Invece l’aria calda, quella sì che dovrebbe funzionare. Però immagino che, prima di spruzzarla fuori per scaldarmi i piedi che si stanno congelando, la mia macchina debba essere in grado di ricordare come si fa. Quindi, fino a quel momento, mi tocca rimanere al freddo.
    A meno che, ovviamente, non si rompa di nuovo il radiatore. È successo, tempo fa. Ricordo che stavo guidando e sentivo un calore crescente, un calore insolito, tanto che presto mi trovai in un bagno di sudore: quando gettai un’occhiata casuale all’indicatore della temperatura, vidi la lancetta pericolosamente bloccata a fondo scala, sul rosso.
    Eh, be’, che ci posso fare. La vecchia signora comincia ad avere una certa età.
    Oddio, forse non direi mai a una ragazza che, a ventuno anni appena compiuti, ha una certa età, rifletto. Chissà quand’è che si comincia ad avere davvero “una certa età”.
    Forse a trenta. Spero di no.
    Magari dipende dall’età che uno si sente. Del tipo, c’è gente già vecchia a vent’anni e gente ancora giovane a novanta. Conosco un tizio che conosce un altro tizio che, ancora adolescente, andava almeno una volta alla settimana a farsi vistare dal medico. Io il medico non voglio vederlo nemmeno per farmi fare il mio certificato di morte. Mio nonno, a novant’anni, se ne andava ancora in giro con la bicicletta, a raccogliere legna e radicchi. Chissà poi a che cosa gli serviva tutta quella legna, dato che non accendeva più la stufa. Per me lo faceva soltanto per sentirsi sempre in forma, in grado di fare le stesse cose di sempre. Oppure perché, semplicemente, dell’età non poteva fregargliene di meno.
    Un altro sobbalzo, più duraturo del precedente.
    Io non ho sentito niente.
    Guardo la strada, che si perde serpeggiando tra le colline alberate. Comincia a fare buio. I fanali giallognoli e pieni di polvere stentano a rompere quell’oscurità. Le lampadine cominciano ad andare a farsi benedire.
    Magari a ventuno anni non sei vecchio se sei fatto di carne, ma le cose cambiano se hai nella pancia pistoni e ingranaggi. E, soprattutto, se hai macinato duecentocinquantamila chilometri in su e in giù e a destra e a sinistra, con un motore a benzina.
    Ora, a vederla, scassata com’è – con la carrozzeria tutta segnata e i vetri opachi – non lo si direbbe, ma questa macchina ha avuto veri momenti di gloria. Come quando mio fratello ha preso una multa ai centocinquanta all’ora in autostrada. Lui dice che non è vero e che il rilevatore di velocità doveva essere impazzito.
    Sì, come no.
    Non avevo neppure idea che la vecchia signora riuscisse ad andare tanto forte, nel passato. Ora non sono nemmeno tanto sicuro che ce la farebbe, ad andare in autostrada, figurarsi poi a quelle velocità. Probabilmente comincerebbe a perdere pezzi, fino a disfarsi completamente, e io mi troverei soltanto con il sedile sotto il culo e il volante in mano, come potrebbe succedere a Willy il Coyote nei cartoni animati, quando cerca di usare uno degli stravaganti prodotti ACME che poi sono sempre delle patacche incommensurabili.
    Ho anche dei bei ricordi, riguardo a questa macchina. Come quando caricavo sul sedile accanto al mio una certa persona conosciuta ai tempi dell’adolescenza e ce ne andavamo in giro senza un vera meta, seguendo le strade più strampalate, perdendoci tra chiacchiere e risate fino alle due o alle tre di notte, magari prima di infilarci in un parcheggio deserto e approfittare del buio – e qualche volta della nebbia – per… be’, per farci gli affari nostri sul sedile posteriore.
    Altri tempi.
    La macchina sobbalza ancora. Stavolta non posso fingere di non averlo sentito. Il cervello puoi anche illuderlo, ma soltanto fino a un certo punto.
    No dai, ti prego, penso.
    Magari ho solo bucato. A cambiare la ruota ci metto un attimo – anche se togliere e poi rimettere il cric nel suo supporto è la roba più difficile che esista, almeno quello che ho io su questa macchina – e poi di nuovo via lungo la strada. Ma non posso ignorare che i sobbalzi avvengano a intervalli troppo irregolari per essere provocati da uno pneumatico sgonfio.
