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Autore: IndianaJones25    07/01/2022    2 recensioni
Fai che questo sogni continui… continui così, all’infinito… perché te l’ho raccontato, e quindi non si avvererà… dicono… ma io…
Genere: Erotico, Horror, Suspence | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: Lime | Avvertimenti: Contenuti forti
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SE UN SOGNO LO RACCONTI, POI NON SI AVVERA (DICONO)



    «Aaaaahhh!»
    Jenny si svegliò con un sussulto, aprendo gli occhi nel buio incatramato della stanza. Un nero fitto, denso, palpabile. Dava quasi l’impressione di poterlo afferrare soltanto protendendo le mani in avanti.
    Dentro gli occhi e nelle orecchie, mentre cercava di comprendere che cosa fosse stato quell’urlo improvviso, le sfilarono per qualche istante gli ultimi frammenti dell’incubo che stava facendo. Non si sorprese di essere bagnata fradicia di sudore freddo. Nel sogno – nell’incubo, anzi – si trovava in un palazzo pubblico, le braccia cariche di documenti – inutili scartoffie, anzi – palleggiata da un ufficio all’altro alla ricerca di una stampa, di una firma, di un timbro, di una convalida. Quell’urlo l’aveva svegliata proprio nel momento in cui, da dietro uno sportello attraverso cui bisognava sgolarsi per riuscire a sentirsi, la donna dall’aria più antipatica che avesse mai incontrato le stava dicendo che, per accedere a quell’ufficio, avrebbe avuto bisogno del permesso firmato dal direttore, ma che per vedere il direttore avrebbe prima dovuto ricevere la convalida autenticata dal timbro in segreteria, solo che per quel giorno non sarebbe stato possibile e, allora, avrebbe dovuto tornare l’indomani…
    Poi l’urlo, e si era svegliata.
    Ancora mezza rintronata, allungò la mano verso il comodino e trovò l’interruttore dell’abat-jour. La lampadina a risparmio energetico si illuminò della sua luce fioca, scaldandosi a poco a poco. Le sue palpebre, ferite da quella luce come da una coltellata, sbatterono a intermittenza. Aperte, chiuse, aperte, chiuse, aperte chiuse aperte ancora chiuse, infine aperte. Per istinto, Jenny accese anche lo schermo dello smartphone, per capire che ora fosse. Segnava le 3.18.
    Al suo fianco, sentì Willy ansimare forte e compiere un piccolo movimento che fece scricchiolare il materasso. Si voltò di scatto a guardarlo.
    Aveva i capelli arruffati, sudati. Era pallido – più pallido del solito: sotto gli occhi, si scorgevano profonde ombre nere. Respirava veloce, come se stesse cercando di trarre quanto più ossigeno possibile. Il suo sguardo era vitreo, perso nel nulla. Sembrava terrorizzato.
    «Ehi», lo chiamò, guardinga. «Tutto bene?»
    Forse anche Willy aveva avuto un brutto sogno. Da che lo conosceva, però, non ricordava di averlo mai sentito gridare per un incubo. Che fosse stato per qualche medicinale che aveva preso? Ma Willy non prendeva mai medicinali, ed erano passati ormai diversi anni da quando aveva fatto l’antitetanica. No, poteva di certo escludere l’intervento di qualche composto chimico, per quel comportamento insolito. Magari quella sera aveva bevuto, anche se lei non ricordava di averlo visto ronzare attorno all’armadietto dei liquori.
    Lui non rispose. Non sembrò nemmeno essersi accorto del fatto che lei gli avesse rivolto la parola. O anche soltanto che avesse acceso la luce. Continuò a tenere gli occhi fissi di fronte a sé, vedendo chissà che cosa, e respirando in modo roco, come se l’aria faticasse a scorrergli dal naso ai polmoni. Sembrava che qualcosa gli stesse occludendo la gola.
    Per un istante, colta da una strana sensazione, Jenny fece vagare lo sguardo tutto attorno. Nella penombra generata dall’abat-jour, riconobbe lo scarno e solito arredamento. L’armadio, la sedia contro il muro su cui avevano ammonticchiato i loro vestiti, la libreria, tutto apparve più che intuibile che reale, ma comunque al solito posto. Non c’era nulla che non andasse, nella loro stanza. Niente forme strane, niente sagome misteriose, niente occhi di brace acquattati nell’ombra di un angolo oscuro.
