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Autore: Liza Inverse    04/04/2022    1 recensioni
"Note: gli errori grammaticali nei dialoghi sono intenzionali"
Juno ha vissuto tutta la vita sotto l'egida di una nonna fortemente rigida e matriarcale che ha creduto per lungo tempo essere l'angelo del focolare.
Con la morte di questa, quando lei ha quindici anni, sua madre decide di abbandonare il marito, esasperata dalla distanza di quest'ultimo dalla situazione familiare.
Da Seattle alla Florida, la ragazzina si trova catapultata a vivere a casa del fratellastro della madre, del quale era sempre stata tenuta all'oscuro.
Oltre a dover iniziare una nuova vita in una nuova scuola, Juno dovrà anche confrontarsi e convivere con quello che non sa essere suo cugino: un ragazzo di sette anni più grande di lei, solitario e studioso, che affibbierà alla ragazza il soprannome di "fangirl" a causa della sua fissa verso un gruppo rock.
© PATAMU
Genere: Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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*NB: EFP non mi permette di scrivere senza corsivo! Le frasi in GRASSETTO sono i pensieri!

La ragazza entrò in cucina senza guardare in faccia nessuno, la testa china su un telefono di vecchia generazione, forse di seconda mano e digitava freneticamente con entrambi i pollici.
L’andatura incerta era di una ragazzina che si atteggiava già da adulta.
L’abbigliamento risaltava il corpo già sviluppato: il maglione aderente copriva un seno sporgente delineando un punto vita stretto, mentre le gambe tornite erano fasciate dai jeans sbiaditi. Il volto era nascosto da una chioma di capelli lisci e… rosa.

Un brivido di panico e oppressione mi percorse le braccia: quel look mi era fin troppo familiare.

E quella era mia…
Cugina? La dovevo ritenere tale, la figlia della sorellastra di mio padre?

Da sempre ne conoscevo la storia, ma di recente papà ne aveva parlato con sempre più frequenza.
Erano solo mezzi fratelli e non si vedevano da anni, ma mio padre era venuto a sapere della situazione familiare di lei e l’aveva convinta a stare da noi.

Quella donna dai capelli color paglia e poco curati, ora stava in piedi di fronte a mia madre, le mani strette ai gomiti e il viso contrito. Girava lo sguardo seguendo la figlia che si aggirava senza sosta tra le credenze in noce della nostra cucina, mentre la ragazzina si muoveva velocemente e a scatti: apriva stipiti, si chinava, mormorava fra sé e sé, poi si rialzava e tentava di guardarsi intorno evitando accuratamente lo sguardo di noi tre.
Si chinò di nuovo su un altro stipetto: quello degli stracci. Mormorò frasi poco educate. Sua madre scattò e chinandosi le prese il gomito, forzandola in piedi.
“Signorina! Cos’è questo atteggiamento? Siamo arrivati da mezz’ora, stai chiusa in macchina, poi in camera e quando ti fai vedere in cucina non guardi in faccia nessuno? Non ti presenti?”
La figlia alzò la testa per la prima volta, stringendo l’aggeggio consunto che probabilmente lei chiamava telefonino e scrutò la stanza con occhi verdi e acuti che mi ricordarono l’espressione accigliata di mio nonno nelle poche foto che aveva mio padre.
Malgrado il suo aspetto mi avesse urtato, era evidente che si sentisse un pesce fuor d’acqua e malcelasse il suo disagio per il posto nuovo.
Le iridi si mossero freneticamente, lanciando occhiate sfuggenti e sprezzanti verso ogni angolo dell’ambiente.
Già conoscevo il suo volto: il viso a cuore, le labbra piene sovrastate da un naso leggermente a patata. Ma nelle foto che ci erano arrivate, era meno espressiva e gli occhi mostravano un’intensa noia.
In quel momento invece, ebbi la certezza che la ragazzina era una dalla risposta facile e dal carattere indisciplinato.

Si liberò dalla genitrice con uno strattone.
“Lasciami stare!” Ordinò seccata alla donna prima di uscire a gamba tesa dalla cucina.

