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Autore: ntnmeraviglia    07/04/2022    0 recensioni
La oneshot è ispirata al noto serial killer Jeffrey Dahmer, di cui sono presenti diversi accenni biografici.
Mi sono chiesta cosa sarebbe accaduto se, in gioventù, avesse avuto qualcuno al suo fianco ad acquietare i suoi tormenti interiori. Può qualcuno come lui essere fermato prima che il male gli si insinui nelle viscere?
Genere: Malinconico, Suspence | Stato: completa
Tipo di coppia: Slash
Note: Lime, What if? | Avvertimenti: nessuno
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Revere High School, Bath, Ohio, 1978.

« Di nuovo la stessa storia? Sul serio? »

Il giovanotto dalle splendenti iridi smeraldine si soffermò nuovamente ad osservare la scena ridicola che, ormai dall'intero anno scolastico, si ripeteva sistematicamente ogni giorno: e menomale che si era trasferito solo quell'anno!
Enea aveva messo piede negli Stati Uniti da poco, abbandonando la sua bella quanto povera Italia per poter vivere, assieme alla sua famiglia, il sogno americano; suo padre, originario di quelle terre così lontane, gli aveva spesso parlato di quanto sentisse la mancanza del grande continente. Se avesse saputo che erano tutti così svitati, gli americani, sarebbe rimasto volentieri assieme ai suoi italici concittadini.

« Non puoi negare che sia divertente. »

Ecco, andava sempre così: tutti ridevano; dagli individui meno pensanti – come gli scimmioni della squadra di football, ad esempio – ai più svegli: anche gli amici di cui era riuscito a circondarsi, erano caduti in quella trappola demenziale.
Non che avesse mai avuto problemi, Enea, a crearsi delle comitive; tuttavia, era solito selezionare persone di un certo livello, poiché i suoi standard erano decisamente alti.
Un po' troppo, forse; qualcuno avrebbe potuto pensare che fosse spocchioso...

« No, non è divertente, è solo cringey. » la cosa lo faceva arrabbiare. Quelle erano solo delle stupide interruzioni alla normale giornata scolastica; ora addirittura in mensa! Voleva solo godersi il suo pranzo in pace, senza dover essere costretto a vedere un finto ritardato sul pavimento. « Guardate là. John Backderf e la sua combriccola di ritardati... come se la ridono, gli idioti. Ci sono sicuramente loro dietro questa sceneggiata. Non posso più sopportarlo. »

Non aveva peli sulla lingua, non ne aveva mai avuti. Era in grado di dire sempre, a chiunque, quello che pensava; non importava quanto offensivo o, come in quel caso, sconveniente per gli altri fosse.

« Adesso basta! Per l'amor del cielo, tu, ce l'hai un po' di rispetto per te stesso?! Alzati in piedi! » si rivolse, sprezzante, al giovane occhialuto che stava "deliziando" tutti i presenti col suo show da due soldi; poi, Enea si diresse tuonante verso coloro che riteneva essere i responsabili. « Ti diverti, eh, John? »

« Qual è il tuo problema? »

« È molto divertente dire ad un ragazzo senza amici di fare il buffone per tutta la scuola e rendersi ridicolo. Davvero, uno spasso, mi sto pisciando addosso dal ridere. Siete solo una manica di coglioni, tu e i tuoi amici. Vi sono appena spuntati i peli sulle palle e credete di essere i più fighi della scuola... ma non ti vergogni? Cos'è, lo paghi per fare il demente? Tutto solo per il tuo compiacimento personale? Beh, allora se pensi che faccia tanto ridere, fallo tu. Dai, buttati a terra a fare gli spasmi. Forza, fallo! Pensi sia divertente, no? » 

Incattivito oltremodo, il corvino dai tratti fanciulleschi spinse il suo poco estimato compagno verso il centro della mensa, piombata in un silenzio preoccupante mentre i presenti aguzzavano le orecchie: per nulla al mondo si sarebbero persi una semi-rissa verbale al centro della scuola.

« Abbiamo un nuovo giullare, ragazzi! John Backderf pensa che tutto questo sia molto divertente, quindi da oggi prenderà il posto di... scusa, com'è che ti chiami? »

« ... Jeffrey Dahmer. » quasi impressionato del fatto che qualcuno lo stesse difendendo così a spada tratta e che, addirittura, gli avesse rivolto la parola, il biondino appena interpellato rispose con un filo di voce appena percettibile.