    Potrei accendere la radio, se non l’avessi smarrita chissà dove chissà quando. Mi distrarrei con la musica e non penserei ad altro. Guardo la fessura vuota che, nel tempo andato, ospitava il frontalino rimovibile dell’autoradio (una volta c’era il mangiacassette, poi mio fratello ha voluto sostituirlo con un lettore cd che i cd se li mangiava e poi non li risputava più: ho ascoltato lo stesso disco per mesi, prima di riuscire a estrarlo). Fa niente. Posso sempre cantare, tanto chi mi sente, anche se sono stonato?
    «Lying by the trees, all wrapped up in leaves, I lay down to sleep», guaisco peggio di un cane triste e affamato. Magari cantare mi porta bene. «You're so lovelyyyyyyyyyy!»
    L’ennesimo sobbalzo mi fa piegare in avanti. Il motore dà uno strattone, l’auto si inchioda, riparte, slitta, strappa. Un acre e poco augurabile puzzo di bruciato invade tutto l’abitacolo, coprendo tutti gli altri odori – per inciso, quello delle crocchette della gatta che ci sono nel baule, quello dei mozziconi che mio fratello non si prende mai la briga di buttare via e il lieve profumo (più che altro solo un’illusione) di un Arbre Magique dal colore indefinito e vecchio quasi quanto la macchina, appeso ai finestrini posteriori. Accosto sul margine della carreggiata e soffoco una fantasiosa imprecazione in cui tiro in ballo tutti le sacre e onnipotenti divinità esistite dai tempi della creazione del mondo in avanti, dal Demiurgo di Platone, a Seth, Osiride, fino agli influencer e agli opinionisti dei giorni d’oggi.
    Resto fermo, la mano sinistra ancora sul volante e la destra sulla leva del cambio. Sbatto le palpebre, non avendo nulla di meglio da fare. Fossimo in un film, adesso dovrei scendere e aprire il cofano, venendo investito da una nuvola di fumo nero. Nei film lo si fa sempre, è l’espediente per far vedere che si è rimasti con l’auto in panne. Cazzo servirà: non sono mica un meccanico, non è che guardando un motore mi viene l’illuminazione dal cielo su come aggiustarlo.
    In genere, però, è la bellona di turno, mezza nuda, a rimanere ferma con il cofano sollevato; a quel punto, puntuale peggio di un orologio svizzera, passa l’uomo fascinoso e misterioso, le lancia un lungo sguardo mentre è china a novanta gradi sul motore – con il culo abbronzato che esce dai micro short – si ferma e le domanda, con un tono da sciupafemmine che già solo a sentirlo lei è tutta bagnata: “Ehy, bella, serve aiuto?”
    “Sì, la prego, mi aiuti, sono disperata!” piagnucola Lei, agitando verso di Lui la scollatura che lascia intravedere due immense tette di silicone.
    “Non preoccuparti, piccola, risolvo tutto io!” dice, con un sorriso dalla dentatura perfetta, roba che nemmeno dopo aver portato l’apparecchio per i denti per vent’anni potresti avere.
    A quel punto Lui si avvicina al motore, compie un semplice gesto e l’auto si rimette in moto. Lei (Lei) è già eccitatissima al solo guardarlo, quindi si cava le mutande e lo ringrazia dell’aiuto lì, sul cofano bollente.
    Più o meno, almeno, è quello che succede nei film. Credo.
    Io non sono una bellona, quindi non mi prendo nemmeno la briga di smontare e aprire il cofano. E poi non ho bisogno di guardare niente, so benissimo cosa è successo.
    Sono andate a farsi inculare le bobine, ecco che cosa è successo. Di nuovo. Sarà la terza volta che succede. Questo non mi cambia assolutamente niente. Non ho la più pallida idea di come si faccia ad aggiustare una bobina d’accensione guasta. Non sempre sapere è potere.
    Ora non mi resta che aspettare che il motore si raffreddi. Forse – se non è ancora andato del tutto nel paradiso dei motori – tra un quarto d’ora posso provare a riavviarlo. Poi, guidando ai dieci all’ora, forse ce la faccio a tornare a casa. Calcolando che abito a venticinque chilometri da qui, in un paio d’ore – facciamo tre – potrei arrivare. Salvo imprevisti.
