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Autore: Tenar80    04/05/2022    2 recensioni
In un mondo steampunk gli angeli hanno dichiarato guerra all'umanità. Solo un manipolo di soldati, con tute ricavate dai corpi dei nemici uccisi, riesce a opporsi a loro. Anche sotto il cielo ostile, però, nulla è come sembra, al punto che solo dietro una maschera è possibile essere se stessi. Lo sa bene Ardal, schiavo fuggiasco, che con la sua nuova identità di giornalista, cerca la verità sugli angeli.
Genere: Avventura | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Tenendo fede al proprio nome, il due di Nevoso era iniziato col lento volteggiare di fiocchi nell’aria. Non erano bianchi, come ci si sarebbe aspettati, ma viravano al grigio o al tortora. Alcuni erano fatti più di cenere che di acqua e non si scioglievano quando cadevano sui palmi aperti delle mani o sul viso. Questo non aveva impedito alla gente di Pencors di riversarsi per le strade. Non c’era bisogno di leggerlo sui giornali, bastava guardarlo in quelle nubi dai misteriosi riflessi violacei che l’inverno sarebbe stato duro. Lo si respirava per le vie il pensiero che quella avrebbe potuto essere l’ultima giornata di festa. Non importava se nessuno più ricordava la battaglia navale di quasi trecento anni prima che aveva sancito la supremazia marina di Fortanéa su Ji’Quin in onore della quale si teneva la parata. Tutti volevano ascoltare le fanfare dei corpi militari, mangiare le mele candite infilate sugli stecchi, le frittelle di castagne grondanti d’olio, vedere i nuovi prototipi di veicoli con motori che non andavano a carbone e guardare l’imperatore e il principe, scortati dal colonnello Soilbeir con le sue enormi ali spiegate. Persino la maggior parte degli impuri dimenticava la propria condizione e, se poteva, correva per le strade ad applaudire il potere che li segregava.

 

    Ardal stava fermo e silenzioso nella folla, cercando di difendere la posizione che aveva scelto.

    Il pollice e indice della mano destra gli prudevano. All’alba aveva trovato nella propria buca delle lettere un sacchetto. Conteneva tre proiettili. Non avevano nulla di diverso, all’apparenza, rispetto a quelli di piombo che usava per la propria pistola principale. Avevano un colore più freddo, più vicino a quello dell’acciaio e insoliti riflessi verdi. Ne aveva preso uno con le due dita. Quasi subito aveva dovuto lasciarlo andare. La pelle, dov’era entrata in contatto con il metallo, si era arrossata e ricoperta di bolle, come per una scottatura. Aveva dovuto medicarsi e indossare dei guanti per riuscire a maneggiarli.

    Aveva mandato un ragazzino con un biglietto da lasciare al quartier generale delle Ali Nere, ma considerata quanta gente c’era già sulle strade, dubitava che fosse arrivato il tempo.

    Quanto a lui, che significato avevano quei proiettili? 

    Non avrebbe saputo dire se davvero potevano perforare le tute delle Ali Nere. Di certo potevano perforare le sue dita e questo gli sembrava già un indizio. Non doveva essere facile reperire un materiale di cui non aveva mai sentito parlare.

    Si aspettavano davvero che avrebbe ucciso Vittoria?

    Sarebbe stato solo in quel tentativo?

    Era così orribile il desiderio che sentiva così forte anche in quel momento: continuare a vivere?

    

    A due isolati appena da casa sua era stato fermato da un poliziotto. Era impossibile controllare tutta Pencors, ma quel giorno le forze dell’ordine sembrano voler almeno mostrare di fare del loro meglio. Avevano voluto vedere i documenti e il tesserino da giornalista. Si era portato una macchina fotografica in una valigia. L’aveva aperta davanti all’agente, tirandone fuori sbuffando ogni componente.  Questo aveva evitato che fosse perquisito. Anche a un controllo sommario l’ingombrante pistola tenuta sotto la giacca sarebbe risultata evidente. Ma ormai, aveva pensato l’impuro non senza una certa amarezza, i metodi per mentire in modo credibile li conosceva tutti.