« Sì, lui! Divertitevi pure, John è tutto vostro. »

John avrebbe voluto sotterrarsi: quel coglione era davvero isterico!
E tutto quello, per cosa? Per difendere Dahmer?!

« Andiamocene, dai. »

Colmo d'orgoglio e soddisfazione, Enea abbandonò la mensa, portando con sé lo sfigato per eccellenza. Non avevano mai avuto a che fare: il nuovo arrivato lo conosceva soltanto per le sue performance; non aveva idea di che tipo fosse. Non uno di molte parole, gli parve. Lo seguì silenziosamente senza nemmeno avere il coraggio di alzare lo sguardo.

« Si può sapere perché lo fai? » ovviamente, fu il corvino quello dei due a rompere il ghiaccio. « Pensi davvero sia fico? »

« No... cioè, forse sì. Almeno tutti ridono. »

« Tu sei contento che la gente rida di te? »

« Non ride di me! Ride con me. »

« No, Jeffrey... John e i suoi amici stronzi ti fanno fare il clown per prenderti per il culo. Come quello del McDonald's. Tu vuoi essere come Ronald McDonald? »

« Non sono Ronald McDonald! Loro sono miei amici... »

« Non sono tuoi amici, Cristo santo... sai cos'è un amico? Non uno che ti prende in giro per tutta la scuola. Povera anima... » gli faceva sinceramente molta tenerezza. Per lui era così facile avere degli amici e rapportarsi agli altri, che sentire di una persona così in difficoltà a relazionarsi gli strinse il cuore. « Ascolta, vuoi un amico? Io lo sono. »

« Tu sei mio amico...? »

« Da adesso sì, e proprio in quanto tale ti proibisco di fare di nuovo il ritardato. »

« Ma... così tornerò nell'ombra... »

« Meglio stare nell'ombra che far accapponare la pelle alle persone dall'imbarazzo. Dico sul serio, era straziante... ma non importa. Da oggi in poi, mi prenderò cura di te. Sarai... il mio amico introverso. Ogni persona estroversa come me ne ha uno! »

Se fino ad allora aveva tenuto un'espressione tenebrosa, ora Jeff sembrava aver riacquistato lucentezza nello sguardo. La sua figura era sempre accompagnata da un'aura grigiastra, triste, amareggiata; come se un grosso nuvolone grigio lo perseguitasse quotidianamente.
Ora, in qualche modo, vedeva un piccolo spiraglio luminoso oltre quella nuvola.

« Va bene... amico. »

« Facciamo così, domani andiamo a scuola insieme. »

« Oh... d'accordo. Prendi il mio stesso autobus? »

« Autobus? Vorrai scherzare. Quel posto che puzza di testosterone e sudore? Non ci metterei piede nemmeno per tutto l'oro del mondo. Andiamo in bicicletta! Sai, i miei mi hanno regalato una bici nuova al mio ultimo compleanno... e, indovina un po'? Ha due sedili! Posso portarti io. »

« Wow... » i suoi genitori gli avevano davvero fatto un regalo? Strabuzzò gli occhi, Jeff, intontito da quella notizia. « I tuoi ti hanno fatto davvero un regalo così? »

« Ma certo! Ti sembra così strano? »

« Non ricordo l'ultima volta che i miei mi abbiano regalato qualcosa. »

Ancora una volta, Enea si ritrovò ad assumere un'espressione intenerita. Quindi aveva davanti un individuo senza amici e senza l'amore della sua famiglia?

« Gioia, non fare quel faccino imbronciato. Vedrai che ora tutto andrà meglio. »

Bastò quel sorriso affabile e stranamente sincero a scacciare via il malumore dalla conversazione: Jeffrey ebbe la sensazione di perdere un paio di battiti, quando, per la prima volta, si rese conto di quanto ammaliante era il verde brillante degli occhi altrui.