    Incrocio le braccia al petto e fisso il parabrezza impolverato.
    Non ho più nemmeno l’ispirazione per bestemmiare. Che razza di situazione. Starmene fermo in mezzo a un bosco aspettando che la macchina sia pronta ad andare. A volte mi dico che, se avessi diecimila euro, la risistemerei tutta. Poi, però, penso che, se avessi diecimila euro, potrei addirittura valutare l’idea di comprarne una nuova. Poi però resterei senza soldi e non potrei metterci dentro la benzina, o pagare l’assicurazione, o il bollo, o la revisione, o tutte queste cose. Vabbe’. Così è la vita. Fortunati quelli che se ne andavano in giro solo a cavallo o in bicicletta.
    Fuori dal parabrezza vedo la notte scivolare con le sue dita tenebrose attraverso il fitto dei boschi, protendendosi verso me e la macchina. Sembrano fantasmi impalpabili. Come se non bastasse, dall’asfalto e dal terreno gelidi comincia a sollevarsi una nebbiolina fitta e avvolgente. Ha tutto l’aspetto di sagome misteriose e prive di lineamenti che paiono danzare attorno al suono di una musica che possono udire soltanto loro.
    Gente di scienza potrebbe dirmi che i fantasmi non esistono e che questi sono soltanto pensieri irrazionali, generati da una mente troppo abituata a inventare storie e quindi del tutto disancorata rispetto alla realtà. Può essere. Io, comunque, trovo abbastanza vanagloriosa la pretesa della scienza di poter spiegare tutto, etichettando come fasullo tutto ciò che sfugge a una sua spiegazione. Va bene avere un paradigma, ma qui secondo me si esagera. Così facendo, la scienza sta infatti dicendo che la mente dell’essere umano è una sorta di divinità onniveggente, e che tutto ciò che sfugge al suo controllo, semplicemente, non può esistere.
    A me, invece, pare proprio di essere circondato dai fantasmi. E qui non ci sono scienziati a dirmi che non è vero nulla. E nemmeno li voglio.
    Anche perché sarò io che sono strano, ma a me piace credere che ci sia qualcosa che sfugge al nostro controllo. In qualcosa devo pur credere anche io, no? Non sono un triste nichilista totale. Forse ho troppa fantasia, o semplicemente non sono mai cresciuto e sono rimasto lo stesso bambino che inventava storielle. C’è una vecchia canzone che dice che “passano gli anni, i mesi, e se li conti anche i minuti: è triste trovarsi adulti, senza essere cresciuti”; in quel caso si riferisce alla statura, la mia è una questione mentale. Ma non lo trovo affatto triste, ecco. Mi piace non essere cresciuto. O, comunque, non averlo fatto del tutto.
    Colto da chissà quale inutile timore, faccio scattare il tappo per il bloccaggio della portiera. Anche se la chiave di accensione con il pulsante per l’apertura automatica giace morta da tempo, la chiusura centralizzata funziona ancora. Con uno schiocco sonoro, scende anche il tappo della portiera sul lato del passeggero. Peccato che non funzioni quando chiudo, così mi tocca sempre fare il giro attorno alla macchina per chiudere sui due lati. Ogni volta mi domando chi mai sarebbe tanto scemo da rubare questa macchina, con il rischio di restare a piedi dopo aver percorso dieci metri. E però, ogni volta, la chiudo lo stesso. Non mi fido, ecco. E non vorrei trovarmi poi alle prese con un ladro che viene a fare rimostranze perché la merce rubata non era di prima qualità. Con i tempi che corrono, non si sa mai!
    Le tenebre avviluppano per intero la macchina, adesso. Lungo questa strada non c’è nemmeno un lampione che possa fare un po’ di luce. Del resto, a che mai servirebbe, un lampione, da queste parti? Non ci passa mai nessuno.
    E dire che è stato proprio questo a indurmi a seguire questa via.
    L’allungo un po’, mi sono detto, ma almeno evito di passare per la città e di dover fare la sosta a quei dieci semafori che ci sono in mezzo.
    Alla fine, la sosta mi è toccato farla lo stesso. Qui, da solo, in mezzo al nulla.