    «Ehi!» chiamò di nuovo.
    Questa volta, per ottenere la sua attenzione, gli posò la mano sulla spalla e lo scosse. Una scossa delicata ma insieme vigorosa, come quelle che sapeva sempre dare lei, quando si rendeva necessario.
    Willy parve rianimarsi. Si voltò a guardarla. Un sorriso timido gli increspò le labbra. Jenny valutò il suo atteggiamento. Imbarazzo.
    «Scusami, sono un idiota», disse lui, a voce bassa. «Ti ho svegliata, vero?»
    Jenny fece un vago gesto con le spalle, come a dire “fai un po’ tu”.
    «Mi dispiace, non volevo urlare», soggiunse. «Ma ho fatto un brutto sogno… e mi è successo. Involontario.»
    Siamo in due ad aver fatto un brutto sogno stanotte, si disse Jenny. Ma, a meno che anche quello di Willy non avesse avuto a che fare con la burocrazia, non poteva essere stato peggiore del suo. La burocrazia – insieme a tutte le sue emanazioni, a partire dalla politica – è lo schifo ultimo dell’umanità. Prima o dopo il mondo finirà, non per inquinamento o guerre o pandemie o altre cose simili: semplicemente, gli esseri umani moriranno tutti soffocati sotto il peso delle scartoffie inutili, e quel giorno crolleranno uffici, palazzi, poltrone. Tutto quanto. Jenny, di questo, non aveva alcun dubbio.
    Willy si asciugò il sudore, ancora scosso. Non sembrava avere voglia di rimettersi a dormire. Nemmeno Jenny ne aveva voglia. Non voleva tornare in quell’ufficio della malora, con tutte quelle carte maledette, quegli appuntamenti, quelle dannate trottolate da una stanza all’altra solo per poi scoprire, magari, che l’addetto al timbro quel giorno non è di turno. Maledetta la burocrazia e tre volte maledetto chi se l’è inventata.
    «Vuoi parlarmene?» domandò Jenny. Chissà che, ascoltando il sogno di Willy, non le riuscisse di dimenticare il suo.
    Allungò di nuovo la mano al comodino e trovò pacchetto di sigarette e accendino. All’inizio della loro convivenza, cercando di dare un ordine alle cose di casa, avevano stabilito la regola di non fumare mai a letto, almeno dopo la mezzanotte e fino all’alba. Regola che era stata trasgredita dopo tre giorni, forse meno. In fondo, avere una regola è burocrazia, e ribellarsi a ciò che loro stessi avevano stabilito era stato un modo per dimostrare che, almeno nel loro piccolo, potevano ancora dirsi liberi di scegliere ciò che volevano e di essere chi volevano, senza nulla da dimostrare a nessuno.
    Willy, per un istante, restò imbambolato a guardarla accendersi la sigaretta. Jenny non ne aveva mai compreso il motivo, ma a lui piaceva sempre osservarla mentre lo faceva. Chissà che cosa ci trovava di tanto interessante, poi. Però le piaceva essere guardata… ammirata. La faceva sentire importante o, meglio, apprezzata. Essere apprezzati è merce rara, al giorno d’oggi.
    «Parlarti del mio sogno?» ripeté lui, con qualche incertezza.
    «Sì, certo», replicò lei. «E di che altro, altrimenti?»
    Lui esitò ancora per un istante.
    «Mah, non so… è stato tanto brutto che…»
    «Appunto per questo», precisò Jenny. «Dicono che, se un sogno lo racconti, poi non si avvera. Io, per esempio, stavo sognando di dover fare la trafila in municipio e alla sede della…»
    Si portò la sigaretta alla labbra, interrompendosi. Sapeva che sarebbe stato inutile. Aveva già prenotato l’appuntamento, anzi gli appuntamenti, perché i luoghi da visitare sarebbero stati quattro differenti. Raccontare quella tortura non le avrebbe permesso di scamparla. Per non rendere la cosa ancora peggiore di quanto sarebbe stata, era meglio non pensarci prima del tempo. Almeno quello.
    «Dicono?» domandò Willy.
