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Autore: RevRosesB    12/05/2022    0 recensioni
Revell Davis è un sicario dal pungente senso dell'umorismo che opera nella cittadina immaginaria e fuori controllo di Vaulsey. Vive con il fratello gemello Carl che, paradossalmente, fa parte delle forze dell'ordine, e svolge il suo mestiere per ordine del Generale Glenn Striker, capo dell'esercito dai modi poco convenzionali.
Ad aiutarla nelle sue mansioni ci sono Vargas e Foley; un mitico duo con cui spesso e volentieri i personaggi si troveranno coinvolti in situazioni assurde dai risvolti folli e comici, e al suo fianco sono presenti anche Anne e Gal; la prima un serio agente dei Servizi Segreti, mentre la seconda è una spannata che si presume abbia lavorato per il Mossad.
La vita di Revell, già complicata, verrà drasticamente capovolta a causa del ritorno di un nemico di lunga data, e con cui ha ben più di un conto in sospeso, che accenderà la miccia per l'esplosione del caos all'interno del Dipartimento della Difesa.
Questo innescherà una serie di eventi che porteranno Revell a collaborare con uno scontroso agente dell'FBI, a cui non renderà la vita facile.
I due, però, scopriranno presto che non è una semplice questione di vendetta, ma una vera e propria cospirazione.
Genere: Azione, Comico, Drammatico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate, Violenza
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Dato che saremmo rimasti confinati al Dipartimento per chissà quanto tempo, mi rifugiai nel locale pausa.
Vargas e Foley stavano facendo un casino infernale, Van Houten stava dando i numeri e Davis aveva creato una voragine nel muro prendendolo a manganellate. Questo dopo una sola ora di isolamento. Forse ero io che soffrivo di amnesia, ma quando lavoravo per Striker, non regnava tutta quell'anarchia.
Considerando che l'edificio conteneva anche la sede dei Servizi Segreti, e che di conseguenza, essendo i sistemi informatici i medesimi, il problema riguardava anche loro, decisi di andare a fare una visita al presunto George Foster per capire cosa ne pensasse di tutto ciò. Arrivai nel suo ufficio, e lo vidi intento a giocare alla versione ancora più mini del minigolf.
Fui indeciso se chiedergli o no se lo disturbassi, optai per il no.

Quando mi vide, sorrise come se avesse incontrato un amico su un vero campo da golf. "Rodgers! Come sta andando l'isolamento? Ti godi una pausa dal lavoro?" Qualcuno, non io, sì, se la stava godendo.

"Hai un concetto astratto di pausa. No, sono passato per chiederti se hai qualche novità riguardo l'attacco informatico." Ovviamente ero l'unico che si stava preoccupando per il fatto che coloro che dovrebbero garantire la protezione del Paese erano stati messi col culo per terra dal primo deficiente che sapeva usare Paint.

"Nada. Ma, se vuoi un parere, dubito che sia stato qualcuno dall'interno." Ma certo, Foster Senior. Certo che lo dubitavi.
Continuai, sperando che dicesse qualcosa che potesse tradirlo anche solo in minima parte: "E cosa te lo fa pensare?"

Si mise a fare lo swing con la mazza, nemmeno fosse stato Tiger Woods. "La gente qui ha malapena voglia di lavorare, figurati di hackerare un intero sistema governativo" fece una pausa per tirare la pallina, che finì nel buco. Ciò lo fece esultare. "E inoltre, il cinquanta percento dei nostri informatici non sa nemmeno come si fanno le fotocopie fronte-retro". Ero sicuro che con le sue parole intendesse depistarmi ma, analizzando la demenzialità di Vaulsey, quelle affermazioni non mi sembrarono del tutto inverosimili.

Mi congedai e tornai al quartier generale della pazzia.

...

Cominciammo entrambe a sentire che il magico effetto del Pervitin stava inesorabilmente svanendo. Se dopo l'imboscata in cucina eravamo andate, con l'esaltazione a mille, in cortile per organizzare i Giochi olimpici invernali di Faraday Island (idea che non piacque a nessuno, e che quindi, purtroppo, non andò in porto) ora, anche solo pensare di spostarci dal muro adiacente alla nostra cella, ci sembrava uno sforzo immane.

