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Autore: TigerEyes    07/01/2022    18 recensioni
Fanfiction vincitrice del contest "Natale con i tuoi, Capodanno con...?" indetto dal gruppo Facebook "N di Nibunnoichi".
Nabiki sorseggiò il suo analcolico senza staccare mai gli occhi da sorelle e ospiti, restando in trepidante attesa mentre ognuno scolava il proprio bicchiere.
“Che sapore strano questa bibita”, osservò Akane con la fronte aggrottata, “me la ricordavo diversa…”.
“Ma è diversa…”, sogghignò Nabiki.
“Che vuoi dire…?”, scandì Ranma con una leggera punta di apprensione.
Lei focalizzò lo sguardo sulle mani dei presenti e sorrise trionfante.
“La risposta è ai vostri mignoli”.
Aggiunta fanart di Ran_neechan!
Genere: Commedia, Romantico | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Akane Tendo, Ranma Saotome, ranma/akane
Note: What if? | Avvertimenti: nessuno
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Questa ff partecipa al contest “Natale con i tuoi, Capodanno con...?” indetto dal gruppo Facebook N di Nibunnoichi.
Doveva intitolarsi Il filo rosso del destino, ma siccome esiste già una ff in questo fandom con questo titolo, ho adottato l'originale giapponese: Unmei no Akai ito (赤い糸). La leggenda di questo filo è una credenza molto diffusa in Giappone, secondo la quale ognuno di noi nasce con un invisibile filo rosso legato al mignolo della mano sinistra che lo lega indissolubilmente alla persona cui siamo destinati: il grande amore o anima gemella. Le due persone così unite sono destinate a incontrarsi, non importa il tempo, la distanza, l’età, le circostanze o la classe sociale che li separano, perché il filo rosso è lunghissimo e indistruttibile. Essendo però molto lungo il filo spesso si aggroviglia creando intrecci e nodi che causano difficoltà alle due anime destinate a congiungersi. Ogni groviglio che verrà sciolto sarà il superamento di un ostacolo nella relazione, ogni nodo che verrà districato servirà a rafforzare il legame. Sarà comunque il destino a tenerlo saldo e unito finché le due anime non s’incontreranno, niente e nessuno può rompere quel legame.
Joya no kane: cerimonia dei 108 rintocchi.
O-shogatsu: Capodanno.


Ringrazio come sempre Moira78 per le correzioni e Ran_neechan per la fanart, buona lettura!




UNMEI NO AKAI ITO


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Nabiki Tendo osservava pensosa il calendario da tavolo, mentre sosteneva il mento col palmo di una mano, tamburellava le dita dell’altra sulla scrivania e giocava con una penna tenuta in equilibrio precario tra naso e labbro superiore.
Solo l’altro ieri era ancora estate e all’improvviso eccoli arrivati al diciassette dicembre. Affermare di essere preoccupata era un eufemismo: era nervosa a livelli allarmanti. Non per i regali che ancora doveva fare, ma per i soldi che dopo le festività suo padre avrebbe dovuto sborsare per riparare i danni che le spasimanti di Ranma avrebbero fatto alla palestra. Perché non aveva dubbi che anche quell’anno si sarebbero presentate, invitate o meno, a reclamare e litigarsi quello che ritenevano il loro fidanzato. Era tentata di suggerire a Kasumi di non organizzare alcun cenone natalizio, stavolta, o per lo meno di non invitare anima viva, ma sarebbe stato inutile: quella sorella fin troppo altruista avrebbe cucinato comunque per un esercito e le tre furie si sarebbero comunque presentate puntuali sfondando porte e pareti.
Sbuffò, smettendo di sbattere ritmicamente le unghie sul legno.
Bisognava giocare d’anticipo, se volevano evitare la bancarotta.
Afferrò la calcolatrice e iniziò a quantificare le probabili riparazioni cui avrebbero dovuto far fronte a causa non solo di quelle invasate di Shampoo, Ukyo e Kodachi, ma anche di Kuno, Ryoga, Happosai, Obaba… A pensarci bene, se avesse incluso nella lista dei possibili ospiti indesiderati tutti coloro che Ranma e Akane attiravano come calamite, non le sarebbe bastato un rotolo da cucina per scriverli tutti, non restava che una soluzione: il biglietto d’ingresso.
Nabiki fece due rapidi calcoli sulla sua inseparabile macchinetta e arrivò alla conclusione che tremila yen erano il minimo che potesse accettare. Più altri tremila per coloro che volevano trascorrere soli soletti mezz’o… un quarto d’ora con Ranma o Akane, seimila yen per mezz’ora. Ecco, ora sì. Sarebbero bastati.
Dovevano bastare, altrimenti tanto valeva vendere casa.
Si alzò un po’ meno inquieta dalla sedia e decise che era venuto il momento di fare una rapida ricognizione per i mercatini a vedere se trovava qualcosa di interessante tra le cianfrusaglie, così da rifilare a ogni membro della famiglia almeno una sciocchezza come regalo di Natale spendendo possibilmente nulla.
Infilò cappotto e cappello di lana, salutò Kasumi che stendeva il bucato in giardino e uscì nel vialetto di casa. Il tempo sembrava minacciare neve più che pioggia, ma decise di non tornare indietro a prendere l’ombrello per non perdere tempo e si avviò verso il centro commerciale. Come si era aspettata, il lungo viale d’accesso era gremito di bancarelle – soprattutto di specialità culinarie dolci e salate – ma anche di gente di ogni sorta – coppiette, famigliole, combriccole – che approfittava dell’ultima domenica prima della vigilia per fare i regali. Sarebbe stato arduo, anzi impossibile contrattare coi venditori che esponevano oggetti di artigianato. Nabiki si lasciò alle spalle la ressa e l’effluvio di aromi dolciastri per addentrarsi nelle viuzze laterali in cerca di banchetti che i più ignoravano e alla fine di un vicolo ne adocchiò uno, gestito da una donna di mezza età, così defilato che solo una coppietta stava curiosando tra la mercanzia. Decise di avvicinarsi con fare annoiato, gettando un’occhiata rapida ma attenta alle merci esposte e capì subito di trovarsi di fronte alla solita accozzaglia di oggettini d’antiquariato che avevano visto tempi migliori, monili più falsi di una banconota da dieci yen e qualche amuleto portafortuna.
A lei di fortuna ne sarebbe occorsa tanta, a quel punto…
“Quello cos’è?”, chiese indicando alla donna dietro il bancone un’elegante boccetta viola, bassa e larga, con un tappo slanciato a punta.
“Questa?”, ripeté la venditrice prendendo la bottiglietta. “È un profumo appartenuto a mia nonna, come vedi ancora sigillato, quindi non ho idea quale sia la fragranza. In ogni caso è antico, per cui se ti interessa te lo vendo a… cinquemila yen!”.
“Cinquemila yen per una boccetta di cui ignora il contenuto e oltretutto scheggiata? Guardi il tappo, ha una crepa! Le offro cento yen”.
“Quattromila”.
“Duecento”.
“Tremila”.
“Cinquecento”.
“Duemila”.
“Mille”.
“Cinquecento”.
“Andata”.
La signora la guardò perplessa, mettendoci qualche secondo a realizzare che si era appena fregata con le sue stesse mani, mentre Nabiki ne approfittava per tirare fuori dal portafoglio una singola moneta, arraffava la bottiglietta e si defilava in fretta in mezzo alla calca.
Il regalo per Kasumi lo aveva trovato, ora doveva cercare gli altri.

Rientrata a casa, Nabiki nascose la busta con la paccottigl… i regalini di Natale nel proprio armadio, ma prima di chiudere l’anta lo sguardo si soffermò sulla boccetta di vetro viola. Decise di osservare meglio l’incrinatura sul tappo – magari poteva nasconderla in qualche modo – e la tirò fuori dalla busta, si sedette alla scrivania e accese la lampada: solo allora si avvide che sul retro era ancora miracolosamente attaccata un’etichetta ingiallita e molto sbiadita.
Scritta in cinese.
A Nabiki suonò in testa un campanello d’allarme formato gong: forse era lei quella a cui era stata rifilata una sonora fregatura, eppure quella bottiglietta sembrava avere sul serio almeno un centinaio d’anni, forse persino duecento, valeva la pena portarla da Obaba per farsela tradur…
No, le suggerì l’istinto. Anche se ci volesse una settimana, prendi il dizionario e armati di santa pazienza: potrebbe anche non essere un profumo, altrimenti non sarebbe rimasto sigillato tutto questo tempo, anzi è sospetto a ben vedere che non sia completamente evaporato... E se fosse piuttosto il classico intruglio miracoloso? Se così è, meglio che Obaba non ci metta gli occhi sopra.
Con uno sbuffo irritato, Nabiki posò la boccetta sul ripiano, prese vocabolario e grammatica cinese e si mise a cercare gli ideogrammi. Le ci vollero davvero diversi giorni per tradurre quelle righe minuscole, più che altro perché erano diventate quasi illeggibili, ma quando infine chiuse soddisfatta il dizionario con un tonfo secco, stava rivolgendo alla parete di fronte a lei un sorriso talmente estasiato, che nemmeno se avesse vinto cento milioni di yen alla lotteria avrebbe potuto esultare di più.
Altro che profumo, quella boccetta opaca e incrinata da quattro soldi era la soluzione a tutti i problemi della sua famiglia.


- § -


A Ranma batteva il cuore così forte, mentre osservava Akane ritta in piedi sulla scala appendere le ultime palline all’albero di Natale, che avrebbe potuto giurare di avere un martello nelle orecchie che percuoteva i timpani senza pietà.
Deglutì, rigirandosi il pacchetto tra le mani dietro la schiena: Akane tentava di infilare il puntale a forma di stella in cima all’albero, ma non ci sarebbe mai riuscita se non si fosse protesa un altro po’ sulla punta di un piede, col rischio però di scivolare e cadere. Memo male che era lì lui a prendere al volo quell’impiastro, nel caso in cui…
Il ricordo di averla stretta tra le braccia, nuda e inerme, dopo averle fatto riacquistare la sua forma, mentre precipitavano infradiciati dall’acqua calda sul monte Hooh, lo inchiodò sulla soglia della palestra.
Quella era la loro prima vigilia dopo… dopo quel disastro di matrimonio organizzato dai loro genitori. Da allora i progressi si contavano sulle dita di una mano monca: i pranzi insieme nel cortile della scuola, le occhiate furtive, i silenzi sempre più lunghi e imbarazzanti, i bisticci sempre più rari e gli ancor più rari insulti coloriti cui nessuno credeva più. Almeno, prima di quella cerimonia mancata, si parlavano – le prese in giro erano pur sempre una forma di comunicazione, no? Anzi, erano la sua forma di comunicazione, l’unica con cui riuscisse ad avvicinare Akane senza avvampare e balbettare come un idiota – adesso, invece, neanche un’offesa gratuita riusciva a lanciare nella sua direzione senza fissarla imbambolato come un pesce lesso: ogni volta che posava gli occhi su di lei, la rivedeva con le gote imporporate nel suo vestito da sposa, radiosa e sopra ogni cosa… sorridente. Aveva sorriso a lui, quel giorno, come l’aveva vista fare solo nei confronti di Ryoga o qualche altro imbranato, mai nei suoi: con la felicità incastonata negli occhi come una gemma preziosa.
Non solo da allora non era più riuscito a farle saltare la mosca al naso in modo decente, ma certe volte nemmeno ad articolare parola: il grande, invincibile Ranma Saotome si era ammutolito. Forse, se fosse riuscito a far sì che tornasse a guardarlo in cagnesco, a lanciargli improperi, a tentare di colpirlo, forse allora…
Ranma sospirò.
Allora che? Le cose sarebbero tornate come prima? Era davvero questo che voleva? Rivedere Akane soffrire per le sue (non) azioni e singhiozzare per ogni fesseria che si lasciava scappare di bocca da perfetto imbecille? O voleva essere di nuovo accecato dalla gioia che sprigionavano le sue iridi quando le posava su di lui?
Ammettilo, non torneresti indietro nemmeno se avessi tra le mani lo Specchio Greco!
No, infatti, le ultime settimane passate a diventare sempre più spesso un ammasso di gelatina in sua presenza erano serviti almeno a fargli capire cosa voleva adesso e cosa non voleva più: vederla sorridere per merito suo, non versare lacrime per l’ennesima idiozia che aveva combinato.
Doveva agire subito, allora, prima che arrivassero le tre pazze scatenate a rovinare tutto come facevano a ogni festività, non avrebbe aspettato la mezzanotte per darle il suo regalo, doveva cogliere l’occasione al volo ora che erano soli nel dojo. Quello sarebbe stato il primo passo, poi… poi avrebbe pensato alla mossa successiva, una cosa alla volta, con calma, altrimenti rischiava di bruciare le sinapsi.
Ranma prese un bel respiro e, uno avanti all’altro, i piedi lo portarono incerti fin sotto la scala, dalla quale lei stava scendendo: a forza di fissare la sua figura
(le sue gambe)
non si era accorto che aveva finito di addobbare l’albero. Ma appena Akane si voltò, rimase così stupita di trovarselo davanti, che immediatamente avvampò e abbassò lo sguardo al suolo. Fu tuttavia il modo in cui si morse appena il labbro e imbarazzata si portò una ciocca di capelli dietro l’orecchio che incantò Ranma al punto da fargli perdere la facoltà di parola per l’ennesima volta.
“Ti serve qualcosa?”, gli chiese lei rialzando gli occhi risoluta, come a farsi coraggio.
Sì, che non mi guardi a quel modo…
Ma dalla bocca non uscì suono, perché il coraggio aveva abbandonato lui, che rimase come un ebete incatenato alle pagliuzze dorate delle sue iridi solo i kami sapevano per quanto.
“I-i-i-io…”.
“Prego, cari invitati, da questa parte, siete puntualissimi!”.
La voce di Nabiki alle sue spalle non sancì soltanto che aveva perso la sua occasione, ma che un’occasione quella sera Ranma non l’avrebbe avuta mai più.
Ni-hao, tesoruccio!”.
“Ran-chan, sono arrivata!”.
“Ranma caro, eccomi, ti sono mancata?”.
L’ultima cosa che vide, prima che qualcosa si avvolgesse come una morsa attorno al suo collo e una miriade di puntini neri gli oscurasse la vista, fu il volto di Akane che s’incupiva alla velocità della luce.
E, peggio ancora, la delusione nei suoi occhi.


