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Autore: Katty Fantasy    11/05/2022    0 recensioni
Anno 2027
In un mondo devastato dal caos della guerra, l'umanità si arrende al proprio destino di disgrazie e disordine. La nascita di piccoli gruppi terroristici e conquistando territori continentali per l'acquisizione di potere mondiale. Per fermare questi squilibri interni, un uomo dal completo nero e con poteri soprannaturali più potenti, è alla ricerca di giovani ragazzi per fermare questi conflitti e affrontare il vero nemico.
Catherine Harrison è una superstite, scappata dalla guerra con la sua famiglia conducendo una vita da normale adolescente.
Kait Adisseo, nominato anche la "Morte Blu", è un Deviante ricercato dal governo per aver sfidato il mondo intero e con un passato tormentato.
Aoi viaggia per tutta la penisola in cerca di sua sorella, rapita dalla famosa organizzazione chiamata la "Mano Rossa" per riportarla a casa.
Emilia, un'abile cacciatrice, vive la sua vita tranquilla in una vecchia casa lontano dalla guerra e con un passato oscuro.
Cerbero cerca di sopravvivere dalle insidie della guerra, scappando dai nemici più pericolosi.
Si creano una nuova compagnia: la Compagnia del Serpente.
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La storia è presente sul profilo di wattapad: pamy_grim
Genere: Avventura, Fantasy, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
Capitoli:
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03

Fuoco e Artigli

 











𝑪𝒐𝒏𝒇𝒊𝒏𝒆 𝒕𝒓𝒂 𝑻𝒐𝒔𝒄𝒂𝒏𝒂 𝒆 𝑳𝒂𝒛𝒊𝒐,
𝒔𝒆𝒕𝒕𝒆𝒎𝒃𝒓𝒆, 𝒂𝒏𝒏𝒐 2027


 


L'uomo sbadigliò, senza disturbarsi di mettere la mano sulla bocca, come un orso appena svegliato dal suo letargo. Il sonno lo stava pian piano prendendo in sopravvento, lo si capiva dalle palpebre che iniziavano a chiudersi da soli. Con tutti quei litri di caffè sul bancone, vicino alla macchinetta, non davano molti benefici. Non c'era molta gente, solo tre o quattro persone per ripararsi dal freddo. Il piccolo bar che gestiva in quella zona era solo una comune baracca poco accogliente, da quattro soldi, veniva considerato più un rifugio per vagabondi. A lui non importava se entrassero Devianti, Nomadi o militari poco intelligenti, continuava a gestirlo a suo piacimento.

Erano le sette di sera.

L'uomo sbottò, bevendo un altro sorso di caffè nero. Da quando le cose erano cambiate dai inizi della guerra, un tempo era un mercenario, o meglio lo era. Aveva combattuto con quel mestiere e solo un anno dopo si ritirò per una frattura al ginocchio, poiché non verrà mai guarita; non poté né viaggiare e né correre, doveva rimanere con le stampelle per rimanere in piedi o rimanere seduto su una vecchia sedia malconcia, sul retro, con un fucile in grembo e una bottiglia di birra di fianco a sé. Tipici film post-apocalittici. Non era più lo stesso... insomma, lui sapeva combattere e che altro poteva fare? Gestire un bar, all'inizio, era sembrata una soluzione giusta, ma non aveva capito che sarebbero stati giorni tutti uguali e monotoni. Guadagnava solo pochi centesimi. Non era mai successo niente di bello in quell'anno di pensione forzata. Sbatté la stampella sul parquet ormai consumato e appiccicoso, quasi marcio, dall'altra mano reggeva due bottiglie, superò il bancone di marmo e raggiungendo un tavolo. Il suo compare lo attendeva lì, paziente, con gli occhi puntati fuori dalla finestra. I capelli di un biondo cenere erano leggermente lunghi e raccolti da una bassa coda, più giovane di cinque anni, la pelle pallida e la statura massiccia e muscolosa. Era di origine norvegese, come i suoi genitori.

«Rieccomi, fratello.» annunciò lui, appoggiando le bottiglie sul tavolo.

L'altro tolse lo sguardo dalla finestra, gli occhi di un azzurro chiarissimo. «Ma quanto ci metti? Sei diventato più lento e anche ingrassato un po'.» disse, indicando la pancetta che usciva dalla camicia di flanella logora.

