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Autore: bimbarossa    23/04/2022    0 recensioni
Tutti noi siamo consapevoli che ci sono forze naturali attorno a noi a cui l'uomo non può resistere, che non può controllare. Fuoco, Terra, Aria e Acqua. Forze venerate in tutte le culture.
E se qualcuno un giorno, un dio o uno scienziato pazzo, avesse trovato un modo per dare un corpo a tali forze?
E se queste, ora che hanno una bocca per parlare, volessero essere aiutate e protette?
Genere: Avventura, Introspettivo, Mistero | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti
Capitoli:
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Londra, 20 settembre giorni nostri


 

Chiazze di nebbia, banchi sempre più fitti eppure slegati tra loro come se avessero difficoltà ad unirsi, aleggiavano sulla sempre sveglia Londra, che anche a quell'ora tarda non cessava nevvero di farsi sentire, illuminata e addobbata come una vecchia signora erudita, cosmopolita, dal vago accento snob, ma comunque vecchia, con tanto passato da raccontare e tanto passato anche da nascondere.

La figura in nero si specchiò nella gigantesca finestra-parete che dava direttamente sulla City illuminata, e grazie al favore delle tenebre e alla nebbia gialla di uno di quei banconi che in quel momento investiva e circondava in pieno lo Shard rendendone opache e biliose le vetrate, la sua faccia assunse quasi le sembianze di una maschera di cera come quelle di madame Tussauds, qualcosa di molto realistico ma che per nessun motivo avresti potuto scambiare per vero. Per umano.

Il guizzo del angolo destro della bocca, una parvenza di sorriso su un volto che non ne aveva mai fatto uno, distorse l'immobilità dell'illusione e anche il vetro di fronte sembrò gemere nel replicare quella smorfia sinistra.

O forse era solo il vento che si stava alzando dal fiume.

"Sei qui allora?"

Il volto della persona appena entrata nella lussuosa stanza invece era troppo carico di rabbia per far paura, anche se negli occhi vi era uno scintillio maligno che aveva fatto accapponare la pelle di più di una persona che vi si imbatteva.

In realtà non molta gente poteva vantarsi di aver avuto quella esperienza, dato che la persona in questione era una delle più schive e ricche dell'intera Londra, e persino Forbes, o il Times avevano faticato parecchio per trovare informazioni o qualche scheletro nell'armadio di quello che in tutta la capitale veniva definito semplicemente come A-.

Nessuno sapeva se era un uomo, una donna, se era un gruppo o una multinazionale di esotica nazionalità, una società massonica o una base ufo sulla Terra, ma era indubbia la sua ascesa nel panorama economico inglese, con varie incursioni nel campo scientifico ed in quello politico, incursioni non proprio dai tratti legali, e dalle finalità ambigue e poco chiare.

Di certo si sapeva che da qualche mese la Black Tetrahedron, la società con al vertice il misterioso A- stava investendo molti capitali, acquisendo immobili un po' in tutto il Vecchio Continente e finanziando numerosi progetti, nonché laboratori, a scopo di ricerca e sviluppo.

La finanza aveva già iniziato a subodorare qualcosa ma avevano trovato solo porte sbarrate, con a guardia uno staff di avvocati dai denti da squalo, e si diceva che dove non arrivassero loro, ci pensava il Tamigi ad inghiottirsi chi faceva troppe domande. Niente di certo, solo voci e qualche indagine per suicidi o strani incidenti, eppure la leggenda nera sul misterioso A- si era diffusa, come macchie nere di un inchiostro indelebile, liquido e corrosivo.

"Sei in ritardo."

"Avevo degli affari da sbrigare. La nostra missione è parecchio costosa."A- si buttò sul mobile bar, fornitissimo di bottigliette smerigliate e splendenti.

"Guarda che lo so. Questo mondo gira intorno ai soldi. Senza di essi sembrate tutti perdere il senno."

"Tu non hai di queste preoccupazione, no? Non sai che cosa voglia dire sopravvivere nonostante si abbia perso tutto, assicurarsi un tetto sulla testa, il mangiare nello stomaco ogni giorno, i bisogni quotidiani...per tutto questo ci vuole denaro! I discorsi filosofici tienteli per te. Me ne hai già impartiti abbastanza quando mi hai chiesto aiuto."

La figura in nero si raggomitolò nell'enorme mantello che la avvolgeva; pareva schernirsi dal quel tono velenoso, ma A- sapeva benissimo che era solo una finta. Le sue parole non avevano toccato minimamente quella mente machiavellica ma piena di fanatismo, anzi poteva quasi sentire le ruote degli ingranaggi muoversi con i versi di Pitagora od Eraclito.