- § -


Oneechan, hai finito?”, chiese Nabiki sulla soglia della cucina. “Su, che ti stiamo aspettando in palestra, manchi solo tu! Levati quel grembiule e vieni, sbrigati!”.
Kasumi si voltò col mestolo in mano.
“Ma Nabiki, non vedi che ho delle pentole sul fuoco?”.
“Suvvia, gli ospiti sono già arrivati, puoi anche assentarti almeno per un brindisi, no?”.
Kasumi lasciò andare un sospiro e sciolse il nodo dietro la schiena, sfilò il grembiule e lo posò debitamente piegato su un tratto di ripiano sgombro di cibo e padelle.
“D’accordo, ma che sia una cosa veloce”.
Nabiki sfoggiò un sorriso sornione che andava da un orecchio all’altro.
“Velocissima…”.
“A proposito di ospiti, non ho visto i tuoi regali di Natale sotto l’albero, quest’anno, non hai trovato nulla a buon mercato?”, le chiese Kasumi affiancandola lungo il corridoio esterno.
“A dire il vero ne avevo acquistati diversi, ma poi mi sono imbattuta in qualcosa che ha superato ogni mia aspettativa”.
La sorella le rivolse uno sguardo stupito.
“Addirittura? Quindi si tratta di un regalo collettivo?”.
“Esatto, sorellina”, rispose Nabiki pregustandosi la scena. “Vedrai che sorpresa sarà per tutti…”.
Appena fecero il loro ingresso in palestra, Kasumi si lasciò sfuggire un ‘oh!’ strozzato che lei riuscì a udire nonostante la sorella avesse messo le mani a coppa davanti alla bocca. E soprattutto nonostante il caos che imperversava tra quelle quattro mura: Shampoo e Ukyo stavano giocando al tiro alla fune con le braccia di un Ranma cianotico perché Kodachi lo stava strozzando con i suoi nastri, mentre Konatsu cercava di strappare Ukyo da Ranma e Mousse tentava di fare altrettanto con Shampoo. Akane si stava allontanando dalla contesa insidiata da Tatewaki, intanto che fumava rabbia dalle orecchie e borbottava ingiurie a mezza bocca nei confronti del fidanzato. Ryoga non sapeva invece se prestare attenzione ad Akane o Akari, col risultato di fare la spola dall’una all’altra perdendole continuamente di vista in mezzo agli invitati. Come contorno, Obaba cercava di impedire ad Happosai di palpare il fondoschiena delle ragazze presenti, il dottor Tofu – dopo essere caduto in estasi mistica alla vista di Kasumi – aveva preso Obaba perplessa tra le braccia e si era messo a ballare con lei per tutta la palestra (anche se forse era il caso di dire che l’aveva semplicemente sollevata da terra), mentre papà e il signor Genma – con una boccetta di sakè a testa – cantavano mezzi ciucchi a squarciagola canzoncine per diabetici in un angolo, stravaccati per terra.
Tutto in regola, insomma.
Ancora per poco…
Nabiki suggerì a Kasumi di andare a recuperare il povero dottore, mentre lei si avvicinava al tavolo del buffet e sollevava il tovagliolo dalla zuppiera colma di analcolico. Ne riempì un bicchiere di carta per sé, quindi sfilò dalla tasca dei pantaloni la boccetta viola, che fissò per qualche istante prima di prendere un bel respiro e strappare il sigillo.
Gettò un’occhiata alle sue spalle, dove la situazione era se possibile peggiorata ancora: incredibile ma vero, Akane aveva sottratto Ranma dalle grinfie di Kodachi strappandogli il nastro dal collo, ma allo stesso tempo se lo trascinava dietro mezzo svenuto per il colletto della casacca mentre sbraitava contro la Rosa Nera, Shampoo e Ukyo allo stesso tempo. Per essere arrivata a ‘salvarlo’, la misura doveva essere colma, bene bene…
Nabiki tornò a guardare la zuppiera e chiuse per un istante gli occhi, sperando di non essersi sbagliata, sperando che quella pozione non avesse né odore né sapore, sperando che la palestra non finisse rasa al suolo.
Vi sistemerò tutti e finalmente ogni cosa andrà al suo posto.
Riaprì le ciglia, sfilò via il tappo e versò l’intero contenuto – grazie ai kami incolore – nella zuppiera, afferrò il mestolo e mescolò assicurandosi che la pozione si amalgamasse per bene con l’analcolico, prima di riempire altri bicchierini di carta.
È l’ora della verità…
Sbatté il mestolo contro il bordo della zuppiera finché non riuscì a richiamare l’attenzione dei presenti, che si voltarono a guardarla stupiti.
“Prego, servitevi, dobbiamo fare un brindisi!”, annunciò neanche fosse una presentatrice tv.
A eccezione di suo padre e del signor Genma, uno dopo l’altro amici e sorelle si calmarono e si avvicinarono al tavolo per prendere un bicchiere colmo di liquido: Shampoo, Ukyo e Kodachi ne approfittarono per sottrarre ad Akane un Ranma appena rinvenuto, cui si strusciavano per convincerlo ad accettare il bicchiere che ognuna gli porgeva, mentre Tatewaki cercava di fare lo stesso con un’Akane avvilita per essersi distratta quel tanto da lasciarsi strappare Ranma dalle dita.
“La mia famiglia e io siamo felici di ospitarvi anche per questa vigilia di Natale, ma soprattutto che abbiate contribuito con moneta sonante a riparare i danni che sicuramente farete!”.
“Nabiki!”, la rimproverò Kasumi, ma lei fece una linguaccia.
“Quest’anno, però, ho una sorpresa per tutti voi, un regalo speciale che capita una sola volta nella vita”, proseguì imperterrita.
Tutti si scambiarono occhiate tra lo sbigottito, lo scettico e il perplesso.
Tu hai speso dei soldi? Per noi?! Sei impazzita, per caso?”, ironizzò Ranma con una risata, imitato a ruota da quelle oche delle sue aspiranti mogli. Chi non rideva affatto erano Akane e Kasumi, che si guardarono preoccupate.
“Da non credere, vero? Spero quindi lo apprezzerete, salute!”, disse levando in alto il bicchiere, imitata da un coro di voci tra l’entusiasta e l’incredulo.
Nabiki sorseggiò il suo analcolico senza staccare mai gli occhi da sorelle e ospiti, restando in trepidante attesa mentre ognuno scolava il proprio bicchiere.
“Che sapore strano questa bibita”, osservò Akane con la fronte aggrottata, “me la ricordavo diversa…”.
“Ma è diversa…”, sogghignò Nabiki.
“Che vuoi dire…?”, scandì Ranma con una leggera punta di apprensione.
Lei focalizzò lo sguardo sulle mani dei presenti e sorrise trionfante.
“La risposta è ai vostri mignoli”.


Il gelo calò nella palestra mentre un lungo brivido percorreva la schiena di Akane, prima che gli occhi si abbassassero con cautela sulle proprie dita tremanti: qualunque cosa Nabiki avesse escogitato, la tremenda sensazione che non le sarebbe piaciuta per niente le artigliò lo stomaco.
Un singulto strozzato lasciò la sua gola insieme all’imprecazione che mormorò contro la sorella, quando infine lo vide: un grosso filo di una sfolgorante tonalità vermiglia si era materializzato dal nulla legato con un nodo al suo mignolo sinistro e pian piano si stava allungando sempre di più verso… verso chi?!
Rimase col fiato sospeso in un silenzio spettrale, steso come un sudario sul dojo quando tutti erano ammutoliti al pari di lei, intenti a guardarsi le rispettive mani e a seguire la direzione inesorabile presa dal loro filo, per vedere con quello di chi il proprio si sarebbe congiunto.
Akane osservò paralizzata il filo “nato” dalla sua mano che si prolungava serpeggiando sulle assi del pavimento, fino a unirsi a un altro filo rosso e diventare tutt’uno con esso. In quell’istante serrò le ciglia e deglutì, terrorizzata all’idea di scoprire a chi appartenesse l’altra metà di quello che, ormai era chiaro, era l’Unmei no Akai Ito, eppure pregando allo stesso tempo con tutta l’anima i kami del cielo e della terra affinché all’altro capo ci fosse… sì, ci fosse lui.
“Akane…”, la chiamò una voce così flebile da sembrare moribonda.
Lei riaprì con circospezione gli occhi e la realtà si cristallizzò nell’attimo in cui incontrò quelli di Ranma, spalancati come se la mano alla quale il filo rosso era legato – e che istintivamente lui afferrò per il polso con l’altra – fosse stata appena posseduta da un demone e avesse vita propria.
Allora era vero. Era tutto vero.
Lei e Ranma erano destinati a stare insieme.
A dispetto dei litigi, degli insulti, delle umiliazioni, dei calci in orbita.
A dispetto delle presunte fidanzate, dei guai che li perseguitavano a non finire, del matrimonio andato a monte, dell’imbarazzo che era calato fra loro.
Lei e Ranma erano legati indissolubilmente, lo erano stati nelle vite precedenti e lo sarebbero stati in quelle a venire.
Per sempre.
Ma se a lei salirono le lacrime agli occhi per la gioia tanto da non riuscire nemmeno a respirare per l’emozione, Ranma sembrava invece sconvolto, per non dire inorridito. Possibile che lei avesse frainteso le attenzioni che lui aveva avuto nei suoi riguardi e i silenzi imbarazzanti che si erano sostituiti agli insulti, da quando erano tornati dal monte Hooh, così come aveva frainteso – a suo dire – quella sorta di dichiarazione ai piedi della cascata? Eppure era sicura di non essersi sbagliata, stavolta…
Ma se Ranma sembrava diventato di colpo un ciocco di legno stagionato, il resto dei presenti, viceversa, detonò.