    Il giorno prima aveva studiato con attenzione il percorso della parata. Sarebbe partita proprio dal Quartier Generale delle Ali Nere, nella periferia sud della città per poi girare tre volte intorno al centro cittadino e infine salire alla cittadella e entrare al Palazzo Imperiale. Prima di iniziare la salita, al termine del terzo giro, la parata avrebbe imboccato la via principale che arrivava dai porti dell’Ovest. Avrebbe superato il ponte sul Prifnant, il più grande di canali navigabili che attraversava la città bassa per poi passare sotto l’arco di trionfo in metallo voluto dal padre del precedente imperatore.

    Ardal era riuscito a piazzarsi proprio alla fine del ponte, a una quarantina di metri dall’obbrobrio di metallo, simile a un gigantesco scheletro spolpato, che avrebbe dovuto essere un monumento al progresso. Era il posto migliore per scattare le foto, dato che si potevano inquadrare i mezzi in parata mentre procedevano a passo d’uomo sul ponte. E se c’era agio per le foto, ve n’era anche per sparare un colpo di pistola. Per fuggire Ardal avrebbe potuto gettarsi nel canale. La corrente, lì, era abbastanza forte da trascinarlo via. Qualche centinaio di metri più avanti, una chiusa deviava parte dell’acqua per alimentare una condotta secondaria che conduceva al quartiere delle concerie, uno dei più malfamati della città. Al peggio, quella sarebbe stata la sua via di fuga.

    

    Ardal aveva piazzato la macchina fotografica su treppiede. La scusa di controllare l’inquadratura era stata perfetta per prendere la mira. 

    Non sapeva ancora cosa avrebbe fatto.

    Era come se la sua mente fosse divisa in due.

    Una ragionava come se fosse un assassino, l’altra come se non lo fosse.

    L’assassino aveva memorizzato l’angolazione precisa. Aveva provato persino il movimento. Estrarre la pistola. Appoggiarsi alla macchina fotografica per avere una maggiore stabilità. Sparare. Non avrebbe avuto bisogno neppure di guardare. Neppure di pensare. Il suo corpo avrebbe potuto eseguire il compito nel giro di due battiti di ciglia. Tre proiettili erano troppi. Lo erano sempre stati. Ne aveva inserito solo uno nel caricatore, seguito da cinque normali. In ogni caso un singolo colpo alla testa sarebbe bastato.

    La parte di lui che non era un assassino era inquieta. Non gli piaceva la calma con cui le persone andavano accalcandosi sui marciapiedi. Non gli piaceva la pistola che portava sotto la giacca. La pistola era la sua arma. Era veloce e maneggevole, gli aveva dato fin dalla prima volta che l’aveva impugnata un senso di sicurezza e potere. Ma contro un bersaglio in movimento, a una certa distanza, non era un’arma precisa. Quante energie erano state investite su quell’omicidio? Un sicario con una pistola in mezzo a una folla è un tentativo. Qualcosa che può funzionare oppure no. Uno dei metodi preferiti dei gruppi anarchici improvvisati. Una pistola è più facile da recuperare, nascondere e maneggiare di un fucile o dell’esplosivo. In quel modo la usavano gli studenti idealisti o gli uomini disperati. Ma quello non era un agguato improvvisato.

    Possibile che fossero vere entrambe le ipotesi? Il bersaglio era davvero Victoria, ma lui era un diversivo?

 

    Un soldato a cavallo con la livrea della famiglia reale attraversò il ponte, segno che la parata stava per arrivare. L’imperatore, il principe e Victoria sarebbero stati proprio alla testa del corteo, subito dietro il primo gruppo di guardie a cavallo.

    Se avesse organizzato lui l’omicidio dove avrebbe posizionato i cecchini?

    Lì, perché il ponte garantiva una maggiore visuale sul bersaglio e il canale era una via di fuga preferenziale.

    Ma dove li avrebbe piazzati? Come li avrebbe armati?

    La risposta era fin troppo facile.

    Alzò lo sguardo verso l’orrore di metallo.

    Sulla sommità dell’arco di trionfo c’era una balconata dove era stata piazzata un’allegoria della Vittoria, la statua di bronzo di una ragazza dalle vesti svolazzanti in piedi sulla prua di una nave che si ergeva tra flutti metallici.

    Dall’altra parte del ponte era apparso il primo dei soldati che precedeva l’auto imperiale.

    Il cielo era grigio, quasi della stessa tonalità dell’arco di trionfo e del suo monumento sommitale.  Anche per Ardal era difficile mettere a fuoco i particolari. 

    Poi vide, solo per un istante, qualcosa muoversi proprio dietro alla base della statua.

   
 
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