« Non... non mi hai ancora detto come ti chiami. »

« To', che coglione... visto? Anch'io a volte sono un idiota. Sono Enea, comunque. »

« Enea...? »

« Già, è strano... non sono americano, lo sapevi? O meglio, lo sono per metà... ma sono nato in Italia, mia mamma è di Prato. Sai dov'è? »

« A dirla tutta, no... non sono mai stato all'estero. Oltre l'Ohio, sono stato solo nel Wisconsin. Sono nato a Milwaukee. »

« Prima o poi ti farò vedere delle foto di quando ero in Italia, è un posto davvero magnifico. »

« Eppure parli così bene l'inglese... »

« Sono bilingue, ho imparato sia l'inglese che l'italiano fin da piccolo! Vuoi che ti dica qualcosa in italiano? »

« Certo, sarebbe fico. »

Ci pensò intensamente, l'italico: sicuramente, data la sua spiccata verve comica, non avrebbe mai potuto dire nulla di sobrio.

« "Maremma maiala lupente rozza sbudellata fatta male in viso e in horpo". »

Ovviamente, aveva scelto un'imprecazione nel proprio dialetto.
Un classico.

« Wow! Ma che significa? »

« Che hai proprio degli occhiali fichissimi e che sei molto simpatico! Ora devo andare, ho da seguire storia. Domani sii puntuale, ti voglio in piedi alle sette in punto. »

Non gli diede occasione di replica, Enea: semplicemente, si stampò in viso un sorriso gioioso, prima di dirigersi al proprio armadietto poco distante da lì, recuperare i libri necessari alla barbosa lezione e sgattaiolare in classe — magari nel tentativo di accaparrarsi uno degli ultimi posti.
Jeff rimase intontito nel bel mezzo del corridoio per qualche minuto: il suo cuore sembrò accelerare di palpitazione, ed il respiro gli diventò irregolare: era la prima volta che qualcuno era così gentile con lui.
Se lo stava davvero meritando? Non lo stava prendendo in giro? Ancora non lo sapeva. Ma la sola sensazione di sentirsi voluto bene, per una volta, lo riempì di vita.

————

« Jeff... alzati, c'è un tizio che ti chiama come un ossesso fuori al cancello. Ma chi diavolo è? »

Lionel Dahmer irruppe con poco garbo nella stanza di suo figlio ancora dormiente, avvertendolo dello strano individuo a cavallo di una bici che lo richiamava a gran voce, e che ripetutamente aveva tintinnato il fastidioso campanello a mo' di clacson.
Jeffrey riprese conoscenza, stropicciò gli occhi e infilò gli occhiali, dando uno sguardo all'orologio a cucù appeso sul muro ingiallito di camera sua.
7:08 del mattino.
Merda.
Di fretta e furia, si scrollò le coperte di dosso, affacciandosi alla finestra della sua disordinata stanza.

« Ehi... buongiorno! »

« "Ehi, buongiorno" un bel cazzo! Ma che diavolo, ti avevo detto di farti trovare pronto e scattante per le sette! » gridò, Enea, incurante del vicinato possibilmente ancora in visita a Morfeo. « Ma insomma, così faremo tardi! Non ti sei appena alzato, vero?! »

« No...! Certo che no. Dammi dieci minuti e arrivo. »

In dieci minuti non sarebbe mai riuscito a fare una doccia, fare colazione, allacciare le scarpe, pulire gli occhiali, preparare lo zaino... ma doveva fare un miracolo. E mentre Dahmer junior provava a diventare Gesù Cristo, il senior non poté far a meno di uscire in cortile, per scambiare quattro parole col ragazzetto in  attesa.

« Chiedo scusa... lei è sicuro che sia l'indirizzo giusto, questo? Credo sinceramente che abbia sbagliato. »

« Beh, è quello che mi ha dato suo figlio... signor Dahmer, immagino...? Se non fosse quello giusto, ci sarebbe da preoccuparsi per la memoria del suo pargolo. »

« Lei sta cercando Jeffrey...? »

« Mi sembra incredulo a riguardo. Porto Jeff a scuola, oggi... veda di non strabuzzare troppo gli occhi, coraggio! Mi chiamo Enea. »

Tese la mano all'uomo occhialuto che aveva di fronte, il nativo italiano, aspettando ch'egli la stringesse, sorridendo raggiante come suo solito.
Lo fece, ovviamente, Lionel; non era un uomo maleducato, del resto.
Ma incredulo decisamente sì, in quel momento.

« Io... rientro un attimo, per sollecitare Jeff. »

Non era abituato a credere che il suo primo figlio potesse avere un amico tanto stretto, che addirittura gli facesse da autista; avrebbe chiesto a lui stesso dei chiarimenti.