Nabiki abbracciò con lo sguardo l’intera palestra popolata non più da amici e parenti, ma statue di sale. Restò per secondi interminabili in attesa di un sussulto, un grido strozzato, uno svenimento, davanti al filo rosso che, pur somigliando più a un groviglio di nodi, univa come aveva previsto Ranma e Akane, invece nemmeno una mosca osava volare. Forse doveva ricredersi: a quanto sembrava, era andata assai meglio di quanto avesse temu…
L’esplosione di gioia di suo padre e del signor Genma bucò finalmente un silenzio denso e vischioso come la pece. Ma mentre i due vecchi ballavano in tondo con le lacrime agli occhi tenendosi i rispettivi avambracci, Ryoga e il dottor Tofu stramazzarono uno dietro l’altro sul pavimento tra lo stupore di Akari che portava le mani a coprire la bocca e quello di Kasumi, che invece celò dietro le dita l’intero viso in fiamme: la gioia di vedere i propri mignoli uniti dall’akai ito a quelli delle donne amate era stata tale, evidentemente, che quel tonto che si perdeva sempre e il buon medico non avevano retto all’emozione.
Bene, loro erano sistemati, fuori due.
Chi invece non sopportò la vista delle proprie mani furono, neanche a dirlo, le ormai ex spasimanti di Ranma, dai cui mignoli i fili penzolavano senza condurre da nessuna parte. Dalle gole di Shampoo, Ukyo e Kodachi esplose all’unisono un tale urlo di frustrazione da sembrare il boato di un tuono che squarcia il cielo. Era forse la prima volta, quella, in cui Nabiki vide le pareti del dojo tremare, almeno finché Mousse – congelato fino a quel momento in un muto grido di orrore davanti al proprio filo che non s’era unito a quello dell’amata – non tentò comunque di legarli con un nodo. Purtroppo per lui Shampoo se ne accorse e reagì pestandolo come l’uva.
“Ma non ti arrendi mai tu?!”, gridò mentre riduceva il papero cecato alla consistenza della marmellata di azuki. Del tutto incurante dei gemiti sconnessi del suo spasimante con gli occhiali, la cinesina volse poi verso di lei il suo sguardo di fuoco per trafiggerla con tutto il suo odio: “Che significa questo filo, Nabiki Tendo?”, le chiese torva alzando la propria mano sinistra. “Perché non è unito a quello di Ranma? Lui mi ha battuto, quindi dev’essere per forza il mio futuro marito, che scherzo è questo?! Se pensi che caschiamo in un trucco simile…”.
“Ti sbagli! Ranma è destinato a me!”, ribatté Ukyo a muso duro. “Io l’ho conosciuto prima di tutte voi, siamo amici sin dall’infanzia, il nostro legame è speciale e comunque i nostri genitori ci hanno fidanzati da bambini!”.
“Povere illuse, siete entrambe in errore!”, s’intromise Kodachi. “Ranma è il mio fidanzato, non lo lascerò mai a sciacquette come voi!”, concluse ridendo sguaiatamente fra un tripudio di petali neri che piovevano da non si sa dove.
Da non credere: nemmeno davanti all’evidenza quelle tre si arrendevano.
Roba da matti.
“Nessuno scherzo, mie care: ho versato nel vostro analcolico la Pozione per Riconoscere l’Anima Gemella”, sorrise innocente Nabiki. “In altre parole, un filtro in grado di rendere visibile quello che noi chiamiamo Filo Rosso del Destino”.
“No, non può essere!”, obiettò Obaba che saltellando sul suo bastone si trascinava dietro un Happosai svenuto per lo choc. “Quella pozione è andata perduta secoli fa!”.
“Da quello che vedo alle vostre dita, non si direbbe…”, ironizzò lei cercando di non sghignazzare.
“Ma il mio filo non è unito al mignolo di Ranma! Anzi… non è unito a nessuno!”, obiettò Ukyo mostrando a sua volta un akai ito interrotto.
“Forse perché le vostre anime gemelle non sono in questa stanza e il filo rosso non può mostrarvi la persona a voi destinata se questa non ha bevuto il filtro”, ipotizzò lei. “In ogni caso, dovrebbe essere evidente a tutte voi che è Akane l’anima gemella di Ranma, quindi potete finalmente mettervi il cuore in pace”.
Oh no, accidenti a te, Nabiki, non potevi startene zitta?!, la rimproverò sua sorella con gli occhi spalancati a dismisura.
Le tre furie volsero infatti con estrema lentezza lo sguardo omicida verso Akane, trapassandola da parte a parte con veri e propri lampi dalle iridi fiammeggianti. Perfino Tatewaki si ridestò dal coma per avventarsi su Akane, abbracciarla da dietro e spargere lacrime amare al grido di: “Non importa se il fato è contro di noi, Akane Tendo, siamo comunque una cosa sola, non ci separeremo m…”.
Una gomitata ben assestata fece implodere la faccia del senpai, che tornò beato nel suo idillico rimbambimento.
“Nessun problema!”, si riscosse Ukyo. “Taglierò il filo che lega Ranma ad Akane con la mia spatola, come feci a suo tempo col filo che lo legava a Shampoo!”, annunciò afferrando il suo arnese dietro la schiena e lanciandolo in aria: la spatola roteò fino a incontrare il filo della sorella, mentre tutti trattenevano il fiato… ma anziché spezzarsi, l’akai ito rispedì la spatola gigante al mittente come un elastico, lasciando tutti a bocca aperta.
“Impossibile…”, balbettò la cuoca afferrandola al volo e facendo un passo indietro. Kodachi ne approfittò per avventarsi sul filo tirandolo e mordendolo, mentre Shampoo tentava di sciogliere il nodo dal mignolo di un Ranma catatonico e con un principio di tic nervoso a un occhio. Persino Obaba intervenne cercando di tagliare il filo con un paio di forbici spuntate dal nulla.
“È inutile: l’Akai Ito è indistruttibile”, scosse la testa Nabiki incrociando le braccia al petto. “Si può allungare all’infinito oltre il tempo e lo spazio, non si può sciogliere né recidere, non ricordate cosa dice la leggenda?”.
Ranma tornò di colpo nel mondo dei vivi.
“No, aspetta un momento, che significa questo? Che io resterò per sempre legato a quel gorilla per colpa di questo filo?!”.
Akane diventò paonazza alla velocità del suono.
“Gorilla a chi?! Pensi forse che io faccia i salti di gioia all’idea di avere sempre tra i piedi un idiota come te?!”, affermò imbufalita.
“Esatto, futuro cognato!”, rispose Nabiki ignorandola sorella.
“Non scherzare tu, liberaci da questo coso, piuttosto!”, le ordinò Akane volgendosi minacciosa verso di lei.
“Mi spiace, non è possibile, solo voi potete farlo”, confessò facendo spallucce.
“Cosa? Che vuoi dire?”, le chiesero a una sola voce le due anime gemelle.
“Che adesso ti ucciderò, Akane Tendo!”, urlò Shampoo divincolandosi dall’abbraccio lacrimoso di Mousse per spiccare un salto e piombare sulla sorella armata di bombori.
Per un fugace istante, Nabiki pensò di aver sbagliato i suoi calcoli, che stavolta il disastro sarebbe stato irreparabile, che tutti i soldi del mondo non sarebbero bastati a ripagare la famiglia di una perdita simile. Finché non vide Akane strattonare il filo tirando Ranma a sé così forte da farlo volare letteralmente nell’aria, lanciarlo all’indietro manco fosse una canna da pesca e scagliarlo poi contro l’amazzone come un proiettile.
“Lo vuoi tanto? Prenditelo!”.
La testa di Ranma impattò contro quella della cinesina, che piombò al suolo con due crocette al posto degli occhi e un bernoccolo tra i capelli. Non che Ranma se la passasse meglio: lui finì incastrato fino al collo nel pavimento, un tic nervoso a un piede.
“Oh, Ran-chan, ti aiuto io!”, disse Ukyo precipitandosi su di lui.
“No, ci penso io!”, s’intromise Kodachi cercando di precedere la cuoca.
Occhi assottigliati e un sorrisetto malefico che si tendeva verso un orecchio, Akane strattonò di nuovo il filo, disincagliò Ranma, lo fece roteare nell’aria come un lazo incurante delle sue urla disperate e delle lacrime sparse peggio di un idrante e lo lanciò contro le altre due ex fidanzate, prendendole in pieno e mandandole a sfondare il tetto della palestra. Ranma finì invece spiaccicato contro una parete diventando tutt’uno con essa, una nidiata di uccellini che svolazzava attorno alla testa cinguettando a più non posso e le mani a fare le corna: forse stava scongiurando i kami di uscire vivo da lì. Con un tonfo ricadde di schiena sul pavimento più morto che vivo, gli occhi ridotti a due crocette pure lui, mentre Akane ansava neanche avesse corso una maratona.
“Allora, sorella, sputi il rospo o devo continuare? Ti avverto che comincio a prenderci gusto…”.
Per quanto divertente fosse vedere Ranma usato come arma impropria da Akane, in effetti non ci teneva ad avere il futuro cognato sulla coscienza.
“Va bene, va bene!”, ridacchiò Nabiki grattandosi la nuca con una mano. “In pratica il filo tornerà invisibile e intangibile solo quando ammetterete l’un l’altro di amarvi!”.
Per un attimo ebbe l’impressione che una balla di fieno fosse rotolata attraverso il dojo
Gli occhi di Akane si ridussero a due puntini infinitesimali, talmente basita da rimanere senza fiato. Quelli di Ranma sparirono proprio, vaporizzati dalla vergogna che fumava dalle orecchie e avvampava la faccia.
“Oh, dolce Akane, non essere timida!”, declamò Tatewaki tornando fra i vivi per prendere fra le braccia la sorella. “Ammetti di amarmi, mio candido fiorellino, e sono certo che il tuo filo si unirà al mio e noi due…”.
Stavolta fu il turno di Ranma di strattonare il filo per tirare Akane a sé, strappandola dalle grinfie del senpai al grido di: “Molla l’osso, tu!”, ma solo per ritrovarsi lui, ora, la fidanzata tra le braccia. Le loro facce pericolosamente vicine presero fuoco all’istante e Ranma mollò Akane neanche scottasse come lava. Come se si fossero letti nel pensiero, si diedero le spalle nello stesso istante con le braccia incrociate al petto.
“Non temere, Akane Tendo, presto sarai libera! La mia spada taglierà quel filo ignobile e la giustizia trionferà!”, straparlò Kuno correndo verso di loro con il bokken sollevato sopra la testa.
Al che i fidanzati, in perfetta sincronia, affondarono i rispettivi piedi nella faccia di Tatewaki, che svenne per l’ennesima volta nella medesima posizione in cui era stato colpito. Come potessero quei due continuare a negare l’evidenza, adesso, era proprio un mistero.
“Avanti, Nabiki, dicci la verità! Non possiamo rimanere sul serio attaccati ventiquattr’ore su ventiquattro, ci dev’essere un modo per sbarazzarsi di questo coso! Quella ha già cominciato a usarmi come una mazzafionda!”, sbraitò Ranma puntando il dito contro Akane. “Vuoi vedermi morto?”.
Quella a chi?! Ma lo sai almeno cos’è una mazzafionda, brutto idiota?!”, replicò Akane piantandoglisi davanti a gambe larghe e mani sui fianchi. “Se vuoi posso mostrartelo, visto che il filo è elastico!”.
“Calma, voi due, calma!”, intervenne Nabiki frapponendosi fra loro. “Non ho mentito, l’etichetta parla chiaro”, spiegò tirando di nuovo fuori la boccetta da una tasca dei pantaloni. “Chiedete a Obaba, se non mi credete”.
La vecchia, che se n’era rimasta in disparte per tutto il tempo con quel peso morto del maestro Happosai alle calcagna, si fece allora avanti saltellando torva sul suo bastone, le strappò dalle mani la bottiglietta e lesse ad alta voce, dando conferma alle sue parole.
Ranma si afflosciò come un materassino sgonfio, come se la professoressa Hinako gli avesse risucchiato tutta l’energia vitale, mentre Akane era semplicemente impietrita. Aveva subodorato un cambiamento nel loro rapporto, dopo il monte Hooh e il matrimonio fallito, questo era quindi quel che ci voleva per far fare loro quel definitivo passo avanti che altrimenti avrebbero impiegato chissà ancora quanto tempo a compiere.
È ora che ammettiate i vostri sentimenti e vi dichiariate, sono stanca di tirare fuori i soldi per riparare la casa, la palestra e il giardino, quando potrei fare shopping sfrenato!
“Bene, ragazzi, la soluzione è nelle vostre mani”, ridacchiò Nabiki sfilando dagli artigli della vecchia la boccetta. “Vi auguro un felicissimo Natale!”, dichiarò dando una pacca sulla spalla di un Ranma più simile alla carta velina che non a un essere umano, mentre Obaba minacciava di fargliela pagare, Happosai rinveniva tentando inutilmente di fuggire, suo padre si inciuccava sempre più insieme al signor Saotome, Ryoga si dichiarava in ginocchio a un’Akari più vermiglia di un peperone e il dottor Tofu finalmente azzeccava la donna giusta, ballando per tutta la palestra con Kasumi, anziché con uno scheletro (o una mummia rattrappita).
Nabiki si lasciò soddisfatta tutto quello scompiglio alle spalle, mentre si avvicinava al tavolo del buffet e arraffava una patatina. Fu allora che con un piede urtò qualcosa finito quasi sotto alla tavolata: un morbido pacchetto blu con un bigliettino.