"Mi chiedo perché i Giochi olimpici non abbiano suscitato lo stesso entusiasmo che ha provocato a noi." Gal sembrava leggermi nel pensiero.

"Me lo chiedo anch'io! Era un'idea geniale. Insomma, siamo letteralmente circondate da una piscina gigante." E mi colpì, capii tutto: "Ma certo! Ecco perché a nessuno è piaciuta l'idea!"

"Non riesco a seguirti." Alla mia compare non sembrò essersi accesa la lampadina.

"È tutta colpa del tempo! Questo posto è da Olimpiadi estive, non invernali! E siamo in febbraio; chi mai nuoterebbe all'aperto in febbraio? Inoltre, non c'è nemmeno l'ombra della neve, quindi la metà delle discipline sarebbero state fuori discussione."

"Non hai tutti i torti, ma siamo sulla East Coast; qui nemmeno quando è effettivamente estate, esiste qualcosa di estivo. Rimane tutto costantemente grigio, e cupo. Mi sento così triste."

"Gal?"

"Sì?"

Sebbene sapessi che probabilmente non avrei mai scoperto dove fosse stata per tutto quel tempo, un'altra curiosità si formò in me sul suo conto. E questa l'avrei soddisfatta, non mi importava a quale costo. "Come mai hai anche tu la casacca nera?" Insomma, sì, era un pericolo pubblico quasi quanto me, ma era pur sempre dentro per evasione fiscale.

"Ho accoltellato una guardia."

Risi. Ora sì che la riconoscevo. "E come sta ora il povero diavolo?"

"Non lo so, chiedilo alle sue palle."

Risi ancora, e dalla stanchezza appoggiammo la testa l'una sull'altra. Stavamo per assopirci quando un secondino, che mi chiesi se fosse quello dell'incidente testicolare (ormai me lo sarei chiesto per tutti) interruppe il nostro viaggio tra la veglia e il sonno.

"Davis, hai una visita."

...

Quando rimisi piede nell'ufficio di Van Houten, di lei non c'era la traccia. Alla sua scrivania sedeva Foley, tutto intento a smanettare con il portatile, e davanti a lui Vargas che mangiava delle ali di pollo. Avrei voluto sapere dove diamine le avesse prese, dato che in quella enorme scatola di cartongesso non c'era nemmeno una dannata mensa, ma sebbene conoscessi l'elemento da poche ore, sapevo che non avrei voluto conoscere la risposta. 
Nel frattempo, dalla voragine nel muro sbucò Davis, che proclamò: "Ragazzi, credo di essere appena stato a Narnia."

"No, idiota, quello era lo sgabuzzino degli oggetti smarriti. Che per colpa tua ho dovuto riordinare da cima a fondo." La legittima proprietaria dell'ufficio, uscita anche lei da ciò che rimaneva di quella parete, era alquanto scocciata, e francamente non la biasimai.

"Ragazzi!" Foley resuscitò dalla sua trance nerd, alzandosi in piedi con fare plateale.

"Che succede?" Chiese Davis, ancora intontito dal suo... non saprei definirlo.

"Abbiamo scoperto da dove arriva l'attacco!" E ora il fare fu trionfante.

Un sentore di sollievo e speranza pervase i miei nervi, placandoli lievemente. Ma quel sentore fu brutalmente interrotto. Ormai avrei dovuto saperlo che la normalità era solo un effimero intervallo tra una follia e l'altra. Non avevo imparato proprio niente?!

"Tu e chi?" Sgranocchiò Vargas.

"Io e Shila", asserì Foley.

A quel punto mi sentii veramente confuso: "Chi diavolo è Shila?"

"La mia ranocchia."

Giusto, la rana.

"Eh no, amico!" Lo strigliò Vargas. "L'ho trovata io, quindi non puoi reclamarne la proprietà così come se niente fosse."

