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Autore: Puffardella    14/01/2022    0 recensioni
Lucio è un giovane e ambizioso legionario - un tribuno della Ventesima - in istanza nella Britannia del nord, al confine con la Caledonia. Ama il potere sopra ogni altra cosa ed è intenzionato a tutto pur di raggiungerlo.
Eilish, secondogenita di Alasdair, re dei Caledoni, è una ragazza dal temperamento selvatico e ribelle, con la straordinaria capacità di ascoltare l’ancestrale voce della foresta della sua amata terra.
Chrigel è un valoroso guerriero, forte e indomito. Unico figlio di Akon, re dei Germani, ha due sole aspirazioni: la caccia e la guerra. Possiede una coerenza talvolta spietata che, però, non lo priva della stima e dell'affetto della sua gente.
I loro destini si incroceranno in un crescendo di situazioni che li spingerà verso l’inevitabile, cambiandoli per sempre.
Genere: Guerra, Romantico, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Antichità
Capitoli:
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ADRIAN
Il sole stava tramontando quando Adrian e Kayden arrivarono in prossimità del muro. Decisero di fermarsi ad aspettare la notte per muoversi nascosti nell’ombra, prima di uscire dalla macchia di alberi e ripercorrere la strada in senso inverso rispetto all’andata.
La neve si era sciolta quasi del tutto ma continuava a piovere, e l’umidità presente nell’aria era soffocante, penetrava nelle ossa.
Seduto sul terreno fangoso, con la schiena appoggiata a un grosso tronco, il viso sollevato e gli occhi chiusi, Adrian ripensava all’incontro con la regina. Nei suoi confronti nutriva dei sentimenti contrastanti. Una parte di lui la comprendeva e, per certi versi, la compativa. Quale che fosse il ruolo che ella gli attribuiva, di cui aveva capito poco e che non aveva alcun interesse ad approfondire, lei credeva davvero alla storia che era nato per volere degli dei e che quindi, in qualche modo, aveva dovuto sacrificare se stessa e pochi altri a favore di molti. Adrian non condivideva le sue scelte, ma nemmeno si sentiva di condannarla. Quella donna portava addosso un pesante fardello e se ne dispiaceva. Però era dispiaciuto anche per il re: questo gigante biondo che incuteva timore solo a sentirlo parlare, con quella sua voce bassa e profonda, umiliato da una donna e dal capriccio di qualche divinità burlona.
Quando pensava a lui, tutta la comprensione per la regina si scioglieva come grasso al fuoco. Adrian era del parere che qualche volta si dovesse trovare il coraggio di sfidare gli dei. Se era vero che amava suo marito, allora la donna dai capelli rossi avrebbe fatto meglio a rimanergli fedele. Gli dei avrebbero trovato un altro modo per portare a compimento i loro propositi.
Ripensando a lei, si rendeva conto che non riusciva a chiamarla madre né a sentirla come tale, e il fatto che l’avesse abbandonato non c’entrava nulla. Non era per una questione di orgoglio ma perché, semplicemente, lei non era mai stata presente nella sua vita, non apparteneva a nessuno dei ricordi che conservava nel cuore. Ecco perché non era riuscito ad abbracciarla quando le aveva detto addio.
Leanna, lei era sua madre, lei la donna che lo aveva allattato, accudito, protetto, amato. Di lei erano intrisi i suoi ricordi. Era sicuro di averla vista nella nube insieme ad Isabel e a un’altra donna, di cui non conosceva l’identità. Averla vista, anche se per un breve momento, gli aveva procurato un male nostalgico indicibile. Si chiese se anche Kayden avesse riconosciuto la madre tra le tre donne comparse in quella portentosa, incredibile visione.
Suo fratello se ne stava con la testa piegata tra le braccia conserte poggiate sulle ginocchia, in una delle sue recondite riflessioni.
«Era davvero lei?» gli chiese a bruciapelo, a un certo punto.