- § -


Erano rimasti soli, ormai. Soli in una palestra con l’albero di Natale rovesciato sul pavimento e il tavolo del buffet quasi intatto. Soli con se stessi. La devastazione stavolta non l’aveva subita il dojo, ma il loro cuore, messo a nudo senza pietà da quel serpente a sonagli di Nabiki. Proprio un bel regalo aveva fatto loro! E lui che voleva andarci piano, un passo alla volta, senza che nessuno sospettasse… come avrebbe fatto, adesso? Le tappe erano state bruciate tutte e lui nemmeno il coraggio di guardarla in faccia aveva ora.
Deglutì, senza riuscire a sollevare gli occhi dalle doghe di legno.
“Che… che ne dici di… di andare a dormire?”, gli propose Akane con lo sguardo ancorato al suolo non meno del suo, quando le lanciò un’occhiata di sottecchi mentre si tormentava gli indici.
“S-sì, meglio dormirci sopra…”, assentì lui ricordandosi di colpo del regalo che avrebbe voluto darle prima che iniziasse la festa. Che fine aveva fatto? “Tu vai pure, io… io magari do una pulita qui”.
“E come facciamo con… questo?”, chiese lei sollevando la mano cui era attaccato il filo rosso.
“Beh, secondo la leggenda si allunga, no?”.
“Sì, ehm, credo di sì…”, confermò Akane, anche se gli diede l’impressione di essere un po’ delusa. “B-buonanotte, allora…”, gli augurò incamminandosi.
Ranma fissò la sua schiena che si allontanava e il filo che, in effetti, si allungava serpeggiando dietro di lei. Immediatamente ne approfittò per setacciare la palestra in lungo e in largo, anche se rischiò più di una volta di inciampare in quel filo maledetto pieno, oltretutto, di nodi. Si fermò a guardarlo meglio, ricordandosi che ogni nodo corrispondeva a un ostacolo fra lui e Akane. Ostacoli che avevano nome e cognome. E di grovigli da sciogliere ce n’erano parecchi. Qui non si trattava solo di avvicinarsi poco a poco ad Akane superando le sue croniche insicurezze, ma di risolvere i problemi che li avevano finora intralciati.
Ranma sospirò frustrato: del regalo nessuna traccia.
S’incamminò anche lui verso la sua stanza, accorgendosi che il filo man mano sembrava accorciarsi, ma una volta sul pianerottolo trovò proprio Nabiki ad aspettarlo con le mani dietro la schiena e un sorrisetto da schiaffi stampato in faccia.
Stava per abbaiarle contro, quando lei gli fece dondolare davanti al naso il pacchetto che aveva confezionato per Akane.
“Perso qualcosa, Saotome?”.
Ranma lo afferrò strappandoglielo dalle dita.
“Accidenti a te, Nabiki! Mi spieghi come facciamo adesso?!”.
Lei inarcò un sopracciglio, l’espressione di chi è convinto di avere a che fare con un ritardato.
“Non mi sembra difficile, futuro cognato: basta che bussi alla porta di Akane e glielo porgi con tanti auguri”.
“Ma io intendevo…”.
“Lo so cosa intendevi, ma non vedo dove sia il problema, la soluzione l’avete, non vi resta che adottarla. E non ho dubbi che presto o tardi cederete, è solo questione di tempo. E se ti stai chiedendo perché l’ho fatto, la risposta è proprio il tempo: se dovessimo aspettare che voi vi decidiate a dichiararvi, a ottantacinque anni starete ancora a guardarvi negli occhi senza proferire parola”.
“Ma io volevo…”.
“Andiamo, cognatino, le avevi perfino fatto il regalo! E poi se ne sono accorti tutti che qualcosa fra voi è cambiato da quando siete tornati dal monte Hooh, non negarlo…”.
Lui si grattò con vigore la nuca con gli occhi al soffitto.
“Ecco… ssssssì, p-p-può anche darsi che… forse…”.
“Forse un corno, vai da lei ora, avanti, fai questo primo passo, tanto sarà ancora sveglia a rigirarsi nel letto”.
Nabiki lo piantò lì col pacchetto in una mano, l’imbarazzo stampato in faccia e il filo rosso aggrovigliato attorno al suo cuore, anziché per terra.
Deglutì e si fece coraggio, pensando che dopotutto anche in palestra stava per donarle il suo cuo… il suo regalo, non doveva far altro che ripetere gli stessi gesti.
La situazione però è ben diversa, adesso…
Un passo pesante dopo l’altro, Ranma si portò davanti alla porta sotto la quale il filo passava, alzò una mano per bussare e rimase così, impalato, a fissare la paperella appesa davanti al naso. Perché un oni, una divinità, un fantasma, uno spirito maligno, una creatura soprannaturale a caso non sbucavano mai all’improvviso dal nulla, quando servivano?
La porta si spalancò di colpo e un’Akane col pigiama invernale gli si parò innanzi con le braccia dietro la schiena. Alle sue spalle, per terra, gli parve di intravedere il maglione che aveva indossato quel giorno e un paio di forbici.
“Ho udito la vostra conversazione”, ammise lei guardandosi le pantofole. “E mi sono ricordata che anch’io ho un regalo per te”, disse allungandogli un pacchetto con tutt’e due le mani. Il filo rosso passava dentro la manica del pigiama e fuoriusciva dal bordo inferiore, notò Ranma cercando di non soffermarsi sulla busta che gli porgeva: sembrava masticata da un cane che ci avesse sputato sopra un fiocco passato al tritatutto. Ranma la afferrò con dita sudate balbettando un grazie e le porse la propria, al che lei sussurrò un fievole grazie di rimando, ma col sorriso e l’emozione di una bimbetta. Ranma non poté fare a meno di scrutare allora di sottecchi l’espressione concentrata di Akane mentre scartava il suo pacchetto, sperando in cuor suo che nessun altro avesse avuto la sua stessa idea. Ma alla vista del cappellino di lana col pon pon, il volto della fidanzata divenne una gioia per gli occhi.
“Non è possibile! Lo hai ritrovato?!”.
“Ah, ehm, no, mi spiace, l’ho cercato dappertutto, ma non c’è stato nulla da fare, allora mi sono ricordato del negozio dove lo avevi comprato…”.
“E ti sei ricordato anche il colore e la taglia…”, notò lei, gli occhi sfavillanti di gratitudine.
“Ah, ehm, già…”, ammise lui guardando altrove e grattandosi la nuca.
“Ora apri il mio!”, gli chiese sprizzando aspettativa da ogni poro.
Devo proprio?!
Purtroppo sapeva già di cosa si trattasse, perché settimane prima l’aveva sorpresa a sferruzzare. Di nuovo.
Ranma scartò la busta e stampandosi in faccia il sorriso più falso che riuscì a sfoggiare, tirò fuori un paio di guanti di lana dai colori che facevano a cazzotti fra loro. Ma non era questo il vero problema.
“Su, indossali, voglio vedere come ti stanno, non sono sicura di aver azzeccato le dimensioni!”.
Con un sospiro, Ranma s’infilò prima un guanto – molto stretto – e poi l’altro – molto largo. Ma non era nemmeno questo il vero problema. Akane difatti era ammutolita, spostando lo sguardo incredula da una mano all’altra e chiedendosi di certo lei per prima come avesse fatto a non accorgersene: dalla mano destra pendeva un “dito” in più, dalla sinistra addirittura due.
Stava per farle una battuta sul fatto che doveva smettere di guardare film di fantascienza sugli alieni, quando lei si morse il labbro mortificata. Peggio ancora, Ranma vide brillare una lacrima tra le ciglia tremolanti.
“No, no, no, no, non piangere, mi stanno bene, vedi?”, disse mostrandole le dita aperte. “E poi sono pratici!”.
“Pratici?”, obiettò lei col cappellino stretto al petto.
“Certo, quando si bucherà un dito, ne avrò un altro di riserva!”, rise cercando di coinvolgerla. E ci riuscì: lei sorrise di rimando e poi iniziò a ridacchiare appresso a lui, asciugandosi un occhio.
Pericolo ‘pianto straziante’ scampato.
Adesso però tra di loro c’era un filo che li legava e li allontanava al tempo stesso, oltre a un silenzio che pesava come un macigno, ma era così bello osservarla mentre gli lanciava occhiate imbarazzate.
“Ehm… grazie ancora per questo…”, disse lei nell’accostare la porta.
“Di niente, così smetterai di indossare quei ridicoli para-orecchie rosa!”, rise lui.
Akane si rabbuiò alla velocità di un asteroide che cade.
Sulla sua testa.
“Cos’hai… detto? Ripetilo!”.
Ranma si portò lesto le mani davanti alla faccia scuotendole con vigore in segno di diniego.
“No, no, no, scherzavo, non sono ridicoli, però… ecco…”, disse grattandosi il naso, “devi ammettere che ricamarci sopra la forma di un unicorno li rende davvero assurdi…”.
Akane strinse le dita a pugno e arricciò le labbra.
“Non sono unicorni, sono gattini!”, sibilò minacciosa.
“Vuo… vuoi dire che quel coso che sporge tipo naso non è un corno?”.
“È un orecchio, idiota!”, gridò caricando il pugno. “E non sono assurdi!”.
Stava per centrarlo dritto sul naso, quando i rispettivi fili li tirarono con violenza uno verso l’altro, come se si fossero accorciati di colpo. Fece appena in tempo a scorgere gli occhi di Akane spalancati per la sorpresa, prima di ritrovarsela fra le braccia ed essere avviluppato dal filo insieme a lei.
“Ma che succede? Lasciami andare subito!”, strillò lei peggio di un’aquila premendo le mani sul suo torace per respingerlo.
“Ma chi ti trattiene! Come se volessi rimanere sul serio attaccato a te!”, ribatté lui puntandole a sua volta le mani sulle spalle per staccarla da sé.
“Ah sì? Non mi sembrava ti dispiacesse, brutto scemo, quando mi hai presa fra le braccia sul monte Hooh!”.
“Era diverso, cretina, stavi per morire e io ero disperato!”.
“Cosa?!”.
Cosa?!
Avrebbe voluto staccarsi la lingua con un morso, ma ormai era troppo tardi.
Akane sollevò increduli gli occhi su di lui e a lui le gambe si fecero di gelatina.
“Davvero?”, chiese lei con le gote arrossate e gli occhi che lo scrutavano con un’intensità bruciante.
E addio alla facoltà di parola.
Ranma ammutolì al punto da riuscire solo ad aprire e chiudere la bocca come un pesce rosso in una boccia di vetro.
“D’accordo, lasciamo stare, non importa!”, esplose Akane scostandosi da lui senza rendersi conto che il filo si era allentato tanto da scivolare a terra. E prima che potesse muovere un passo nella sua direzione, lei si era già chiusa la porta alle spalle con un secco ‘buonanotte’.
“Ah, ma che diamine, buonanotte a te, eh?!”, gridò lui seccato di rimando. Ma appena fece dietrofront, si ritrovò un piede ‘ostaggio’ dell’Akai Ito e nel tentativo di scrollarselo di dosso ci inciampò e cadde lungo disteso. A quanto pare quel filo aveva vita propria…
Si rialzò stando più attendo a dove metteva i piedi ed entrò in camera sua, dove suo padre già ronfava peggio di una motosega. Solo allora, quando iniziò a spogliarsi, capì perché sul pavimento della stanza di Akane giacesse il suo maglione: non poteva sfilarlo senza lasciarlo “appeso” a quel filo del cavolo, quindi aveva preso un paio di forbici e lo aveva tagliato. Ed ecco perché il filo di Akane passava sotto al pigiama… Questo significava che lui doveva tagliuzzare la sua amata casacca?! Ma neanche per idea! Ranma se la sfilò finché non rimase a penzolare dal proprio filo. Pazienza, l’indomani mattina avrebbe pensato a una soluzione.
Si coricò sul futon, ma non riuscì a chiudere occhio, pensando e ripensando a ciò che era accaduto. Una scappatoia doveva pur esistere senza compromettersi davanti a tutti: ammettere platealmente di amare Akane sarebbe stato come ammettere a quel deficiente del padre che aveva avuto ragione sin dall’inizio a farlo fidanzare contro la sua volontà con una sconosciuta, invece lui voleva dimostrare al genitore e a Soun Tendo che ciò che provava per Akane era nato poco a poco, spontaneamente, non per qualcosa deciso da loro o dal destino. Non era per via di un filo rosso che amava Akane, pertanto non sarebbe stato per via di un filo rosso che avrebbe ammesso ciò che provava per lei. Ma soprattutto, se avesse confessato di amare Akane ora che erano legati indissolubilmente, lei avrebbe potuto pensare che lo faceva solo per liberarsi del filo.
Fece per girarsi su un fianco, quando il suo braccio sinistro venne strattonato con tale violenza che lui finì per essere strappato al materasso, trascinato sul pavimento e sbattuto contro la porta.
Ma che accidenti…?!
Un secondo strattone gliela fece sfondare di schiena, la porta, tanto che Ranma finì a strisciare lungo il corridoio fino a ritrovarsi faccia a faccia con la porta di Akane. Ma che stava succedendo?!