"Come ti pare. Sai però come la penso. Per quanto tu mi sia indispensabile per trovare e ammazzare quelle quattro puttanelle, ritengo che tu sia comunque come tutti gli altri uomini e donne di questo pianeta allo sbando. Un parassita, che vive la sua breve e miserabile vita su questa terra credendo di farlo per sempre. Ma tu e gli altri siete solo uno spicchio, un piccolo, minuscolo spicchio, una meschina frazione di quello che chiamate Eternità. I soldi, quelle piccole schifose banconote di carta straccia. Gli occhi vi diventano il triplo quando ne vedete una, ma-"

"Quelle piccole schifose banconote sono le sole amiche che ci aiuteranno. Ricordatelo. Per trovare le tue quattro puttanelle, nonché i pezzi che ci mancano abbiamo bisogno di tutti i mezzi possibili. Su larga scala. Letteralmente."

A- si voltò verso un plastico enorme del mondo, tridimensionale e ripreso da satellite che ricopriva l'intera parete opposta alle grandi vetrate trasparenti, e specchiandovi in essa si potevano vedere due planisferi, entrambi riflessi di qualcosa di diverso, di molto più grande.

Numerosi pallini di vari colori lampeggiavano in vari angoli del globo, sui mari, su catene montuose, in valli sperdute e in vulcani miasmatici sorti in mezzo al nulla.

"Il nostro grande piano finalmente può sorgere in tutto il suo splendore. Guarda, guarda la meraviglia della Terra in cui viviamo."La figura si mosse verso la parete illuminata e toccò con reverenza le creste in rilievo dei monti Urali che svettavano marrone-chiaro sulla zona circostante. Annusò il plastico appeso appoggiandoci la guancia piano e lisciandola come se la accarezzasse o ne venisse accarezzata,"stiamo vivendo l'età dell'oro e nemmeno ce ne rendiamo conto. Che stolti! Presto però le cose cambieranno." Si staccò con un balzo e si voltò verso A- che beveva scotch e osservava con un risolino un punto verde neon brillare nel bel mezzo degli Stati Uniti.

"Quello," la voce di A- era fredda come i ghiacci del polo nord mentre indicava quella piccola spia," è il mio, il nostro, primo passo verso la vendetta. Una vendetta che cerco come un cane cerca l'osso, ed anche se dovessi perlustrare palmo a palmo ogni centimetro di questo fottuto pianeta, lo farò. Non ci saranno confini, né geografici né etici." Strizzò così tanto il bicchiere che si ruppe nella mano esplodendo in mille pezzi, i quali si sparsero come tante schegge impazzite per ogni dove nella stanza. Poi A- sfilò da una tasca invisibile uno stiletto d'argento, e con uno scatto lo infilzò dove il verde era più brillante.



 

Regione del Paranà, Brasile, 21 settembre

Il verde brillante della foresta amazzonica si stendeva per chilometri sotto il piccolo velivolo, mentre piccole nubi sfilacciate di vapore intenso saliti dalla giungla saettavano a bassa quota tanto che Blige Nabokov pensò di non stare volando, ma nuotando in una mare verde dalle creste bianche e soffici.

"Arrivato a Foz do Iguaçu in tarda mattina del 21 settembre. Clima afoso e umido, cielo perfetto ma con nubi all'orizzonte est che provengono dalla costa. Si spera che questa bagnarola su cui sono salito riesca ad arrivare a destinazione, in caso contrario, se ritrovate questo dettato, mandate il mio eterno amore a Olga."Spense con uno scatto del pollice il piccolo registratorino che si mise in tasca mentre osservava il minuscolo aereo da turismo stipato di persone, perlopiù russi come lui, che chiacchieravano e bevevano vodka pura con tanto di saluti e brindisi.

Sentiva qualche accento di Mosca ma la maggior parte arrivavano da qualche paese vicino al Mar Nero, ed il pensiero che stavano invece sorvolando le distese smeraldine del Brasile mise a Blige Nabokov una nostalgia così intensa dell'autunno russo molto probabilmente già cominciato, che si sentì piegare le ginocchia.

Per quanto il suo lavoro di scienziato lo obbligasse a viaggiare, per quanto la sua anima di scienziato lo obbligasse a viaggiare, allontanarsi dalla Santa Madre Russia era un po' come farsi un enorme prelievo di sangue, e sentire che una parte del corpo diventava vuota ed insensibile. Certo, nuove avventure avrebbero riempito quella parte, sangue fresco e vitale, ma quella sensazione di disturbo e distacco forzato permaneva, sensazione anche legata ad Olga ed ai suoi incredibili occhi grigi come acqua torbida. Come l'acqua dell'Iguazù, che, ora poteva vederlo in tutta la sua magnificenza, si snodava sinuoso come un serpente tra la giungla di ben tre nazioni, un serpente piuttosto arrabbiato, che si contorceva nell'immensa ansa tra Brasile ed Argentina, la Garganta del Diablo,dando vita alle formidabili cascate più celebri del mondo.

Blige si sporse fino a toccare con le guance il vetro del piccolo oblò per ammirare lo spettacolo che gli si offriva; l'immenso fiume di un colore quasi rosato sembrava aprirsi e protendersi verso il vuoto, restare sospeso per un attimo e poi ricadere con un fragore che poteva sentire anche da lassù, nel vuoto, lungo dei veri e proprio gradini per giganti fatti di roccia e spuma bianca.