Kayden sollevò uno sguardo stanco su di lui. Goccioline di acqua gli scivolavano sulle ciocche castane per finire sulle punte e da lì scendergli sul volto, o gettarsi nel vuoto.
«Sì» rispose con un velo di malinconia negli occhi, intuendo all’istante a chi si riferisse .
«Ma che è successo? È stata una cosa assurda...»
«È assurdo solo per chi non riesce ad accettare l’esistenza degli dei, o degli spiriti.»
«Io credo negli dei, fratello, e anche negli spiriti, solo che fino a oggi non mi era mai successo di trovarmici così vicino. Per te forse sarà normale, ma per me è stato… non so come spiegarlo… esaltante e spaventoso allo stesso tempo. Perché tre donne?»
«Tutte e tre hanno dato la vita per i loro figli. Solo l’amore di una madre poteva contrastare l’ira del re e salvare il figlio di qualcun’altra. L’Orso non è un uomo facile da fermare. Lui ti avrebbe ucciso se non fossero intervenute loro.»
Adrian annuì, dispiaciuto. «Evidentemente sapeva già di me e del tradimento della regina. Eppure non l’ha ripudiata, e dal modo in cui si è gettato ai suoi piedi quando è svenuta è evidente che la ami… Lei avrà commesso degli errori ma non è la donna crudele e senza scrupoli che ci dipingeva Willigis…» rifletté amaramente Adrian. «Willigis voleva usarmi per mettere in atto la sua vendetta. Gli dei solo sanno perché odi tanto la moglie di suo cugino, ma se anche avesse dei validi motivi per farlo, il suo proposito resta ignobile… Avrei potuto uccidere la donna che mi ha partorito, per colpa sua» proseguì, risentito.
«Willigis ha l’anima avvelenata, fratello. Non riesce a vedere chiaramente dentro di sé.»
«Beh, sì, te l’ho detto, non mi interessa sapere che cosa accidenti abbia in quella sua testa bacata, o nell’anima, o nel cuore… È privo di ogni coscienza morale. Se prima avevo qualche riserva sulla posizione da prendere, ora non più. L’Orso ha tutte le sue ragioni di odiarmi, la stima che nutro nei suoi confronti non è per questo cambiata. Invece, quella che avevo per Willigis, sì…» dichiarò Adrian rimettendosi in piedi. Il sole era ormai sparito dietro l’orizzonte, lasciando il posto all’oscurità della notte.
«Rimettiamoci in cammino» disse infine.

Era notte fonda quando tornarono alla capanna, e ciò che vi trovarono li stupì.
Decine di tende erano accampate intorno al perimetro della loro vecchia casa, il cui tetto qualcuno aveva già iniziato a ricostruire.
Un paio di giovani che parlavano in maniera rilassata in riva al torrente appena fuori dall’accampamento, messi probabilmente a fare la guardia, al loro arrivo li salutarono con entusiasmo, nemmeno fossero tornati vittoriosi da chissà quale impresa eroica.
«Ailisa ci ha detto cosa hai intenzione di fare. Siamo con te, Adrian» gli fecero sapere, entusiasti.
«Mi fa piacere, ma ne discuteremo domani, in presenza di tutti» rispose Adrian imbarazzato. Poi si grattò la testa e chiese: «A proposito, quanti siete?»
«Duecento circa, ma ogni giorno si aggiunge qualcun altro.»
«È pur sempre un inizio...» rifletté ad alta voce. Dopodiché si diresse alla capanna, seguito dal fratello.
Ailisa dormiva nello stesso angolo in cui l’avevano lasciata quattro notti prima.
Kayden rimase indietro, nascosto nell’ombra, mentre Adrian si accovacciò ai piedi della ragazza e la svegliò piano.
Ailisa si stropicciò un occhio e si mise seduta. «Ehi… ma dove accidenti siete stati?» chiese, con la voce impastata dal sonno.