Il barista si guardò, ammise mentalmente che non si muoveva molto, poi lo fulminò con lo sguardo. «Non è colpa mia se sono fuori uso da... un anno? Mi avrebbero amputato ben volentieri la gamba e sostituirla con una protesi meccanica, ma con quali soldi?» borbottò, sedendosi con difficoltà, appoggiando la stampella al tavolo. «Che vita di merda...!» aggiunse, esasperato.

Il biondo sorrise, prendendo la bottiglia con la mano callosa. «La guerra fa andare tutto a merda... anzi la parola adatta è tutto va a puttane.» fece e buttò un sorso; l'altro fece un sorrisetto di scherno, si divertiva a sdrammatizzare un discorso serio, una sua dote naturale. «Raccontami un po', come va con la tua "baracca di merda" del proprietario che ho di fronte a me?» chiese con un tono scherzoso.

L'altro fece le spallucce, con le mani in grembo. «Bah, che ti devo raccontare? Oltre ai soliti e pochi clienti che vengono ad ubriacarsi e a grattarsi le palle, una noia mortale. Qualche volta, mi tocca di sentire qualche lamentala di un disperato di pene d'amore oppure di uno nel fare delle pessime battute che farebbe ridere un'idiota senza cervello. Però, il lato positivo, una scopata di qualche sgualdrina nei paraggi. Non è male, no?» disse, beffardo. «Tu, invece, che notizie porti nel nord?»

L'espressione Lewis divenne cupa e gli occhi diventarono più scuri del solito, si sporse un po' con i gomiti sul tavolo. Anche se non ci fossero molti clienti a origliare la loro conversazione, il suo tono diventò bassa e rauca. «Sempre peggio... molto peggio. Continuiamo a sprofondare sempre di più nell'ignoto. Ormai tutta la fascia settentrionale è ridotta una landa desolata, un campo di battaglia. Molti dei nostri nemici, Rinnegati o Devianti, sono emigrati come stormi di uccelli in cerca di cibo. Chiunque se provi a varcare il confine come uno sbadato, spunterebbero come funghi dal nulla per bombardare l'auto come nulla fosse, carbonizzati, secondo le voci. Te lo dico, ci ho provato una volta, sono stato 24 ore su 24 per non fare una brutta fine. Mi maledico di averlo fatto, quello è successo tre anni fa.» disse, serio. «Due mesi fa ho provato a varcarlo di nuovo per gli affari con la Mano Rossa, ci sarebbe stato Psyco in persona, a quello che mi hanno detto.»

Gabriel sbarrò gli occhi verde petrolio, sbalordito. «Aspetta, cosa? Proprio quel Psyco? Il più grande criminale che ha preso il mercato nero e ha preso con la forza l'Iraq?»

Lui annuì e bevette un sorso. «A ciò che ho sentito, secondo dai miei informatori, abbia costruito o rubato delle armi potenziate. Probabilmente proveniente da quel coso sbucato dal nulla. Mi hanno dato delle informazioni molto vaghe per accettarmi se siano vere o no. Sfortunatamente non ci sono riuscito a raggiungerlo, ho dovuto prendere un peschereccio per attraversare la zona rossa, non volevo rischiare. Ma quello che è peggio, quella fascia è diventata ufficialmente zona nera

«Cazzo... solo in quella zona?»

L'altro scosse la testa, accasciandosi allo schienale di peso morto «E non solo quello, ho sentito in giro che anche il Ciuffo Ribelle si è stabilito qui, dopo quello che successe ai Rinnegati che sono scoppiati come dei palloncini. Ne ho assistiti alcuni e, fidati, non ti reggerebbe lo stomaco per la scena.»

Gabriel aveva gli occhi sbarrati non appena venne nominato quel soprannome. Aveva sentito parlare di Victor, il più tenibile e teneva la sua base in Brasile, si diceva che poteva essere pari a Psyco del suo dominio. Incontrarlo di persona non era una cosa buona. «Quindi...» cominciò a dire con la gola diventata improvvisamente secca «siamo ancora di più nella merda?» domandò, in un momento di incertezza e stringendo il collo della bottiglia con forza.

La conferma del compare lo lasciò spiazzato quando lo vide annuire nuovamente, mormorò un "cristo santo" a bassa voce.

