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Autore: Myzat    13/01/2022    1 recensioni
La storia di Dalila, una ragazza di ventisei anni dall'apparente vita normale, che finisce rinchiusa in psichiatra in seguito ad un grave incidente.
Qui, attraverso le sue lettere ed il parere dello psichiatra che la segue, si ricostruisce lentamente il puzzle delle sue vicende.
Genere: Drammatico, Malinconico, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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7 Agosto 1995

 

Oggi c'è un bel sole, mi piacerebbe uscire nel giardino ma non me lo permettono, non posso neanche uscire fuori dalla mia stanza attualmente, che strazio, e fa anche caldo, ma in fondo è il 7 Agosto, dovevo immaginarlo.

 

La vita in un ospedale psichiatrico non è facile, ancor meno quando sento le urla degli altri pazienti al di là delle mura della mia stanza. Sono sempre attenti a non lasciare nulla di potenzialmente pericoloso per la nostra vita, come i lacci delle scarpe. Ma non solo quelli, non ci sono neanche gli specchi nei bagni, sono vietate le cinture o qualsiasi altro oggetto che possa essere utilizzato per la pratica dell'impiccagione, o molto più generalmente al suicidio.

 

Io non ho mai avuto istinti suicidi, tanto meno ho mai dato l'impressione di esserne capace, non credo di esserlo... Ma queste sono le regole ed io non posso dire nulla. In ogni caso, è passato un po' dall'ultima lettera che ti ho spedito, poiché speravo mi rispondessi, ma probabilmente non puoi farlo, lo capisco.

Di recente, ho intrattenuto una quanto più breve conversazione con lo psichiatra, il quale ha precisato che la terapia ed il dialogo sono fondamentali per il mio ristabilimento psichico, e che quindi dovrei collaborare al più presto, se non voglio rimanere qui per tutto il resto della mia miserabile vita. La proposta non mi attrae, ma ancor meno il restare qui per così tanto tempo! Così ho acconsentito, l'ho fatto davvero, Ofelia.

 

Sai che non mi garbano gli strizzacervelli, tuttavia è l'unico modo che ho per andarmene di qui. Immagino che se risponderò ad ogni sua domanda sarà più facile... Almeno, spero che sia così. Mi ha chiesto di raccontargli tutto dall'inizio, cosa è successo, perché sono qui, qual è stata la mia più grande sofferenza... E devo dire che, parlarne, è molto più difficile che pensarci e basta.

 

Quando me lo ha chiesto, il signor Bianchi, ha avuto una tonalità di voce a dir poco leggera, mansueta, tuttavia io mi sono... Mi sono spaventata. Ho avuto paura Ofelia, ho cominciato a sudare, il mio respiro a vacillare; ho avvertito qualcosa che mi sfiorava, delle dita lungo la schiena, per il terrore ho quasi perso i sensi. Il dottor Bianchi mi ha fatta sdraiare e pochi secondi dopo le infermiere sono corse nella mia stanza, a darmi delle medicine. Lui allora ha preferito spostare la seduta... Poiché non sono ancora pronta a questo.

 

Non so cosa pensare, forse sarò paranoica... Ma è come se qualcuno mi spiasse, o sentisse la mia voce, leggesse le mie parole, ho il terrore che parlando di quello che è successo qualcuno che non voglio che ascolti possa sentire, ma allo stesso tempo credo che adesso, in questo preciso momento, se continuo a rimuginare, a ricordare, senza avere nessuno con cui parlare... Credo che mi farà impazzire. Ed io non sono pazza, sono solo ferita. Ferita da qualcosa che non so nemmeno spiegare, mi sento la testa completamente pesante, come se un peso immane mi stesse schiacciando. Mi viene da piangere, mi risulta difficoltoso scrivere in questo momento, e non capisco perché. Saranno i ricordi che stanno tornando lentamente a galla, ma in realtà per quanto mi sforzi di ricordare sono più i sentimenti a pressarmi.

 

E' come se avessi un vuoto intorno a me, non ho ricordi lucidi di tutto, ed è così strano, ma mi sento soffocare... Credo che dovrò chiamare un'infermiera adesso, sento le forze abbandonarmi.

 

Ofelia, spero vivamente che tu non mi consideri pazza per questo, ma adesso è come se due mani mi stessero premendo attorno al collo; due mani grandi e ruvide, e stessero stringendo talmente forte da togliermi il fiato.

Però adesso mi giro, mi volto e non c'è nessuno in questa spoglia e cupa camera da letto.

Ci sono solo io, io e i miei spettri del passato, che mi invadono la mente, ma che io scanso sempre con tutto ciò che mi è rimasto... Ovvero il nulla.

 

Mi chiedo solo... Perché proprio io?

 

Non ho altro da dirti, per il momento. Devo prendere le mie medicine a breve, quindi finisco così questa lettera. Alla prossima seduta importante con lo psichiatra te ne scriverò un'altra per tenerti aggiornata.

 

Tua,

Dalila.

 

 

   
 
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