«È una lunga storia. Hai fatto presto a convincere la gente a seguirti» la elogiò Adrian.
«Non li ho dovuti convincere. Erano già intenzionati ad andarsene e sono contenti di seguire te.»
«Non seguiranno me, Ailisa. Hanno bisogno di un condottiero, e io come loro. Ma a questo penseremo poi. Willigis non deve averla presa molto bene.»
«Per niente. Ogni giorno c’è qualcuno che lo abbandona. Oltre a noi, almeno un altro migliaio di mercenari, finora… Forse dovremmo aggregarci a loro…»
Adrian scosse la testa. Soprattutto ora che era stato testimone della lucida e per certi versi spietata coerenza del re, si rendeva conto più che mai di quanto una scelta del genere fosse pericolosa.
«No, Ailisa. Che facciano quello che credono, noi ce ne staremo alla larga. Qui voglio solo gente che non abbia mai voltate le spalle al re: giovani e anche Britanni, ma non Germani che volontariamente hanno deciso di abbandonarlo. E su questo punto non voglio più tornare.»
Ailisa scrollò le spalle. «Come ti pare, il capo sei tu…»
«Non sono il capo» ribadì Adrian infastidito, anche si rendeva conto da solo di quanto quell’asserzione risultasse ipocrita. Le sue parole stridevano sensibilmente con il modo in cui prendeva le decisioni e pretendeva che venissero osservate. Il punto era che anche quello, come il guerreggiare, gli veniva naturale.
«Tuo padre dov’è?» si informò.
«All’accampamento, credo… Stanno di nuovo smantellando il campo per spostarsi a Eboracum e seguire il loro nuovo padrone come bravi cagnolini fedeli…» disse Ailisa, gli angoli della bocca piegati in una smorfia sprezzante.
Adrian si sollevò in piedi. «Torna a dormire, Ailisa. Manca ancora un po’ all’alba» la esortò.
«E tu dove vai?» gli chiese la ragazza, preoccupata.
«Ho bisogno di parlare con tuo padre.»
«Di cosa?»
«Questioni personali…» rispose, avviandosi verso la porta.
Ailisa scattò in piedi, lo inseguì e gli si mise dinanzi. «Ma sei fuori di testa? In questo momento, credimi, è meglio stargli alla larga.»
«Sì, beh, a quanto sembra devo stare alla larga da un sacco di gente, ma sai che ti dico? Non me ne frega un’accidenti» replicò.
Ailisa rivolse uno sguardo supplichevole a Kayden. «Cerca di farlo ragionare tu, Kayden…» lo implorò.
Adrian si fermò, in attesa di conoscere il parere del fratello. Se gli avesse detto di non farlo avrebbe preso in considerazione la sua esortazione, perché la fiducia che aveva nei suoi poteri si era rinforzata ulteriormente, in quei giorni.
«Anche io preferirei che tu non andassi, Adrian. Però lo capisco: è una cosa che hai tutto il diritto di fare» disse Kayden.
Adrian lo guardò, riconoscente. Kayden aveva espresso solo un’opinione, ma per lui valeva più di qualsiasi predizione.
«Grazie, fratello» disse. Poi però aggiunse: «Però stavolta non verrai con me. Questa è una cosa che devo fare da solo.»
Di nuovo, il fratello lo sorprese annuendo, anche se i suoi occhi esprimevano preoccupazione. «Lo so» si limitò a dire.
«Sapete che vi dico, stupidi Britanni? Fate come vi pare, non me ne frega niente!» sbraitò a quel punto Ailisa fuori di sé, prima di tornarsene al suo giaciglio di legnetti e foglie e rimettersi a dormire.

Quando, poco dopo l’alba, Adrian arrivò all’accampamento dei mercenari, fu accolto da un mormorio di proteste che andarono facendosi sempre più forti e colorite. Gli uomini erano affaccendati a smantellare le tende e a caricare i carri in mezzo a un pantano di neve e fango.
