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Autore: Cristina_Berger    14/01/2022    0 recensioni
Patrick ha ventidue anni, un carattere ottimista e gioviale, e tanta voglia di vivere. Vive con i fratelli in una tetra villa nella campagna del viterbese, soprannominata "La casa degli angeli", una dimora sulla quale in paese si raccontano storie terribili di morte, pazzia e strani rituali, nulla sembra intaccare la sua serenità.
Fino al giorno in cui un suo coetaneo non viene trovato morto poco lontano, massacrato a coltellate. Da quel momento in poi la sua vita sarà un susseguirsi di incubi e avvenimenti spaventosi. Realtà e fantasia si confonderanno nella sua mente, e...
Genere: Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lemon | Avvertimenti: Contenuti forti
Capitoli:
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Warning: contenuti sessuali dalle sfumature un po'... particolari, diciamo, come si può intuire dal titolo. Niente di troppo esplicito, comunque.

L'una di notte.
Patrick era sdraiato sul divano, apparentemente intento a fissare il soffitto. Sul tappeto, due bottiglie di vodka semivuote.
Quando Gabriele si era offerto di accompagnare lui Gloria a casa, si era sentito tradito. Aveva provato a farlo desistere con le buone, incapace di imporsi, ricordandogli che il giorno dopo avrebbe dovuto alzarsi molto presto per andare a lezione e buttando là la scusa che avrebbe fatto volentieri un giro in macchina, ma non c'era stato verso. Gabriele gli aveva risolto un sorrisetto ironico ed era uscito con la ragazza, ignara del disastro che ne sarebbe conseguito.

Lei l'aveva salutato con un bacio sulla guancia. Il suo profumo era dolce e intenso. Provocante e allo stesso tempo ingenuo. Proprio come lei.

"A presto" le aveva detto lui, sfoderando uno dei suoi bellissimi sorrisi.

"Ciao, Paddy. Grazie per la bella serata"

Era uscita nella notte scura lasciando dietro di sè una scia di spezie e vaniglia, oltre che un grande vuoto.
Patrick c'era rimasto malissimo, per usare un eufemismo.

"Stronzo guastafeste" aveva urlato quando ormai erano lontani, e aveva dato un calcio al tavolo della cucina "Che ti sei messo in testa?"

Ricky era rimasto impietrito, guardandolo come se non lo riconoscesse. Era salito in mansarda in silenzio. 

Patrick era corso al mobile bar e, dopo una breve esitazione, si era versato un bicchiere abbondante di vodka alla pesca e si era detto che avrebbe aspettato il ritorno del fratello per dirgliene quattro senza farsi intimorire dai suoi modi dittatoriali.
Quando lo sentì aprire la porta e attraversare il corridoio, la testa gli girava come una trottola, era ormai ubriaco e privo di ogni inibizione. Il ragazzo che odiava gli eccessi, che trovava stupido perdere il controllo e cercare nell'alcol forza e sollievo, aveva bevuto fino a collassare sul divano, ma preda di una rabbia per lui insolita, si alzò di scatto e raggiunse Gabriele.

"Dove vuoi arrivare?" urlò, come spiritato "Dovevo accompagnarla io, non tu. Sei un maledetto stronzo"

Il fratello appese il cappotto all'attaccapanni, si ravviò i capelli umidi. Non sembrava affatto impressionato.

"Ah sì? Avevamo preso accordi?"

"Era ovvio! Ricky l'ha portata qui per me, mi ha fatto un favore, lui mi vuole bene"

"Non è la ragazza giusta per te. E' meglio se non la vedi più"

"Ma che dici?"

"Ho detto che non devi vederla più. I do not want you to see her anymore. Così va meglio?"

"Sono affari miei, non tuoi"

"Tutto quello che accade in questa casa è affare mio. Tutto quello che decido io è giusto e va fatto senza discutere. Got it? E poi... guarda come ti sei ridotto. Sei ubriaco. Dovresti vergognarti"

"You're a fucking bastard" Patrick non ci vide più dalla rabbia. Si lanciò contro Gabriele e lo spinse contro il muro, con tutta la forza che aveva in corpo.

Gabriele sgranò gli occhi, incredulo. Ma non era spaventato. Si liberò facilmente dalla sua presa e gli intimò di non fare mai più una cosa del genere.

"Hai capito cosa ti ho detto? Mai più. Lo dico per il tuo bene"

"E tu non devi più immischiarti nei cazzi miei, altrimenti..."

