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Autore: Liza Inverse    09/05/2022    0 recensioni
"Note: gli errori grammaticali nei dialoghi sono intenzionali"
Juno ha vissuto tutta la vita sotto l'egida di una nonna fortemente rigida e matriarcale che ha creduto per lungo tempo essere l'angelo del focolare.
Con la morte di questa, quando lei ha quindici anni, sua madre decide di abbandonare il marito, esasperata dalla distanza di quest'ultimo dalla situazione familiare.
Da Seattle alla Florida, la ragazzina si trova catapultata a vivere a casa del fratellastro della madre, del quale era sempre stata tenuta all'oscuro.
Oltre a dover iniziare una nuova vita in una nuova scuola, Juno dovrà anche confrontarsi e convivere con quello che non sa essere suo cugino: un ragazzo di sette anni più grande di lei, solitario e studioso, che affibbierà alla ragazza il soprannome di "fangirl" a causa della sua fissa verso un gruppo rock.
© PATAMU
Genere: Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Al rientro da scuola mi trovai sulla scrivania bianca in camera un computer nuovo, un iPhone e anche un IPod per la musica. All’inizio ero rimasta sorpresa e contenta. Ma poi ero andata a tavola e la mamma e il secchione avevano litigato. Lui mi aveva difesa di fronte alla mamma. Dopo cena mi rifugiai in camera e chiamai Rita raccontandole della scuola e dei ragazzi che avevo incontrato.

“È una scuola per mezzi geni! E poi anche il figlio dei tizi che ci ospitano, è un genio. Lo odio, mi fa fare delle figuracce!” Brontolai.

Dall’altra parte ci fu una mezza risata.

“Almeno è carino?”

Esitai. Era carino? Decisamente senza occhiali, quelli erano occhi nei quali perdersi e…

“È vecchio. Sua madre dice che ha ventitre anni.”

“Come EL!” disse Rita, precisando la cosa che già mi piaceva uno di ventitré anni..

“EL è giovane dentro! Questo qui porta gli occhiali, legge libri e suona il pianoforte!” Protestai.

Le raccontai della casa, della piscina e le inviai delle foto della camera.

“Wow, vorrei avere anche io amici così!”

“Certo è meglio della casa che avevamo prima e mia madre che faceva i salti mortali per arrivare a fine mese. Però vorrei sapere chi sono e perchè fanno questo per me e mia madre.”

Ero contenta e triste nello stesso tempo. Se solo tutto fosse stato più semplice!

Poi il secchione bussò e dovetti chiudere la chiamata con Rita.

Si presentò con una camicia bianca, stirata e inamidata. Me la porse, mi prese in giro di nuovo e se ne andò. Era irritante. Non solo non conoscere il suo nome, ma quell’alternarsi di gesti gentili e prese in giro. Un momento era gentile, mi regalava il computer, mi portava la camicia, il momento dopo mi faceva sentire un’ingenua.

Mi spogliai e mi feci la doccia nel bagno privato della camera. Uscii tenendo la luce spenta e godendomi la penombra dei lampioni della piscina. La camicia bianca splendeva sul letto. Non avevo mai indossato la camicia di un altro uomo che non fosse mio padre e per qualche attimo, il tessuto fresco in cotone che mi passava sul braccio mi fece provare un’emozione insolita. Era più larga di quelle di mio padre. Del resto, il secchione era un bel po’ più alto.

Mentre mi allacciavo i bottoni mi affacciai alla finestra ma indietreggiai subito: mi nascosi a metà dietro al muro per paura di essere vista.

Sul bordo della piscina, seduti sulla stessa sdraietta c’erano mia madre e l’uomo di quella mattina, il padre di secchione, abbracciati.

Mi sentii male. Portai le mani alla bocca e scoppiai a piangere. La mamma aveva trovato un altro uomo! Come avesse fatto, non lo sapevo. Lei non era mai uscita di casa! Dovevo scoprire che tipo di rapporto c’era tra di loro, e soprattutto convincerla a tornare con mio padre! Non poteva rovinare tutto per una bella villa e un uomo affascinante!

Andai a letto, ma non ci dormii tutta la notte. Decisi che avrei fatto la cura del silenzio a mia madre finché non avesse ceduto.