Al suo passaggio, tutti interrompevano il proprio lavoro per inveirgli contro. Lo deridevano, dandogli del moccioso borioso, di uno che si atteggiava a condottiero ma che avrebbe portato a morte certa tutti quei giovani e ingenui farlocchi che avevano lasciato loro per seguire un povero idiota come lui.
Adrian li ignorò. Era andato fin lì per rovesciare addosso a Willigis tutto il suo rancore. Non era intenzionato a ingaggiare scontri con i suoi vecchi compagni, perciò non rispose alle provocazioni ma proseguì oltre, verso il centro dell’accampamento dove Willigis, di norma, piazzava la sua tenda.
A metà campo gli andò incontro Ganhart, il braccio destro del Rinnegato. Come il resto dei mercenari, non sembrava affatto contento di vederlo.
«Che ci fai qui, stupido bamboccio?» disse, parandoglisi di fronte per impedirgli di proseguire.
«Devo parlare con Willigis» rispose risoluto Adrian, tentando di oltrepassarlo. Ganhart, però, gli ostruì nuovamente il cammino.
«Willigis non vuole vederti.»
«Invece lo farà.»
Ganhart proruppe in una risata di scherno e iniziò a spintonarlo colpendolo su una spalla. «Ma chi ti credi di essere? Solo perché il capo ti ha mostrato considerazione fino a ieri non vuol dire che sei importante. Ti credi un condottiero ma sei solo uno stupido, inutile bamboccio, incapace perfino di pulirti il culo se qualcuno non ti dà l’ordine di farlo, e condurrai tutti quelli che hanno deciso di seguirti a morte certa.»
«Io non condurrò nessuno da nessuna parte. E ora togliti dalle palle, Ganhart!»
«Perché, sennò che fai?» chiese il Germano spintonandolo con più forza usando stavolta tutte e due le mani, per poi tornare a porglisi di fronte. Adrian si sporse dalla spalla del Germano.
«WILLIGIS!» gridò a pieni polmoni.
«Willigis non vuole vederti» ribadì il Germano scandendo le parole e dandogli un’ultima energica spinta che lo fece barcollare. In qualche modo, Adrian riuscì a tenersi in piedi. Stanco di essere aggredito in quella maniera e desideroso di costringere Willigis a uscire allo scoperto, reagì alle provocazioni del guerriero germanico. Finse di girarsi per poi assestargli un pugno in piena faccia, cogliendolo di sorpresa. Ganhart perse l’equilibrio e rischiò di cadere, ma anche lui riuscì a tenersi dritto sulle gambe. Scosse la testa inferocito, si riprese dallo stordimento del colpo e dallo stupore di essere stato colpito e caricò su di lui con un grugnito animalesco, sollevando in alto il pugno. A quel punto, però, intervenne Willigis, il quale afferrò prontamente l’arto a mezz’aria del suo fedele secondo e, dopo averlo spinto lontano di lato, lo rimproverò con severità: «Ti avevo detto di mandarlo via, non di ucciderlo.»
Poi si voltò a guardare Adrian, furibondo. «Hai proprio una bella faccia tosta a venire qui, Nero…»
«Dobbiamo parlare.»
«Di cosa? Di come mi hai pugnalato alle spalle raccogliendo il tuo esercito tra i miei uomini?»
«I tuoi uomini ti lasciano di loro spontanea volontà, non per seguire me ma perché non vogliono più seguire te! Come Isabel... Ti ricordi chi era, vero, Germano?»
A quelle parole Willigis gli voltò la schiena, convinto forse che Adrian fosse andato lì su richiesta della figlia. «Se volevi parlarmi di questo il nostro incontro finisce qui» disse secco.
«Isabel, tua moglie, la donna che ti ha voltato le spalle per disperazione e che si è uccisa per lo stesso motivo!» insistette Adrian correndogli dietro per costringerlo a fermarsi. E funzionò. Willigis si bloccò all’improvviso e si voltò nuovamente verso di lui.
