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Autore: Tenar80    05/01/2022    1 recensioni
In un mondo steampunk gli angeli hanno dichiarato guerra all'umanità. Solo un manipolo di soldati, con tute ricavate dai corpi dei nemici uccisi, riesce a opporsi a loro. Anche sotto il cielo ostile, però, nulla è come sembra, al punto che solo dietro una maschera è possibile essere se stessi. Lo sa bene Ardal, schiavo fuggiasco, che con la sua nuova identità di giornalista, cerca la verità sugli angeli.
Genere: Avventura | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Una carrozza attendeva davanti a casa. Una carrozza da gente ricca, trainata da due possenti cavalli che stridevano col paesaggio circostante, le case di pietra con il tetto su cui cresceva l’erba. 

    Ardal esitò, prima di entrare. Qualcosa nell’austerità di quel mezzo così incongruo rispetto alle quattro galline che razzolavano vicino all’uscio gli suggeriva di aspettare. Ma era già tardi e aveva esaurito le scuse. 

    Negli ultimi tempi, da quando suo padre era morto, ogni occasione era buona per stare fuori, anche dopo che aveva finito di radunare le pecore a cui badava. Passava per i paese per vedere se qualcuno aveva bisogno di un aiuto qualsiasi, in cambio di una mezza pagnotta o di un avanzo della cena del giorno prima. Quando era fortunato, trovava maestro Edmund che gli dava un nichelino in cambio di qualche pagina ricopiata. Era una carità, perché Ardal aveva imparato a scrivere tracciando lettere con un bastoncino nel fango o nella sabbia bagnata e per quanto fosse attento, la sua era comunque la calligrafia di un seienne. Ma era una carità che faceva comodo. Da quando il papà era morto solo nel fondo della miniera, la miseria era entrata nella casa, avviluppandoli come una nebbia da cui non ci si poteva liberare. Non erano mai stati ricchi, ma nel villaggio nessuno lo era. Vestivano come tutti con due abiti che dovevano bastare un anno intero e poi passare al fratello più piccolo e mangiavano tutti la stessa zuppa fatta con tutto ciò che poteva essere bollito e masticato. Ma adesso avevano superato la sottile linea che li avevano sempre divisi dall’indigenza. Sua sorella non correva più fuori al suo ritorno, assillandolo perché la facesse giocare. Ormai da una decade non riusciva ad alzarsi dal letto. Il suo tossire era diventato un suono costante che disturbava il sonno di tutti, insieme al pianto sempre più stizzoso del piccolo, il quarto della nidiata, che non trovava più soddisfacente il latte della mamma. Stare a casa era diventato uno strazio, ma uno strazio che non si poteva più rimandare.

    Sua madre lo attendeva vicino al focolare. Rhona era sdraiata su un pagliericcio proprio lì accanto, nel punto più caldo della casa, ma dormiva o era in uno stato di torpore ancora più profondo del sonno. Gli altri due fratellini non c’erano. La mamma aveva indosso il proprio vestito migliore, del rosso scuro che si addiceva a una donna in lutto.

    – Siediti, Ardal, dobbiamo parlare – disse.

    L’istinto diceva al bambino che quello era il momento di scappare, perché il tono di sua madre era quello di un cacciatore che chiude la trappola. Ma aveva sei anni e aveva imparato che alla mamma non si disubbidiva.

    – Tu vuoi che Rhona guarisca, vero? – chiese la donna.

    Ardal sbatté le palpebre. Che domanda era? Rhona aveva un anno scarso meno di lui, era la sua migliore amica, la sua prima compagna di giochi. E poi cosa voleva dire? Non aveva mai pensato che Rhona potesse non guarire. Annuì.

    – Il dottore ha detto che la malattia non è troppo avanzata, ma ci vogliono medicine e cibo migliore di quello che abbiamo ora e per questo ci vuole del denaro.

    Ora Ardal annuì più sicuro. Era forte. Al contrario dei fratelli lui non si ammalava mai. Avrebbe lavorato. Anche in miniera, se necessario, anche se il papà lo aveva spinto fin da quando era piccolissimo a comprendere i segreti delle parole scritte, per trovare un lavoro diverso dal suo, perché il buio della miniera non lo avesse. Ardal, che ci vedeva meglio dei fratelli nella penombra, era terrorizzato dal buio assoluto della profondità della terra. Quando pensato a suo padre, caduto in un pozzo da cui i compagni non erano riusciti a estrarlo, pensava al buio che doveva averlo circondato. Nella sua mente era quello che lo aveva ucciso, soffocandolo. Ma lo avrebbe affrontato, se fosse stato necessario per aiutare Rhona.

    – Tu sei diverso dagli altri, lo sai – continuò la mamma, più dolce.

    – Sì.

    Ardal sapeva da sempre di non dover girare con la schiena nuda. Mai. Aveva le piume sulla schiena e gli altri bambini invece no. Mamma aveva cercato di strappagliele, di bruciargliele, di scioglierle persino, ma le piume ricrescevano sempre. Ed erano orribili, oscene, nessuno doveva sapere che le avesse, solo i suoi genitori e Rhona. Anche i fratelli più piccoli non dovevano vederlo mai a schiena nuda. Prima aveva pensato solo che fossero orrende, ma da quando seguiva le lezioni di maestro Edmund aveva capito quanto lo fossero. Lui era un impuro. Deforme. Sbagliato. Sua madre avrebbe dovuto consegnarlo appena nato, perché fosse cresciuto con altri come lui, per diventare schiavo. Invece i suoi genitori avevano deciso di tenerlo, anche se consegnandolo avrebbero avuto un risarcimento, insegnandogli a tenere nascosta la sua condizione. Non che Ardal avesse ben idea di cosa fosse uno schiavo. Non ce n’erano in paese. Nella cittadina più vicina, dove era andato qualche volta per il grande mercato mensile, c’era una patentata, una ex schiava, che rifaceva il filo ai coltelli e alle falci. Aveva lunghe corna che ricadevano sui capelli di un rosso ingrigito e portava unghie lunghissime e appuntite. Ardal, come tutti i bambini, ne era terrorizzato e non capiva in che modo potesse essere simile a lui.