Cercai di non parlare con nessuno anche a colazione, ma in macchina secchione voleva a tutti i costi fare conversazione.

“Sei più seria di un professore universitario oggi, non è da te. Che succede?” Domandò guardando verso la strada e stringendo il volante.

Girai la testa verso il finestrino, cercando di ignorarlo.

“Mi devo ritenere fortunato e pensare che non proferirai più parola per il resto dei tuoi giorni, o prima o poi sentirò di nuovo castronerie uscire dalla tua bocca?”

Insistette. Era irritante. E soprattutto provocatorio. Avrei voluto rispondergli, ma non sarei stata al suo gioco. Anche se non sapevo cosa volesse dire ‘proferirai’ e ‘castronerie’.

Lui continuò.

“Andava bene la camicia? Ne vuoi un’altra? Ho notato che hai fatto la doccia. Mia madre mi ha chiesto di domandarti se hai bisogno di prodotti particolari per i capelli. Io le ho risposto che secondo me hai solo bisogno di un rasoio per capelli, ma lei non mi dà retta.”

Un rasoio per capelli. Mi guardai le braccia ricordando la prima volta che mi ero fatta i capelli rosa. Quel ricordo quasi mi fece scoppiare, ma il pensiero di suo padre che stava con mia madre mi fece provare pena per lui. Forse sarebbe stata questione di giorni prima che decidesse di dare il benservito alla moglie e al figlio geniale.

La macchina si fermò davanti alla scuola, scesi senza una parola e lui ripartì.

Se il primo giorno era stato terribile, il secondo fu persino peggio: per storia ci annunciarono un test da lì a tre giorni, su circa cento pagine di testo da studiare. 

“Non è certo il massimo del benvenuto.” disse Janine all’uscita quando la incontrai.

“Certo che no. Tra l’altro io in storia sono veramente un disastro. E non ho nemmeno il testo di studio.” Risposi seguendo con lo sguardo la moltitudine di ragazzi e ragazze che ci passava davanti uscendo.

Sean si fermò vedendoci parlare.

“Ciao Juno! Tutto bene? Hai una faccia!”

Gli spiegai del test.

Lui mise una mano nel suo zaino e tirò fuori un libro che avrei definito enorme.

“Ti presto io il testo!” Mi sorrise porgendomelo.

Janine mi allungò un quaderno ad anelle.

“Quello non ti basterà, qui c’è la parte che non trovi nel libro.”

Afferrai il quaderno sfogliando le pagine scritte nella sua calligrafia ordinata. Io non ero mai stata così ordinata.

“Quindi, c’è da fare tutto questo? Per venerdì?”

Non sarei mai sopravvissuta.

Janine annuì.

“Sei stata sfortunata, lo ammetto. Noi ci stiamo dietro da un mese, tu sei arrivata e bang!” Tirò un pugno sopra il palmo della mano aperto.

“Già, vorrei spararmi.” O forse bastava solo sbattere la testa contro quel libro.

Juliet arrivò in quel momento e mi spinse sulla spalla.

“Ehi, guarda chi ti sta aspettando fuori!” I suoi occhi brillavano e aveva una faccia un po’ inebetita. Capii di chi stava parlando.

Sbuffai avviandomi verso il secchione che mi stava aspettando sulla porta a braccia conserte come una guardia del corpo.

Non appena mi vide, mi fece fretta.

“Ce ne hai messo di tempo! Sali, che sono in ritardo!”

Lo guardai da sotto, a testa bassa.

In ritardo? E per cosa? Devi avere un incontro con te stesso allo specchio?

Non gli risposi: anche lui avrebbe subito il silenzio di Juno Bennett.

La strada passava lenta, ma notai che non era quella che aveva fatto il giorno prima né al mattino. Mi venne in mente la nonna che mi aveva parlato di uomini che rapiscono le ragazze.

Presa dal panico parlai.

“Dove stiamo andando?”

Grugnì prima di rispondere.

“Senti, mia madre voleva comprarti dei vestiti. Io le ho detto che non è il caso di prendere cose che poi non ti piacciono. Quindi ti accompagno a prendere da vestire.”