    «Dicono», annuì lei. Una nuvoletta di fumo le sfuggì dal naso e veleggiò verso il soffitto.
    Per quasi un minuto, regnò il silenzio. Tra di loro aleggiarono le vaghe forme – fantasmi informi, sagome senza volto, mezzi busti neri e indefiniti – di quelli che dicevano quella cosa, chiunque essi fossero.
    Infine Willy si stiracchiò un poco, mettendosi un po’ più comodo contro il cuscino. Una goccia di sudore gli scivolò sul petto nudo, facendosi largo tra i pochi e radi peli scuri che lo ricoprivano. Con la coda dell’occhio, Jenny notò che aveva la pelle d’oca.
    «Dai, parlarmene», lo esortò. «Ti farà bene.»
    Per meglio sottolineare il concetto, avvicinò di nuovo la mano libera e gli fece una carezza delicata. Lo sentì rabbrividire, ma questa volta non per il freddo o per la paura.
    «Allora va bene», borbottò Willy. «Proviamoci…»




    Sono rientrato a casa. Non so dove sia stato fino a ora. Forse in giro a cercare lavoro, almeno posso intuirlo dal senso di frustrazione che mi accompagna mentre varco la porta dell’ingresso. Tutto è come al solito. Sento delle voci, immagino che sia la tv accesa, tu però non sei là davanti. Sì, lo so, me lo hai detto e ripetuto almeno mille volte, l’accendi solo per tenerti un poco di compagnia, quindi è normale che non la stai davvero guardando.
    Non so perché, ma ho voglia di abbracciarti, stasera. Non fraintendermi… ho sempre voglia di abbracciarti. Stavolta però è diverso, è quasi una necessità fisica, non so come fare a dirlo bene. Ho come una brutta sensazione… sai, forse è per quella storia di questi giorni…
    Mi avvicino al televisore acceso e vedo che ne stanno appunto parlando a uno di quei programmi terribili che fanno dopo il telegiornale, con gli ospiti in studio e in collegamento da casa. Il mostro della O, così lo hanno chiamato. Questo perché, dopo aver ucciso le sue vittime, incide una O perfetta sui loro ventri. Chissà chi è, chissà se mai lo prenderanno. Ne dubito. I serial killer non li prendono quasi mai.
    Come al solito, sullo schermo ci sono criminologi e opinionisti che dicono la loro. Qualcuno sostiene che sia opera di un maniaco, qualcuno invece di un extracomunitario impazzito. Un altro è certo che sia opera di un’organizzazione di satanisti o roba del genere.  Ora appare l’intervista al capo della squadra mobile che si sta occupando delle indagini: dice le solite cose. Ogni giorno siamo più vicini. Non ci sfuggirà. Rassicuriamo la popolazione. Intanto però raccomandiamo la massima prudenza, non aprite la porta a sconosciuti, non fidatevi di gente che non conoscete…
    Vorrei cambiare canale, per non sentire più… ma è un sogno. Nei sogni queste cose non si fanno. Nei sogni non si è padroni delle proprie azioni. Così, semplicemente, dimentico la tv e mi avvicino alla porta della nostra camera da letto. Qualcosa mi dice… no, è una certezza, lo so: so che tu sei lì dentro. Ora c’è solo quella porta, chiusa davanti a me: il resto della casa è solo una vaga idea, più che altro una semplice impressione. Nel senso, so che c’è, tutto attorno, perché è lì che sono entrato. È logico che ci sia. Ma non la vedo più, come se fossi avvolto da un nastro nero. Che ti devo dire…? Cose da sogni.
    Apro la porta e finalmente ti vedo.
    Sei sdraiata sul letto, le gambe distese. Sei appoggiata al cuscino, e stai fumando. La luce è fioca, e il fumo ti copre i lineamenti, ma sei tu. Ti riconosco. So che sei tu. E sei bella, tanto bella. Sei tanto bella che la voglia di abbracciarti si approfondisce, si trasforma, diventa qualcosa di differente… mi viene voglia di fare l’amore con te.