Una volta fuori, sua madre, Sharon, ci lanciò uno sguardo contrito.
“Mi dispiace che si comporti così. Credo sia molto arrabbiata.” Si morse il labbro inferiore sospirando.
Molto arrabbiata? Direi furibonda.’ Avrei voluto sapere come aveva fatto a portarla fino in Florida da Seattle senza un sedativo da elefanti e delle catene.
Mia madre le passò una mano sul braccio, sfregandoglielo. Poi andò verso il frigorifero e prese la bottiglia d’acqua, offrendole da bere.
“Non ti preoccupare, Sharon. In pochi giorni ha cambiato Stato, si è fatta miglia di strada, e credo che sappia anche lei che dovrà adattarsi a una nuova vita.”
E lei non è l’unica.’ Avrei aggiunto. Trovarmi una ragazzina tra capo e collo nel giro di un week-end, non era quello che mi aspettavo né desideravo dalla vita.
Sharon prese il bicchiere dalle mani di mia madre chinando un pò la testa e rivelando un’ombra di sorriso di gratitudine per il gesto.
“Sì, può essere. Ma in tutto questo tempo da sole in viaggio non ho nemmeno trovato il coraggio di dirle che non voglio più stare con Adam, suo padre.”
Mamma le pose una mano sulla spalla sorridendo per tranquillizzarla. Era più alta di Sharon di quasi tutta la testa.
“Ha poco meno di sedici anni, no? Un po’ di ribellione è normale. Le abbiamo dato la stanza da sola, tra qualche giorno Juno si convincerà che non può fare i capricci per sempre.”
Mi lanciò uno sguardo d’intesa, prima di riprendere a parlare.
“Può essere che con un aiuto, magari…”
Scesi dal tavolo dov’ero rimasto seduto fino a quel momento, afferrando il pacchetto di cracker che avevo tenuto accanto a me. Me ne infilai uno in bocca scuotendo la testa, fissando gli occhi supplichevoli castani di mia madre.
“Ah, no! Non guardare me!” risposi deglutendo.
Lei si avvicinò a me a mani giunte.
“Ma tu potresti-
Alzai il braccio puntando all’uscita della cucina.
“No! Non ho intenzione di farlo!” risposi a voce bassa ma decisa.
Si voltò verso Sharon che ci osservava con una smorfia sconsolata, poi di nuovo verso di me, indicando anche lei l’uscio.
“Ma hai visto anche tu!” Supplicò sottovoce.
Sbuffai e mi allontanai da lei, andandomi a mettere dall’altra parte della cucina, appoggiato al ripiano.
“Appunto, ho visto e la mia risposta è definitivamente no! È letteralmente una fangirl! E ha quindici anni!”
La mamma prese una profonda boccata.
“Allora io-
Puntai il dito verso di lei per redarguirla.
“Tu no, mamma!” Le comandai, fermo. La ragazzina non doveva farsi i fatti miei. Convivenza e niente di più. Anche se già quella mi sembrava una parola complicata, figuriamoci metterla in atto.

Uscii dalla cucina e studiai la piccola ribelle mentre saliva gli ultimi gradini. Non poteva essere così lenta a fare le scale, a meno che non avesse origliato.
Mentre risaliva immaginai come avrebbe rifinito la camera degli ospiti: poster, musica, zero libri e solo quel cellulare di seconda mano come compagnia. Mia madre l’aveva dotata di stereo e se ero stato abbastanza sfortunato, avrebbe messo su quella musica giorno e notte e io non avrei più potuto comporre e studiare in pace.
“Senti…” La chiamai dal basso della scala.
Lei si bloccò alla fine della scalinata voltando appena la testa, il volto coperto dalla tenda di capelli rosa.
“Sono io che ti devo accompagnare a scuola. Lunedì cominci. Tua madre mi ha dato la delega per iscriverti.” Le spiegai di fretta.
Scosse il capo allargando le braccia e girando su se stessa, con faccia disgustata.
“Già, accompagnare. Perché in mezzo a questa foresta tropicale non c’è modo di prendere un autobus e andarci da sola. Nemmeno qui!” sottolineò risentita.
“A dire la verità sono alberi di arancio. - la corressi - E tua madre si vuole assicurare che tu non faccia sciocchezze.”
Si immobilizzò di nuovo, con i pugni stretti e le braccia rigide lungo i fianchi e lo sguardo tagliente su di me.

Quelle iridi verdi striate mi catapultarono indietro di quindici anni, nel momento in cui altri due occhi color ambra si erano appoggiati su di me ed ebbi la sensazione che la mia vita sarebbe cambiata per sempre.
Ma il rumore del suo piede che colpiva il parquet mi riportò velocemente nella grande sala, ne seguirono altri accompagnati da diverse parolacce mentre si dirigeva verso la camera che le aveva gentilmente assegnato la mamma.