Lo guardai con la coda dell'occhio. Dopo il computer, anche i vestiti. Certo, anche se l’outfit di EL mi piaceva, forse era il caso di prendere anche altro. Ma non volevo che la mamma si sentisse in debito con degli sconosciuti, o che peggio, una volta andate via ci facessero pagare tutto.

“Non ho soldi.” Protestai.

“I soldi sono l’ultimo problema.” Rispose indifferente.

Certamente erano l’ultimo problema, con una villa con piscina! E poi mi aveva già  comprato il portatile e il cellulare!

“Non voglio vivere alle spalle di gente che ho appena conosciuto.”

Mi indicò col pollice.

“Non vorrai sempre e solo indossare quei maglioni e quei jeans, spero. Non sopporterei di vederti con quell’abbigliamento tutto il giorno.”

Incrociai la braccia. come potevo, perché non c’era molto posto per gestire lo zaino e le braccia, lì.

“Senti, lasciami stare, ho capito che hai qualcosa contro EL!”

Non ci fu risposta.

“Allora vedo di vestirmi più spesso così.” Terminai.

Si fermò davanti ad un negozio enorme di H&M, scese senza parlarmi e lo seguii.

“Non hai detto che sei in ritardo? Cos’è, hai un appuntamento?” Domandai guardandomi intorno le decine di appendiabiti con capi colorati appesi alle pareti, illuminati da sopra e con accanto i manichini in plastica scura con i consigli di abbigliamento. Non avevo avuto molte occasioni di andare a prendermi da vestire a Seattle. Le poche volte era la nonna che mi comprava gonne sotto il ginocchio e maglioncini che pizzicavano la pelle. Quello che avevo addosso ero riuscito a comprarlo rivendendo qualche vestito tramite Rita e Beth a un mercatino e facendo scambio di abbigliamento.

“Sì, per questo ti chiedo di darti una mossa. Se vuoi puoi prendere solo maglioni bianchi e jeans da arrotolare sulle ginocchia, non mi interessa.”

“Non ti preoccupare, - sbottai afferrando qualche pantalone e camicia colorata - faccio presto eccome, per venerdì ho un test e ho più di cento pagine di storia da studiare.”

Rise alle mie spalle.

“Questo suona tanto come una F assicurata.”

Feci finta di niente e iniziai a guardarmi intorno. Lui mi seguì in silenzio mentre mi sceglievo i vestiti ed entravo e uscivo dai camerini. Infine si sedette su uno sgabello di cortesia e si mise a parlare al telefono. Quindi conosceva effettivamente qualcuno. O faceva finta.

Tornando a casa gli domandai cosa ne pensasse dei vestiti che avevo preso. Prima di rispondere fece una lunga pausa. Poi scosse la testa prima di rispondere.

“Se ti piace, va bene. Non sta a me giudicare quello che ti metti.” Replicò distratto.

“Interesse zero. Capisco.” Mormorai.

Sospirò passandosi una mano tra i capelli.

“Perché vuoi la mia opinione?”

Ci pensai. In effetti gli avevo fatto una domanda… stupida. Abbassai lo sguardo e le mie dita iniziarono a muoversi.

“La nonna me la dava sempre.” Mormorai.

“E che ti diceva?”

Deglutii. Le poche volte che avevo provato a prendere qualcosa di diverso la nonna non era stata d’accordo.

“Che era brutto.”

Stese la mano verso di me.

“E ti piaceva? Voglio dire, quando tua nonna ti diceva che era brutto.”

Scossi la testa. Era la prima volta che parlavo con uno sconosciuto di quello che mi facava la nonna.

Lui annuì.

“Esatto. Per questo evito di giudicare i gusti di una persona. Se uno si sente felice di come si veste, chi sono io per giudicare?” Si indicò con la mano a taglio.

“E allora perché mi giudichi quando mi vesto come EL?” Domandai.

“Perché quello è copiare un abbigliamento, non è essere se stessi.” Replicò spazientito.

“Beh, io adoro EL, questo è essere me stessa e voglio che tutti lo sanno.” Risposi. Nemmeno lui doveva fare come la nonna!

“Lo sappiano. E non ti preoccupare, hai praticamente un cartello a led addosso che urla ‘ADORO EL’!” Sventolò la mano. Era già due volte da quando ci eravamo rivisti che me lo diceva. Sembrava proprio una questione di principio.

