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Autore: Cristina_Berger    10/05/2022    0 recensioni
Patrick ha ventidue anni, un carattere ottimista e gioviale, e tanta voglia di vivere. Vive con i fratelli in una tetra villa nella campagna del viterbese, soprannominata "La casa degli angeli", una dimora sulla quale in paese si raccontano storie terribili di morte, pazzia e strani rituali, nulla sembra intaccare la sua serenità.
Fino al giorno in cui un suo coetaneo non viene trovato morto poco lontano, massacrato a coltellate. Da quel momento in poi la sua vita sarà un susseguirsi di incubi e avvenimenti spaventosi. Realtà e fantasia si confonderanno nella sua mente, e...
Genere: Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lemon | Avvertimenti: Contenuti forti
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"Sono io... quello che splende"

Mai come allora quella definizione gli era parsa tanto ridicola: di lui, in quel momento, tutto si poteva dire meno che splendesse. Fradicio di pioggia, inquietato dalle parole della Signora Con Il Maiale e con la mente che ripercorreva gli avvenimenti dell'ultimo anno in un loop frenetico, si sentiva privato della propria carica vitale, un burattino inerme in balia degli eventi. E senza praticamente accorgersene, era arrivato nell'unico posto in cui avrebbe voluto essere in quel momento, dall'unica persona che voleva vedere.

"Ti disturbo? Stai studiando?"

Gloria aprì la porta, sorpresa. Di certo non si aspettava una sua visita, ma non sembrava infastidita. Un ampio sorriso, lievemente imbarazzato ma genuino, si aprì sul suo volto struccato. Con i capelli raccolti in una treccia disordinata, una felpa rosa che aveva visto tempi migliori e i pantaloni di una tuta, era una versione inedita della ragazza sempre curatissima e attenta ai dettagli a cui era abituato. Comunque bellissima.

"Studiare è una parola grossa. Entra, dai"

"Non pensavo fossi a casa ma ho notato le persiane aperte. Se hai da fare me ne vado"

"Entra, sta piovendo a dirotto e sei tutto bagnato"

Era una sua impressione o lei lo stava davvero guardando con molta attenzione? Era desiderio quello che leggeva in quegli occhi di smeraldo?

"Fino a mezz'ora fa c'era il sole, e ho fatto una passeggiata in paese. Non mi aspettavo un temporale del genere"

Patrick finalmente si decise a entrare e, chiusa la porta alle proprie spalle, si guardò attorno. Non era mai stato a casa di Gloria e si era sempre chiesto che aspetto potesse avere, sapendo che ci viveva da sola e che la considerava una sorta di rifugio, al pari della sua stanza nel villino dei genitori. Il piano terra era occupato da un vano unico, una sorta di soggiorno con angolo cottura, un divano ricoperto di cuscini e un grosso tavolo ingombro di libri, quaderni e tazze. Gran parte del mobilio doveva avere almeno una cinquantina d'anni, ma era stato restaurato e dipinto nei colori preferiti della ragazza. Viola, bordeaux, ottanio. La finestra che dava sul retro aveva una tendina di foggia indiana, nelle stesse tonalità.  Ai piedi della scala che portava al piano di sopra erano accoccolati Batman e Robin, i due enormi gatti tigrati di cui lei parlava spesso. Era una stanza pulita ma disordinata, che profumava di fiori e vaniglia e sembrava molto, molto accogliente.

"Siediti, vado a prenderti dei vestiti asciutti" Gloria gli indicò una sedia e salì per la scala, senza dargli il tempo di replicare. Riapparve dopo qualche minuto, con dei jeans, qualche T-shirt e degli asciugamani.

"La fortuna di avere un'amica con un culo come una portaerei" gli disse, leggermente imbarazzata, mostrandogli i pantaloni "Questi dovrebbero starti, sono i più lunghi che ho e le maglie sono larghe come le porti tu. Puoi farti una doccia, se vuoi" Indicò la porta del bagno e gli scostò i capelli bagnati dalla fronte, rimanendo a fissarlo per qualche istante, come sul punto di aggiungere altro.

