Anime & Manga > L'Attacco dei Giganti
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Autore: Giughi10    18/01/2022    0 recensioni
Mikasa fa uno strano sogno, e poco dopo scopre da Armin che Eren sembra sparito. Quando lo rivedono il castano riempie di sgomento i due amici d'infanzia.
Oneshot senza tante pretese su Attack on Titan: non più di una fantasia derivata da un evento personale.
Si sconsiglia la lettura prima di aver finito la visione della quarta stagione, per quanto gli spoiler siano praticamente nulli.
Genere: Angst, Malinconico, Triste | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna, Het | Personaggi: Armin Arlart, Eren Jaeger, Mikasa Ackerman
Note: AU, Missing Moments | Avvertimenti: nessuno
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Il prato profumava di fiori in boccio e di erba schiacciata, il vento faceva frusciare le foglie dell'albero in una canzone. Piccole gocce di sole colpivano le sue palpebre, pungendo come aghi. Si sollevò lentamente a sedere mentre lo sguardo tornava ad accogliere colori e forme. Un attimo prima si trovava su una sconfinata distesa di sabbia, i granelli morbidi e freddi che le si infilavano tra le dita dei piedi. Quando ne aveva presa una manciata tra le dita e l'aveva fatta ricadere in un rivolo era così fine da sembrare cenere. La notte stellata incubeva su di lei, insondabile e ostile nonostante i colori di cui risplendeva. Ricordò che per un lungo istante aveva temuto che potesse schiacciarla, come fa un essere umano con una formica. Il silenzio più assoluto l'aveva avvolta per tutto il tempo, un tempo che le era sembrato infinito. Si abbracciò e sistemò la sciarpa attorno al collo: era solo un sogno, non c'era motivo di avere ancora paura. Si voltò verso Eren, che invece dormiva profondamente. Tirò un sospiro di sollievo. Davvero non c'era nulla di cui preoccuparsi: gli uccelli cantavano, il sole splendeva e il ragazzo ronfava come faceva sempre nei pomeriggi come quello. Si avvicinò per svegliarlo, ma quando gli posò le dita sulla spalla sentì un terribile rombo scuotere l'aria e la terra. Il cielo si scheggiò e le crepe serpeggiarono giù, tagliando le Mura e sezionando il prato, verso di loro. Si voltò terrorizzata verso Eren ma si sentì gelare: ora era il giovane adulto che la fissava, con ferite fresche sotto gli occhi come artigliate e un'espressione distante. Mikasa si sentì cadere mentre il mondo ed Eren finivano in frantumi.
Sobbalzò violentemente sul letto, ansimando. Tremava e il cuscino era bagnato di sudore. Sasha le si avvicinò con un bicchiere d'acqua: "Ehi, ehi, stai tranquilla: è passato." La aiutò a sedersi e le tenne il bicchiere contro le labbra. Bevve a piccoli sorsi, mentre l'amica le carezzava la schiena. "È stato solo un brutto sogno, ora va tutto bene: sei con me, tranquilla." Posò piano la testa contro la sua spalla, sentendo le dita di Sasha affondare nei capelli arruffati e pettinarglieli piano. Nella penombra grigia prima dell'alba fece scivolare lo sguardo sullo stanzone che divideva con le altre ragazze del Corpo di Ricerca: i profili scuri dei letti e le piccole montagnole di lenzuola che ai alzavano e abbassavano al ritmo dei respiri profondi del sonno. Si sentiva qualche leggero russare, ormai familiare, dal fondo della camerata. Qualcuna era sveglia, ma pian piano ognuna tornò a stendersi. Arrossì appena al pensiero che poteva aver parlato ad alta voce, o addirittura gridato, nel sonno. "Prendi il mio letto: è un po' più fresco e asciutto." e le indicò di salire. "M-ma no, Sasha..." "Insisto." e l'indice picchiettò sulla scalettina: "Prova a riposare un altro po' prima della sveglia." Mikasa scivolò fuori dal proprio letto e abbracciò la ragazza, che ricambiò con delle piccole pacche sulla spalla. Si accoccolò sul letto di Sasha, ancora tiepido e sentì sotto di sé uno sbadiglio. Sorrise piano e chiuse gli occhi. L'inquietudine di quegli incubi non l'aveva ancora lasciata, ma, alla fine, erano solo incubi.