«Attento a quello che dici, Britanno.»
«È la verità... Si è uccisa lo stesso giorno che ha raggiunto la Valle dei Lupi…»
«E chi te lo avrebbe detto? Il druido imberbe che si trastulla con mia figlia?»
«No, l’ho saputo attraverso il re e la regina» disse Adrian guardandolo dritto negli occhi per dare enfasi alle sue parole, omettendo di raccontargli della visione portentosa della quale era stato testimone e facendogli credere invece che lo avesse sentito dire direttamente dall’Orso e da sua moglie, per rendere più credibile ciò che era comunque la verità.
Willigis si irrigidì. «Quali re e regina? Di che parli, Nero?» chiese con un tono di voce cavernoso, dimenticandosi all’improvviso della notizia della morte di sua moglie.
«Vuoi davvero che te ne parli qui, davanti a tutti?» 
Willigis si guardò intorno. Un attimo dopo, urlò agli uomini che si erano radunati intorno a loro di tornare alle loro faccende e quelli ubbidirono, emettendo brontolii di dissenso.
«Anche tu, Ganhart» disse infine rivolto al suo braccio destro, che si mostrava riluttante ad andarsene.
«Sei andato incontro a mio cugino?» chiese quindi Willigis quando furono rimasti soli, guardandolo ora con fremente curiosità.
«È stato lui a venirmi incontro. Stava per uccidermi e ne avrebbe avuto ogni diritto.»
Willigis sembrò stupirsi di quella notizia. «Quindi, ti ha riconosciuto? Lui sapeva già?»
«Sì, lo sapeva, eppure non ha ripudiato sua moglie.»
Willigis sbiancò. «Sua moglie?» gli fece eco, impreparato all’evenienza che le sue bugie venissero smascherate.
«Sì, maledetto di un traditore bastardo, la moglie del re: mia madre.»
Willigis cambiò nuovamente espressione, da curiosa si fece ancora una volta astiosa. «Avresti dovuto ucciderla prima che aprisse bocca e ti convincesse di essere nel giusto, quella cagna caledone indegna di vivere» lo aggredì con indicibile livore. Schiumava dalla bocca, sembrava un invasato, e a quel punto ad Adrian fu evidente che, come gli aveva detto il fratello, Willigis non era in grado di ragionare con lucidità.
«Volevi usarmi per uccidere la donna che mi ha partorito e avere così la tua vendetta. Sei talmente ossessionato da questo che non te ne frega un’accidenti che tua moglie sia morta. Spingi le persone con l’inganno e l’esasperazione a fare quello che vuoi tu, calpestando ogni principio morale… Tu sei un uomo malato, Willigis! Tu, non la regina!» gli inveì contro con disgusto.
A quel punto, Adrian non aveva più niente da dirgli. Si voltò e si allontanò a grandi passi da lui.
«Avevo un figlio, una volta, e loro me l’hanno ucciso! Se mio cugino avesse sposato la donna che gli era stata imposta come moglie non l’avrei fatto io al posto suo, e non avrei conosciuto il dolore di perdere un figlio! Lei lo ha sgozzato come un maiale! Come un maiale, capisci? Ma la pagheranno cara, tutti loro! Hai capito, figlio di nessuno? Mi hai capito?» gli gridò dietro Willigis, in uno sconnesso vaneggiamento.

La stanchezza dei giorni passati cominciava a farsi sentire, ma Adrian aveva un’ultima cosa da fare prima di concedersi un po’ riposo. Così, uscito dall’accampamento dei mercenari, si diresse verso Trimontium per incontrare Fionn.
Si diresse quindi alla sua bottega e lo trovò intento a ventilare aria sulle braci della forgia, mentre suo figlio Liam allineava lunghe sbarre di ferro su un piano di lavoro alle spalle della fornace.