Patrick provò un senso di deja-vu. Aveva già vissuto una scena simile, a ruoli alterni. Ora era lui ad avere bisogno di essere rassicurato e coccolato. La sua reazione alle parole di una vecchia stramba e superstiziosa gli aveva fatto capire che non stava affatto bene, che tutti gli avvenimenti dell'ultimo anno e mezzo lo avevano segnato più di quanto si ostinasse a credere.

"Gr-grazie" balbettò.

"Fa' come fossi a casa tua. Io intanto preparo del tè"

"C'è qualcosa che non va" Non era una domanda. Era un'affermazione.

"Ci sono talmente tante cose che vorrei dirti che non so da dove iniziare" ammise Patrick. Inutile continuare a far finta di nulla. Gloria ormai lo conosceva bene e non si sarebbe bevuta l'ennesima rassicurazione.

"Non si tratta di Brian, vero?"

"No. Cioè, in parte sì, ma non per i motivi che già sai. Stanno accadendo cose strane, Gabriele e Ricky si comportano in modo strano. Io vedo cose strane, e non riesco a capire se siano reali o meno, quanto io mi sia fatto suggestionare dalla storia del Mostro e quanto invece non sia frutto della mia mente. Ti ricordi la sera che ci siamo incontrati al Gufo e ti ho insegnato a giocare a biliardo?"

La ragazza annuì, e arrossì. Si era sporta leggermente verso di lui, e mostrava reale interesse per quello che stava dicendo.

"Ti ricordi che avevo dei lividi sulle braccia? Mi sono inventato una scusa sul momento, che ero caduto o  roba del genere..."

"Invece è stato tuo padre. Come con l'occhio nero di Ricky. Poi ho capito"

"No, non è stato papà. E' stato Gabriele. La sera prima mi aveva... punito. Perché avevo bevuto troppo e per un'altra cosa che ora non ho voglia dirti, ma che non aveva assolutamente senso. E non sto parlando di due schiaffi. Mi ha portato in una stanza orribile di cui ignoravo l'esistenza e mi ha frustato, mi ha praticamente torturato e si è fermato solo quando ho avuto una crisi d'asma"

Gloria gli prese le mani tra le proprie e lo guardo dritto negli occhi, scuotendo la testa.

"Non posso crederci" disse in un sussurro "Gabri è... Vi adora, è sempre così protettivo con voi, non riesco a immaginarlo mentre..."

"E' per questo che dico che si comporta in modo strano. Lui è proprio come lo vedi tu, ma ha questi scatti di violenza inconcepibili, anche con Ricky"

"Ha frustato anche Ricky?"

"No. Schiaffi. Gliene dà di continuo, ogni volta che dice qualcosa che non gli piace. E il più delle volte sono cose che mi riguardano, quindi mi sento in colpa. Oh, immagino di dovermi spiegare meglio, così non si capisce nulla. Ricky ha degli incubi simili ai miei e li racconta senza filtri. Se sogna che il Mostro mi sgozza, non si fa problemi a descrivere dettagliatamente la scena. E poi ce l'ha a morte con Gabriele perché secondo lui per occuparsi dei miei problemi sta trascurando lui e Luca. Sono convinto che abbia distrutto di proposito Christine... per farmi un dispetto e per vedere la reazione di Gabriele. C'è sempre tensione tra loro e io non so cosa fare, vorrei che tutto tornasse come prima"

"Non devi fare nulla, devono sbrigarsela tra loro. Ricky non ha ancora accettato gli sconvolgimenti avvenuti nella vostra famiglia e immagino che questo influisca sul rapporto col fratello che vede più vicino a una figura paterna"

"Lo dice anche la mia psicologa ma c'è dell'altro"