« Figliolo, quello lì è un tuo amico...? »

« Sì, papà. Si chiama Enea, è italiano. » specificò, il biondino, mentre infilava frettolosamente i libri all'interno della propria cartella. 

« Oh... è fantastico. È del club di tennis? »

« No, papà... te l'ho già detto, la stagione di tennis è finita da un pezzo. » ancora una volta, Jeff si ritrovava a ripetere qualcosa di già specificato al suo algido padre, che non sembrava mai avere il tempo necessario per starlo ad ascoltare.

« Ah, giusto, giusto... »

« Ti sembra così strano che io abbia degli amici? »

« No, no, certo che no! Anzi, sono contento... il tuo nuovo amico sembra anche in gamba. »

« Lo è. Mi ha insegnato una frase in italiano: maremma maiala, o qualcosa del genere... significa che ho dei begli occhiali. Ora devo scappare. »

« Aspetta! Non fai colazione? »

« Scusa, non ho tempo. »

Riuscì appena in tempo ad afferrare una mela, Jeff, prima di potersi dirigere a passo svelto verso il suo compagno di scuola; non prima di aver dato un fugace saluto a suo padre, l'unico già in piedi della famiglia. 
Il suo fratellino, David, era sicuramente ancora in preda al sonno – essendo più piccolo, aveva orari scolastici meno ferrei e più tardi: poteva permettersi di dormire un po' in più! – mentre, sua madre... beh, Joyce Dahmer non si sarebbe alzata prima di mezzogiorno.
Non dopo tutti gli antidepressivi assunti durante la notte.

« Devi scusarmi il ritardo. »

« Per stavolta ti perdono... ma le prossime volte non la passerai liscia! »

« Prossime volte...? »

« Ehi, pensi davvero che ti lascerei prendere ancora l'autobus? Tsk, per chi mi hai preso... ovvio che ti verrò a prendere ogni giorno. »

Gli occhi azzurri di Jeff parvero scintillare. Cosa aveva fatto per meritare tanta gentilezza? 
Così disabituato ad un atteggiamento simile nei propri riguardi, che non seppe neppure cosa rispondere.

« Dai, salta su. Dobbiamo pedalare veloci, se vogliamo arrivare in tempo. Buona giornata, signor Dahmer! »

Come se fossero già in confidenza, Enea salutò con la mano l'uomo soffermatosi all'uscio della porta, reggente con una mano una tazza fumante di caffè; quella libera, invece, la impiegò per ricambiare appena quel saluto, ancora incerto di come le cose fossero così repentinamente cambiate da un giorno all'altro.
Poi, partirono. Pedalare non era poi così faticoso, per Jeff, se messo a confronto con la compagnia. Enea era un po' logorroico, certo, ma riusciva a non farlo sentire solo nemmeno per un minuto.
E non c'era altro che lui desiderasse. Quel ragazzo dai modi eccentrici e la lingua ciarliera era stata una manna dal cielo, e non aveva mai smesso di stargli vicino; per intere ore, giorni, mesi.
Erano stati assieme per gran parte del loro tempo, e avevano trascorso momenti indimenticabili: al lago, al cinema, alla sala giochi, al luna park. Avevano studiato assieme, avevano pedalato assieme; così tanto da avere le vesciche sotto ai piedi.
Di giorno in giorno, Jeff scopriva qualcosa di nuovo su di lui; ed egli, a sua volta, confidava ciò che non aveva mai avuto il coraggio di dire a nessuno... tranne una cosa. Su un solo argomento, Jeffrey non era mai riuscito ad aprirsi totalmente con Enea: la sua omosessualità.
Aveva intuito che il suo migliore amico avesse lo stesso "problema", ma, a dirla tutta, era comunque preoccupato; e questo perché ciò che il biondino cominciava a provare non era più solo una semplice amicizia.
Gli piaceva. Gli piaceva così tanto che avrebbe voluto tenerlo con sé per sempre. Nessuno era mai stato in grado di farlo sentire vivo, valido, gioioso, come lui aveva fatto; cominciava davvero a faticare nel dover reprimere tutte le pulsioni erotiche che provava ogni volta che Enea gli stava vicino – cioè la stragrande maggioranza della giornata –.
Ma sapeva benissimo di non essere ricambiato. Lo sguardo smeraldino del suo coetaneo lo diceva chiaramente, e vedeva null'altro che fratellanza, in quegli occhi. Non amore. Non desiderio sessuale. 
E nonostante la cosa lo distruggesse, voleva rispettarlo. Preferiva rispettare il suo rifiuto e tenersi per sé quella sofferenza, piuttosto che rischiare di perderlo.
No, non poteva. Non avrebbe potuto continuare a vivere, se Enea l'avesse abbandonato.