    Da quanto tempo non lo facciamo? Eh, da tanto, tantissimo. Forse non ci intendiamo, forse non ci piacciamo davvero, non so… forse, semplicemente, stavamo sempre aspettando che uno dei due prendesse l’iniziativa… può essere: solo che, timido io, timida tu, alla fine non lo facciamo mai. Fa niente se viviamo insieme, se condividiamo lo stesso letto ogni notte… sono più ragioni economiche che altro. O magari perché, stare insieme, vicini, in fondo ci piace… ci piace, ma non proprio in quel senso. Però la voglia, a volte, c’è, è impossibile fingere che non sia così; e quello che è accaduto in passato tra di noi mi dice che sì, quella voglia non è sbagliata…
    Allora mi avvicino. Mi pare che tu non ti sia accorta di me. Sei immobile, sembri una statua, continui a fumare. Monumento alla fumatrice: tanto di qualcosa bisogna morire. Nessuno è immortale, anche se la gente tende a scordarlo, soprattutto se pensa che di cause di morte ne esista una sola in tutto l’universo mondo.
    Mando via quei pensieri, che nel sogno forse non ci sono. Vedo solo te. Vorrei sorprenderti in un modo diverso dal solito. Magari mi curvo a baciarti piano le dita dei piedi: l’ho fatto, una volta, ti ricordi? Hai riso tanto, però ti era anche piaciuto…
    Sto per inginocchiarmi, quando la sigaretta si abbassa. I nostri sguardi si incrociano. Vedo i tuoi occhi e… non fraintendermi, è solo un sogno, non lo penso per davvero, ma… all’improvviso ho paura.
    Ho tanta paura.
    Ho talmente tanta di quella paura da volermi mettere a urlare. Forse è in questo momento che ho urlato, però non lo credo possibile, perché quando ho urlato mi sono svegliato subito e invece adesso il sogno prosegue, ne sono certo… quindi, forse, ho urlato soltanto nel sogno, ma nella realtà non ho urlato per davvero, non ancora…
    Vedo i tuoi occhi, capisci? Solo che, in un certo senso, non sono più i tuoi occhi. Meglio, lo sono, sono sempre quelli, ma sono diversi. Sono… vorrei dire freddi, ma freddi non è la parola esatta. Freddo è una sensazione, e i tuoi occhi ora sono privi di… di… be’, di tutto. Come se fossero vuoti. Non ho mai visto occhi tanto spaventosi.
    Sì, ne sono certo, in questo momento urlo. Non abbastanza da svegliarmi, immagino. E nemmeno da svegliare te. Evidentemente, urlo solo nel sogno. Però urlo.
    Ora ti guardo meglio, mentre lasci cadere la sigaretta. Non è esatto dire che la lasci cadere. Se fosse caduta, l’avrei vista compiere un breve arco luminoso e fumoso, prima di atterrare sul pavimento. Invece questo non accade. Se ne va, perché non serve più, presumo. Sparisce, come se non ci fosse mai stata. Siamo in un sogno, ricordalo: nei sogni accade di tutto, e non c’è bisogno di cercare una spiegazione. È così e basta.
    Ti guardo, e adesso mi accorgo che sei completamente nuda. Lo eri anche prima? Non so… ma ora lo sei, e chi se ne importa di quello che è accaduto prima, vero? Nella logica del sogno, non ha più alcun tipo di importanza, il prima. Nei sogni conta solamente il presente, l’indefinito presente che si prolunga per delle ore che forse sono soltanto frazioni di secondo.
    Sei bella, te lo dico ancora. La mia eccitazione cresce al punto che sento divampare dentro di me l’estasi del piacere. Sento che potrei quasi venire, e non mi accade da anni di fare uno di quei sogni bagnati che ti svegliano con un orgasmo… ma è successo, te lo confesso. Ora, mentre ti parlo, sento le mutande umide… e guarda, sì, mi sto vergognando a dirtelo: mi pare di essere un quindicenne in piena crisi ormonale. Però mi hai detto di raccontarti il sogno, e non posso omettere certi dettagli soltanto perché potrei trarne qualche tipo di imbarazzo.
    Ma questo viene dopo, ci arrivo tra un momento. Per adesso, anche se sono lì per lì per giungere al culmine, non è ancora accaduto nulla.
    Indichi la parte di letto dove mi sdraio di solito.