Patrick si decise a raccontare, se non tutto, almeno buona parte di quanto accaduto negli ultimi mesi. Gli incubi, più frequenti di quanto avesse mai ammesso con nessuno. La faccenda del gatto morto sparito nel nulla. Le circostanze precise del suo primo attacco di panico. L'incontro con la vecchia col maiale. Omise l'aggressione subita dal fratello minore, però, reputando non fosse giusto fosse lui a parlarne, e sperando che Gloria, se aveva intuito qualcosa, gliel'avrebbe fatto capire. Ma la ragazza si limitò ad ascoltare, continuando a stringergli le mani e guardandolo con profonda partecipazione. 

"Comincio a credere che la maledizione dei Bertini non sia solo superstizione popolare. Mi trovi ridicolo?"

"Per niente. Certo non nel modo in cui credevano i vostri antenati, ma in qualche modo la tua famiglia è maledetta. Vi portate dietro un'eredità pesante"

"A partire dalla villa" Patrick si sentì sollevato. Negli occhi di Gloria non c'erano giudizi negativi, o incredulità. Non lo commiserava, non lo considerava un mentecatto. "Non sono mai stato in un luogo più inquietante. Il St Peter mi faceva paura, con tutte quelle porte che non avevo mai aperto e la sua stanza delle punizioni ma lì mi sentivo al sicuro. Il peggio che sarebbe potuto accadermi era beccarmi qualche cinghiata e passare la notte da solo al buio, e per evitarlo bastava mi comportassi bene. Poi sono stato adottato e sono andato a vivere in una casa normale. I miei primi genitori avevano un appartamento in un palazzo alla periferia di Londra...cucina, soggiorno, due bagni, due camere e un piccolo studio. Dopo poche settimane, non c'era più un angolo che non mi fosse familiare, e ho capito che una vera casa è così, è accogliente e rassicurante" 
Si guardò attorno, con un sorriso tirato.
"Quando entri qui forse ti senti sola, forse hai paura che qualcuno possa entrare e farti del male ma sono sicuro che ti senti a tuo agio. Non ti chiedi cosa ci sia in cantina, o dietro le pareti. Non ci sono porte chiuse da decenni. Io sto bene solo in cucina, e anche i miei fratelli tendono a passare lì la maggior parte del tempo. Persino la mia camera mi inquieta, ora, perché l'associo ai brutti sogni. Ricky la pensa come me, Luca non dice nulla ma spesso rimane a dormire da un amico"

"E Gabriele?"

"Gabriele fa finta di niente. Ha una sua idea ben precisa sulla natura della maledizione dei Bertini, molto pragmatica. Concorda con me che vivere nel castello degli orrori non ci fa bene ma non vuole andarsene. Dice che i fantasmi ci seguiranno ovunque, finché non li sconfiggiamo. Non cosa pensi davvero, però. A volte ho l'impressione ci nasconda la verità, qualunque essa sia e che abbia dei sospetti sull'identità del Mostro"

"Non riesco a immaginare quale possa essere il nesso tra voi e gli omicidi. Se c'è davvero, un nesso"

"Brian"

"Con le altre vittime non hai avuto premonizioni. Cosa ti dice questo?"

"Ho sentito la morte di Brian perché era il mio gemello e mi sono lasciato suggestionare"

"Sì, penso sia andata così. Per quanto ne sappiamo, l'assassino ha scelto le sue vittime in modo casuale, non c'è niente negli omicidi successivi che faccia pensare ce l'abbia con te o che tu c'entri qualcosa. Mi segui, Paddy?"

"Ti seguo. E' la stessa cosa che dice Gabriele e non posso darvi torto. Anche se..."

Patrick si interruppe, ripensando a Ginger e, soprattutto, a quello che era accaduto a Ricky. Da qualche giorno un sospetto aveva iniziato a prendere forma nella sua mente, una spiegazione che avrebbe reso meno assurdo l'atteggiamento dei fratelli, ma continuava a credere ci fosse un disegno preciso dietro le scelte del Mostro e che il suo vero obiettivo fosse lui.