- § -


Akane riaprì assonnata le palpebre alla luce che filtrava dalla finestra, sentendosi stranamente avviluppata in qualcosa che le stringeva con fermezza l’intero corpo. E non si trattava della coperta. Di colpo le tornò in mente quello che era accaduto la sera prima, il filo che la tirava di prepotenza verso Ranma costringendola ad aderire al suo corpo. Aveva tentato di staccarsene, i kami le erano testimoni, ma l’aveva fatto più per impedirgli di vedere quanto fosse avvampata al contatto che per ribrezzo. Perché lui tutto le suscitava tranne che repulsione. Anzi. Difatti, non era con molta convinzione che aveva cercato di respingerlo, la sua era stata soprattutto una recita. C’era stato un istante, addirittura, in cui un angolino del suo cuore aveva sperato che lui l’abbracciasse, anziché afferrarla per le spalle. Che stupida.
Akane sospirò e aggrottò subito dopo la fronte: ma allora cos’era che la stringeva? Spalancò gli occhi e abbassò lo sguardo su di sé: era letteralmente impigliata nell’Akai Ito, accidenti a Nabiki! Durante la notte doveva essersi girata e rigirata nel letto, ma nonostante braccia e gambe bloccate poteva almeno alzarsi. Si sollevò quindi a sedere e cercando di ignorare il maglione tagliuzzato che giaceva sul pavimento, un saltello alla volta si diresse alla porta, decisa a chiedere aiuto a Kasumi, ma girare il pomello fu impresa titanica.
Ce l’ho fatta!
Appena spalancò l’anta, però, le gambe di un Ranma in boxer e canottiera crollarono sul parquet della sua stanza, mentre lui era rimasto sul corridoio con le braccia spalancate, le crocette sugli occhi e la lingua di fuori. Ma che ci faceva lì? Possibile che a furia di rigirarsi lo avesse strattonato fino alla sua camera? Perché non l’aveva svegliata?
Perché quando ti addormenti non c’è gong che tenga e lui è praticamente svenuto a forza di essere sbattuto contro la porta!
Akane prese un bel respiro e con quanto fiato era riuscita a raccogliere urlò il nome della sorella maggiore.
Kasumi accorse dalla cucina, ma non prima che Nabiki facesse capolino dalla sua, di stanza, a guardare esterrefatta la scena e a scoppiare a ridere a crepapelle tenendosi la pancia.
“Cos’hai da sbellicarti, tu?! Tutto questo è colpa tua! Ho dovuto anche rovinare un maglione, pur di sfilarlo!”.
“Se aveste dormito insieme, anziché separati, tutto questo non sarebbe accaduto”, osservò lei poggiandosi contro lo stipite con un sorrisetto furbo e le braccia incrociate al petto.
Akane avvampò fino alla radice dei capelli.
“Non dire assurdità e aiutaci, piuttosto!”.
“Non ci penso nemmeno, la soluzione per sbrogliare quella matassa l’avete già! E non temere per il maglione, te lo ripagherò!”, sentenziò tornando eretta e richiudendosi in camera.
Kasumi arrivò in cima alle scale trafelata, guardò sbigottita lei e Ranma per alcuni battiti di ciglia e voltandosi verso il pianterreno chiamò a gran voce suo padre. Perfetto, se la situazione era già imbarazzante, ora diventava tragicomica.
Oneechan, che fine ha fatto il tuo Akai Ito?”.
Kasumi, che stava studiando il modo per liberarla, sollevò il viso imporporato su di lei e le sorrise imbarazzata mentre portava una mano alla guancia.
“Oh, è scomparso non appena Ono e io abbiamo aperto i nostri cuori l’uno all’altra”.
“Quindi ora voi due state…”, insinuò Akane sbigottita.
“…insieme? Sì, credo di sì!”, ridacchiò lei socchiudendo gli occhi, prima di tornare al suo problema.
Il loro genitore frattanto saliva i gradini con la massima calma, ma quando arrivò alla fine della scala, corse come se il parquet scottasse. Fu allora che Ranma si ridestò con un lamento portandosi le mani alla testa, ma non appena si accorse di essere osservato da lei, Kasumi e il padre, eruttò vapore dalle orecchie al colmo dell’imbarazzo e tendò di strisciare all’indietro sul pavimento.
“Non ti agitare, Ranma, o finirai anche tu come Akane!”, lo ammonì dolcemente sua sorella mentre cercava di districare lei dal filo facendola girare su se stessa.
“Lascia che ti aiuti, ragazzo”, si offrì il padre tenendogli una mano.
Ci vollero parecchi minuti prima che fossero liberi entrambi e solo allora, guardandosi dalla testa ai piedi – una in pigiama e l’altro nemmeno quello – si resero conto che il peggio doveva ancora venire.
Il bagno.


- § -


“Non hai ancora finito?! È un’ora che sono nell’antibagno! Guarda che scappa pure a me!”, si lamentò Ranma poggiando in realtà la schiena contro la porta a soffietto tra antibagno e antigabinetto, incrociando le braccia al petto e tamburellando le dita di una mano sul braccio dell’altra. La vescica non stava ancora per scoppiare, ma il livello critico stava per essere raggiunto: ancora un po’ e si sarebbe messo a saltellare per tutta la stanza.
“Macché un’ora! Sarò entrata da dieci minuti al massimo!”, fece eco Akane dalla porta del gabinetto.
“Come no! Dieci minuti mezz’ora fa!”.
“Non è colpa mia se ho mal di pancia! E comunque perché intanto non vai a farti una doccia, invece di stare lì dietro come un maniaco a captare ogni rumore che viene da qui dentro?!”.
La faccia di Ranma prese fuoco più velocemente di un ciocco di legno secco.
“L’avrei già fatto se non fosse per questo filo maledetto, non credi?!”, sbraitò lui prendendolo in mano e agitandolo nell’aria come se lei potesse vederlo.
“Guarda che si allunga, deficiente!”.
Ranma chiuse gli occhi dandosi dell’idiota, ma non aveva alcuna intenzione di perdere.
“Ti ricordo che ci sono parecchi nodi lungo il filo che potrebbero incastrarsi sotto le porte! Per non parlare della mia casacca!”.
Finalmente Ranma sentì tirare lo sciacquone e poté rilasciare un sospiro di sollievo mentale.
Akane uscì dal gabinetto con un’espressione truce sul volto.
“Quei nodi sono ostacoli di vario genere, ma anche i nostri problemi irrisolti e uno di questi è il tuo non voler ammettere quando hai torto marcio!”.
“Quando io ho torto?”, s’inalberò lui puntandosi un dito contro. “Vogliamo parlare di tutte le volte che tu hai frainteso le situazioni in cui io sono stato mio malgrado coinvolto da Shampoo o Kodachi?”.
Akane poggiò le mani sui fianchi a mo’ di teiera fumante.
“Vorrei ricordarti che in molte di quelle situazioni ci sei finito con le tue mani perché sei uno stupido irrecuperabile!”.
“Questo stupido però è corso a salvarti la vita più di una volta, pensa che idiota che è!”, urlò puntando stavolta l’indice verso il pavimento.
Appena finita di pronunciare quella frase, Ranma si ritrovò di nuovo strattonato dal filo verso Akane, che a sua volta venne tirata con forza verso di lui e a nulla valse aggrapparsi alla porta: quella vita larga della fidanzata era di nuovo spalmata su di lui, avvolti come salami da un filo scintillante.
“Oh no, la mia vescica!”.
“A questo pensi, brutto idiota?!”.
“E a che altro dovrei pensare? Sto per scoppiare!”, confessò Ranma gonfiando i muscoli per cercare di strappare quel filo maledetto che non era altro. Ma quello si strinse ancora di più attorno a loro e lui dovette desistere per non rischiare di farsela sotto.
“Allora togliti di dosso!”.
“Togliti di dosso tu, piuttosto, stai sempre a palparmi il torace!”.
Akane tolse lesta i palmi che premeva contro il suo petto nel tentativo di allontanarlo da sé, mentre lui teneva le mani ben distanziate da lei, ma la situazione precipitò: ora era il seno di Akane a premere contro il torace.
“Contento, adesso?!”.
Come no, contentissimo, ormai non sapeva cosa fosse peggio: se la vescica che stava per gettare la spugna o la ‘terza gamba’ che si allungava per fare un passo verso il bassoventre di Akane. Doveva staccarsi da lei prima che se ne accorgesse.
“D’accordo, ascoltami: credo che il filo reagisca alle nostre emozioni, se sono negative si accorcia per farci avvicinare, se sono positive viceversa si distende, anche se non capisco il perché…”.
La sentì deglutire contro di sé e prendere un bel respiro.
“Perché non importa la distanza, se due persone si vogliono bene”, rispose Akane con un filo di voce.
Ranma spalancò la bocca. Era proprio un baka, come aveva fatto a non arrivarci?
“Allora proviamo a… ehm… rivolgerci parole af… af… af… af… afffffff…”.
“Ma che ti sei inceppato?!”.
Sì e stava pure diventando viola per lo sforzo.
“Aaaaaaaaafffffffffff…”.
“Affettuose?!”, sbottò lei esasperata. “Vorresti davvero provare a fregare il filo del destino?”, chiese incredula alzando il viso per guardarlo. Ma Ranma fissava disperato la porta del gabinetto con la fronte imperlata e il fiato corto. E non solo per lo sforzo appena compiuto.
“Sono al limite, Akane, farei qualunque cosa…”. E non si riferiva solo ai suoi bisogni, ma anche a certi bisogni…
“Persino mentire?!”, s’inviperì lei.
Ranma abbassò lo sguardo anche più inviperito su quella chioma bluastra e arruffata.
“Pensi sul serio che arriverei a tanto?!”.
“Altroché, visto quello che saresti capace di fare pur di scroccare un pasto gratis! E comunque non sei forse tu ad avermi sempre riempito di insulti dicendo che non sono affatto carina, per niente sexy, che anzi sono un maschiaccio tubolare? Chi pensi di prendere in giro, tu?”.
“Confermo tutto!”, sbraitò lui punto sul vivo. “Ma ciò non toglie che nonostante tutto tu… tu… tu… tu… tu… tu…”.
“Cosa, Ranma? Parla chiaro, sembri un telefono staccato!”.
“…mi piaci!”.
Il filo allentò la sua stretta immediatamente, permettendo loro di separarsi quel tanto da poter almeno respirare senza fatica. Anche se il respiro, in realtà, rimase in bilico sulle labbra: lui perché non riusciva a credere di averlo ammesso. Lei di averlo udito.
“Allora è vero…”, esalò infine Akane abbandonando i suoi occhi sgranati per guardarsi le braccia sbigottita.
“B-beh… C-che ti avevo detto?”, mormorò Ranma inchiodando gli occhi al pavimento col desiderio impellente di sprofondarci dentro. “I-il filo reagisce a…”.
“Non mi riferivo a quello”, lo zittì lei incatenando le iridi nelle sue. “Ma al fatto che hai detto la verità: il filo non si sarebbe mai allungato se tu avessi mentito…”.
Fregato.
“Ecco, io… può-può-può-può darsi che… che… che…”, balbettò mentre vapore acqueo lasciava le sue orecchie.
“Quindi hai mentito per tutto questo tempo, non hai mai pensato gli insulti che mi hai rivolto…”.
Sempre peggio. E a furia di sudare stava pure iniziando a liquefarsi.
“P-p-p-p-p-può e-e-e-esssss…ins-ins-insomm…”. Non era così che doveva andare, accidenti! Doveva reagire, o si sarebbe ridotto a una pozzanghera! “E comunque adesso tocca a te!”.
“A-a-a… a me?”, sbatté lei le ciglia imbarazzata.
“Certo, non vedi che siamo ancora legati?”.
Ora fu lei a inchiodare gli occhi alle mattonelle del pavimento più rossa di una fragola matura.
“Beh, tu… tu sei arrogante… e presuntuoso e… e villano e… e ottuso e… l’ho già detto arrogante?”.
Ranma sentì un gocciolone formato tanica formarsi dietro la nuca man mano che Akane elencava tutte le sue innegabili… qualità.
“Ehi! Ho detto parole afffff… aaaafffffffff…”.
“Affilate? Affascinanti? Ti restituisco due anni di insulti, scemo, ma io almeno ho sempre detto la verità! E nonostante… nonostante questi difetti e molti altri, quando Ukyo o Shampoo o Kodachi ti corrono dietro e ti riempiono di attenzioni, io…”. Si morse il labbro, incapace di continuare.
“Che sei gelosa lo so già, li conosco bene i tuoi pugni!”, ridacchiò lui.
“Se vuoi te ne mollo un altro, cretino! Intendevo dire che io… io non posso fare a meno di soffrirne…”.
“Appunto, sei gelosa”, sorrise lui soddisfatto.
“Sì, sono gelosa, accidenti!”, urlò serrando rabbiosa gli occhi e pestando un piede a terra. “Mi danno così sui nervi che vorrei picchiare loro, non te, e dirgli di starti alla larga perché… perché…”.
“P-perché?”, chiese ritrovandosi incantato a guardarla mentre tornava a mordersi il labbro senza osare alzare gli occhi su di lui.
“Perché tu sei il mio fidanzato, il mio, non il loro! Solo… solo mio… io…”. Akane era sull’orlo del pianto e lui senza parole. “Io non voglio più dividerti con nessun’altra…”.
Il filo rosso cadde al suolo insieme alle lacrime di Akane, che tremava coi pugni stretti.
Ranma non si rese neanche conto di aver allungato una mano a sfiorarle il viso, finché lei non lo sollevò per guardarlo.
E si rese solo vagamente conto che il filo legato a quella stessa mano stava diventando trasparente, mentre si avvicinava alle sue labbra.
“Ehi, là dentro! Avete finito? È un’ora che sto in corridoio aspettando di entrare!”.
La voce da cornacchia di Nabiki li riscosse al punto che Akane scappò ad aprire le ante del bagno per richiuderle con uno schiocco secco dietro di sé, mentre lui scivolava sul filo aggrovigliato ai suoi piedi e finiva disteso sul pavimento.
“Ma quanto ci mettete, stamattina!”, disse annoiata Nabiki entrando nell’antibagno. “Bastava alternarsi come sempre, no?”, rimarcò andando dritta verso il gabinetto.
Ranma allungò disperato un braccio, mentre lei si stava chiudendo la porta alle spalle.
“No, ferma, sto per scoppiare, fermaaaaaa!”.