«Purtroppo anche nell'estremo sud ha subito la stessa sorte.» affermò, sconcertato «Prima o poi, tutta l'Europa farà la stessa fine delle altre zone come Francia, Germania, Inghilterra e all'estero per metà America del nord. Hai presente tutte le profezie di Nostradamus? Sembra che si sono tutte realizzate.»

Per la prima volta in vita sua, come non se lo aspettasse, l'ex-mercenario era preoccupato. Era un cattivo segno. Insomma, sul fatto di profezie e religioni esoteriche non gli era un granché importato molto, era ateo e poteva mandare a quel paese ogni divinità che sia in cielo. Non ci credeva. Ora doveva ricredere sul Giudizio Universale? Di ritornare cattolico come aveva stabilito i suoi genitori? Era sempre e comunque un "no" secco. Sospirò, strizzando gli occhi e si massaggiò le meningi, incredulo. Credeva che era meno grave come le altre volte, questa era molto di più. Lewis lo guardò, non aveva tutti i torti di essere preoccupato a morte di una situazione così delicata; ci sarebbe stata veramente la fine del mondo? Nemmeno lui ci credeva.

Rimasero in silenzio, non proferirono parola, volevano rimanere ognuno nei propri pensieri. Come avrebbero scongiurato la catastrofe? Come avrebbero fermato quell'assurda guerra? Ci sarebbe stato qualcosa o qualcuno avrebbe cessato tutto questo?

In quel momento, la porta dell'ingresso si spalancò.

I due uomini si voltarono.

Entrò un ragazzo sui ventiquattro anni circa, molto robusto e allenato, i capelli di un castano scuro un po' spettinati, gli occhi a mandorla e taglienti dell'ennesimo colore. La giacca di un beige chiaro con le maniche arrotolate al di sotto del gomito, jeans scuri e pesanti anfibi neri calpestarono il vecchio parquet della catapecchia. Sul braccio sinistro era tatuato un dragone cinese che avvolgeva tutto l'arto come la morsa di un serpente. I due uomini si scambiarono un'occhiata veloce e al nuovo cliente. Sembra un po' giovane di sbronzarsi a quell'ora, pensò il biondo.

Il barista fece una smorfia di esasperazione sul volto di non poter stare seduto in santa pace. Roteò gli occhi, recuperò la stampella e si mosse con difficoltà. Una leggera smorfia di dolore contorse sul volto. Si trascinò fin dietro il bancone. «Cosa ti porta in questo tugurio a tarda sera, ragazzo?» domandò, in modo inespressivo.

Il ragazzo esitò prima di rispondere, in modo silenzioso, si sedette su uno dei vecchi sgabelli che gracchiò sotto il suo peso, con la schiena incurvata in avanti.

L'uomo lo guardò, alzando un sopracciglio. «Un tipo di poche parole, eh?» Si piegò prendendo una bottiglia di birra dal piccolo frigorifero con difficoltà, dovette piegare la gamba sana e allungare l'altra, piegando leggermente il ginocchio. Si issò con il supporto del bancone pian piano, riprendendo fiato per passare il dolore, sentiva l'osso pulsare sotto il muscolo. Stappò con il cavatappi e lo posò davanti al cliente. «Il gatto ti ha mangiato la lingua? Sei un po' lontano da casa, sei per caso scappato o la tua fidanzata ti mollato in mezzo la strada?»

Il ragazzo non rispose immediatamente, alzò un po' gli occhi sull'uomo e poi la bottiglia, lo prese e ne buttò un sorso come se ne avesse davvero bisogno. La bottiglia tintinnò sul marmo, poi parlò «Né l'uno e né l'altro... sto cercando una persona.»

Gabriel fecce un piccolo sorrisetto di soddisfazione «Oh, era ora, pensavo che fossi muto. Chi stai cercando, ragazzo?»

Il giovane fissava i lineamenti del marmo ipotizzato, rispondendo a monosillabi, bevendo un altro sorso. «Cerco mia sorella.» disse «È alta circa uno e sessanta, capelli lunghi castani fino la schiena e occhi azzurri, ora dovrebbe avere sedici anni. L'hai mai vista in questo periodo o nei ultimi giorni con qualcuno...?»