"Non è una proprietà, è una persona!"

"È una fottuta rana!" Stavo cominciando seriamente a spazientirmi. Di nuovo.

"Hey, non parlare così! Anche lei ha dei sentimenti", e la accarezzò come se fosse veramente una persona.

"E poi come fai ad essere così sicuro che sia una femmina?" Ci si mise pure Davis. Era un incubo.

"Non saprei, Carl. Tu vedi un pene?" Chiarì con sarcasmo Foley.

E al coro si aggiunse pure Van Houten: "Le rane hanno il pene?!"

"Vi rendete conto che stiamo perdendo il filo per un dannato anfibio?!" Ero esasperato. Non potevo credere che ci fosse voluto così poco per surclassare la gravità della situazione.

"Aspetta, aspetta, Chuck." Foley non mollava. "Sentite" rivolgendosi a tutti "per il momento è Shila. Se poi troviamo qualche escrescenza, allora cambieremo il nome in Shilo. Siete tutti d'accordo?"

Chi cazzo me lo ha fatto fare.

Si udirono mormorii e parole d'assenso. Ripeto; per un dannato anfibio.

Poi gracchiò, e tutti sussurrarono un "oh" con le facce intenerite.

"È così dolce." Van Houten aveva praticamente gli occhi a cuoricino.

Vargas, invece, sprizzava orgoglio da tutti i pori. "Quindi è questa la gioia che si prova ad essere padre."

"Come, scusa?!" La guerra degli idioti stava per cominciare. "Sono io il papà di Shila!"

"No, testa di cazzo. Sono io!"

"Tu sei una testa di cazzo, Vargas! Non sei tu quello che è uscito a procacciare delle mosche per sfamarla! Io ho fatto tutto; procurarle il cibo, lavorare e coccolarla. Tu, invece, te ne sei stato lì a poltrire e mangiare quelle ali di pollo senza nemmeno degnarti di chiedermi se ne gradissi una. Tu non fai mai niente!"

"Ne vuoi una?"

"No, adesso è troppo tardi!"

Mi sentii di intervenire: "Stai scherzando?!" In modo non troppo diplomatico, avrei dovuto specificare. "Siamo isolati, nessuno può uscire!"

"Rilassati, Chuck. Sono andato solo fino alla palude, che come vedi è a pochi metri da qui. E comunque di mosche non ne ho trovate."

"Ovviamente, visto che siamo in febbraio!" Se non puoi combatterli, diventa come loro.

"Ascolta, amico. Possiamo trovare un compromesso."

"Giusto, non le fa bene vederci litigare. Ha bisogno di un ambiente sereno per crescere."

"Esattamente! Quindi facciamo così: io la terrò a natale, e a te spetterà il capodanno. Durante i nostri compleanni starà con noi e il Quattro luglio la terremo entrambi. Che ne dici?"

Non sto scherzando. Nel frattempo che ci rifletté, Van Houten era riuscita a mettersi lo smalto su tutte le unghie.

"D'accordo, ci sto!"

Mi sentii rincuorato per il fatto che Davis sembrò rinsavire. "Vi rendete conto che voi due siete insieme praticamente ventiquattr'ore su ventiquattro, e che siete pure coinquilini, vero?"

Avrei potuto dire che non ci credevo, che ero sconcertato. Ma sarebbe stato mentire.

"Cazzo, amico, abbiamo discusso per niente!" E questa stavolta stava mangiando un trancio di pizza. Da dove... cosa...

"Hai ragione. Cosa ci è successo?"

"Vargas, se rispondi ti arresto!" Dovevo assolutamente ripristinare l'ordine prima che la situazione andasse fuori contr... dovevo assolutamente ripristinare l'ordine. "Ma tu, Foley, rispondi a questo: hai detto di aver scoperto da dove arriva l'attacco informatico. Quindi, per l'amor del Cielo, e senza menzionare alcun tipo di animale, diccelo."

"Ah, sì, certo. Ci siamo distratti", sghignazzò. "Il segnale arriva da Faraday Island."