Quando uscì dal dormitorio vide avvicinarsi Armin. Salutò tranquillamente, prima di prenderla sottobraccio: "Scusate, vi rubo Mikasa prima della colazione: ho bisogno di lei per controllare delle cose." La condusse verso le stalle, deserte a quell'ora, ed entrò nel box del proprio cavallo. L'aria calma e serena svanì: "Eren non è più nel dormitorio." "Sarà andato a fare una passeggiata." "Ho una brutta sensazione a riguardo, Mikasa. Sta diventando sempre più solitario." "L-lo so, Armin, ma cosa potrebbe fare?" "Hai paura anche tu, ti è tremata la voce." Gli strinse la mano: "Ho paura, certo, però ora siamo relativamente al sicuro, no? Non gli succederà nulla, e vedrai che tornerà presto."

Non era tornato se non qualche giorno dopo, nel primo pomeriggio. Mikasa, chiamandolo, si era avvicinata di corsa verso di lui, che però le aveva rivolto solo uno sguardo apatico. Si bloccò sul posto, le lacrime agli occhi. Armin le fu subito al fianco, ponendole una mano sulla spalla in segno di conforto. "Dove sei stato? Perché non ci hai detto nulla? Eravamo preoccupati, Eren." "Se non vi ho detto nulla ci saranno dei motivi. E sono qui solo di passaggio, tra poco riparto." Mikasa prese tra le dita la manica della giacca: "Voglio venire con te." "No." Strinse la presa: "Verrò con te!" "Ho detto di no, Mikasa." Si liberò con uno strattone: "Te l'ho detto già anni fa: non ho bisogno che tu mi faccia da balia!" "Ma senza di me potresti morire e..." "Smettila! Preoccuparsi o impanicarsi è solo peggio. Lasciami in pace." Armin lo afferrò per la spalla: "Ti sembra il modo di rivolgerti a lei? Comprendiamo che hai le tue ragioni, ma siamo sempre stati insieme: cosa è successo?" "Lo stesso vale per te, Armin. Non dovete cercarmi più." Chiuse la mano sul polso del biondo e lo allontanò bruscamente. Armin strinse i pugni lungo i fianchi, le spalle contratte: "E non ci degnerai nemmeno di un perché, non è così? Come puoi essere così egoista? Non valiamo nulla per te? Dopo tutto quello che abbiamo passato insieme non meritiamo neanche una misera spiegazione?!" La sua voce piena di rabbia fece tremare Mikasa: "Armin, ti prego, non alzare la voce..." "A te sta bene che ci tratti come se non potesse riporre la minima fiducia in noi? Non ti fa imbestialire che dica di starcene buoni mentre fa i suoi soliti numeri da bastardo suicida?" "Vi chiedo solo di rispettare la mia decisione." "La tua decisione la potrei capire se mi dicessi qualcosa sui motivi, idiota!" "A-Armin, basta...." Mikasa gli aveva stretto un braccio, tremando. La vista le si era appannata per le lacrime: "S-se è questo quello che vuole Eren..." "Sei impazzita? Dovrei accettare una stronzata del genere senza replicare? Siamo suoi amici Mikasa, non meritiamo di essere trattati così!" "N-non abbiamo motivo per... Per non fidarci..." "Ma non capisci che già il fatto che non voglia parlarci è un valido motivo per non fare come vuole?" Si voltò verso Eren, avvolgendo le spalle di Mikasa con un braccio: "Ci hai sempre detto tutto, prima o poi. A volte magari ti sei tenuto dentro per qualche tempo i tuoi pensieri ma poi ci hai sempre messi al corrente. Che ti avessimo ferito in qualche modo o altro, siamo sempre stati messi al corrente. E ora, senza alcuna spiegazione, vuoi lasciarci alle spalle? Non dovremmo più ritenerti nostro amico?" Eren rispose con voce bassa e fredda: "Non ho detto questo. Semplicemente devo andare in un luogo da solo e non voglio che scateniate il panico per questo o che, ancora peggio, mi seguiate. Potete rispettare la mia decisione?" "D'accordo! Fa come vuoi! Stupido io a preoccuparmi costantemente per te perché ti voglio bene! Vattene pure a farti ammazzare per quel che mi riguarda!" Si sciolse con gentilezza dalla stretta di Mikasa e si allontanò a passo furibondo, gli occhi lucidi. La ragazza strinse la sciarpa, singhiozzando piano: "Eren... Eren, se vuoi questo, allora va bene. Lo accetto, davvero. Rispetto la tua scelta perché... Perché sei la persona più importante per me." Si passò la mano sugli occhi: "In questi giorni io ho immaginato il peggio, sai? Il solo pensiero di perderti mi distrugge. Ho creduto potessi essere arrabbiato con me, e che te ne fossi andato per colpa mia. So che ti da fastidio che io sia così, ma non posso farci niente..." Tirò piano su col naso: "Vorrei capire cosa è successo, e non sono meno arrabbiata o ferita di Armin... Però c'è poco che posso fare: non mi dirai mai nulla e non ti posso costringere. Posso solo assicurarti che io ci sarò sempre per te." Calò il silenzio, opprimente e solido come le Mura. Premette la sciarpa contro le labbra per soffocare i singhiozzi. Si voltò e andò a cercare Armin, prima di scoppiare di nuovo a piangere davanti ad Eren.