- § -


Due settimane di vacanza. Questo era il tempo che avevano a disposizione grazie al Capodanno, ma Akane si chiese se sarebbe stato sufficiente prima che tornassero sui banchi di scuola. Perché era impensabile rimettere piede in classe con i mignoli uniti da un filo carminio: la loro vita scolastica sarebbe stata un inferno. In tutti i sensi.
Ma era lei la stupida. Lei, non lui: era scappata in bagno appena si era presentata l’occasione, al colmo della vergogna per ciò che aveva confessato e ancor di più quando si era resa conto di ciò che Ranma stava per fare: non era così che voleva che accadesse, non nel bagno di casa, per tutti i kami! Da quel momento però, chiusa nella sua stanza, non aveva più avuto il coraggio di farsi vedere da lui.
Aveva passato quasi l’intera giornata a fare i compiti, a leggere, a riordinare l’armadio e la libreria, a sollevare i manubri, rischiando più volte di inciampare in quel filo maledetto che fingeva di non vedere. Tutto, pur di non mettere il naso fuori dalla sua camera. Anche perché aveva bisogno di riflettere: voleva che le cose con quel testone funzionassero, voleva che fossero fidanzati per davvero per loro scelta, non per volontà dei genitori, ma dovevano prima appianare parecchie divergenze, per cui occorreva procedere un passo alla volta, con cautela, non bruciare le tappe perché costretti dal filo del destino sempre in mezzo ai piedi. Così non avrebbero risolto nulla.
Sdraiata su un fianco, Akane non poteva far altro che osservare l’Akai Ito che passava sotto la porta. Ogni tanto si era sentita strattonare, il che era strano visto che il filo si allungava all’infinito: era stato di certo Ranma a tirarlo come lei aveva fatto con lui. Chissà dov’era, tra l’altro… in palestra, forse? Ma come poteva eseguire i kata con un impiccio simile? No, impensabile. In cucina? Nella sua stanza? Beh, ovunque fosse il filo l’avrebbe condotta da lui, doveva solo trovare il coraggio di seguirlo, anche se non sapeva bene cosa avrebbe potuto dirgli.
Si alzò dal letto e scese dabbasso rendendosi conto di quanti nodi si erano formati lungo il percorso del filo, la maggior parte dei quali – non aveva dubbi – creati da loro due a forza di equivocarsi a vicenda.
Alla fine delle scale l’Akai Ito proseguiva lungo il corridoio, entrava in soggiorno e fuoriusciva sulla veranda, da dove Akane poté osservare Ranma che, in giardino, prendeva ritmicamente a pugni il palo di legno attorno al quale la corda arrotolata era ormai logora. Anche se più che prenderlo a pugni, sembrava volesse farlo a pezzi… forse perché ai suoi piedi giaceva la sua adorata casacca, tagliuzzata per liberarla dal filo.
Akane sospirò. Il sole tramontava proprio sulla sua schiena sudata, sulla treccia che ondeggiava tra le scapole, sulle lunghe gambe distanziate. E sull’Akai Ito che brillava come se fosse luminescente. Fu in quel momento che si rese conto di quanto fosse stata sciocca a chiudersi nella sua camera per tutto il giorno: avrebbe potuto allenarsi anche lei all’aria aperta, visto che la neve quell’anno ancora non si decideva a cadere. No, più che sciocca, una vera baka: se c’era almeno una cosa che loro due avevano in comune erano le arti marziali, perché invece di allenarsi per conto suo lontano da Ranma, non coglieva l’occasione per allenarsi con Ranma, come una volta? Qualcosa che potevano fare insieme senza intralciarsi, magari – meglio ancora – qualcosa che lui potesse insegnarle.
Sempre che riuscisse a trattenersi dall’insultarla.