Il fabbro ebbe qualche difficoltà a riconoscerlo, ma poi i lineamenti del viso gli si distesero in un ampio sorriso.
«Era ora che ti facessi vivo, ragazzo. Cominciavo a non sopportare più tutte le lagne isteriche di mia figlia. Pretendeva che ti venissi a cercare, come se non avessi altro da fare» disse andando a salutarlo con una generosa pacca sulla spalla, dopo essersi fatto sostituire dal figlio.
Adrian arrossì imbarazzato. «Sono stato impegnato in cose urgenti. Lei sta bene?» si informò, premuroso.
«Ma sì, sta bene, rompe come sua madre e come tutte le donne. Tu piuttosto, come stai?»
«Bene. Ti devo parlare, Fionn…»
Intuendo dal suo tono di voce l’urgenza dell’argomento, il vecchio Britanno si fece terribilmente serio.
«Va bene, ma non ora. Sono oberato di lavoro, se lo lasciassi indietro darei troppo nell’occhio. Incontriamoci stasera alla locanda, dopo il tramonto. D’accordo?»
«D’accordo» rispose Adrian.
«E ora va’ a trovare mia figlia, prima che torni qui e ricominci con le sue lagne» lo incoraggiò.
Adrian sorrise impacciato. «A te non dispiace?»
«Dipende. Che intenzioni hai, con lei?»
Adrian assunse un’aria solenne. «Intendo sposarla, ecco quanto sono serio» rispose.
«Allora per me va bene» lo rassicurò Fionn.
Mentre Adrian tornava in sella al suo cavallo, però, il vecchio aggiunse, in tono sarcastico: «Quindi, la storia dell’affetto fraterno e tutto il resto era solo una copertura...»
«Se da ragazzino ti avessi confessato che le volevo bene in un altro modo, oggi non sarei ancora tutto intero. O sbaglio?»
«No, direi che non sbagli affatto. Vedi di non farmela piangere in futuro, però, o torno ad affilare la lama del pugnale. Sono stato chiaro, ragazzo?»
«Chiarissimo» rispose Adrian sorridendo, anche se non aveva dubbi che il burbero fabbro parlasse sul serio.

ENYA
I bambini si rincorrevano intorno al pozzo e le loro grida gioiose riempivano l’aria e si propagavano in tutto il villaggio. Ogni tanto qualcuno scivolava nel fango, ma subito si rialzava per continuare la sua corsa, sia che, nel gioco, fosse una preda, sia che fosse un cacciatore. Enya li osservava mentre azionava l’argano per tirare su il secchio d’acqua, con un sorriso triste sulle labbra.   
Da giorni, ormai, nel villaggio era presente una strana tensione. Il generale romano era ripartito per Eboracum da due giorni e la banda dei mercenari si stava preparando a seguirlo. Tutti sapevano cosa significava. Enya aveva sentito dire dalle donne più anziane che qualcosa di simile era accaduto venti anni prima, quando la notizia dell’arrivo di nuove legioni aveva fatto capire che i Romani si sarebbero mossi verso nord, per conquistarlo e assoggettare le ultime tribù della Grande Isola: quelle celtiche e quelle germaniche.
Allora, però, era stato diverso. Gli abitanti della Britannia avevano preso parte a quegli eventi esclusivamente come spettatori . Non si erano sentiti né coinvolti né minacciati, e perché avrebbero dovuto? Ma da quando il re dei Germani aveva sconfitto i Romani, dimostrando chiaramente che il popolo invasore non era poi così invincibile, qualcosa era scattato dentro di loro.
E ora a Trimontium, come in molti altri villaggi del nord della Britannia, serpeggiava un nervosismo malcelato e quasi palpabile, una voglia di ribellione che infervorava pressoché tutti gli uomini, e perfino le donne. Qualcosa di terribile stava per abbattersi su tutti loro. I bambini erano gli unici a non accorgersene, gli unici che potevano ancora permettersi di conservare un sano, benefico entusiasmo per la vita.