————

"Sei solo uno stronzo, maledetto il giorno in cui ti ho sposato."

"Basta, ho chiuso con questo matrimonio! Se non la smetti di sperperare i miei soldi, giuro che me ne vado oggi stesso!"

"Oh, sì, ottima idea! Perché non vai un po' a farti fottere? I soldi sono fatti per essere spesi!"

"I soldi sono per il collage di Jeff e Dave, puttana egoista! Jeffrey, va' ad aprire la maledetta porta!"

Enea sospirò. Era abituato ad ascoltare questi sgradevoli sottofondi, ogni qualvolta andasse a casa di Jeff. Riusciva ugualmente a sentirli, anche se era rimasto all'esterno dell'uscio di casa, aspettando diversi minuti che qualcuno fosse così gentile da aprire la porta.
Quel qualcuno arrivò.

« Oh, sei tu... scusa per—... »

« Sai che non devi scusarti, Jeff. Non con me. » provò a rassicurarlo, il corvino, dedicandogli un premuroso sorriso. « Dai, va' a prendere Dave. Ho delle sorprese per voi. »

Attonito e con le sopracciglia inarcate dalla perplessità, Jeffrey andò a prelevare suo fratello David da camera sua. Non era il fatto che Enea avesse chiesto di lui, a suonargli strano: del resto, sapeva bene che, dopo tutte le volte che era stato a casa propria, i due avessero a loro volta legato.
Più che altro... sorprese per loro? Era stato quello, a confondergli le idee.
Ma ben presto i suoi dubbi vennero chiariti, nel momento in cui il giovanotto dai foschi crini portò i due Dahmer sul retro, in giardino.

« Giuro, non sono qui per abusare di voi... vi ho solo preso dei regali. Tra poco è Natale, no? »

Enea sapeva fin troppo bene che Joyce e Lionel non erano esattamente i tipi di genitori da regali di Natale: ecco perché lui stesso ci aveva pensato.
Se i loro genitori non erano in grado di farlo, allora sarebbe stato lui a prendersi cura di quelle due povere anime smarrite.

« Dunque, Dave, cominciamo da te. Ti ho preso qualcosa di così fico che... mio Dio, i tuoi amichetti ti invidieranno per i prossimi dieci anni. Su, apri. »

David scartocciò timidamente l'enorme pacco che il suo Babbo Natale personale gli aveva portato, e quando rimosse totalmente la carta regalo, rimase a bocca aperta.

« Ma questa è la pista delle macchinine che volevo! » non telecomandata, ovviamente; quella era roba fin troppo futuristica, per i tempi... « Enea, ma è bellissima, non posso crederci! Grazie! »

« Ah, non devi ringraziarmi, scricciolo. » andò a scompigliargli appena i capelli dalle tonalità scure di biondo, il maggiore, ricevendo di contraccambio un abbraccio da quel piccoletto, che sembrava davvero esserglisi affezionato.

« Dai, andiamo a montarla! »

« Signorsì! »

Euforico e sprizzante di gioia da ogni poro, Dave sfrecciò verso casa; Enea, dal canto suo, stava per seguirlo come da sua richiesta... ma qualcosa lo bloccò per il polso.
O meglio, qualcuno.

« No... ti prego, non te ne andare. »

La sindrome dell'abbandono di Jeff cominciava a farsi sentire, ma il suo migliore amico era lì proprio per prendersi cura delle sue debolezze.
Non l'avrebbe mai giudicato per quello.

« Dì la verità, vuoi anche tu il tuo regalo! Certo che sei proprio uno stronzo impaziente, te l'avrei dato dopo aver montato la pista di Dave! Che viziato, vabbè... » provò ad ironizzare sulla cosa, Enea, prima di porgere al coetaneo un ulteriore pacchetto, seppur più piccolo di quello spettato a suo fratello. « Buon Natale in anticipo, Jeff. »

Con le mani quasi tremanti, l'occhialuto strappò via la carta che avvolgeva quell'ignoto oggetto, scoprendo poi dopo qualche istante di cosa si trattasse davvero.