"Cosa faremo ora? Con gli altri, intendo?" Armin finì di sciacquarsi il volto, chino sul fiume: "La cosa migliore forse è non dire niente. Si allarmerebbero soltanto: cercherebbero ovunque Eren e la cosa porterebbe soltanto scompiglio. Il che è pericoloso, pensando ai Marleyani che sono qui e di cui non possiamo ancora completamente fidarci." Mikasa sentì nuovamente gli occhi pizzicare. Scivolò in ginocchio accanto a lui e si gettò sul viso un po' di acqua gelida: "È così difficile..." "Lo so, ma non possono venire a sapere di questa situazione. Al massimo devono credere che Eren sia in un momento di ribellione adolescenziale, o qualsiasi cosa Hange sostenga che Eren abbia. Insomma, devono credere che, tranne piccolezze, vada tutto bene." Si voltò verso Mikasa e la abbracciò. "Almeno per un po' dovremo fingere, e sperare che questa storia finisca presto. Così torneremo alla normalità." Si strinsero.

Mikasa si morse l'interno della guancia, mentre strofinava il viso contro il cuscino: durante il giorno si teneva il più possibile impegnata con le varie mansioni e l'allenamento. Mentire le risultava quasi facile: Levi ed Hange non avevano sospettato nulla al di là di un po' inquietudine per i tanti cambiamenti degli ultimi tempi, e gli altri si fidavano delle parole sue e di Armin. Così le giornate potevano anche passare senza che il pensiero corresse continuamente a quel vuoto che sentiva dentro. Ma la notte ne era totalmente vittima. Quando ormai tutte dormivano si ritrovava a rigirarsi continuamente nel letto, rimuginando senza sosta su quanto accaduto. I dubbi e le paure la assalivano e nella sua testa si ammassavano immagini di un futuro senza Eren, grigie e solitarie. Alla fine si imponeva di respirare profondamente, e nella testa contava il numero di inspirazioni ed espirazioni. Era l'unico modo per potersi calmare e scivolare lentamente nel sonno. La lenta monotonia dei numeri sarebbe stata sostituita dall'oblio del sonno, dal torpore dell'alba, dallo sforzo di dirsi "ancora un giorno senza di te".

   
 
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