“Meglio. È quello che voglio.” risposi.

“Meglio.” Mi fece eco.

A cena dovevamo essere solo io, la mamma e sua mamma. Invece secchione si presentò in short e canotta, che facevano risaltare i muscoli che aveva dappertutto e si sedette salutandoci. Mi sentii avvampare di caldo mentre sua madre lo guardava sorpesa chiedendo perché fosse lì. Doveva vedersi con due tizi, Richard e Colin.

“Ho telefonato, ho detto loro di fare da soli. C’è una cosa più urgente.” Le rispose.

“Che c’è di più urgente?” chiese sua madre, mentre aggiungeva un piatto.

Lui prese la forchetta e mi indicò.

“Fangirl, qui, ha decine di pagine di storia da studiare per venerdì.”

Arretrai sulla sedia.

“E quindi?” Protestai.

“E quindi hai bisogno di aiuto. Forse non sarò il massimo come professore, però sempre meglio che rischiare che ti addormenti sul libro.”

“Io non mi addormento su…”

Alzò un sopracciglio, scettico, prima ancora che finissi la frase.

“Va bene, un paio di volte, - abbassai la testa -  magari. Però non devi sentirti d’obbligo, voglio dire, probabilmente è tanto che non vedi i tuoi amici, per cui, forse è il caso che vai da loro!”

“Ho spostato tutto a venerdì.” Tagliò corto.

A fine cena andai in camera e chiamai Rita spiegandole la situazione a scuola e che secchione mi voleva fare ripetizione. Ma cosa più importante, che avevo scoperto che mia madre era l’amante di suo padre. La cosa mi angosciava e dovevo parlarne con qualcuno. Rita non ci credette e disse che forse c’era un’altra spiegazione.

Prima di proseguire dovetti chiudere perché secchione arrivò con quattro libri enormi sotto il braccio.

“Sei pronta?” Disse serio. 

“E quelli cosa sono?” Domandai indicandoli e indietreggiando.

“Supplementi.” rispose mentre li appoggiava sulla mia scrivania. Era robusta: non si era piegata sotto il peso di quei libri!

“Non mi stupisce che tu hai un corpo da atleta, trasportando dei mattoni del genere.” mormorai allontanandomi da lui.

“Tu abbia. Già, non tutti i secchioni sono gobbi perché rimangono curvi sui libri.” Si mise le mani dietro la schiena e si stirò guardando la superficie del tavolo.

“Ma questa è una scrivania, o la piantina del deserto del Gobi?” Domandò.

“Di chi?” Non capii.

Fece una smorfia di irritazione guardando il soffitto.

“Lascia perdere, quella è roba avanzata. La faremo quando dovrai studiare geografia, sai, Europa, Asia, Africa, Medio Oriente. Tutto il resto del mondo, quello che non conosci.” Formò due semicerchi con entrambe le mani.

Incrociai le braccia. 

“Senti, se devo sopportare le tue prese in giro per ore, preferisco prendere una F!”

Gli girai la schiena e andai a sedermi sul letto.

“Dovrai passare sul mio cadavere, prima di prendere una F, fangirl.” Il suo viso si fece serio e convinto.

“Io non li leggo tutti quei libri!” Protestai indicando la pila che aveva portato in camera.

“Non ti preoccupare! Servono a me, per consultazione, anche se non è detto che debba utilizzarli.”

Feci un verso di protesta strozzato. Non ci potevo credere.

“Sei pronta?” domandò.

Volevo dire di no, ma prima che rispondessi mia madre aprì la porta senza bussare.

Lui si voltò verso di lei: le lanciò uno sguardo spazientito per un momento.

“Sharon?” La chiamò.

Mia madre ci squadrò, lui vicino alla scrivania e io sul letto.

“Cosa ci fai qui?” Gli domandò.

Secchione scattò indietro mettendo le mani sui fianchi.

“Le spiego storia, quello che riguarda la verifica che deve fare. Come ho detto a tavola!”

Mia madre strinse le labbra e entrò del tutto in camera, chiudendo la porta dietro di sé.

“Solo questo?”

“Certo, mi sembra persino abbastanza.” Rispose lui incrociando le braccia e battendo un piede per terra.