Uno stormo di uccelli bianchi e neri si alzò in volo, formando un angolo acuto che sembrava una freccia puntata verso sud-ovest, direttamente verso le cascate che si profilavano sempre più gigantesche, e inconsciamente Blige si toccò l'amuleto che aveva al collo, quei quattro piccoli triangoli d'argento dai bordi colorati che tintinnavano ad ogni singulto del battito del proprio cuore.

Nel farlo sentì sciogliersi quel nodo in gola che aveva provato quando in aeroporto, a Mosca, si era voltato indietro ed aveva visto Olga fargli ciao con la mano, i grandi occhi grigio-marroni pieni di felicità per lui ma anche tristi per la separazione, ed i capelli di bronzo dorato lisci come spaghetti che arrivavano fino alla vita sottile che la sera prima aveva stretto spasmodicamente pensando al periodo che avrebbero dovuto stare lontani.

Si, sarebbe andato tutto bene. Sotto quel cielo, sopra quello scrosciante e liquido tripudio miracoloso che era una chiara dimostrazione dell'esistenza di Dio, niente poteva andare storto. Avrebbe trovato ciò che cercava, sarebbe diventato famoso e lui ed Olga finalmente si sarebbero trasferiti nella più maestosa casa di San Pietroburgo, la più bella nella Via dei Milionari.

Non fece quasi caso al fatto che uno dei triangoli, quello con il bordo blu scuro, con uno dei suoi vertici appuntiti, gli forasse leggermente un dito. Non ci fu sangue, solo una leggera e piccola abrasione, ma si sa, quando la propria meta è una giungla anche una piccola ferita può infettarsi e rivelarsi letale.


 

Riviera Adriatica, Emilia Romagna, Italia, 22 settembre

 

Le onde trasportavano a riva una grande quantità di schiuma gelatinosa e opaca. Non sembrava la classica spuma del mare da dove era nata Afrodite, o forse il mare a Cipro era migliore. Inoltre tutto era grigio e alle soglie dell'autunno.

Tutto era spento, il mare, il cielo, la sabbia, i pochi ombrelloni rimasti aperti per una stagione che era ormai finita.

Tutto aveva perso il suo colore, diventando un mondo antico, un mondo uscito da quelle vecchie pellicole ammuffite e con un suono ronzante e sfumato.

Eppure Maria si sentiva brillante, si sentiva brillare dentro e fuori di lei.

Una sensazione unica, che aveva provato solo un'altra volta nella sua giovane vita.

Quello stato d'animo esaltante si stava diffondendo in tutte le sue membra, nelle vene, nei tessuti, nei suoi sentimenti e pieghe più nascoste, come un' iniezione di una droga potentissima e divinamente terribile, a cui era felice di abbandonarsi.

Si tolse le scarpe da ginnastica e i calzettoni bianchi che buttò alla rinfusa e finirono chissà dove.

Poi si mise a camminare, con una fretta controllata, per godersi ogni passo, ogni guscio di cozze e sassolini della battigia che le perforavano i piedi.

Non era un gran dolore, lei si sentiva sempre così, tutti i giorni, come se camminasse su pezzi di vetro, come la sirenetta che accettando di avere le gambe accettava anche di sentirsi trafitta da milioni di spilli ad ogni passo che faceva.

Entrare in acqua fu come passare una linea di demarcazione arcaica, un muro primordiale che si opponeva al suo sfondamento, alla sua remota e ripetitiva spinta.

Sembrava che ogni onda volesse impedirle di continuare la sua avanzata, doveva faticare ed alzare le ginocchia per affondare in quella melassa grigia, come un coltello in un burro ostinato e freddo.

Maria però non demordette, non poteva permetterselo. Ormai aveva iniziato e non poteva, ne voleva, tornare indietro.

Una forza così radicata dentro di lei da risultare esterna e incontrollabile la manovrava e la difendeva da quell'assalto del mare che non la voleva dentro di se, che tentava di risputarla fuori tramite ciascun maroso, attraverso ogni rombante e soffiante flutto che si avventava su di lei.

Maria, testarda, si affannò, l'acqua che le entrava nella bocca e nel naso senza affogarla, e il fondale che non accennava a spalancarsi davanti a lei.

Sembrava una congiura! Non riusciva ad ammazzarsi! Il pensiero fu talmente comico che bucò lo stato d'animo esaltato in cui si trovava, e la fece tentennare.

Non avrebbe più sorriso.

Se il suo progetto andava a buon fine non avrebbe più sorriso, non avrebbe più pianto, non avrebbe più sentito il sapore dell'acqua salata che assomiglia al sapore del sangue.

Sentì il terreno melmoso finalmente cedere, diventare più trasparente, più sfuggente.

Con un risucchio fu trascinata dentro la liquida coltre grigiastra e plumbea come mercurio fuso e sparì dall'orizzonte.