    Guardo la griglia dell’aria a cui ho appeso un pupazzetto verde e grigio, vecchio ricordo di un Happy Meal del McDonald’s, l’ultima volta che ho mangiato un hamburger con le patatine; saranno stati otto o nove anni fa. In realtà ne ho mangiati anche dopo, di hamburger con le patatine, ma non quelli del McDonald’s. Pensare al McDonald’s mi fa pensare (pensare mi fa pensare è brutto da dire, ma in questo momento non ho voglia di cercare sinonimi) a uno dei miei sogni di sempre: vedere gli Stati Uniti. Uno dei sei posti nel mondo che mi piacerebbe vedere, sono gli States. New York, Los Angeles, San Francisco, il deserto dell’Arizona, la Monument Valley e via discorrendo; e poi, soprattutto, vorrei andare in una di quelle cittadine con le casette di legno tutte uguali e i giardinetti ben curati che, in genere, sono lo sfondo ideale di qualche film dell’orrore di stampo autunnale. Il mio sogno sarebbe percorrere in macchina la Route 66, coast to coast, alla vecchia maniera dei figli dei fiori. Magari però non con questa macchina, poverina. O come Forrest Gump, anche se non correndo come lui: era un giardiniere, no? Abbiamo in comune questa cosa – oltre al modo un po’ strano di parlare.
    Faccio scivolare lo sguardo nel vano portaoggetti, pieno di ogni genere di immondizia. Questa macchina ha sempre avuto la tendenza a non restare pulita per più di una settimana. E dire che ci provavo spesso, a fare le pulizie, quando andavo a spasso con la mia amica di quei tempi là. Ma mio fratello, da questo punto di vista, è un maiale. Senza offesa, eh. Così, alla fine, mi sono arreso e la lascio com’è. Tanto non ci porto più su nessuna ragazza.
    Oddio, contribuisco anche io, alle volte. Quando carico nel baule i secchi di terriccio che mi serve in giardino non lo lascio proprio immacolato. Però, almeno, io sporco soltanto il baule. E sì, magari ci carico anche i sacchi pieni di foglie, o la legna quando la porto al mio vicino di casa (c’era la stufa una volta, nella mia taverna, ma ora non c’è più, e mi manca guardare la fiamma scoppiettante e sentire quel calore irraggiarsi dappertutto) e altre cose del genere, ma sempre nel baule… al massimo, sui sedili posteriori. Mai su quelli anteriori. Lì, se proprio, ci metto il badile, o il rastrello, o altri attrezzi simili. La tanica della benzina per il tagliaerba la incastro sempre tra il sedile del passeggero e quello posteriore… lo faccio sempre, da quella volta che si è rovesciata e ha riempito di benzina i tappetini e la tappezzeria.
    Lascio perdere l’immondizia e, slacciata la cintura di sicurezza, mi allungo verso il sedile posteriore per recuperare il mio cellulare. Nel buio tasto un po’ con le mani, finché non lo trovo, incastrato sotto il mio ombrello. L’ombrello è a spicchi colorati, sembra un arcobaleno. Di solito, nel vestiario, tendo a essere scuro, se non tutto nero, ma il mio ombrello è tutto colorato. Così, quando piove, ho già l’arcobaleno sopra la testa.
    Mi piacciono i colori. Anche se tendo al nero – o al bianco, visto il mio colorito… anzi, sarebbe meglio dire al grigio, visto che non sopporto i manichei – i colori mi sono sempre piaciuti. Quando penso a qualcosa, o a qualcuno, penso prima di tutto a un colore. Soprattutto, lo faccio con i giorni e con i mesi: ciascuno ha il suo colore. Colori che, probabilmente, esistono soltanto nella mia mente. Per esempio, il lunedì lo immagino rosso, ma un rosso strano, indescrivibile; il sabato di un giallo quasi ocra, ma non esattamente ocra. E lo stesso per i mesi: gennaio è un bianco-azzurro tendente al grigio, febbraio giallo, ma un giallo diverso da quello del sabato, è una specie di biondo chiaro, non so spiegarlo, marzo è verdognolo, e così via… ma sì, è soltanto un altro delirio della mia mente, questo dei colori. Però mi piace. Penso a qualcosa, e vedo qualcosa. È un bell’abbinamento.