"Anche se...?"

"Niente"

"Stando a quanto sappiamo" continuò Gloria "sembra che Brian e Riccardo Toscano siano stati uccisi molto meno sbrigativamente degli altri due. Bisognerebbe capire cosa avevano in comune"

Più o meno le stesse parole di Gabriele, nonché il suo pensiero. La chiave di tutto doveva essere lì, nel comun denominatore tra il suo gemello e quel ragazzo che aveva visto solo una volta.

"Due bravi ragazzi"

"Non sai come fosse diventato Brian, non puoi dare per scontato fosse come te"

"Eravamo gemelli..."

"Ma avete fatto esperienze diverse, avete vissuto in ambienti diversi. Eravate due persone diverse, Paddy. E comunque sembra che lui fosse qui da pochi mesi, probabilmente l'assassino non lo conosceva neanche. Aggiungici che bravo ragazzo possiamo dirlo anche dei tuoi fratelli, o di uno qualunque dei nostri amici, e ad un funerale nessuno si permetterebbe di prendere la parola per gettare fango su un morto. Anche se da quel che ne so Riccardo era davvero amato da tutti e c'era chi ne faceva l'apologia anche quando era vivo"

"Cosa sai di lui?"

"Era tranquillo, amichevole, alla mano, non si è mai montato la testa per i suoi successi sportivi e universitari. Non lo conoscevo ma mi ricordo un pomeriggio in biblioteca che ha aiutato me e Ricky con un argomento di Analisi 1 che ci stava facendo addannare. E' stato molto gentile e paziente, e..."

Patrick non ascoltò il resto della frase. Rimase per qualche istante in silenzio, cercando di metabolizzare quello che sembrava un dettaglio insignificante ma che per lui non lo era affatto.

"Analisi 1, hai detto?" chiese, incredulo "Non si dà al primo anno?"

"Sì, che c'è di strano?"

"Da quanto tempo conosci mio fratello?"

"Da quando ho iniziato Ingegneria, prendevamo il treno insieme e abbiamo legato subito. Poi ci siamo un po' persi di vista perché io sono rimasta indietro con gli esami e avevamo orari diversi... pensavo lo sapessi"

"No, non lo sapevo"

Perché Ricky non gliel'aveva mai detto? Perché la prima volta che lui gli aveva parlato di Gloria aveva finto di non conoscerla?

"C'è stato qualcosa tra voi?"

***
 

Avrebbe potuto rispondere con un semplice 'no' e chiuderla lì, non sarebbe stata neanche una totale bugia. Lei e Ricky erano sempre stati solo e soltanto amici, e la palese e reciproca attrazione di cui andavano cianciando le sue amiche si era risolta in un nulla di fatto. Ricky era carino, divertente, affettuoso e affidabile, si avvicinava molto al suo tipo ideale, e inizialmente lei aveva pensato che le sarebbe piaciuto avere una storia con lui, pur non essendone mai stata realmente invaghita.
Non era necessario che Patrick lo sapesse, anzi era un dettaglio che avrebbe potuto complicare ulteriormente le cose, magari inibirlo o peggiorare un rapporto al momento in crisi.

Ma di fronte a quegli occhi limpidi, mentire anche solo in parte le parve un sacrilegio.

"Non ci siamo mai baciati o dichiarati, se è questo che intendi" rispose, sforzandosi di non abbassare lo sguardo.

"Però vi piacete..."

"No! Cioè, sì...credo di non essergli indifferente, ma non penso sia innamorato di me o cose del genere"

"E tu?"

"Mentirei se ti dicessi  che non ci ho mai fatto un pensierino, almeno i primi tempi. Ho sempre attratto psicopatici, non mi pareva vero di avere le attenzioni di un ragazzo così... Semplice, pulito, genuino"

"Che tipo di attenzioni?" Più che arrabbiato, Patrick sembrava turbato, sorpreso.