“Devi per forza stare in camera con lei?” Contestò la mamma.

Secchione si passò una mano tra i capelli e inspirò.

“Certo che sì! Mica posso spiegarle la lezione attraverso il muro! Comunque se vuoi puoi stare anche tu, però ti chiedo la cortesia di non interrompermi.” con un gesto la invitò a sedersi sul divano. La mamma invece si mise sul letto, accanto a me.

Mi alzai e andai a sedermi alla sedia della scrivania

Secchione iniziò a parlare.

Andava avanti e indietro misurando i passi, assieme alle parole. Ogni tanto si fermava a guardare mia madre, accigliato, respirava profondamente e poi iniziava di nuovo.

Passò del tempo, tanto, tanto tempo finché non mi venne da sbadigliare. Lui si bloccò raddrizzando la schiena e mettendo le mani dietro, come un piccolo, beh nemmeno tanto, soldato. Sporse in avanti la testa.

“Fangirl, hai seguito una sola delle cose che ti ho detto?”

Mi ripresi e mi sedetti dritta sulla sedia.

“Cosa? Io?”

Strinse le labbra e di nuovo fece una smorfia unendo le sopracciglia e guardando per terra.

“Per stasera basta. Riprendiamo domani. Buonanotte.”

Fece una specie di inchino verso mia madre e poi se ne andò lasciando la porta aperta.

Mia madre attese che si sentisse la porta di camera sua chiudersi e si alzò, precipitandosi rapidamente verso di me, il viso lungo e gli occhi dilatati.

Ero seccata con lei. Non che mi importasse della lezione, però avevo avuto la sensazione che la sua presenza fosse di troppo, e non solo per me.

“Mamma, dovevi stare qui per forza?” protestai.

“Non so, Juno, lui è sempre un ragazzo e tu una ragazza.” Mi accarezzò in testa.

“Mamma, se devo essere onesta il secchione mi sta antipatico.” Spostai lo sguardo da lei. Gliel’avevo detto, ma non era propriamente come mi sentivo. Ero confusa, come la sera prima.

Indicò la porta d’uscita e fece una smorfia infastidita.

“Lo so ma lui è un ragazzo.” Mi mormorò a cinque centimetri dal viso.

Sbuffai.

“Mamma, lo hai visto anche tu, è un secchione. Per lui esistono solo i libri e il pianoforte.”

Lei rimase immobile e muta davanti a me. Solo dopo qualche secondo capii quello che intendeva. Sentii il sangue arrivarmi alle guance.

“Non mi tocca con un dito, se pensi che è quello il problema.”

Mi fissò negli occhi mettendomi a disagio, poi allungò la testa verso la porta per vedere se stesse arrivando qualcuno.

“Ne parlerò con Dave.” Mi diede un bacio sulla fronte. “Buonanotte.” Si affrettò ad uscire.

“Magari buonanotte! Hai sentito, mi farà lezione ancora!” Le risposi mentre la porta si chiudeva.

Mi girai passando la mano sul legno della scrivania dove ancora c’erano quei libri che aveva portato.

Passai davanti all’armadio e diedi un’occhiata ai vestiti che mi avevano gentilmente offerto i nostri ospiti. L’indomani mi sarei messa qualcosa di nuovo. Sorrisi al pensiero di indossare finalmente qualcosa che mi piaceva senza nascondermi.

Mi spogliai dei vestiti vecchi lasciandoli per terra e andai a fare la doccia.

Quando uscii mi rimisi di nuovo la camicia del secchione: solo in quel momento feci caso che aveva il suo stesso odore. Forse perché per la prima volta eravamo stati vicini così tanto. Tornai davanti alla porta finestra che dava sul balcone, accanto al letto. Di nuovo c’erano suo padre con mia madre a parlare abbracciati, vicino alla piscina.

Mi domandai cosa ci fosse tra i due e perché nessuno di loro ne parlava. L’idea che mia madre potesse volere bene a un altro uomo che non fosse mio padre mi rattristava e mi faceva sentire arrabbiata al tempo stesso. Sapevo che poteva succedere, ma avrei voluto almeno essere coinvolta, avrei voluto che mi spiegasse la situazione.

Andai a letto rimuginando su perché la mamma avesse fatto quella scelta.

  
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