« Un album...? »

« Mh-mh. Aprilo. »

Fece come richiesto: sfogliando quelle pagine, notò solo delle polaroid. Una serie di foto incorniciate, raffiguranti loro due. Loro due durante ogni loro – dis – avventura, con tanto di data apportata in basso.
Effettivamente, Enea aveva sempre scattato foto, ogni qualvolta trascorressero del tempo assieme... ma non avrebbe mai creduto che stesse preparando una sorpresa del genere.

« Ma cosa significa...? »

« È per non lasciarti mai solo. Quando non potrò essere con te e ti capiterà di sentirti perso, o a pezzi... guarda queste foto. E ricordati che, qualunque cosa accadrà, io non ti abbandonerò mai. »

Mancò poco che quel fastidioso nodo alla gola creatoglisi, lo costringesse a scoppiare in lacrime proprio davanti a lui.
Jeff non volle essere così patetico, ma non seppe nemmeno come esprimere a parole la propria gratitudine; quindi, optò per la cosa più semplice e genuina che potesse farlo: lo abbracciò.
Ma non come aveva fatto Dave... un abbraccio carnale, viscerale, affinché il proprio cuore si fondesse al suo.

« Grazie... »

« Ti voglio bene, Jeff. »

Mormorò, Enea, e Jeff non seppe esattamente se esserne contento oppure no.
Avrebbe preferito altro, come un "ti amo", magari. Ma forse, in quel momento, andava bene così.

« E poi... ho anche un altro regalo! »

Fu solo allora che i due sciolsero quel contatto: Jeffrey, decisamente confuso, osservò il volto raggiante del suo interlocutore.

« Ovvero? »

« Tra poco c'è il ballo di fine anno... ora andiamo al centro commerciale, dove ti comprerò un vestito degno di questo nome. Ti troverai una bella squinzia con cui andarci, e la farai cantare come la Callas. »

« Callas...? »

« Ugh... a volte dimentico che non sei italiano. Vabbè, andiamo! »

Entusiasta, l'italico si diresse a passo frizzante verso la propria bici; a dirla tutta, però, non si poteva dire che la sua euforia avesse influenzato il primogenito Dahmer.
Questo perché non era propriamente eccitato all'idea di andare al ballo... anche volendo, non avrebbe potuto andarci con Enea – la partecipazione era solo per coppie composte da una ragazza ed un ragazzo, ovviamente... –, e non sapeva a chi diavolo rivolgersi per trovare un'accompagnatrice.
Aveva spesso espresso il desiderio di non voler partecipare, con Enea, ma questi aveva insistito ostinatamente.
"È l'ultimo anno di scuola", diceva. "Non ci ricapiterà mai più".
E alla fine, come al solito, ebbe la meglio.