"Altrimenti cosa? Mi stai minacciando? Non penserai mica io voglia portartela via, vero? Non riesci a capire che quello che faccio lo faccio per il vostro bene?"

Patrick rimase spiazzato dallo sguardo indecifrabile del fratello. C'era qualcosa che non andava, e iniziava ad avere paura.

"Non puoi farmi questo" piagnucolò quasi, sentendosi un perfetto idiota "Io... ho intenzioni serie con lei"

"Oh, per favore. Neanche la conosci. Svegliati, Paddy, non sei un bambino" Gabriele lo afferrò per la maglia e lo scaraventò contro la parete opposta. Era la prima volta che gli metteva le mani addosso, la sua violenza era sempre stata solo verbale e comunque riservata a situazioni ben più serie di una discussione.

Cosa sta succedendo?

"Sei...sei...un bastardo"

"Me l'hai già detto" 

Indispettito da quel tono di scherno più che dall'essere stato sbattuto al muro, Patrick uscì di casa gridando e prendendo a calci tutto quello che incontrò sul proprio cammino. Se fosse stato lucido si sarebbe spaventato a morte. Non si era mai comportato così, mai. La sua reazione era ancora più incredibile di quella del fratello.

Il freddo pungente della notte novembrina gli penetrò nelle ossa, facendolo sentire debole e sconfitto, ma poi gli risvegliò i sensi intorpiditi dall'alcol e scatenò in lui un gran bisogno di lasciarsi andare e sfogare in modo efficace la propria rabbia.

Si infilò in macchina e partì sgommando. La vecchia FIAT verde sbiadito non era esattamente il bolide che avrebbe voluto in quel momento, ma portarla al limite delle sue possibilità era già qualcosa e certo anche con un motore più potente non avrebbe potuto spingersi molto oltre. Le strade di campagna erano strette e irregolari, disseminate di pozzanghere. Un vento gelido e fortissimo sferzava violentemente le fronde degli alberi, quando non spezzava rami.

Patrick pensò non poteva che essere una notte terribile. Stava per accadere qualcosa di molto brutto, a Vallecchia, e quello era solo l'inizio, un presagio del finimondo in arrivo.

 La sua ira può evocare la tempesta, il suo sguardo devia ai fulmini .

Di nuovo quella voce nella sua testa. Di nuovo quella scarica di energia mista a tristezza, a un senso di mancanza. Profumo di torta di mele, e una mano che stringeva la sua.

I'm sorry. I'm so, so sorry.

Chiunque fosse, sembrava provare gusto a tormentarlo quando già aveva abbastanza gatte da pelare, un gusto quasi sadico, e voleva annientarlo perché risvegliava in lui emozioni troppo dolorose. E paura.

Quando la Voce lo stuzzicava doveva lottare con tutte le proprie forze per scacciarla, o sarebbe impazzito. In quel momento c'era solo un posto dove andare, una sola persona che potesse allontanarla.
 Sempre pestando sull'acceleratore,  svoltò bruscamente verso casa di Silvia. Un grosso albero cadde alle sue spalle, mancandolo per un pelo

***

Silvia rispose al citofono al settimo squillo

"Chi è?" domandò, la voce impastata di sonno.

"Sono Patrick. Spero di non averti disturbata, ho visto che le luci sono ancora accese e..."
"Patrick. Paddy. Tu non mi disturbi mai"

La ragazza sembrava essersi svegliata del tutto, ora. Lo accolse con un sorriso radioso.Era dimagrita, e i suoi bei capelli erano di nuovo neri e lucenti , scendevano morbidi sulla corta camicia da notte blu elettrico.

 

"Il mio Patrick"

Gli gettò le braccia al collo e lui le infilò la lingua tra le labbra, consapevole del fascino che esercitava su di lei e per niente preoccupato all'idea di farsi trascinare di nuovo in una relazione malata da cui sarebbe uscito a pezzi.  Tirò un sospiro di sollievo quando lei gli indicò la porta della sua camera da letto, con fare allusivo. Non aveva granché voglia di parlare (per dire cosa, poi? Mi sono innamorato di un'altra e Gabriele mi mette i bastoni tra le ruote? Gabriele mi ha sbattuto al muro? Gabriele pretende di decidere della mia vita sentimentale?), voleva distrarsi, sentirsi accettato, dimenticare per un po' quell'orribile serata. Tremava di freddo, e non solo perché si era scordato di prendere il giubbino o almeno un maglione.