 

L'orizzonte sott'acqua è sterminato, senza inizio e senza fine.

Maria aprì gli occhi e osservò la luce rifratta che danzava come se le dita di una divinità misteriosa ci stessero giocando dentro.

Qualcosa si strinse dentro di lei, nel tentativo di afferrare quelle ultime immagini di un incanto struggente e racchiuderle all'interno della sua anima, per portarle nel luogo dopo la morte, la morte che aveva inseguito fino a lì sotto.

E doveva essere molto vicina la morte, perché le pareva quasi di vederla avanzare, nuotando come una sirena implacabile e bellissima.

Doveva essere l'ipossia che le provocava quelle allucinazioni, eppure sentiva nei suoi polmoni una riserva d'aria che non ci sarebbe dovuta essere, e un calore nel corpo che, se avesse cambiato idea all'ultimo istante l'avrebbe sorretta fino alla superficie.

Una tentazione pericolosissima, che si fece strada dentro Maria intanto che sentiva il cuore accelerare e tutto il suo essere tendersi nella brama di respirare.

Nonostante questo non si mosse, rimase inerte come un peso che va a fondo, mentre il peso che l'aveva schiacciata per anni se ne andava e la lasciava libera, libera di vivere e morire in santa pace finalmente.

L'allucinazione intanto non se ne andava, anzi si avvicinò famelica e spietata, armoniosa e primordiale nei suoi movimenti fluidi, come l'antica danza della nascita di una stella o di quella di un dio.

Ed era veramente un dio, anche se Maria questo lo percepì ai livelli della quasi incoscienza in cui era sprofondata.

Aveva vinto contro tutti gli elementi che avevano cercato di fermarla, che avevano cercato di salvarla.

Aveva vinto e stava morendo.

Poi sentì due forze, due braccia che la afferravano con rudezza e senza tante cerimonie, e anzi, poteva quasi percepire una sorta di rabbia repressa in quella stretta, in quella morsa che pareva sfuggente e salda insieme.

Con la poca consapevolezza degli eventi che le era rimasta però capì benissimo quando uscì dall'acqua. Fu come ritornare in un luogo atavico, il rientro di Adamo nella sua dimora ancestrale dell'Eden.

Inghiottì quanta più aria poté, mentre continuava ad essere trascinata comicamente dalla creatura impassibile e imperturbabile, come una nave con un rimorchio indesiderato e coatto.

E Maria si sentiva davvero indesiderata in quel momento; le vecchie sensazioni di disagio e sofferenza che aveva tentato di seminare buttandosi in mare l'avevano seguita anche lì e l'avevano letteralmente ripescata, incarnandosi nella figura che semi-intravedeva tra le onde, e che la tirava indifferente, sballottandola come una bambola di pezza.

Quello strano e brusco salvataggio però l'aveva riportata alla razionalità, alla troppa razionalità che le era consueta.

Aveva realmente fatto quello che aveva fatto? Aveva davvero tentato di ammazzarsi buttandosi nel Mare Adriatico in un giornata di fine estate? Davvero era stata così stupida e temeraria da compiere un'azione così meravigliosamente aberrante?

Con questi pensieri aggrovigliati e in conflitto nella sua testa guardò le nuvole grigie sopra di lei e l'acqua grigia sotto e intorno a lei.

Era immersa in un caligine cinerea e fumosa che la confondeva e le infondeva un senso di torpore meraviglioso e confortante, che ingaggiò un lotta contro quella lucidità da cui aveva cercato la fuga e che era ritornata, a perseguitarla.

Sentì il fondale che si avvicinava sempre più, sempre più, e l'essere che la tirava a riva che non si fermava, imperterrito, la caviglia stretta nella sua morsa di ferro e furia.

Le scapole della ragazza cozzarono con il fondale, e dovette lottare per stare a galla, tra le onde che la travolgevano soffocandola.

Ma che razza di salvataggio era mai? Forse l'aveva salvata solo per torturarla e ucciderla a sua volta?

Poi fu fuori dall'acqua, sdraiata sulla battigia, con la schiena che le bruciava e la risacca che ritmicamente la colpiva facendola annaspare.

L'essere non la stava più tirando, quel compito era finito, e Maria aveva la vaga e inquietante sensazione che ne fosse appena iniziato un altro.

La donna, perché di questo si trattava, stava in piedi sopra di lei, completamente nuda e bellicosa come un'amazzone pronta a colpire.

Le mani sui fianchi e i lunghi capelli rosso rosati che le scendevano lungo il dorso, e che in un attimo come per magia tornarono asciutti e splendenti, la squadrava, la lingua che premeva contro una guancia gonfiandola in un gesto di ira che finalmente poteva trovare sfogo.

Maria, con gli occhi gonfi e pesti, la bocca bruciante e la saliva che le colava sul mento insieme all'acqua di mare, si sentì completamente schiacciare da quella presenza, come un verme alla portata di di un gigante.

Presenza che fu raggiunta da altre tre creature come lei, altrettante femmine altrettanto nude, e sembrava, tutte e tre incavolate con la sua persona.