    «Qui», dici. «Vieni qui.» Ci batti sopra con la mano, per meglio sottolineare il concetto. Sembra quando si dice al gatto di venire a sedersi sul divano e il gatto, ovviamente, non obbedisce mai, perché i gatti non obbediscono proprio a nessuno. Sono bestie libere, loro, al contrario di noi esseri umani, che pure ci crediamo i padroni del mondo.
    Ma non mi importa, se mi stai trattando come un gatto.
    La tua voce è calda, delicata, confortante. Potrei morirci, in quella voce. Se sentissi solo quella, correrei subito da te, senza esitare un istante di più. Solo che i tuoi occhi mi frenano. Mi fanno paura. Sono… sono… sbagliati, eccola la parola adatta: occhi sbagliati. Non chiedermi che cosa significhi, adesso. Ha senso nel sogno, no?
    Quindi, resto qui, immobile, inchiodato al pavimento. Forse sto persino tremando. Non mi accorgo se sto ancora urlando, forse ho smesso, probabilmente non ho urlato nemmeno prima. Tu non smetti di guardarmi e in un attimo sei accanto a me… non ti ho vista alzarti, so che sei scesa dal letto e sei arrivata accanto a me, ma non ti ho vista farlo. Solita storia onirica…
    Le tue mani, calde e ruvide, forti, mi toccano. Sei nuda, e al mio cervello basta questo per convincersi che stiamo facendo l’amore: la sensazione piacevole aumenta, mi invade ogni centimetro del corpo, si dipana in tutte le direzioni del mio corpo in ampie ondate concentriche… qualcosa che, da sveglio, non penso potrei provare sul serio…
    Ora mi trascini sul letto. Mi ci butti, anzi. Non vedo tutta la scena, perché presumo che sia superflua, quindi passiamo direttamente all’importante. Il bello dei sogni è che, certi dettagli che rendono la vita noiosa e ripetitiva, li puoi benissimo saltare. Mi trovo sdraiato con le spalle schiacciate contro il materasso. Non mi sorprendo di essere nudo, adesso. Non ho idea di quando mi sia spogliato. È successo e basta.
    Tu sali su di me. Sei a cavalcioni sulle mie gambe, ti appoggi con le mani alle mie spalle. Il tuo peso mi grava addosso, ma non mi dà fastidio; non lo ha mai fatto, non lo fa certo in questo sogno. Ci è sempre piaciuto farlo così, l’amore: io sotto, tu sopra, quelle poche volte che lo abbiamo fatto. Poche, ma indimenticabili. Ora non stiamo facendo l’amore, ma il mio cervello pensa di sì, e stavolta vengo davvero… l’orgasmo esplode, sento il fiotto caldo e vischioso riversasi fuori di me. Nel sogno colpisce te, nella realtà mi riempie le mutande… solo che, e questo è strano, non mi sveglio.
    Il sogno prosegue, contro ogni logica.
    Ti guardo muoverti. Vedo le tue mani trascinarsi lungo il mio petto, disegnare ghirigori attorno ai capezzoli, attorcigliarsi alla base del mio collo. Sono carezze dolci, delicate, piacevoli.
    È piacevole anche quando le tue dita sempre forti eppure gentili si stringono attorno alla mia gola. Lo fanno piano, quasi temendo di potermi fare male. Non mi rendo conto che stanno stringendo, non subito almeno. È quando comincia a mancarmi l’aria che… annaspo, provo un senso di soffocamento mai sentito prima… e allora vorrei urlare, ma non ci riesco, perché non ho il fiato per farlo… il che è strano, perché è in questo momento che sono sicuro di essermi svegliato, e invece il sogno continua ancora, e io non urlo, non urlo, non ci riesco… non ce la faccio nemmeno quando incontro i tuoi occhi.
    Occhi che, ormai, lo so, non sono più i tuoi. Sono gli occhi di una creatura del tutto differente da quella che amo. Perché sì, lo sai, ragioni economiche soprattutto, ma se sono qui con te è perché ti amo.
    E forse è proprio perché ti amo che resto immobile. Che non mi oppongo. Che lascio che il tuo peso continui a gravarmi addosso, che le tue dita mi strozzino piano piano, togliendomi l’aria, rubandomi la vita… ti lascio fare. Lascerei fare tutto, a te. Non potrò mai oppormi a te, qualsiasi cosa deciderai di farmi. Sono tuo, in un certo senso, e ne siamo consapevoli.