Rientrai in cucina mentre mia madre spiegava a Sharon che poteva riposarsi fino a ora di cena e che papà sarebbe rientrato tardi.
La donna, sfregandosi gli occhi cerchiati di scuro, si diresse al piano superiore.
Appena fummo soli, mia madre si avvicinò di nuovo, allungò la mano verso il mio braccio e lo strinse con tutta la forza che aveva.
“Hai visto?” Mormorò eccitata. Si morse il labbro inferiore.
Io scossi la testa e appoggiai la mia mano sulla sua.
“Sì, mamma, ho visto.” Ed ero già angosciato. Stavo per farle il mio discorso sul fatto che doveva stare zitta a costo della vita stessa, quando sbottò.
“Il telefono.” Gli occhi castani allargati quasi fino a uscire dalle orbite.
“Il… Telefono?” Ripetei. Credevo volesse parlare del suo abbigliamento e del suo fanatismo, e invece se ne saltò fuori col telefono.
Annuì con convinzione.
“Non credi che una ragazzina della sua età debba avere qualcosa di meglio? E poi, anche il computer! Ha quelle cose appese al collo…” Mentre enumerava ogni attrezzo che c’era o non c’era addosso alla ragazza, contava sulle dita, sempre più
renetica.
“Mamma, non vorrai dire che vuoi comprarle tutte quelle cose?”
Mi lasciò il braccio, prendendo un po’ di distanza.
“Non io, tu!”
Aprii la bocca, stupito, ma non mi uscì nessun suono. Mi passai la mano tra i capelli, riflettendo.
Certo, papà aveva detto che erano praticamente sul lastrico, e chissà come si era procurata quel pezzo di antiquariato, ora che la Apple aveva lanciato sul mercato tutti quegli IPhone che stavano soppiantando i vecchi cellulari. Computer? Anche se ne avesse avuto uno, l’aveva lasciato a casa, visto che praticamente la madre era fuggita da Seattle e aveva telefonato a papà che era già a metà strada.
E proprio la mattina successiva a quella telefonata mi ero ritrovato un divano color panna galleggiare davanti alla porta di camera, sorretto da due tizi in tuta verde, che si dirigevano nella stanza che ora era di mia cugina.
Mia madre continuò a fissarmi, entusiasta, mentre ancora pensavo al senso di disagio che avevo avuto al pensiero di avere una femmina per casa.
Ma ormai lei era lì e a mia madre erano brillati gli occhi quando l’aveva vista entrare, mentre un senso di ineguatezza oscurava la mia mente. L’avrebbe viziata, coccolata, adorata.
Sapevo che non sarei mai passato in secondo piano, ma lei aveva sempre desiderato una figlia.
Sbuffai.
“Cosa vuoi che faccio?” Replicai rassegnato.

A cena mia madre apparecchiò il tavolo tondo della cucina per quattro, ma Sharon si presentò sola, palesando di nuovo un forte imbarazzo per il comportamento della figlia.
“Non vuole scendere. Scusatemi, non è educato, lo so.” Afferrò lo schienale della sedia trascinandola a sé prima di sedersi a tavola.
“Vi ringrazio di averci ospitate.” Aggiunse.
Mia madre allungò la mano verso la sua.
“Questo è il minimo Sharon”. Le sorrise.
La donna sospirò portandosi gli indici alle tempie e chiudendo gli occhi.
“Con mia madre era tutto più semplice. - mormorò - Lei si occupava di molte cose. Anche di Juno. Da quando è morta, Adam non mi parlava nemmeno più. Litigavamo e basta. Sono felice che David mi abbia contattata e mi abbia convinta a venire qui. Mi sentivo sola. Posso immaginare che anche per Juno fosse così, forse è per questo che si rifiuta di mangiare.”
La mamma le diede una pacca leggera sulla mano, sorridendo.
“Quando avrà fame, scenderà a mangiare!” La rassicurò.

Niente di più vero.

Era passata la mezzanotte ed ero intento a suonare il pianoforte. Solo la luna che arrivava dalla grande finestra che dava sul giardino illuminava la sala al piano terra, ma fu abbastanza perché notassi con la coda dell’occhio un'ombra che sgattaiolava in cucina.
Allora anche la ragazza aveva un limite di testardaggine. Avrei dovuto ricordarmene quando, senza dubbio, avremmo avuto dei contrasti.
Silenziosamente mi alzai e mi recai davanti all’uscio. Non aveva nemmeno acceso la luce ed era così intenta nella sua ricerca che non si era nemmeno accorta che la musica si era fermata.
Mi appoggiai a braccia conserte allo stipite mentre lei apriva e chiudeva nervosamente i cassetti e le dispense, come aveva fatto nel pomeriggio.
Per qualche misterioso motivo, evitava accuratamente il frigorifero, come se non conoscesse l’elettrodomestico.
Allungai la mano trovando l’interruttore della luce.
Il lampadario illuminò la sua schiena e le gambe.
“Fame?” domandai.
Nell’alzarsi la sua testa emise un tonfo sordo all’interno della dispensa, poi ne uscì col busto sfregandosi la nuca e mi rivolse uno sguardo da animale braccato.

  
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