Una aveva lunghi capelli neri, un'altra strani ricci castani come cioccolata al latte, e quella con il sorriso più simpatico e aspro come aria salmastra possedeva una capigliatura bionda e vaporosa che sembrava uscita dagli anni '80.

“Ordunque,” la sirena dai rossi capelli iniziò a parlare, ogni sillaba una sferzata che pareva acqua ghiacciata, ”ignobile e vile umana, come ti sei permessa ti mettere in pericolo le nostre esistenze?”


 

“Ma chi siete?”

Onde piccole e gelide sbattevano contro la schiena di Maria che, mezza affogata mezza salvata sulla battigia, guardava da sotto in su le strane donne che torreggiavano su di lei.

“Come se non lo sapessi!”

A parlare era stata quella con folti e ricci capelli marroni, la voce graffiante come se fosse stata forgiata in una caldera, la pelle come ambra scura e due gambe chilometriche che la rendevano somigliante ad un felino in perenne movimento.

Eppure c'era qualcosa di strano in lei, forse era un effetto di tutta quell'acqua salata che le spioveva sugli occhi rendendoli rossi e brucianti, ma Maria era quasi sicura che numerose cicatrici chiare, puntute e guizzanti come fiamme di carne solcassero l'intero suo corpo, le gambe, le braccia, il seno e la schiena, mentre non avevano intaccato né la faccia né le mani, che in quel momento poggiavano a mo' di pugni richiusi sui fianchi sfregiati sottolineando la rabbia senza ragione che provava, che provavano, nei suoi confronti.

“Che cosa volete da me?” si ritrovò a rantolare con fatica, sputando saliva, la gola che bruciava, e bruciava, e bruciava di più ogni volta che guardava gli occhi marrone-rossiccio della ragazza con le ustioni sul corpo.

Quella con i capelli rossi si inginocchio lentamente di fronte a lei, allineando il suo viso a quello di Maria, e poi di scatto con il pollice e l'indice le afferrò il mento e glielo scrollò con mostruosa gentilezza ripetendo in tono gelidamente soave:

“Come se non lo sapessi!”

Ma quante cose credevano che lei conoscesse?

Ripensò alle persone, alla sua famiglia, ai suoi compagni di classe, che la credevano un genio, un pozzo di conoscenza, quella a cui rivolgersi quando le espressioni con la seconda incognita non venivano, o quando c'era una versione di Cicerone da tradurre, e per un attimo credette che volessero da lei una risposta ad un quesito intellettuale.

Tutto, allora, si sarebbe rivelato semplice se fosse stato così.

Eppure la situazione era troppo strana, troppo surreale, troppo snervante.

In fondo quelle ragazze erano nude, nude su una spiaggia pubblica, e non parevano proprio vergognarsi di quella loro singolare, e legalmente penale, condizione.

Nude nel bel mezzo di una quasi temporale; e solo allora, quando Maria si rese conto dei tuoni in lontananza provenire dall'orizzonte al di là del mare Adriatico, che tutto il freddo di quel bagno le piovve addosso, e si mise a rabbrividire così intensamente da sbattere i denti come delle piccole maracas di ossa.

Sorelle, sta dicendo la verità.”

Maria sbatté gli occhi ripetutamente, poi trattenne un singulto a quell'ultima stranezza.

Le labbra della donna con i capelli rossi, che le stava inginocchiata davanti e che ancora la tratteneva per il mento come faceva una volta anche sua nonna, non si erano mosse.

Nonostante ciò qualcuno aveva parlato.

Una voce chiara, limpida, un suono che pareva aver raggiunto i suoi timpani dall'interno di sé stessa, come se qualcuno avesse parlato dentro di lei ma al contempo anche da fuori, precisamente dalla ragazza dai lunghi capelli neri, lisci come tendaggi che le ricoprivano le parti intime e che la osservava minuziosamente, gli occhi chiari come ghiaccio azzurro.

La rossa si voltò verso quest'ultima, poi sbuffò con impazienza.

“Dici? A me pare che ci voglia prendere in giro e giustificare così il suo atto immondo.”

“At...tt...to immondo?” Maria stentava a mettere insieme le parole, le sequenze degli ultimi minuti stavano impazzando sotto i suoi occhi e quella giornata, che già era iniziata strana ed imprevista, stava prendendo una piega che sapeva di paura e terrore.

“Si bella mia. Atto Immondo. Che altro può essere un suicidio? Non te lo hanno insegnato al catechismo forse? Cos'è, non sei cattolica per caso?”

La rossa infilzò le unghie rosee e trasparenti come l'interno di una conchiglia nella pelle del mento tanto che Maria pensò che le volesse bucare la mandibola, poi le girò il volto a destra e sinistra, socchiudendo gli occhi blu zaffiro mentre la scrutava.

Perché mi sento improvvisamente male? Dio, credo di dover dare di stomaco. Non sopporto quel blu, sto soffocando. Ho più acqua in gola adesso di quando ero in fondo...