    Non urlo… ed è strano, continuo a ripeterlo, perché in pratica mi sono svegliato urlando… non urlo neppure quando la tua mano destra si stacca dalla mia gola – la sinistra continua a stringere, premendo con la dovuta dolcezza appena al di sopra del pomo d’Adamo, chiudendomi la laringe – e impugna un bisturi, sbucato da chissà dove… sempre per quella faccenda che, nei sogni, le cose appaiono e scompaiono a loro piacimento, senza bisogno di regole.
    Sto morendo, me ne rendo conto. Una sensazione strana, che tu non conosci ancora. Potrei descriverti com’è, se me ne lasciassi il tempo. Ma mi strangoli, e io non urlo… non urlo…
    Non urlo nemmeno quando la lama del bisturi affonda nel mio ventre e tu, senza curarti degli schizzi improvvisi del sangue che ti sporcano di vermiglio il petto e il seno, tracci una O perfetta… sapevo che sei brava a disegnare, ma non avrei mai sospettato una tale maestria…
    Il bisturi scompare, ma il dolore dove ha inciso rimane. È forte, ma tuttavia sopportabile. Non è così impossibile resistergli. Sembra un po’ come essere stati punti da numerose vespe, hai presente? Il dolore pulsa, va da una parte all’altra, si alterna, non è mai nello stesso luogo contemporaneamente. Di certo non mi fa urlare. Non urlo, non urlo… e poi, alla fine, perché dovrei urlare? È solo un sogno…
    E i tuoi occhi sono tornati quelli di sempre. Finalmente. Li aspettavo, sai? Quegli occhi dolci, bellissimi, che hanno il colore di… non so come dirlo. Ti chini su di me, e mi baci, e con la destra mi fai quelle carezze delicate che soltanto da te ho ricevuto… ma con la sinistra insisti a strangolarmi e io non urlo… non voglio urlare… mi stai baciando, è bello. È bellissimo sentire le tue labbra sulle mie.
    Sto morendo, lo dico ancora. Non è male come potrebbe sembrare. Sembra quasi dolce, appagante. Forse è perché sei tu, a uccidermi. Tu, con i tuoi occhi, mentre mi baci e mi accarezzi. Se questa è la morte… purtroppo non posso spiegarti ogni sensazione, non fino in fondo… per quanto potrei sforzarmi, non credo che tu capiresti ogni sfumatura, ogni sfaccettature di questo supremo passo. Un po’ mi dispiace: sto condividendo con te quest’ultimo istante, ma non lo sto condividendo come vorrei, non del tutto. Peccato. Però, almeno, ho la consapevolezza di andarmene dall’altra parte – qualunque cosa sia, l’altra parte – con la mente piena di te, dei tuoi occhi, dei tuoi baci, delle tue carezze, della tua anima…
    Non ti fermare, ormai. A questo punto, continua. È bello, torno a ripeterlo. Siamo solo io e te, è il nostro momento. È un sogno meraviglioso. Non svegliarmi, ti prego, fa’ che non mi metta a urlare proprio adesso. Non voglio che si interrompa proprio adesso, sul più bello.
    Fai che questo sogni continui… continui così, all’infinito… perché te l’ho raccontato, e quindi non si avvererà… dicono… ma io…


    
    Jenny distolse lo sguardo da Willy, che adesso non parlava più e se ne stava immobile, come morto. Ripensò al brutto sogno che stava facendo quando lui l’aveva svegliata con quel grido che aveva squarciato la notte.
    «Sai, ci sono brutti sogni e brutti sogni», mormorò. «Alcuni sono piacevoli. Vorresti che non finissero mai, come il tuo. Altri… lasciamo perdere, guarda. In che razza di mondo viviamo.»
    Riprese in mano la sigaretta, che aveva appoggiato in bilico sul bordo del comodino. Aveva continuato a bruciare, ora era quasi tutta cenere, ma restava ancora un po’ di tabacco da poter aspirare.
    Nel farlo, le sue dita bagnate di sangue lasciarono delle impronte rossastre sul filtro.
   
 
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