Nabiki prese una patatina dal sacchetto e la sgranocchiò, mentre da lontano osservava compiaciuta Akane porgere a Ranma un asciugamano per detergersi la fronte. Doveva ammettere che il futuro cognato era proprio ben messo, non si stupiva che una sempliciotta come Akane avesse perso quasi subito la testa per tutti quei muscoli esibiti ai quattro venti. Anche se la verità era che quei due erano perfetti insieme al di là della rispettiva prestanza fisica: erano entrambe teste di legno.
Ranma prese titubante l’asciugamano mormorando qualcosa, forse un grazie, e se lo passò sulla fronte e sul collo, mentre Akane balbettava qualcosa a sua volta che alla fine lo indusse a bloccarsi e a guardarla con tanto d’occhi. Lei abbassò allora lo sguardo e si portò una ciocca di capelli dietro l’orecchio, tipico gesto da Akane imbarazzata. Lui, di rimando, si grattò la nuca trovando assai interessante la volta celeste, tipico gesto da Ranma a disagio. Nabiki sospirò: nonostante il filo, quei due zucconi sembravano comportarsi come avevano sempre fatto, c’era quindi da temere che la faccenda andasse per le lunghe.
Stava per tornare sui suoi passi, quando con la coda dell’occhio vide Ranma rivolgersi ad Akane schiarendosi la voce e la sorella alzare finalmente lo sguardo dal prato, incredula e felice al tempo stesso. Che poteva averle mai detto? Qualunque cosa fosse, Akane schizzò dentro casa, fu anzi più rapida lei a sparire che il filo ad allungarsi, tanto che Ranma venne strattonato così forte che finì faccia sull’erba.
Nabiki si nascose dietro l’angolo e premette una mano sulla bocca per trattenere la risata. Quei due non sarebbero cambiati mai e forse non era così male. Riprese fiato e sgranocchiò un’altra patatina, prima di affacciarsi di nuovo a sbirciare cosa stessero combinando: Akane era tornata indossando stavolta il ji e nonostante tremasse di freddo iniziò a eseguire dei kata imitando i movimenti fluidi e volutamente lenti di Ranma, che cercava di spiegarle come compierli al meglio con santa pazienza, perché Akane era troppo rigida e finiva per imbrigliarsi nel filo e imbrigliare così pure lui. Non contò, di conseguenza, le volte che la sorella rischiò di inciampare, finché non accadde sul serio: Akane trascinò quel tardo del fidanzato con sé nella caduta e Ranma le rovinò addosso. Strano, per uno agile come lui… Nabiki smise di masticare e trattenne il respiro: il futuro cognato si issò sulle braccia per fissare la fidanzata, imbarazzato al limite dell’arrostito, ma sarebbe stato troppo sperare che ne approfittasse per un bel bacio a stampo. Difatti, Ranma schizzò in piedi neanche avesse appoggiato le mani sui fornelli arroventati di Kasumi.
In breve tempo si ritrovarono sempre più paonazzi a doversi districare più volte e a ricominciare da capo, dandosi di tanto in tanto la colpa a vicenda per gli ingarbugliamenti. Se non altro ogni volta andava meglio della precedente: Ranma stava dimostrando una notevole pazienza con quell’imbranata della sorella, che se non veniva sgridata e insultata, si metteva d’impegno finché non otteneva il risultato sperato. Arrivata al fondo del suo pacchetto di patatine, Nabiki poté finalmente sorridere: i movimenti di Akane erano diventati assai più sciolti, rapidi e bilanciati proprio per evitare di impigliarsi nel filo, finendo per eseguire i kata in una sincronia quasi perfetta con quelli di Ranma, senza finire avviluppata nell’Akai Ito e senza avviluppare, di conseguenza, anche il suo fidanzato. A guardarli, la parola che le veniva in mente era: armonia.
Decise da quel momento di tenerli d’occhio e filmare ogni loro progresso, giorno dopo giorno, e fece bene: senza più ex fidanzate tra i piedi e uniti contro la loro volontà, il ghiaccio fra loro iniziò a sciogliersi. Nel momento in cui avevano capito di potersi allenare insieme senza ostacolarsi, presero ad applicarsi con regolare costanza – in realtà per godere innanzitutto l’uno della vicinanza dell’altra, non aveva dubbi – e non solo Akane migliorò a vista d’occhio grazie alla guida di Ranma, ma fra loro si sviluppò un’intesa che andò oltre le arti marziali. Akane ricambiò i consigli e gli insegnamenti del fidanzato aiutandolo non soltanto a svolgere i compiti per le vacanze, ma dandogli ripetizioni, anche se a suon di righellate in testa e tirate d’orecchie. Lui allora cercò di insegnarle a sferruzzare senza confezionare indumenti dell’orrore degni della famiglia Addams, tra una sgridata e una presa in giro da parte di lui e un volo in orbita con ritorno via strattone e tuffo nel laghetto da parte di lei. E nonostante la scuola chiusa e le giornate soleggiate con temperature sopra la norma, uscivano di casa solo per andare a fare la spesa insieme, mai per incontrare i loro amici. Seguendoli, Nabiki capì perché: Ranma coglieva l’occasione per insegnare ad Akane, tra sbeffeggi e provocazioni, a camminare sulla ringhiera che costeggiava il ruscello Shakujii al grido di ‘inseguimi se ci riesci, balenottera spiaggiata’, in modo da acquisire equilibrio. Akane, ormai era chiaro, solo se sfidata con un contorno di insulti e un condimento di linguacce dava il meglio di sé. Anche perché se c’era una cosa che sotto sotto odiava era essere da meno di Ranma. Per questo presero presto l’abitudine di uscire con la scusa di un gelato o andare a passeggiare al parco, camminando però vicini in modo da nascondere il filo e accorciando così sempre più la distanza fra loro. Ormai era chiaro che anche quella di camminare uno di fianco all’altra affinché il filo non fosse notato da occhi estranei fosse solo una scusa per stare vicini. Non le era sfuggito, infatti, come sempre più spesso si fermavano a guardarsi negli occhi e a sorridersi senza dirsi nulla. Ora che non c’era più la bicicletta di Shampoo a spalmarsi sulla faccia di Ranma, né altri rompiscatole a interromperli, potevano godere della reciproca compagnia, se si escludeva la volta in cui si erano trovati tra due fuochi: Kodachi era piovuta dal nulla in mezzo alla strada tentando di strozzare sua sorella con i nastri al grido di ‘Akane Tendo muori e lascia libero il mio Ranma’, mentre Tatewaki era tornato alla carica cercando di aprire in due il suddetto Ranma come un’anguria col suo bokken, affinché a essere libera fosse Akane. Per fortuna i fratelli Kuno avevano finito quasi subito per mollare i rispettivi bersagli e bisticciare, Kodachi minacciando il Fulmine Blu di darlo in pasto a Tartarughino Verde se avesse sfiorato Ranma, Tatewaki di bruciare gli album con le foto di Ranma se lei avesse torto un capello ad Akane. Nel mezzo, Ranma in carne e ossa aveva preso Akane tra le braccia ed era saltato via.
Al di là di quell’unica ingerenza – c’era da aspettarsi che una ragazza intelligente come Ukyo si facesse da parte, era la scomparsa di Shampoo che le sembrava alquanto strana… – i passi avanti di sua sorella e del suo futuro cognato erano indubitabili. Giunti difatti all’ultimo giorno dell’anno, ormai quei due parevano in simbiosi. L’Akai Ito li aveva obbligati a coordinarsi sotto ogni aspetto e loro avevano finito coll’andare d’accordo – nonostante i battibecchi cui mai avrebbero rinunciato – come mai era accaduto negli ultimi due anni. Già solo per questo i rispettivi genitori avrebbero dovuto accendere incensi su incensi in tutti i templi di Nerima come ringraziamento agli dèi. Ma il colmo fu raggiunto quando in giardino li vide, coi suoi stessi occhi, distendere il filo, ognuno tirando la sua estremità. Lì per lì non capì cosa volessero farci, finché non si posizionarono l’uno di fianco all’altra.
“Sei pronta?”, chiese Ranma guardandola di sottecchi. “Mi raccomando, cerca di ruotare il polso il meno possibile, non fare movimenti ampi”.
“Lo so, lo so, ho capito!”, ribatté lei acida. “Me l’hai ripetuto duecento volte!”.
“E di sicuro non sono bastate!”.
“Idiota!”, lo insultò Akane tirando un pugno laterale che però lui parò con noncuranza con una mano, scansando appena la testa di lato.
“Niente, sei ancora scarsa quanto a velocità: di questo passo nemmeno in cento anni riuscirai a eguagliarmi…”.
Akane lo centrò in piano naso con l’altro pugno spedendo in orbita un Ranma con i piedi uniti e le mani a corna e poi, afferrato il filo che si allungava, tirandolo indietro affinché quel cretino del fidanzato non finisse chissà dove. Difatti, il futuro coganto colpì in pieno con la zucca una delle pietre attorno al laghetto e fu solo per un pelo se non ci finì a mollo.
“Dicevi?!”, berciò la sorella.
Ci volle un po’ a Ranma per riprendersi con un bel bernoccolo tra i folti capelli corvini, ma alla fine si rimise in piedi affermando più convinto che mai che Akane non fosse per niente carina. Eppure le si affiancò di nuovo e scavalcò il filo insieme a lei in modo da ritrovarselo dietro i talloni, quindi contarono insieme fino a tre e saltarono all’unisono, mentre facevano ruotare l’Akai Ito davanti a loro come se fosse una corda. A Nabiki quasi cadde la mascella sul prato: questa davvero non se l’aspettava. Anziché tentare di liberarsi del filo rosso ricorrendo a un qualunque rimedio magico, avevano finito all’opposto per usarlo come un trastullo: l’Akai Ito era passato dall’essere il mezzo risolutivo per costringere le varie fidanzate di Ranma ad arrendersi a un mero giocattolo.
Era senza parole e a lei non accadeva mai.
Pazzesco.
Nabiki addentò un cracker di riso e alghe masticando con una foga degna del signor Saotome.
Ma a chi pensavano di darla a bere? Potevano usarlo anche per stendere i panni, per quel che le importava, prima o poi si sarebbero stancati e avrebbero dovuto confessare i reciproci sentimenti. Intanto però se la godevano alla faccia di chi li aveva cacciati in quel guaio: la sua. All’inizio non saltavano velocemente, perché Akane doveva acquisire il ritmo di Ranma, dato che s’impigliò più volte in quel beneamato filo. Ma alla fine, a forza di inciampare e ricominciare, riuscirono a saltare in perfetta sincronia a una velocità sempre più sostenuta. Da non credere.
“Ce l’abbiamo fatta! Ce l’abbiamo fatta!”, trillò felice la sorella facendo sorridere Ranma. E anche lei.
“Ti va adesso… ehm… di provare uno davanti all’altra?”, le propose il fidanzato. Una richiesta piuttosto ardita, considerando da chi proveniva, difatti la faccia improvvisamente arroventata di Ranma non lasciava spazio a dubbi sul fatto che non solo si fosse imbarazzato per la sua stessa audacia, ma che se ne fosse anche pentito.
“Perché no?”, sorrise invece Akane di rimando voltandosi a guardarlo senza perdere il ritmo. Nabiki sorrideva anche di più.
Ora ti tocca accontentarla, cognatino, voglio proprio vedere…
Si fermarono col fiato corto – perfino Ranma, ma dubitava fosse per lo sforzo – e il suddetto si portò deglutendo di fronte a lei, che continuava a sorridere felice ed eccitata, mentre lui cercava sempre più impacciato di allungare il filo e ripiegarlo in modo da raddoppiarlo, per poterlo tenere con ambo le mani.
“Lo faccio ruotare io, d’accordo?”, si offrì schiarendosi la voce. La sorella annuì mordendosi un labbro senza distogliere gli occhi da quelli di lui. “Pronta?”.
Al primo salto, la fronte di Akane cozzò contro quella di Ranma e partì un ‘ouch!’ dalle rispettive gole più sincronizzato della loro performance. Ognuno massaggiò la propria testa a occhi chiusi, probabilmente maledicendo la pessima idea che avevano avuto.
“Non è una gara a chi salta più in alto, tonta!”.
“Come se non lo sapessi, scemo!”.
“E allora perché cavolo mi hai dato una testata?!”.
“Per evitare di inciampare nel filo, dato che l’hai raddoppiato!”.
Ranma grugnì qualcosa, prima che entrambi riprendessero posizione uno di fronte all’altra – stavolta un poco distanziati. Ma perché si ostinavano, se poi finivano per bisticciare?
Tentarono ancora una volta e poi un’altra e un’altra ancora, finché riuscirono a saltare simultaneamente nonostante Ranma aumentasse la velocità e Nabiki capì perché: costringeva in quel modo Akane ad avvicinarsi a lui, facendola arrossire e ridere come una bambina sempre di più, ma anche l’invincibile Ranma non era da meno: saltavano guardandosi negli occhi senza quasi più badare a quel che facevano, almeno finché Akane non incespicò nel filo e finì addosso al fidanzato ruzzolando sull’erba insieme a lui. Ma anziché rialzarsi indignata, continuò a ridere battendo le mani al grido di ‘ce l’ho fatta anche stavolta!’, mentre lui la osservava imbambolato con un sorriso beota stampato in faccia.
Nabiki era sbalordita, forse anche più di suo padre e del signor Saotome: quei due si divertivano ormai così tanto, che arrivò a chiedersi se avessero davvero intenzione, a questo punto, di liberarsi dell’Akai Ito. Infatti, nonostante l’intesa raggiunta, tanto che ormai bastava loro un’occhiata per capirsi al volo, i due sembravano lontani dal voler fare il passo definitivo.
Nabiki sbuffò, fissandoli a braccia conserte da dietro il pino nero mentre si rialzavano per fare stavolta a gara a chi rompeva pile di mattoni sempre più alte. Per una volta finirono in parità e Ranma dovette subire gli sberleffi di Akane, incredibile…
Avanti, ragazzi, buttatevi, cosa state aspettando?