————

Trovare una dolce metà da portare al ballo fu più complicato del previsto, per entrambi.
Ad Enea toccò l'adorabile Beth Montgomery, una ragazzina di quarta dall'aria affabile e con un'evidente cotta per il nativo italico; mentre Jeff invitò Bridget Geiger, del terzo anno, l'unica disposta ad accettare l'invito di uno strambo come lui.
Il tempo sembrava non passare mai. Bridget trascorse molto più tempo con alcune amiche piuttosto che con lui – non che questi se ne crucciasse più di tanto... –, che, nel frattempo, era troppo impegnato a cercare Enea con lo sguardo, senza successo.
Che forse avesse deciso di non partecipare all'ultimo secondo?
E perché non avvertirlo, allora?
Colmo di dubbi, Jeffrey decise che non avrebbe passato un minuto di più in quell'inferno di socialità e persone che non gli piacevano affatto.
Senza nemmeno aver avvertito la sua dama, si diresse in bagno con l'obiettivo di svuotare la vescica per l'ultima volta, prima di abbandonare quello sgradevole luogo; fu proprio allora, che avvertì qualcosa di strano. Davanti all'orinatoio, tutto ciò che poteva sentire era lo scrosciare della propria urina contro la ceramica: un rumore decisamente troppo debole, per coprire i libidici versi che provenivano dalla piccola finestra ad anta all'interno del bagno.
Incuriosito, rimise apposto i pantaloni, e si diresse verso l'ultima toilette; ci salì coi piedi sopra, affinché potesse avere una visuale maggiore di ciò che stesse accadendo.
Non l'avesse mai fatto.
Strabuzzò gli occhi, quando constatò che quello avvinghiato ad un tizio e che veniva sbattuto con forza contro il sudicio muretto muschiato sul retro della palestra, altri non era che Enea stesso.
Ecco perché non si era fatto vedere durante la serata... aveva i suoi impegni, questo era certo.
Ma chi era quello? Jeff lo scrutò attentamente, provando a trovare una corrispondenza tra il suo volto contorto dal piacere ed un eventuale nome.
Dopo qualche istante di analisi, non ebbe alcun dubbio: quello era Nathan Marsh, era anche lui dell'ultimo anno; uno di quelli da cui non ci si aspetterebbe mai un risvolto omosessuale.
Perché? Perché Enea desiderava quel ragazzo? Perché non poteva esserci lui, al suo posto? 
La cosa lo fece soffrire, ovviamente... ma, allo stesso tempo, non riuscì ad ignorarlo mentre gemeva eccitato, anche se lo faceva per un altro.
Non riuscì a non immaginarsi al posto di Nathan. Non riuscì a non ricreare, nella sua mente, l'ennesima fantasia; stavolta, però, sembrava più reale del solito. Arrivò a toccarsi. Lo fece per sfogare la rabbia, la gelosia; o forse, semplicemente, voleva illudersi che quei lamentii sessuali sarebbero, prima o poi, stati per lui.
Il problema, però, giunse dopo. L'orgasmo riversato sul muro di quel fetido bagno non  riuscì a proteggerlo dalla scarica di rabbia che avvertì dopo; anzi. Si sentì anche peggio, si sentì rimpiazzato.
La sua più grande paura si stava manifestando, riusciva a malapena a respirare; una volta fuori da quell'immondo water, Jeff barcollò verso l'uscita: scosso, provato e psicologicamente instabile.
Nel tentativo di uscire, pestò col piede qualcosa di duro e scricchiolante: un coccio. Forse un pezzo del lavandino rotto, o di chissà quale cesso... stranamente, proprio quello di cui aveva bisogno.
Tornò sui suoi passi, afferrando con forza il frammento di ceramica. "WHORE", incise sul muro. "WHORE", "WHORE", "WHORE", "WHORE", "WHORE", "WHORE", "WHORE".
Lo pensò intensamente: pensò che era una puttana, nonostante tutto ciò che Enea avesse fatto per lui negli ultimi mesi. La cosa lo fece sentire anche in colpa; frustrazione, rabbia, pentimento: un mix di sensazioni mortale, che lo portò a gridare.
Gridò, sentendosi un fallito: era davvero così che si sentiva meglio? Scrivendo insulti sul muro dedicati al suo migliore amico?
Riprese fiato, prima di uscire definitivamente dal bagno; ora, era davvero pronto per andarsene da lì e lasciarsi alle spalle tutto. Si rifugiò nella propria auto, un regalo di suo padre per il diploma. Rimase lì isolato per una manciata di minuti, a rimuginare su cosa avesse sbagliato, per aver spinto anche uno come Enea ad abbandonarlo.
Pensieri tossici, deleteri, che l'avrebbero distrutto a lungo andare... se solo il suo angelo custode non fosse giunto di nuovo in suo aiuto.
Tornò alla realtà, Jeff, quando sentì picchiettare contro il finestrino: abbassandolo, trovò il solito viso raggiante a rincuorarlo.

« Ma che ci fai qui tutto solo? »

« Io... mi stavo annoiando... sto andando via. » stranamente, non era più arrabbiato. Ora si sentiva solo felice... Enea era tornato da lui.

« Oh, quanto ti capisco... dai, andiamocene. »

Era decisamente confuso, il biondino, quando lo vide salire in auto; ma come? Fino a poco prima era coinvolto in un amplesso appassionato, e ora voleva andar via con quella faccia sconsolata?

« Sai... stavo frequentando una ragazza. » dati i fatti, Jeffrey colse bene l'evidente censura di quella frase. « Ci stavo parecchio sotto... speravo che questa qui lasciasse il suo fidanzato per me, diceva che aveva perso la testa... e invece mi ha appena detto che non ci potrà mai essere niente tra noi. Non siamo compatibili, dice. »

Ora capiva tutto. Quel tipo doveva averlo usato per andare a letto con lui, per poi abbandonarlo. Jeff non l'avrebbe mai fatto... se solo Enea l'avesse scelto.