L'uomo ci pensò su, ne aveva conosciuti di clienti di diverso tipo, ma nessuna ragazzina che aveva descritto. In quel periodo invernale non c'era molta clientela, il freddo poteva congelare le ossa e se stavano in un pub più funzionante con riscaldamento e più rifornimenti di birra, liquori di buona qualità. Lui non possedeva nessuna di quelle, non avendo alcuna licenza e soldi per comprare, aggiungendo con la sua memoria ormai invecchiata faticava di ricordare. Avrebbe voluto dire da subito che non aveva mai visto una ragazzina in giro, ma nei occhi del giovane si leggevano esasperazione e rabbia in quella lunga ricerca. «Purtroppo no, ragazzo, non l'ho mai vista...» disse, un po' dispiaciuto «Ma se dici chi sia il suo rapitore o qualche suo scagnozzo, magari posso dare qualche indizio per trovarla.»

Il ragazzo rimase in silenzio, stava riflettendo. Strizzò gli occhi con forza per sforzarsi a ricordare. Non ricordava molto a quello che accadde negli ultimi mesi, era un enorme buco nero, solo del momento della morte di due cari amici e l'odio profondo della persona che aveva rapito sua sorella. Un volto oscurato che teneva stretto la ragazza prima di scomparire. Più si sforzava e più gli venne un terribile mal di testa. Scosse la testa, rassegnato. «Mi dispiace... non ricordo chi era... ma sono sicuro, anzi, sono sicurissimo che era una dei suoi seguaci.»

«Di chi...?»

«Di Psyco.»

Sia Gabriel sia Lewis si raddrizzarono come due soldatini nell'udire il nome del capo della Mano Rossa. Davvero quella persona si interessava di avere una qualsiasi ragazzina per dei scopi losci? Per soddisfare i suoi desideri carnali? Era totalmente impossibile. Sapevano che non era mai interessato a quelle cose del genere, non avrebbe pensato due volte di puntare la sua revolver sulla fronte e sparare a sangue freddo. Il mercenario aveva notato in quei ultimi mesi il comportamento bizzarro di Psyco, molti dei suoi territori stavano perdendo la loro autorità e i Rinnegati stava pian piano riprendendo le loro terre. Cosa diavolo sia successo al vero e spietato Psyco? Si era davvero rimbecillito così tanto da un momento all'altro? Non lo convinceva affatto.

Il ragazzo bevette un sorso dalla sua bottiglia, il viso pallido e le palpebre sembravano chiudersi per la stanchezza.

L'uomo se ne accorse subito. «Senti, ragazzo,» cominciò «ti conviene rilassarti un po', stai per cedere al sonno come un sacco di patate. Perché non vai a riposarti e ne riparliamo dopo? Non hai una bella cera per affrontare chissà quale altro viaggio. Hai un posto dove stare?»

«Credo di no...» rispose lui, aggrottando la fronte e reggendosi con una mano «ho viaggiato così tanto da non averci pensato...»

Gabriel lo guardò, inumidendo le labbra e bevendo un lungo sorso finché non si svuotò del tutto, rimanendo con un palmo di naso. Guardò il suo compare in cerca di un consiglio, un piccolo aiuto: se cacciarlo via dal bar o confortarlo; non era mai stato bravo con la seconda opzione, di più con le scazzottate e risse in generali che fanno in giro, ai giorni da mercenario. Il biondo rispose con le spallucce, segno che "tu sei il proprietario, non io", bevendo con nonchalance.

Dopo gli dirò quattro, dopo, si memorizzò mentalmente l'ex-mercenario. Perché aiutare qualcuno che non conosceva? Magari se fosse stato un vecchio amico di armi lo avrebbe accolto, ma con un ragazzino? Si torturò il cervello per dare un verdetto definitivo, si premette le meningi, fino a venirgli l'emicrania.

«Sul retro c'è una stanza in più, puoi riposarti lì. Ma dovrai pagare per una o più nottate. Però non voglio avere alcun guaio qui dentro, ci siamo chiariti?» disse, infine.

Il ragazzo alzò lo sguardo, incredulo. Perché voleva aiutarlo? Era un estraneo, aveva dato solo delle indicazioni per trovare un posto comodo per qualche miglio e si sarebbe riposato, ma non una proposta come quella. Era solo per un paio di giorni, nulla di più. Lo fissò ancora come uno stoccafisso, volendo avere una conferma. Gabriel sbuffò, fece un sì con la testa, infastidito. Gli occhi del ragazzo si illuminarono come se davvero gli avessero dato un briciolo di speranza nella sua vita, lo ringraziò più volte per il gesto, promettendogli la paga posta per le notti.