- § -


Akane aveva svuotato l’armadio senza riuscire a decidere quale vestito fosse più adatto per la serata e mancavano solo due ore a mezzanotte. Voleva lasciare Ranma senza fiato, per una volta, anche se alle sue frecciatine non credeva più. Non da quando aveva iniziato a guardarla in modo diverso, a sorriderle. Non come faceva estasiato davanti a una okonomiyaki di Ukyo, no, come se per lui non esistesse nient’altro. Per questo ormai era certa che le sue offese mirassero solo a spronarla, rivolgendosi a lei come avrebbe fatto un sergente dell’esercito verso un soldato semplice. Certo, restava il fatto che Shampoo era più sexy di lei, Kodachi più flessuosa, Ukyo più disinvolta… eppure lui aveva confessato che era lei a piacergli. Come fosse possibile lo ignorava, ma voleva comunque che rimanesse incantato quella sera. Per cui doveva evitare di vestirsi come suo solito. Ecco, a proposito, cos’aveva indossato l’anno precedente, quando prima dello scoccare dell’o-shogatsu si erano recati tutti insieme al santuario di Shakujii Hikawa ad assistere alla joya no kane? Non riusciva proprio a ricordarlo… Se non altro aveva ritrovato il suo vecchio portafortuna e non vedeva l’ora di recarsi al tempio per prenderne uno nuovo.
Si sedette sul letto a osservarlo e l’occhio le cadde sul mignolo sinistro: l’Akai Ito si snodava indifferente ai suoi dilemmi lungo tutto il pavimento passando sotto la porta della sua stanza. Era ormai come un anello che, tenuto infilato sempre allo stesso dito, poco a poco diventa tutt’uno con esso e si finisce per non percepirlo più. Non voleva crederci, eppure era ciò che era accaduto: si era così abituata al filo rosso da non farci più caso. A ben pensarci, era come se dell’Akai Ito non le importasse più, anzi, se doveva proprio essere sincera, una parte di lei temeva che, facendolo svanire, quella sorta di complicità che si era creata tra lei e Ranma si sarebbe infranta. Eppure non potevano continuare così in eterno. Forse quella serata tanto speciale sarebbe stata l’occasione perfetta per… per…
(dichiararsi) Raccolse le gambe al petto e nascose il viso tra le ginocchia. Poteva farcela, non fosse altro perché da quando il filo era comparso ai loro mignoli, il loro rapporto era incredibilmente migliorato e lei non temeva più che lui potesse prenderla in giro, anzi forse… forse avrebbe perfino…
Si alzò di slancio dal letto, decisa a chiedere consiglio a Kasumi sull’abito da indossare, ma quando aprì la porta e si fiondò nel corridoio, si bloccò davanti alla stanza di Ranma: due voci si udivano oltre la fusuma chiusa. E non erano due voci maschili.
Akane deglutì, voltandosi verso le ante sotto cui l’Akai Ito spariva. Non poteva essere. Non poteva credere che la voce fosse la sua. Invece quella gatta morta di un’amazzone era tornata sul serio alla carica, nemmeno davanti all’evidenza si era arresa.
“Sei sicura che in questa pergamena c’è scritto esattamente questo?”, stava chiedendo il suo fidanzato al cespuglio di lavanda, che evidentemente aveva passato gli ultimi giorni a cercare un rimedio ancestrale per far svanire il filo rosso. Ma ciò che la feriva era il fatto che Ranma fosse interessato a quel che lei aveva scoperto.
“Bisnonna è sicura di aver tradotto bene dall’antico mandarino, non hai motivo di dubitare: devi solo affermare tre volte ad alta voce che rinneghi la persona cui il filo ti lega e il filo svanirà!”.
Akane trattenne il fiato, guardando rabbiosa le ante chiuse come se avesse Shampoo in persona davanti a lei.
“Rinnegarla…? Cioè devo rifiutare Akane come anima gemella?!”.
“Sì, devi dire che non la riconosci come la persona a te destinata e sarai finalmente libero! Non sei contento?”.
Akane ripensò chissà perché al dottor Tofu, che aveva ballato per tutta la palestra con Kasumi, quando l’Akai Ito aveva unito i loro mignoli, mentre lei e Ranma pensavano solo a come disfarsene. Ripensò alla candida confessione della sorella che annunciava di essersi praticamente fidanzata col dottore, mentre loro non riuscivano nemmeno a spiccicare frasi di senso compiuto quando si trattava di esternare i loro sentimenti, figuriamoci a dichiararsi. Come potevano essere destinati l’uno all’altro? Ed ecco la conferma: dopo aveva ammesso che lei gli piaceva e incurante del fatto che sempre lei gli aveva detto chiaro e tondo di non volerlo più condividere con nessuna, Ranma s’intratteneva proprio con quella, delle sue spasimanti, che Akane avrebbe volentieri spedito a calci da dove era venuta. Doveva immaginarlo che il suo… fidanzato avrebbe fatto qualunque cosa pur di liberarsi del filo, persino chiedere a quella gatta in calore di trovare di nascosto una scappatoia. Che stupida era stata a pensare che stessero facendo dei passi avanti! Anzi, che stupida era stata a pensare che lui fosse stato sincero, per una volta: era chiaro che avesse finto per tutto il tempo, riuscendo persino a ingannare l’Akai Ito. Ma perché il karma era stato così crudele a riservarle un ragazzo simile come anima gemella? C’era stato un errore, ma lei avrebbe rimediato.
Spalancò entrambe le ante e rimase sulla soglia a respirare come un toro infuriato pronto a caricare, mentre Ranma e Shampoo si voltavano all’unisono verso di lei: lui scolorì all’istante, la gatta morta sfoggiò un sorriso maligno e trionfante.
“Toh, chi si vede, quella che sta per essere scaricata!”.
Akane non degnò più Shampoo nemmeno di un’occhiata disgustata, concentrando per tutto il tempo la sua attenzione su un Ranma che boccheggiava alla ricerca disperata di qualcosa da dire che non fossero le solite, patetiche scuse. Ma lei gli permise solo di mormorare esitante il suo nome prima di esplodere.
“Ti odio… Ti odio, ti odio, ti odiooooo!”.
Stock!
Lo strano rumore calamitò gli sguardi di tutti ai suoi piedi: il filo si stava contorcendo e sfilacciando, come se una forza invisibile lo stesse tirando così violentemente da entrambi i lati da strapparlo.
“No… non è possibile…”, gemette Ranma. “Rimangia quello che hai detto! Rimangialo!”. Ma prima che potesse afferrarlo con tutt’e due le mani per impedire forse l’inevitabile, il filo si lacerò davanti ai loro occhi sbigottiti.
Di colpo erano liberi.
Era libera.
“No… no, no, nooooooo!”, udì Ranma gridare con quanto fiato avesse in corpo, mentre lei correva via in lacrime. “Akane, ti prego, nooooooo!”.


“Ma cosa fai? Dovresti essere contento di esserti liberato di lei!”, insinuò Shampoo oltraggiata cercando di trattenerlo per la manica dall’inseguire la sua fidanzata.
“E lasciami tu! Ma chi ti ha detto che volevo liberarmi di lei? Hai perso solo tempo venendo qua, non m’importa se il filo si è rotto, è con lei che voglio stare!”, dichiarò divincolandosi dall’amazzone per precipitarsi fuori dalla stanza. Ma solo una volta in corridoio si rese conto che non c’era più un filo da seguire: si era così abituato a usarlo come guida per trovare Akane, che ora che pendeva inerte e inutile dal suo mignolo, Ranma si sentiva sperduto. Dove poteva essere andata? E come aveva potuto equivocare ancora le sue intenzioni? Accidenti a Shampoo! No, accidenti a lui! Perché non l’aveva cacciata subito dalla sua stanza, quando si era intrufolata dalla finestra? Che idiota era stato!
Dabbasso nessuno l’aveva vista, in giardino non c’era, in palestra nemmeno, dove poteva essersi cacciata? Saltò sul muro di cinta, ma la strada era percorsa da una folla di gente che si recava ai vari templi per l’imminente celebrazione del nuovo anno, qualcuno già sparava i fuochi d’artificio, impossibile rintracciarla in quel marasma. Provò a chiamarla con le mani a coppa ai lati della bocca mentre saltava di tetto in tetto, anche se di certo non gli avrebbe mai risposto. E pure se l’avesse fatto, non l’avrebbe mai udita, con tutto quel baccano. Doveva tornare indietro e farsi aiutare dalla famiglia Tendo.
Ripercorse la strada a ritroso cercando tra i volti degli sconosciuti, guardando intorno con affanno, mentre adulti e bambini calpestavano il filo che continuava a trascinarsi dietro.
Il filo… perché non era scomparso del tutto?
Ranma saltò di nuovo sul muro di cinta dei Tendo e lo prese fra le mani per esaminare l’estremità sfrangiata: possibile che ci fosse ancora una possibilità, per loro due?
Alzò gli occhi al cielo e, stagliata contro la debole luce lunare, vide una sagoma spuntare dalla cima del tetto di casa.
“Akane!”, gridò Ranma pieno di speranza mentre saltava per raggiungerla.
Ed eccola lì, raggomitolata sulle tegole, a osservare i rari fuochi artificiali che preannunciavano l’imminente capodanno.
“Vattene”.
Un tono cupo, duro. Stanco. Ma lui la raggiunse ugualmente e si sedette accanto a lei, lasciando penzolare le mani dalle ginocchia mentre osservava a sua volta il panorama senza davvero vederlo.
“Ti ho detto. Di andartene”, insistette Akane. Un ruggito lo avrebbe intimorito meno.
“Non ho chiesto a Shampoo di cercare una soluzione, se è questo che pensi. Non tornare a equivocare come al solito per colpa di chi non ha fatto altro che intralciarci, non dargliela vinta”.
Lei esitò, trattenendo il respiro.
“Anche se fosse, non ha importanza: l’hai fatta entrare in camera tua, hai prestato fede alle sue parole”.
“Hai… hai ragione… sc-scusa, non avrei dovuto, ho sb… ho sb… ho sb…”. Accidenti quanta fatica gli costava ammetterlo! “Ho sbagliato!”.
“Perché l’hai fatto?”.
“Perché, ecco… vo-volevo liberarmi del filo, non di te! P-pensavo che Shampoo avesse trovato una soluzione per farlo tornare invisibile, non per dividerci!”.
Con la coda dell’occhio notò che Akane aveva voltato il viso lontano da lui.
“Non so se crederti…”.
“Io non… io non volevo che tu pensassi che… che ciò che avevo intenzione di dirti stasera lo facessi unicamente per liberarmi dell’Akai Ito, io… io volevo…”.
Vorrei sprofondare nelle tegole e ritrovarmi nella mia camera per nascondermi nell’armadio!
“…conf… conf…”. Respira, accidenti! “Confessarti una cosa!”.
Ora aveva tutta la sua attenzione, anche se vide di sfuggita nei suoi occhi alternarsi speranza e dubbio.
“Ri-ricordi qua-quando ti ho tenuta tra le braccia su-sul monte Hooh? Eri appena tornata a… a grandezza naturale e… e… io credevo fossi morta…”. L’immagine orribile di lei esanime lo pugnalò al petto così forte che quasi si piegò in due per il dolore.
“Sì, rammento. Anche se mi sono convinta di averti sentito confessare che mi amavi, mentre mi risvegliavo…”, ammise lei mesta tornando a guardare il viavai della gente diretta ai santuari.
“Ecco, io… io in effetti… l’ho confessato davvero…”.
“Cosa?!”, si volse lei allibita per fulminarlo con i lampi che stava lanciando dagli occhi. “Ma tu al matrimonio mi hai fatto credere che…”
“No, no, aspetta! Io non l’ho gridato fuori di me, l’ho gridato dentro di me! Ma l’ho gridato così forte, che tu sei riuscita a sentirmi. Quello che s-s-sento per te, io… io non l’ho mai s-s-s-sentito per… per… per… per nes-nes… nessssss…”. Dai, forza, prendila come una sfida, puoi farcela! “Nessuna!”, ansimò con la faccia che andava a fuoco.
Ecco, l’aveva detto, adesso voleva solo buttarsi nello stagno e annegare.
“Ranma…”, lo chiamò lei col tono più dolce che avesse mai udito. Il cuore fece un triplo salto carpiato e tornò a battere più forte di prima. “Prima di conoscere te, odiavo gli uomini, ricordi? Ma poi tu sei piombato nella mia vita e… e poco per volta mi hai fatto cambiare idea, tanto che…”. Lui si volse a guardarla, non osando sperare. “Io volevo sposarti, il giorno che abbiamo mandato tutto a monte. Non mi hanno drogata, non mi hanno ricattata, né minacciata. Io… ho indossato quell’abito da sposa occidentale perché lo volevo. Volevo diventare tua moglie. Nulla… nulla al mondo mi avrebbe reso più felice…”.
Neanche il tempo di realizzare ciò che Akane aveva appena dichiarato rendendolo l’uomo più felice della terra, che lei gli buttò le braccia al collo singhiozzando fino a scuoterlo.
E lui, nonostante l’imbarazzo, non poté far altro che abbracciarla di rimando, stringendola poco a poco a sé sempre di più, quasi avesse paura che potesse scivolargli via.
“Que-que-que…”.
“Se-sei diventato una papera, per caso?”, scoppiò a ridere lei.
“Scema!”, rise anche lui “No, io volevo chiederti se que… questo vuol dire che tu…tu mi ricambi…”.
Lei sorrise contro la sua spalla solleticandogli il collo col suo respiro e a lui girò la testa.
“Questo vuol dire che ti ricambio…”.
L’Akai Ito ai loro mignoli sfavillò nell’oscurità inducendoli a staccarsi l’uno dall’altra, si sollevò nell’aria e le estremità strappate si attirarono come calamite riannodandosi a formare di nuovo un unico filo. Ma la felicità di entrambi per essere tornati indissolubilmente legati dal destino durò un battito di ciglia, il tempo per vedere lo stesso filo svanire davanti ai loro occhi trasformandosi in una miriade di lucciole rosse che si dissolsero nell’aria tutt’intorno a loro.
Fu allora che udirono il primo dei centootto rintocchi che annunciavano l’O-shogatsu. Ma anziché guardare i fuochi d’artificio che illuminavano a giorno il cielo di Tokyo, guardavano incantati i fuochi d’artificio nei loro occhi.
“Buon anno, Ranma”, sussurrò Akane sfiorandogli il viso con una mano per posare le labbra sulle sue.
“B-b-b-b-buon a-a-anno, A-A-Akane…”, riuscì a pronunciare lui, prima di trasmutare in un blocco di roccia che si fratturò in più punti e si sbriciolò sulle tegole.


Nabiki si asciugò gli occhi commossa con un fazzoletto, mentre spegneva la videocamera a infrarossi pensando alla montagna di soldi che l’avrebbe seppellita vendendo quel filmato sottobanco a ogni angolo della città.
“Buon anno a me!”.

   
 
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