Adesso basta, sorella. Non sopporterà oltre la tua forza, quindi smettila. Abbiamo bisogno che lei viva, l'hai salvata per questo.”

Di nuovo la stessa voce che le pulsava direttamente nel cervello, mentre la tizia dalla chioma ebano si avvicinò talmente a lei da farle sentire ogni chicco di sabbia sotto al suo culo bagnato,mentre con aria fintamente noncurante ruotava un piedino nella risacca grigia sempre più agitata, le ciocche nere che si muovevano cadenzate al vento di burrasca che dal mare diventava sempre più persistente.

Si, sono io che ti sto parlando. Quella che senti dentro di te è la mia voce. Attualmente è l'unico modo con cui posso comunicare perciò abituatici. E no, non mi stai leggendo nel pensiero, né posso farlo io con te né con nessun altro. Non hai poteri telepatici e nemmeno io li possiedo. Si tratta solo di intensità di frequenze e altra robetta scientifica simile. Troppo complicato da spiegare.”

“Ma che cosa...? Ma che sta succedendo? Ma chi siete? E perché siete nude?”

Con tutte le domande che Maria si trovava a mettere in fila, la prima era inspiegabilmente quella.

“Certo che sei buffa! E' questa la cosa più strana che trovi in noi? Che siamo prive di vestiti? Mamma mia, voi umani nascete tutti così e morite tutti così, carne, ossa e capelli. Tutto questo pudore non solo è ridicolo ma è anche blasfemo. La vergogna per la propria nudità non è nata solo dopo aver peccato nel giardino dell'Eden? Non è forse la prova di quel peccato stesso? Io dico, datemi la libertà del corpo e raggiungeremo quella dell'anima!”

A parlare come uno slogan sessantottino era stata la donna, l'ultima delle quattro, che fino ad allora invece era rimasta muta, pallidissima in volto e dagli occhi verdi come prati estivi pieni di curiosità e etereo stupore per un mondo che evidentemente era pieno di divieti (fra cui quello di andare in giro in costume adamitico, ahimè), troppi per un essere libero come lei.

“Noi siamo colui che siamo. Noi siamo il pane della vita, il creatore del cielo e della terra.”

“Ma io non capisco. E poi, perché tu mi hai salvato?”

“Dici salvato eh? Strano verbo per una che si voleva suicidare,” le onde rosso scuro sfrigolarono umide nell'aria quando la loro proprietaria si mise a ridere, poi si diede una pacca sulle ginocchia e si alzò, il triangolo del medesimo rosso all'interno delle sue cosce alla stessa altezza degli occhi di Maria che arrossì così tanto da non sentire più il freddo e gli abiti bagnati che le si stavano appiccicando addosso come se ci fosse colla gelata dentro.

“Io non avevo intenzione di andare fino in fondo. Io volevo solo...fare qualcosa che non volevo.”

Le parole le uscirono come flutti, e capì che era la verità, la sacrosanta verità, la summa di quel giorno strambo e che prometteva di esserlo ancora di più.

“Beh, fino in fondo ci sei arrivata, dritta come un sacco di pietre. Per essere solo un tentativo di richiamare l'attenzione direi che...”

“Io non volevo richiamare nessuna attenzione. Se fosse stato così sarei salita su un cornicione mettendomi a gridare a squarciagola. No, io volevo fare solo qualcosa che non volevo fare.” E Maria si chiuse nel silenzio più completo, i tuoni che avevano campo libero di essere gli unici suoni sulla scena musicale di quel quadretto marino.

“Che strana scelta d parole! La faccenda mi puzza di bruciato. Sorella, dalla a me. Avanti, dicci perché volevi portarci tutte con te nella tomba.” L'Ustionata fece per scansare la rossa ma la voce nella testa riprese a parlare, nello stesso momento in cui la donna dai capelli neri la fermava con un gesto del braccio talmente risoluto e definitivo da essere più brutale dell'ira della sua compagna.

Smettila Sorella. Da lei non ricaverai altro, e poi ognuno ha i suoi segreti. Noi non vogliamo sapere perché ti sei buttata in mare, non vogliamo sapere perché volevi ammazzarti. Vogliamo solo che tu ci aiuti.”

“Volete il mio aiuto? Per cosa?”

La rossa riprese a parlare. Sembrava quella più comunicativa, forse perché l'aveva ripescata e trascinata fuori dall'Adriatico come un salame riottoso ed impazzito.

“Visto che sei tanto in vena di togliere vite, ti chiediamo di farlo. Di nuovo. No, non con te stessa, ma di sottrarla a qualcuno, un essere abominevole che non merita di calcare questa Terra, di respirare la nostra stessa aria.”

“Coooosaaa? Ma voi siete matte. Questo deve essere uno scherzo. No, davvero. Uno scherzo di pessimo gusto. Sentite, non so chi siate ma state lontane da me.”