"Gli importa davvero di me, capisce quando sono giù di morale. E poi tanti piccoli gesti carini, come tenermi un posto nelle prime file se arrivo tardi lasciandomi un cioccolatino sul banco, o prestarmi i suoi appunti se salto una lezione"

"O passarti il compito di Fisica"

"Anche, sì. Queste cose le farebbe anche un amico, ma le mie compagne insistono che c'è dell'altro, che mi guarda in un certo modo, e per quanto io possa essere insicura, credo abbiano ragione"

"Perché non me l'hai mai detto? E' lui il motivo per cui mi hai rifiutato?"

"No, no, assolutamente no. Io... avevo intenzione di dirtelo, ma poi ho capito di piacerti e non volevo pensassi di avere un rivale in casa. Non volevo fraintendessi. So che tra me e Ricky non ci sarà mai nulla, non era così importante raccontarti questa cosa"

Patrick rimase in silenzio per qualche istante, con un'espressione dolorante e delusa.

L'ho ferito di nuovo.

"Paddy, mi dispiace. Tuo fratello non c'entra nulla con quello che non è accaduto tra noi"

"Io non sono semplice, pulito e genuino? Non sono carino con te? Non capisco quando sei giù di morale?" Non c'era sarcasmo in quelle parole, solo sofferenza. 

Vedere il ragazzo che amava in quelle condizioni era intollerabile, era arrivato il momento di porre fine a quella ridicola attesa, logorante per entrambi. Per mesi aveva aspettato che lui si facesse avanti di nuovo, pensando solo al proprio bisogno di conferme, pretendendo una dichiarazione plateale.

"Tu sei molto di più" riuscì a dirgli.

"Allora perché mi vuoi solo come amico? Cosa mi manca? Non ti piaccio fisicamente? Mi trovi noioso?"

"Ma scherzi? Sai che non è così"

Come poteva pensare una cosa del genere? Aveva perso il conto di quante volte gli aveva detto di trovarlo attraente (l'ultima due sere prima al Gufo, quando due ragazze non avevano fatto altro che fissarlo: Sì, ce l'hanno con te, sei un figo irresistibile, fattene una ragione) e ancora di più di come in sua compagnia il tempo passasse troppo in fretta. Continue allusioni, segnali che credeva sarebbero bastati a spingerlo a cercare di baciarla di nuovo.

"In questo momento non sono dell'umore giusto per scherzare"

Con un'espressione glaciale negli occhi e un tono di voce che non sembrava più il suo, Patrick si alzò, prese lo zaino e si diresse verso la porta.

"E' meglio che me ne vada. Mi sono già fatto abbastanza male"

In quel momento Gloria ebbe la totale, dolorosa, intollerabile certezza che se non l'avesse fermato l'avrebbe perso per sempre. Non sarebbe uscito soltanto da casa sua ma anche dalla sua vita. E nonostante tutto, ancora non riusciva a dirgli chiaramente cosa provasse per lui. Rimase a guardarlo, con le lacrime che le rigavano il viso e la speranza che lui se ne accorgesse e capisse. Ma Patrick non si voltò, non la vide piangere, e quando lei iniziò a singhiozzare era già in strada.

"Paddy, aspetta!"

Gloria lo raggiunse e lo bloccò, cingendogli i fianchi con le braccia, decisa a non lasciarlo andare mai più.

"Non trattenermi" disse lui "Non farmi ripetere lo stesso errore dell'altra volta. Lo sai che non posso essere tuo amico, era solo un modo per rimanerti accanto sperando cambiassi idea, mentre tu pensavi a mio fratello. Non dirmi che sei così stupida da non averlo capito"

"Ancora più stupida, stupida al punto di aver rischiato non mi dessi una seconda possibilità. Patrick, io voglio te, voglio quello che vuoi tu. Non mi importa niente di Ricky o di chiunque altro, sei tu a non capire. Ho avuto paura perché...perché non ho mai provato un sentimento così forte, mi hai destabilizzata. Sono innamorata di te e l'idea di perderti mi distrugge"

Patrick si sciolse delicatamente dalla sua presa e finalmente si voltò. I suoi occhi erano tornati quelli di sempre, occhi che sorridevano e la guardavano con dolcezza, increduli.