A questo sì, invece, che non potevo credere.

"Dove è rinchiusa Revell?" Van Houten strabuzzò gli occhi.

"Esatto... credete che c'entri qualcosa?"

"No, Chuck. Mia sorella non è molto pratica di computer; una volta si è beccata un malware su un sito per guardare in streaming la versione estesa de Il Signore degli Anelli."

Vargas drizzò le orecchie: "Quale?"

"Il Ritorno del Re, mi pare..."

"Allora sono sicuro che ne è valsa la pena."

"Ma dai, l'aveva detto anche lei." E si batterono il pugno.

"Chiamo Striker." Van Houten prese la cornetta del fisso del suo ufficio, ma il Generale la precedette incombendo nell'ufficio.

"Porca di quella puttana! Com'è possibile che l'attacco sia arrivato proprio da..." prima di continuare, essendosi accorto della confusione generale che regnava in quel manicomio, rimase per un attimo sul punto di eruttarci tutta la sua ira addosso. Cosa che fece, e urlò: "Che cazzo è successo al muro?! E cosa cazzo è quella?", indicando la figlia di Vargas e Foley. La quale gracchiò.

"Quella, ha un nome, ed è Shila, Glenn." Mi faceva sempre uno strano effetto sentire quel nome pronunciato dalla bocca piena di cibo di Vargas.

"Non ho tempo per queste stronzate adesso, farò il culo a chi di dovere più tardi." Credevo che con il suo arrivo il caos si sarebbe stabilizzato. Povero illuso.

"Foley, ottimo lavoro. Tu e Vargas potete andare a prendere un po' d'aria, ma rimanete nei paraggi, perché avremo presto bisogno di voi. Davis, tu hai la visita a Faraday Island per vedere l'altra Davis, quindi corri, perché sei in ritardo. E vedi di scoprire qualcosa su quel dannato posto, farci hackerare da una fottuta prigione è un'assurdità. In quanto a voi due" e guardò me e la mia collega "vi voglio nel mio ufficio fra cinque minuti. Dobbiamo agire in fretta se vogliamo tirare fuori Lucifero di prigione." Soprannome azzeccato, come diamine avevo fatto a non pensarci?

Una volta usciti tutti meno che me e Van Houten, e dopo l'assordante avviso dall'altoparlante del ritiro della situazione d'emergenza, ci fu un momento di pace e silenzio, che benedissi come si benedice un drink a fine a turno.

"Okay, direi che è l'ora di andare."

"Tu vai, Van Houten. Io prima devo fare una cosa."

...

Arrivai alla "sala visite", che sarebbe stato più corretto chiamare cabina, o sportello. Ovviamente, avendo visto dei film sull'argomento, non mi furono estranei il plexiglass e i telefoni attaccati ai gabbiotti. Viverlo in diretta, però, mi fece accapponare la pelle; rendeva tutto più reale. Nonostante fossi in una fase di down pazzesca, mi sentii come rivivere per un momento quando vidi mio fratello dall'altra parte del vetro. Credevo che vedermi vestita da carcerata, con le manette agganciate ovunque, lo avrebbe rattristito, invece il sadico infame scoppiò a ridere. Mi sedetti e presi la cornetta.

Carl fece lo stesso, ed esordì con: "Ciao Hannibal Lecter!"

Prontamente, e usando un tono inquietante, gli risposi: "Ciao Clarice."

Quanto mi era mancato quello scemo.

"Come stai?" Sembrava sinceramente preoccupato. Si era sempre preparato a un momento del genere, lo sapevo, ma non lo si può mai essere abbastanza.
Grazie al cazzo, non era lui quello confinato in una fortezza.

"Sto bene. Senza tv è un po' una noia, ma non indovinerai mai chi ho ritrovato!"

"Gal Setrakian?" Come diamine faceva a saperlo?!

"Come diamine fai a saperlo?!" Non era una domanda che potevo tenermi dentro.

"Forse a volte te lo dimentichi, sorellina, ma quando sei un poliziotto hai accesso a determinate informazioni." Aveva senso.