Maria fece per alzarsi ma l'Ustionata con uno scatto fulmineo le afferrò i capelli e senza tante cerimonie le girò la testa così che fosse talmente vicino alla sua grande bocca dalle labbra color mattone che Maria sentì il suo alito caldo e dall'odore quasi di zolfo.

“Va bene. Forse non te lo abbiamo chiesto con abbastanza gentilezza ma possiamo riprovare, no? Questo non è uno scherzo signorina, perciò adesso tu prenderai un fottuto coltello e strapperai il cuore a quella persona. E Marduk mi è testimone, godremo tutte quando lo farai.”

Fitte acute come lame di fuoco attraversavano il cuoio capelluto di Maria, che per un attimo riuscì a sostenere lo sguardo della sua aguzzina, per leggervi dentro un'altra sacrosanta verità.

Quelle erano quattro streghe.

Lo schiaffo fu così forte che quasi le sembrò di essere stata decapitata.

Un attimo prima Maria stava guardando le onde del mare, grigie come il cielo, come la terra e come il sole stesso che pallido e tenebroso illuminava quella scena, tutto fuso insieme in quel tortora senza forma e distinzione; poi la testa le si era rivoltata, mentre la mano color caffellatte dell'Ustionata la colpiva in piena bocca, tanto che sentì il labbro spezzarsi, dividersi ed entrare nella ferita il fuoco stesso dell'inferno.

“Aiutoooo.”

Il grigio-fumo dell'ultima risacca si fece scarlatto per un millisecondo, il tempo che nuove onde prendessero il posto delle precedenti, le quali trionfanti si trascinarono il loro prezioso tesoro rosso con sé nelle profondità del mare.

“E' inutile che chiedi aiuto, che gridi. La tua voce è debole, non l'hai mai usata abbastanza, e le uniche due volte che l'hai utilizzata al meglio lo hai fatto per distruggere te e noi. Ma ora basta, mi hai stancato.”I riccioli marroni oscillarono come tante lunghe ballerine, poi Maria si sentì afferrare nuovamente la testa.

“Sei sfortunata bellezza mia! Di solito sono una che si controlla più che a sufficienza nonostante la mia reputazione, che credimi non è affatto meritata. Anzi,” e sbuffò per la fatica di averla massacrata negli ultimi cinque minuti,” sono la più calma delle quattro. Ma non mi hai trovato nel mio periodo migliore, temo.”

Un altro pugno sfrecciò ed entrò come acido nel suo stomaco, tanto che Maria si piegò come una virgola umana, e pensò di stare per morire.

“Va bene. Va bene. Non ho denaro con me. Vi prego non fatemi del male.”

“Continui a non capire, maledetta. Credi che il denaro serva a qualcosa, credi che possa minimamente fare la differenza quando in gioco c'è la vita?”

Squilibrate, forse uscite da un manicomio. Mio dio, si era imbattuta in pazze delinquenti che l'avrebbero pestata fino alla morte, ne era sicura.

Cerca di calmare nostra sorella. Per Gea, finirà per ammazzarla.”

“Sorella, dai, datti una frenata. So che adesso sei ferita e non possiedi più il tuo ieratico aspetto,” il tono si fece ironico e dispettoso, "ma devi cercare di concentrarti per una volta nella tua esistenza, no?!”

La rossa prese per le spalle l'Ustionata e la scollò con fermezza, gli occhi di zaffiro pieni di energia liquida.

“E tu lì, vedi di riprenderti!” Per un attimo Maria pensò che si stesse rivolgendo a lei, ma la rossa fissava la creatura pallida e bionda, sfuggevole e così eterea da essere quasi invisibile. Eppure, anche se Maria era pestata, dolorante, sanguinante e arrabbiata, continuava a pensare con lucidità, quella lucidità che non la lasciava mai, quella sua razionalità geniale e spirito di osservazione che più che un dono erano diventati così opprimenti da schiacciarla, tanto da farle credere a volte che il suo super cervello andasse ad una velocità diversa dal suo corpo, dalla sua mente, dalla sua anima.

Lo stesso cervello che poteva notare ora che la bionda ragazza che se ne stava in disparte, diafana e dalla pelle come panna appena montata, non era semplicemente incorporea nel senso poetico del termine, ma anche materiale, e soprattutto, a livello spirituale, come se le mancasse qualcosa, uno spessore emotivo, una dimensione comprensibile dall'intendimento umano. Si, quella creatura mancava di ogni forma di comunicazione visiva, tattile e chi più ne ha più ne metta, non perché non ci vedesse o non ci sentisse, ci vedeva e sentiva benissimo da come poteva osservare Maria, solo che viveva, anzi no, era fatta, di cose, Maria non sapeva quali, che nessuna creatura vivente poteva afferrare e con cui interagire, come impugnare il vento. Un po' come essere autistici, pensò la ragazza toccandosi il volto e trasalendo dal notare che aveva un bozzo appena sopra l'occhio, un altro regalino di quella stronza piena di cicatrici.