"Ho voglia di fare sesso con te. Solo sesso, senza impegni, l'unica cosa che ci riusciva davvero bene. Ti va?"

"Non sei cambiato per niente. Sei sempre così carino, così delicato. Sì, ho voglia che tu mi scopi. Mi manca il tuo corpo"

"Io non ti manco?"

"Meno di quanto io manchi a te"

"Io non ti amo più, Silvia. Se per te è un problema, andiamo in salone, mi offri da bere e facciamo due chiacchiere"

"Sai che c'è, carotino? Tu pensi davvero quello che stai dicendo, e non so se sia un bene o un male. Ma sei così dannatamente sexy che non me ne importa niente. Sei qui da me e sei sempre bellissimo"

Patrick fece scivolare le mani sotto la camicia da notte della ragazza e gliela sfilò lentamente, sfiorandole le cosce morbide e i fianchi sinuosi. Affondò la testa tra i suoi seni sodi vibranti di eccitazione, mentre lei lo teneva per i capelli e respirava in modo sempre più concitato.
Silvia sapeva che non l'avrebbe stupita - non aveva molta fantasia in campo erotico - ma la sua quasi totale prevedibilità, che in un altro avrebbe trovato noiosa, la stuzzicava. Perché lui era passionale, energico. Andare a letto con lui era come vedere un vecchio film che conosci a memoria ma che visione dopo visione rivela nuovi dettagli, e che comunque ti fa ridere e commuovere e star bene ogni volta, aspettando con trepidazione le tue scene preferite.

Patrick la penetrò quasi con violenza, senza troppi preliminari, stringendole le natiche tra le mani forti e bollenti, insaziabile e incontenibile, e lei desiderò che i suoi gemiti divenissero rantoli, le piaceva portarlo allo stremo delle forze e vedere un velo di sofferenza in quegli occhi troppo limpidi, troppo sereni. Solo un velo, quel tanto che bastava a darle per un attimo l'illusione che stesse morendo tra le sue braccia.

"Ti amo, Paddy" Non lo pensava (o forse sì?) ma dirlo rendeva tutto più intenso, più magico. Il ragazzo la guardò confuso, poi inarcò la schiena, quasi al culmine, e lei gli affondò nel nel petto le unghie laccate di nero, lo afferrò per i capelli "Voglio che tu soffra e goda, voglio farti a pezzi e ricomporti, voglio che tu muoia e risorga ancora e ancora e ancora"

Patrick non disse nulla. Non la stava ascoltando, era concentrato sul proprio piacere e sul suo, e quando lo raggiunsero insieme (cosa mai accaduta prima di allora) scivolò fuori e si spense come un giocattolo che aveva esaurito la carica. Silvia si sdraiò accanto a lui e gli abbassò le palpebre.

"Il tuo sangue ha un buon sapore" gli sussurrò in un orecchio, dopo aver leccato i graffi che gli aveva provocato, e si accoccolò con la testa sul suo cuore, ascoltandone il battito concitato che via via si faceva più lento e regolare. 

Muori, Paddy. Su. Su. Dai. Muori...

"...muori"

Lui spalancò gli occhi, si rizzò a sedere e abbassò lo sguardo sul proprio petto squarciato e gocciolante. Urlò frasi in una lingua strana che Silvia non conosceva e strinse tra le dita la croce azzurra.

"Svegliati, Paddy, svegliati" disse la ragazza, a malincuore. Gli carezzò il viso. Per un attimo, Patrick fu sul punto di urlare di nuovo, ma poi le dita scheletriche che volevano cavargli i bulbi oculari si trasformarono in un tocco caldo e leggero, e il cappuccio nero del suo aguzzino divenne una cascata di capelli corvini.

"Io... è stata...una specie di allucinazione, credo" 

"Io però non sono un'allucinazione, sono reale"

Dormirono abbracciati per qualche ora poco prima dell'alba tornarono a fondere i loro corpi con foga. Stavolta Patrick non si fermò neanche quando i suoi polmoni iniziarono a reclamare aria. Si sentì immortale. Prima di scivolare di nuovo nel sonno, stremato ma appagato disse qualcosa che portò di nuovo Silvia a desiderare di vederlo soffrire e morire (e non soltanto per un po' e per soddisfare le sue inconfessabili fantasie sessuali).

"Mi sto innamorando di te, Gloria"

 

   
 
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