«Sì, sì, ma non esageriamo.» borbottò l'uomo, roteando gli occhi «Ma non andare a dire in giro che sono diventato caritatevole con chiunque come se fosse Gesù Cristo sceso in Terra, ok? Odio essere paragonato così. A proposito, qual è il tuo nome?»

«Oh...» fece il ragazzo, grattandosi dietro la nuca «Non mi sono presentato. Il mio nome è Aoi.»


 

***




𝑩𝒐𝒔𝒄𝒉𝒊 𝒔𝒆𝒕𝒕𝒆𝒏𝒕𝒓𝒊𝒐𝒏𝒂𝒍𝒊,
𝒔𝒆𝒕𝒕𝒆𝒎𝒃𝒓𝒆, 𝒂𝒏𝒏𝒐 2027




La ragazza si inginocchiò su un mucchio di canne spezzate e studiò con occhio esperto: la sua preda era passato non più di mezz'ora prima. Presto si sarebbe fermato per riposare, doveva solo cercarla.

Strano, con quel colpo sarebbe già morto stecchito..., si disse, quasi sorpresa, poi sospirò frustante.

Era quasi da un giorno che dava la caccia a quel cervo, standogli alle calcagna per procurare un po' di cibo, per quel inverno. La classica legge della sopravvivenza, ma nel mondo animale era molto peggio. Si strinse nella sciarpa di lana, faceva molto freddo e non vedeva l'ora di ritornare a casa.

Si trovava quasi al pendice del monte, sentiva scorrere molti ruscelli in quella zona, scendevano dai ghiacciai perenni e dagli scintillanti cappucci nevosi. Una cupa nebbia aleggiava sul fondo della valle, tanto densa da nasconderle i piedi. Desiderava con tutto il suo cuore che la caccia finisse al più presto, sentendo di nuovo i piedi intorpiditi nonostante i calzoni le rimanevano al caldo, sbuffò, creando una nuvola di vapore davanti ai suoi occhi color cioccolato. Emily si alzò fiduciosa e si inoltrò nella foresta, diretta verso una piccola valle dove si era fermato il cervo, corse silenziosamente verso la preda. Le folte chiome degli alberi gli impedivano di scorgere i raggi del sole calante e gettavano ambigue ombre sul terreno. Ma lei conosceva bene il posto, anzi tutto il bosco. Era il suo habitat naturale.

Una volta raggiunta la piccola valle, prese in mano il fucile dalla spalla e caricarla.

La raduna era all'aperto e lei era ben nascosta tra l'erba alta e cespugli. Il cervo era lì, con la zampa ferita piegata e zoppicava a ogni passo. La ragazza esitò per un attimo, osservando l'animale: sembrava stanco e indebolito, il suo manto era color rame brillante rifletteva gli ultimi raggi del sole, pensò che lo aveva ferito di striscio per renderlo abbastanza profonda. Un animale così bello faccia una brutta fine, però doveva pur rifornirsi un po' di carne o non sarebbe riuscita a superare l'inverno. Emily si avvicinò silenziosa, con l'arma carica. Il cervo si allarmò, raddrizzando le orecchie, alzò il muso osservando l'area circostante, pronto per darsi la fuga con l'intero branco. Lei ispirò a fondo, prima di premere il grilletto. Lo puntò su di esso e sparò. Gli uccelli fuggirono sentendo il boato. Il branco scappò nella foresta, con sé anche la sua preda.

Emily sbuffò, imbronciata. Ritorniamo con la corsa, roteò gli occhi e si lanciò all'inseguimento.

Corse come un fulmine tra la vegetazione, il sole era già calato e il buio cominciò a invadere nel cielo, ma per lei non era alcun problema. L'oscurità era come se fosse un'amica, non aveva più paura come un tempo, poteva vedere attraverso di essa ; i suoi sensi sviluppati rendevano più facili le sue abilità da cacciatrice: l'udito molto fino da optare ogni rumore a grandi distanza, l'olfatto da sapere chi sia il nemico di fronte a sé, la vista più aguzza, il senso del tatto da percepire le temperature ambientali e il palato più fino. Ma aveva anche un sesto senso che tutti gli umani non hanno: il sesto senso, la percezione del pericolo. Emily sapeva del pericolo, sapeva quando c'era bisogno di scappare o no, si definiva un ponte tra il mondo umano e il mondo animale. Frenò bruscamente la sua corsa, scrutando il buio calato sul bosco. Le sue pupille si restrinsero diventando una verticale come quelli di un felino.