Essere qui eppure non esserci, comprendere gli altri ma dagli altri terribilmente incompresa, un essere dallo strano rapporto con il mondo esterno, un rapporto che si snodava come un codice decifrabile da una chiave che in quel momento mancava, e rendendola per questo alienata da sé, non integra.

In realtà lo sembravano tutte, non integre,e non solo perché li mancava qualche rotella nel cervello a tutte quattro, rifletté cercando di alzarsi. Doveva solo ritornare padrona delle sue gambe, che se solo si fossero mosse come la sua preziosa mente le avrebbero permesso di sfidare qualsiasi record olimpico, persino quello di Bolt.

“Non ci provare neppure carina! Se continua a fare dell'inutile e patetico ostruzionismo prenderò questa delicata e fresca manina,”e le afferrò la mano destra piegandole le dita all'indietro fino a che diventarono tese e biancastre, “fino a spezzarla.”

“No, ti prego! Farò tutto quello che volete, ma la mano destra no! Vi prego. Mi serve.”

“Come uggioli bene, mio piccolo cuccioletto. Vedo che cominci a capire.”

E a ricordare.”

La voce nella sua testa, che pareva sempre un sospiro ed urlo insieme ma invero nemmeno nessuna delle due, venne seguita dall'avvicinarsi della donna che diceva di esserne la proprietaria, la mora dagli occhi come ghiaccio. “non puoi continuare per sempre a rifiutarci. A rifiutare di riconoscerci. Non ci ha dimenticate. Noi non possiamo essere dimenticate, anche se la maggior parte della gente crede d poterlo fare. Tu non eri nella nostra strada, non eri nei piani. Ma non so come, non so perché, ci sei. Ci hai chiamate a te quando siamo sempre state noi a rivelarci a chi era destinato a vederci. Per questo, per questa tua inaspettata dote sei l'unica che può aiutarci.”

“Che deve aiutarci.”

“Sorella, non essere sempre così impetuosa come un fuoco fatuo. Di solito la violenta sono io.” L'Ustionata fece spallucce alla rossa che si era messa a ridere, e quando rideva, oh, quegli occhi blu diventavano due pozze profonde e e dense come inchiostro iridescente, la pelle rosea come una rosa di primavera ed i capelli così brillanti da essere scambiati per sangue vero, vivo.

Forse invece che con le mani potremmo convincere la nostra amica con altri mezzi, meno maneschi ed intimidatori, ne convenite con me?”

“Quali mezzi?”

Magari potremmo dirle la verità.”

“Vuoi dirle tutt...”

Sorella, cominciamo con l'essere più disponibili. Ad iniziare da te. Lasciale stare quella ciocca di capelli, dai, o gliela staccherai. E le eroine non sono famose per la loro calvizia.”

“Io...io sarei un'eroina? Che cosa state insinuando?”

Una veloce occhiata tra la rossa e la mora, mentre l'Ustionata le lasciava i capelli che aveva riafferrato per ricominciare a torturarla, e poi quest'ultima che diceva con un tono un po' troppo affettato:

“Ma certo! Facciamo come dici sorella. Poi però non dite che non vi avevo avvisato. Il tempo sta per scadere e domani è un giorno molto pericoloso per una di noi.”

Tutte e tre si voltarono verso la bionda,che se ne stava sola ed in disparte,lo sguardo stralunato di chi è completamente fuori.

“Sai, esiste un momento in cui persone come te, anonime,completamente disagiate e senza un amico al mondo, si scoprono invece speciali e con poteri incredibili. Personaggi leggendari,eroi, icone di forza,furbizia,saggezza. Tu potresti esserlo. Devi solo affrontare una sfida,una grande prova. Quale modo migliore che aiutare noi?” La rossa era diventata melliflua, ma Maria poteva ancora percepire quella freddezza innaturale, quella spietatezza da serial killer che rendeva la donna che l'aveva salvata altrettanto non integra della bionda.

“Io non capisco. Ditemi una cosa, non siete molto famose quanto a chiarezza,vero?”

“Vedo che fai dello spirito. Ma non alzare troppo la cresta o io...” L'Ustionata fece il gesto del pugno e Maria sobbalzò.

Che gli animi si calmino, per favore. Potremmo cominciare dal presentarci,no?” la voce della mora seguì la sua fonte che ondeggiò lievemente e si lisciò una lunghissima ciocca di capelli nerissimi,per poi guardarsi in giro con circospezione.

Forse è meglio trovare un posto più tranquillo. Qui ci sono troppi occhi.

Maria non ribatté che in realtà lei non vedeva nessuno sulla spiaggia deserta, il freddo era diventato troppo intenso e le prime gocce di pioggia le martellavano il naso come se volessero sfondarlo.

“Si,ma prima c'è una cosa più urgente.” Maria tirò fuori il suo tono più irremovibile. Potevano picchiarla, minacciarla, farla impazzire, ma su quello non poteva transigere.

“Cosa?” il coro era stato unanime, persino la bionda si era riscossa dal suo torpore di silenzio.

“Dovete mettervi qualcosa addosso.”

  
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