Enya prese il secchio giunto in superficie e lo appoggiò sul bordo in muratura del pozzo. Si specchiò sulla superficie dell’acqua increspata al suo interno e vide riflessa l’immagine di una giovane donna stanca e profondamente infelice. Adrian era di nuovo scomparso in mezzo a quel contesto drammatico e lei non sapeva cosa pensare. Cercava di essere positiva, di dirsi che potevano esserci mille validi motivi per cui l’uomo che amava, da quattro giorni, non metteva piede al villaggio, però questo non serviva ad allontanare da lei terribili timori.
I bambini le passarono di fianco e proseguirono la corsa gridando festosi verso la strada che correva in direzione nord del villaggio, e lei li seguì con lo sguardo. Proseguirono quasi in fila fino in fondo alla strada e qui si separarono, chi da una parte chi dall’altra, per lasciare libero il cammino al giovane cavaliere che procedeva al trotto nella sua direzione. E quando Enya sollevò gli occhi su di lui e lo riconobbe, il cuore le fece un improvviso balzo nel petto.
Adrian aveva un aspetto orribile. Sembrava reduce da molte notti insonni. I corti capelli arruffati erano incrostati di fango, come tutto il resto di lui, a indicare che aveva passato gli ultimi giorni all’aperto. Quando fu a pochi passi da lei, scese da cavallo. Le sorrise e lei gli si buttò tra le braccia. Si scambiarono un lungo bacio, incuranti degli sguardi dei curiosi, poi lei si staccò da lui e gli disse: «Temevo che ti fosse successo qualcosa di grave… Sei sparito all’improvviso, di nuovo, e io non sapevo che pensare…»
Adrian le fece un carezza. «Ora sono qui, Enya. Non essere triste.»
Enya sospirò a fondo e mise una mano sopra quella che Adrian le teneva sul viso.
«Mi ci dovrò abituare, non è così?»
Adrian sospirò a fondo, le prese il viso tra le mani e glielo sollevò con dolcezza, per guardarla negli occhi. «Vorrei dirti di no ma sarebbe una bugia. Lo capisci, Enya?»
Lei annuì debolmente. Certo che lo capiva. Lui era un guerriero e, come le aveva detto una volta, questa era una cosa che non poteva cambiare.
Lo prese per mano e gli disse, cercando di mascherare la tristezza: «Vieni, aiutami a raccogliere l’acqua.»

Su un focolare sopra uno zoccolo in muratura, Enya mise a scaldare abbondante acqua e preparò un bagno caldo per Adrian in una capiente tinozza posta in un angolo della cucina.
La madre era uscita con la scusa di andare al mercato, ma Enya sapeva che li aveva lasciati soli di proposito, perché si concedessero un momento di intimità prima di dirsi addio, consapevole del fatto che non avrebbero avuto modo di vedersi per molto tempo ancora, almeno fino a quando tutto non fosse finito. O, peggio, che non avrebbero avuto proprio più nessuna speranza di farlo, in futuro.
Si spogliarono dei propri indumenti ed entrarono nell’acqua calda. Con un panno di lino, Enya iniziò a scrostare il fango dal viso di Adrian. Lui per un po’ la lasciò fare, ma quando l’eccitazione divenne incontenibile, le prese il viso tra le mani e la baciò con passione. Afferrandola delicatamente per i fianchi, la guidò piano sopra di sé. Enya avrebbe voluto essere più irruente, ma Adrian la costrinse ad aspettare e a muoversi piano. Le permise di farlo solo quando comprese che era davvero pronta ad accoglierlo dentro di sé senza provare troppo dolore, dal momento che era vergine. Quando accadde, entrambi gemettero di piacere. Pochi istanti dopo, Enya fu scossa da una violenta e calda ondata di calore, e Adrian la seguì subito dopo. Si guardarono negli occhi e scoppiarono entrambi in una risata felice e appagata. Uscirono dall’acqua e si coprirono con un coperta di lana, dopodiché raggiunsero la stanza sul soppalco e si sdraiarono sul letto, abbracciati e avvolti nella coperta.