« Questa ragazza... è una stupida stronza. » decise di stare al gioco, a quel punto. « Non sa quello che si perde, ad allontanare un ragazzo come te. »

« Sai cosa? Non mi importa. » Enea mentiva, ovviamente: seppur il suo sorriso non si fosse spento, il suo sguardo aveva perso quella tipica entusiasta lucentezza che lo caratterizzava. « Non me ne faccio niente di lei, non quando ho il mio migliore amico dalla mia parte. Perché non passiamo al McDonald's? Ho proprio voglia di condividere delle patatine fritte con la mia persona preferita. »

Jeff sorrise. 
Non ebbe controllo della cosa: le sue labbra si curvarono spontaneamente verso l'alto. Forse lui ed Enea non sarebbero mai stati insieme... ma sapere che quest'ultimo aveva bisogno di lui tanto quando Jeffrey stesso, lo rese felice. Forse, questo l'avrebbe liberato dal fantasma dell'abbandono che lo perseguitava da anni. 

« Ma certo. Andiamo, Enea. »

————

Milwaukee, Wisconsin, 1994.

« Dottor Dahmer? C'è una visita per lei. »

« Grazie, Grace. Arrivo. »

Con un sospiro appesantito, il biologo Dahmer rimosse la mascherina protettiva dagli occhi.
Chi diavolo andava lì per una visita proprio nell'orario di punta di lavoro? Tolse il camice; e i guanti, anche. Ora tornava ad essere semplicemente Jeffrey Dahmer.
Lasciò il laboratorio, prendendo l'ascensore per dirigersi all'ultimo piano, dove il presunto visitatore lo attendeva; per quanto il suo viso – ora barbuto e più spigoloso – fosse cambiato, Jeff rimaneva il solito.
Chi era quella visita? Di nuovo suo padre? No, impossibile: era già stato lì il giorno prima. Non aveva altri affetti che potessero desiderare un colloquio con lui, a quell'ora... allora chi? Chi poteva essere?

« Ciao, Jeff. »

Fece fatica a riconoscerlo, quando lo vide. Aveva tagliato i capelli, e lo sguardo sembrava esserglisi addolcito; ma gli bastò poco, per non avere più alcun dubbio.

« Enea! » si sentì di nuovo un ragazzino, per qualche attimo. Riaffiorarono tutti insieme una serie di sentimenti che credeva di aver ormai dimenticato, perlopiù positivi. « Sono così contento di rivederti... sei cambiato tantissimo. »

« Per non parlare di te... cazzo, un biologo? Io devo inchinarmi a te, sei diventato un cervellone! »

« Sai che lo sono sempre stato... ma che ci fai qui? »

« Vado in Florida, mi hanno chiamato ad insegnare lì. Passavo di qui... e non ho resistito alla tentazione di farti un saluto. »

« Insegnare...? »

« Psicologia. Una miseria... ma mi piace molto, e mi dà da vivere. »

« Io... credimi, Enea, sono davvero al settimo cielo. Solo che non ero pronto a ricevere nessuno, e ora dovrei tornar a lavoro... »

« Oh, non farti di questi problemi con me! O l'hai dimenticato? A me non devi chiedere scusa. Ci vediamo domani mattina per un caffè, prima della mia partenza. Abbiamo molte cose da dirci, non credi? »

Certo che lo credeva. Il suo fragile cuore scalpitava, al sol pensiero di poter passare nuovamente del tempo con lui.

« Non vedo l'ora. »

« A domani, cervellone. »

Tornò in laboratorio, Jeff, intenzionato a riprendere le sue mansioni al microscopio... non prima, però, di aver aperto il portafogli, ed estratto dalle tasche di esso una polaroid. Era piuttosto sbiadita, ingiallita; ma ben vivido, nella sua mente, quel giorno in cui avevano pescato assieme al lago.
Sorrise, ricordando un passato tanto roseo, complimentandosi con sé stesso per la saggia decisione di aver conservato quella foto gelosamente per tutti quegli anni.
La ripose, dopo poco, rimettendosi a lavoro: il suo rispettabile lavoro, per una persona rispettabile come lui.
Del resto, non ci si potrebbe aspettare altro da una brava persona del genere, no?
  
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