    Prendo il telefono e lo sblocco. La luminosità dello schermo è al minimo, come sempre, ma tanto basta a ferirmi gli occhi. Lo sfondo del mio telefono sono delle salsicce che ridono, così, tanto per ricordarsi di non prendere mai nulla troppo sul serio. Non c’è segnale, nemmeno una tacca a pagarla oro. Almeno ci fosse stato, avrei potuto leggere qualcosa o ascoltare un po’ di musica da qui. Niente. È scritto nel destino che, oggi, io debba restare qui in silenzio, perso nei miei pensieri. E, per fortuna, che mi piace pensare: se non avessi almeno questo da poter fare, non mi resterebbe altro.
    Chissà se esiste gente che non pensa mai, mi domando.
    No, impossibile. Tutti pensano. A parte, magari, qualche politico. Forse cambia il modo in cui lo facciamo. Io, probabilmente, penso troppo, penso in modo esagerato, penso fino ad alienarmi completamente dal mondo circostante. Mi creo mondi interiori e dimentico che ce n’è uno reale che mi circonda. Ma me lo domando sempre: che cosa è reale e che cosa no? Forse è tutto un sogno. Un sogno vano, come diceva quello prima di gettarsi di sotto; comunque, vano o no, è tutto un sogno.
    Oppure, per essere certo della realtà, lascio vagare la mia mente su persone, luoghi e cose lontane e scordo tutto ciò che ho attorno. Poi, di quando in quando, i pensieri cominciano a traboccare e allora li metto per iscritto, tramutandoli in parole, frasi, pagine.
    A me piace pensare. Non so se sia una tara mentale. Forse sono pazzo, un imbecille totale, non saprei. E nemmeno mi importa. Se sono arrivato a questo punto così, non posso più cambiare: e neppure vorrei cambiare. Non sarei più me stesso, ma soltanto qualcosa a uso e consumo degli altri. Ho le mie idee e me le tengo, anche se ogni tanto questo crea tensioni, o fa allontanare gli altri.
    Mi piace farlo. Mi piace mettermi qui, in silenzio, per perdermi nei miei pensieri. Mi lascio trasportare, mentre il silenzio mi circonda. Purtroppo, è una cosa che devo sempre fare da solo: ho imparato che alla gente piace parlare, piace molto, persino troppo. C’è gente incapace di stare zitta. Soprattutto in casa mia. Per fortuna che mi piace tanto anche ascoltare gli altri; hanno sempre qualcosa da raccontare e non trovo mai noioso un racconto, nemmeno quando si dilunga oltre il limite dell’assurdo.
    Eppure, qualche volta, fosse anche una sola volta, amerei potermi fermare lì, con qualcuno, e starcene zitti, per fare silenzio insieme.
    Il silenzio è profondo. Ci si dice tante cose, stando in silenzio. E, soprattutto, si capiscono molte cose… perché il silenzio ha questa prerogativa, quello di rendere tutto più chiaro.
    Probabilmente aveva senso che io, questa sera, mi trovassi qui, in questa solitudine, immerso nel silenzio, a riflettere. Così da poter capire… che cosa? Non so. Qualcosa che, in un certo senso, già sapevo. Ma nel silenzio, nel buio, nella pace, i pensieri si amplificano, e ciò che prima era soltanto una vaga idea, adesso è una certezza.
    Sono qui, da solo, in mezzo al nulla, in attesa che accada qualcosa.
    Non ho paura della solitudine, se a riempirla c’è un pensiero… finché nessuno mi porta via quello, allora posso dire di stare bene. Non sono davvero solo, no? Il pensiero mi porta verso qualcosa, o verso qualcuno, e la solitudine si annulla, smette di essere opprimente. La notte, il buio, il freddo che sta invadendo l’abitacolo della mia macchina, questo non è nulla, se a scaldarmi ho un pensiero che mi sorge dal cuore e mi invade la mente, o l’anima, o qualsiasi cosa sia quella che abbiamo dentro.
    E così possiamo anche trovarci bloccati in mezzo a un bosco con l’auto in panne, mentre fuori la notte striscia nera e silenziosa, ma finché posso pensare e perdermi in quella sinfonia che mi risuona in testa, allora non sarà mai vera solitudine.
    Provo a girare la chiave. L’auto borbotta, sembra protestare, ma il motore si avvia. Posso rimettermi in marcia. Piano piano, un po’ per volta, torno a casa.
    Per fortuna che ho tanto a cui pensare, in questa lunga strada che mi aspetta.
   
 
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