Adrian poggiò la testa sul suo seno e, mentre Enya gli carezzava dolcemente i capelli, le raccontò dove aveva passato gli ultimi quattro giorni. Enya seguì concentrata ogni singola parola, rimanendo in un rispettoso silenzio, emozionandosi e sdegnandosi e preoccupandosi a seconda delle cose che udiva.
Si suggestionò profondamente quando Adrian le raccontò della incredibile apparizione degli spiriti delle tre donne che lo avevano protetto dall’ira del re, e si dispiacque di sapere che, ora che aveva ritrovato sua madre, era stato costretto a dirle addio così in fretta.
Quando Adrian ebbe smesso di raccontare, lei gli chiese, titubante: «E ora, cosa accadrà?»
Adrian si prese del tempo prima di risponderle. Enya lo osservò con attenzione, per determinare, dalla sua espressione, quanto fosse grave la situazione. Una profonda linea gli correva sulla fronte e gli occhi, di un verde intenso e sfaccettato, avevano una luce stanca, rassegnata.
«L’Orso ha più di un conto in sospeso con il Romano. Quello che vuole è una nuova guerra e la otterrà. Tutti e due la vogliono» disse infine.
Enya, in fondo, conosceva già la risposta, ma sentirlo dire da Adrian ebbe comunque su di lei un impatto emotivo devastante.
«Quando?» indagò con la voce rotta dal terrore.
«Fra una settimana, forse due. Il tempo che il re si riorganizzi e raggiunga il confine con i suoi uomini.»
«Così presto…» mormorò Enya.
Adrian si puntellò su un gomito e sollevò un poco il busto, per poterla guardare negli occhi.
«Era solo questione di tempo, sarebbe dovuto accadere, prima o poi» le disse comprensivo, per aiutarla ad accettare l’inevitabile.
«Lo so, ma non mi aspettavo così presto… Io non voglio perderti di nuovo, Adrian…»
Adrian si limitò a farle una carezza sul viso, guardandola con amore. Si chinò su di lei e la baciò a lungo. E poi ebbero di nuovo voglia, l’uno dell’altra, e fecero di nuovo l’amore, e fu anche più bello della prima volta.
Dopo aver raggiunto l’orgasmo scivolarono entrambi in un sonno profondo. Poco prima del tramonto, Enya aprì gli occhi. Adrian dormiva ancora profondamente, stremato dalle tante disavventure che aveva dovuto affrontare in quei giorni. Ai piedi del letto c’erano i suoi indumenti piegati, che Enya aveva dimenticato sul pavimento della cucina, e abiti puliti per Adrian, e lei capì che la madre era entrata nella stanza e li aveva colti nudi e abbracciati sul letto. Eppure sapeva che non le avrebbe detto niente, che non li avrebbe giudicati, né tantomeno rimproverati.
Enya si alzò dal letto cercando di non svegliare Adrian. Scostò la spessa tenda che copriva la finestrella per capire che ore fossero. Il sole stava per tramontare e lei sospirò affranta. Per un attimo fu sfiorata dall’idea di tornare a sdraiarsi al fianco di Adrian e lasciarlo dormire per prolungare il più possibile quel momento, tuttavia sapeva di non poterlo fare. Pertanto, con un sentimento doloroso nel cuore, si mise a sedere sul bordo del letto e, carezzandolo piano sui capelli, lo svegliò.
Adrian aprì gli occhi e per un attimo parve confuso, come se non ricordasse dove si trovava, ma poi le sorrise con tenerezza. Enya, tuttavia, era troppo afflitta per riuscire a rispondere al suo sorriso.
«Sta facendo buio. È ora che tu vada incontro a mio padre» gli disse, imponendosi di non cedere alle lacrime. 
   
 
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