"Dillo ancora, per favore"

"Sono innamorata di te. Posso ripetertelo fino a stasera, se può servire a farti capire che non c'è niente di te che non mi vada bene. Mi piaci, Paddy, per come sei dentro, per come sei fuori, per come mi fai sentire"

Gloria alzò sulle punte dei piedi e gli prese il viso tra le mani.

"Baciami, Splendente"

Dopo otto mesi, le loro labbra si incontrarono di nuovo, e stavolta non fu un fugace sfiorarsi, stavolta lei non si tirò indietro ma si lasciò andare, rabbrividendo di piacere tra le braccia di quel ragazzo che l'aveva stregata.

"Anch'io sono innamorato di te" le disse Patrick dopo un lungo, intenso ed emozionante bacio. Le scostò una ciocca di capelli dal viso, un gesto che aveva fatto mille volte ma che ora era meno impacciato e la tirò di nuovo a sè, portandosi la sua testa sul petto. Sotto il profumo familiare della maglia che gli aveva prestato, Gloria percepì il suo odore, ormai altrettanto familiare, e il calore del suo corpo forte, il battito cardiaco accelerato. Tutto il resto sparì. La fragranza dell'erba bagnata dopo il temporale, il vociare dei pochi passanti, il rintocco della campana della chiesa di Sant'Ivano, appartenevano al mondo in cui erano vissuti fino a pochi istanti prima.  C'erano solo loro, ora, persi in un'altra dimensione, uniti nell'abbraccio che cercavano da tempo.

"Torniamo dentro" gli sussurrò in un orecchio, e lo prese per mano "Voglio fare l'amore con te"

Il ragazzo le sorrise, gli occhi colmi dello stesso desiderio che l'aveva invasa, e la seguì oltre la porta, su per la scala, fino in camera da letto. La fece sdraiare sulla trapunta viola e iniziò a spogliarla. Aveva le mani calde ed esperte, sapeva come muoversi, come toccare una donna.

"Quante ne hai avute prima di me?"

"Non è importante" Lui le sfilò il reggiseno e la baciò tra i seni, scendendo lentamente fino all'orlo dei suoi slip, per poi fermarsi e fissarla. Gloria gli tolse la maglietta e gli sfiorò il petto, prima un po' titubante poi abbandonandosi al proprio istinto, alla bramosia tenuta a freno per mesi. Il corpo di Patrick era irresistibile, virile e armonioso, con quei muscoli tonici temprati dal lavoro in cantiere, tanto forte quanto lui era delicato nei modi e nell'animo. Gli tolse anche i jeans e i boxer, con più foga, come fino ad allora aveva fatto solo nelle sue fantasie.

"Dovresti smetterla di nasconderti sotto le tue camicie larghe. Sei bellissimo. Sei perfetto. Sembri davvero un dio celtico. E no, ti prego, non fare una delle tue battute auto-dissacranti, questo momento deve essere perfetto come te"

Patrick si issò su di lei e le diede un bacio sulla punta del naso.

"Non dire nulla, Candycane. L'avevo già capito"

"Io..."

"E' la tua prima volta. E hai voluto fosse con me"

Di fronte a quello sguardo innamorato, cristallino come acqua di sorgente, Gloria capì di aver fatto la scelta giusta. 

In seguito, avrebbe ricordato l'azzurro. L'azzurro dei suoi occhi, e della croce che sembrava pulsare e illuminare il poco spazio tra i loro corpi famelici, creati per fondersi in un'ondata di piacere.

 

   
 
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