Bingo!, sorrise trionfante, riprendendo la corsa in un'altra direzione.

Ora sentiva chiaramente l'odore del sangue dell'animale, abbassò la testa, i ciuffi d'erba erano imperniati di sangue, lasciandone la scia. Il cervo respirò affannosamente per la stanchezza e per il dolore alla zampa posteriore, zoppicando ancora di più. Il passo rallentò sempre di più, non avendo più le forza di continuare, si accasciò nelle vicinanze di un albero incavato. Si trascinò con le zampe anteriori tremante, disperatamente. Emily lo raggiunse con l'affanno, grossi sbuffi di vapore le uscivano dalla bocca, la treccia scura le scivolò lungo la spalla non appena si piegò per riposare i muscoli. Abbozzò un sorriso, ce l'aveva fatta. Una volta recuperato il fiato, si avvicinò a passo lento mentre l'animale provava e riprovava ad alzarsi inutilmente; si inginocchiò, sentiva i fiati caldi dalle narici larghe del cervo, la cassa toracica abbassarsi e alzarsi freneticamente, gli occhi erano puntanti di lei, con pietà.

«Beh, mio caro amico,» cominciò con voce calma e morbida, accomodandosi accanto a lui sedendosi a terra e mettendo via l'arma «Hai avuto una bella vita nei boschi, a saltellare nei prati, sui monti, a brulicare l'erba con tue compagne cerve. Quelli che mi piacciono di voi sono i cuccioli. Come chiamano? Ah, bambi, mi pare.» si tolse il guanto e appoggiò la mano, accarezzando il collo, sentendo il manto morbido «Quei cuccioli timidi e goffi che diventano dei magnifici cervi come te. Però, mi dispiace di quello che sto per fare adesso, ma sai com'è...»

Le unghie della ragazza diventarono lentamente lunghe e curvate come gli artigli di un aquila, aguzze e affilate. Gli occhi diventarono ancora più luminosi e più felini. Solo in quel momento che il cervo si agitò.

«... è la legge della sopravvivenza.» concluse in modo cupo.

Le unghie inumane affondarono saldamente nella carne mentre l'animale si agitava, con l'altra bloccò una della corna per immobilizzarlo. I muscoli si rafforzarono fino a diventare massicce, con forza girò la testa del povero animale ancora in agitazione.

Crack.

Esalò l'ultimo respiro e il corpo si afflosciò al suolo come una bombola di pezza. Emily lasciò andare il corpo appena morto del cervo, le unghie ritornarono normale con i residui di sangue sui polpastrelli, non ebbe alcun rimorso sulla sua morte ormai, non le fece impressione degli occhi vitrei di un morto, cacciava da più di un anno. La prima volta che aveva iniziato aveva pianto mentre sgozzava su una lepre, non lo aveva guardato e lo aveva mangiato con una smorfia disgustata sul volto. Le vennero i brividi dietro la schiena ogni volta che ci pensava, scacciò vi da quel pensiero.

Alzò lo sguardo sul manto diventato nero, era tardi e non poteva trascinarlo fino al rifugio, era stremata, decise di accampare per la notte; nascose il cadavere con rami di pino cercando di smascherare l'odore, aveva ancora problemi di sentire l'odore. Si preparò un giaciglio con un sacco a pelo, accese un piccolo fuoco per non attirare troppa attenzione, almeno per tenere lontano i lupi.

Dopo una piccola cena a base di carne secca e panne indurito, si accomodò e si addormentò.







 

𝐴𝑛𝑔𝑜𝑙𝑜 𝐴𝑢𝑡𝑟𝑖𝑐𝑒


E questo è l'ultimo capitolo di introduzione dei protagonisti della storia. Ci saranno alcuni personaggi importanti per la trama e li rivedrete più in là, come Gabriel e Lewis, i fratelli Miller, come li avete conosciuti. Aoi è un personaggio appartenente a un nostro amico coinvolto nel progetto, come Cerbero appartiene a Swagovico_swaggon (wattpad). Emily è un mio personaggio che rispecchia il mio carattere sarcastico, aggressiva e non troppi peli sulla lingua.

Nei prossimi capitoli si comincia un po' con la vera storia.

Alla prossima!!!

   
 
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