    – Fuori, nella carrozza, c’è un mercante di schiavi impuri e tu andrai con lui – disse la mamma.

    Ardal rimase immobile, incapace di capire in pieno il significato di quelle parole.

    La mamma approfittò del suo silenzio per proseguire.

    – Non c’è altro modo. Non ho denaro per mantenere quattro figli e non farò morire neppure uno di loro, se posso evitarlo. Tu sei intelligente e forte. Ti porteranno in un posto dove ti insegneranno a fare i calcoli e come ti devi comportare. Non rischierai di morire di fame o di freddo. Starai meglio di noi, qua. Non finirai mai in una miniera o in una piantagione. Servirai in una casa, come segretario, contabile o maggiordomo. Al punto in cui siamo, è la cosa migliore.

    – Io non voglio! – fu tutto quello che Ardal riuscì a dire.

    Gli tremavano le labbra, mentre lacrimoni di rabbia si andavano formando negli occhi. Eppure non riusciva davvero a cogliere in senso di quel discorso. Capiva solo che sua mamma non lo voleva più. Che doveva andare lontano in una carrozza scura trainata da cavalli altissimi che lo spaventavano.

    – Tuo padre non voleva morire. Rhona non voleva ammalarsi. Io non volevo doverlo fare.

    Le parole di sua madre cadevano, come sempre, sul suo «non voglio» definitive come lapidi tombali. 

    Poi lei lo prese con entrambe le braccia e se lo strinse al petto.

    – Ascolta e ricorda le mie parole, anche se adesso non le capisci. Solo io, Rhona e il curato sanno che sei un impuro. Il curato è vecchio e morirà. La tua nascita è stata registrata come regolare. In paese dirò che sei stato preso a bottega da uno di città. Sei un primario e intelligente, sei un bene di lusso. Obbedisci e impara e non ti succederà niente. Lavora sodo e otterrai una patente. Non dimenticare il tuo nome. Tornerai ad indossarlo. Non c’è altro modo per salvarvi tutti.

    La mamma tremava, stringendolo e questo, più di tutto, diede ad Ardal la dimensione di quanto stava accadendo.

     L’abbraccio terminò di colpo, nel un sospiro risoluto con cui sua madre si rimangiò le lacrime e i singhiozzi.

    – Saluta tua sorella e vai.

    

    Ardal uscì nel tramonto rosato dell’inverno che si faceva primavera. Le ultime immagini della sua famiglia sarebbero state la faccia corrucciata di sua sorella, che aveva risposto con un grugnito senza neppure aprire gli occhi e il volto di pietra di sua madre, immobile nell’abito a lutto, con le mani strette a pugni. 

    Dalla carrozza scese un uomo vestito di scuro, con una frusta legata alla cintura. Lo fece salire. C’erano già delle catene predisposte, attaccate alla panca di legno. Un anello di metallo si strinse intorno alla sua caviglia.

    Mentre la carrozza lasciava il paese, sobbalzando sulla strada sconnessa, Ardal pensava che stava lasciando indietro tutto ciò che era stato, compreso il suo nome. Era certo che non avrebbe odiato mai nessuno come in quel momento odiava sua madre.

 

***

 

    Qualcuno bussava con forza alla porta.

    Ardal si trovò seduto sul letto a fissare instupidito la penombra.

    Che ore erano?

    Aveva lasciato la villa della riunione prima che albeggiasse e si era rifugiato nel proprio letto all’ora in cui solitamente andava in redazione, ma era il suo giorno di riposo, giusto?

    – Apri, giovane pazzo, che c’è lavoro per te!

    La voce era senza ombra di dubbio quella del direttore Donovan. 

    Del resto era anche il suo padrone di casa. 

    Quando era arrivato in città, a neppure quindici anni, aveva iniziato come strillone. Insieme ai soldi, aveva iniziato a infilare nella busta anche bozze di articoli. Il direttore, intuendo che non aveva niente, gli aveva offerto due stanze scomode nello stesso edificio in cui aveva sede Il flusso, una vecchia fabbrica tessile riadattata alla meglio. Adesso avrebbe potuto permettersi l’affitto di una casa migliore, ma c’era affezionato. E poi gli piaceva l’idea di essere sempre a un passo dal proprio lavoro e da ciò che accadeva. Anche se a volte, come quel giorno, era scomodo.

    – Che ore sono? Cosa succede? – chiese, mentre cercava una giacca qualsiasi da cacciar sopra alla camicia con cui aveva dormito.

    Raggiunse finalmente le chiavi e la porta d’ingresso.

    – È quasi ora di pranzo – disse Donovan, entrando.

    Si passò una mano nella criniera grigia che aveva al posto dei capelli.

    – So che alla tua età la vita vera è di notte, ma se do un altro un pezzo sulle Ali Nere poi non mi darai pace.

    Il malumore lasciò immediatamente Ardal.

    – Cos’è successo?

    – Ieri notte è stato ucciso un ufficiale, il maggiore Jamenson. Sembra un fatto di corna, ma ho pensato che volessi lavorarci. Hanno fermato una donna e il suo amante, un professore di storia all’università.

 

   
 
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