"E perché non me l'hai detto?"

"A dirti la verità non ne ho idea, deve essermi passato di mente. E poi se ne era andata da parecchio tempo, non sapevo quanto potesse importarti. Ad ogni modo" e mi guardò con una faccia terrorizzata "già mi fai paura tu da sola qui dentro, ma tu, qui dentro, con Gal." Fece un'altra pausa. "Voi due insieme siete il miscuglio perfetto per una catastrofe apocalittica."

Il solito melodrammatico. "Andiamo, non ti sembra di esagerare un po'?"

"No." Poi chiese: "Avete già combinato qualche casino, vero?"

Deviai il discorso chiedendogli come stesse andando al Dipartimento della Difesa, e se ci fossero  novità riguardanti la mia ingrata sorte.

"A dire la verità sì, ci sono delle novità. Ma ti dirò prima la più clamorosa."

Ovviamente non poté fare a meno della suspence. 

"Dan Foster è vivo."

"Lo so." 

Se lo sapeva lui, lo sapeva anche Anne. E non potei fare a meno di pensare a quanto doveva aver spalancato le palpebre. Quella sera, di sicuro, avrebbe fatto il bagno nel collirio.

"Non è che solo perché lo sospettavi, allora significa che lo sapevi per certo."

"Lo so perché il bastardo mi ha chiamata."

"Lui cosa?!" Si stava decisamente arrabbiando. Non ero l'unica a cui quel verme faceva quell'effetto.

"Sì, ieri."

"Cosa voleva?" Stava cercando di mantenere la calma, e pure io.

"Prima di tutto, gongolare. Poi mi ha proposta una 'tregua', che si è rivelata essere solamente uno schifoso ricatto."

Ora era confuso, e inquieto. 

"Un ricatto?"

"Mi ha detto che avrebbe fatto cadere tutte le accuse a mio carico, se fossi andata a lavorare per lui. Io, ovviamente, gli ho risposto che non ci penso nemmeno."

"E lui cosa ti ha detto? Non è mai stato uno che accetta un 'no' come risposta."

"Infatti. Mi ha detto che se non accetterò, ci sputtanerà tutti. E può farlo, Carl. Lui sa tutto, e con tutti i presunti infiltrati che ha al Dipartimento, sarà una passeggiata avere le prove per farci finire a marcire tutti in carcere."

"Quel figlio di puttana ci tiene per le palle."

"Mi ha dato quarantotto ore per pensarci, e ne sono già passate almeno trenta." Non ero affatto tranquilla, ma tentai di nascondere il panico. "Dimmi che avete un piano."

"Cristo..." era sconvolto quanto me. "D'accordo, andiamo per gradi, perché anche da noi sono successi parecchi casini." Ma che strano, pensai ironicamente. "Allora; oggi è arrivato nell'ufficio di Anne un federale, un certo Chuck Rodgers, che è stato mandato ai Servizi Segreti, dove a quanto pare lavorava prima, da Washington. Lui sa tutto di te, ma ora non c'è tempo per spiegarti nei minimi particolari. Solo non preoccuparti, di lui ci si può fidare, visto che ormai è a rischio anche il suo di culo." Apprezzai la premura di quest'ultima precisazione. Sapeva che l'unica cosa che mi faceva quasi più paura dei calabroni, erano proprio i federali.

Quel nome, comunque, non mi diceva niente. E, sinceramente, non mi tranquillizzò affatto che sapesse di me, anzi. "Chuck Rodgers? Ho lavorato pure io ai Servizi Segreti, ma non l'ho mai sentito nominare."

"Una mera questione di tempismo. Era un agente speciale, ai tempi, ed era spesso sotto copertura. È stato lui a scoprire che Foster era un doppiogiochista. Quindi per farselo amico aveva finto di esserlo come lui, quando invece passava le informazioni a Striker. Poi credo abbia seguito, senza successo, il verme, e che in seguito sia andato a lavorare per l'FBI. Non so i dettagli. Forse vi sarete incrociati qualche volta, ma senza farci caso."

"Ma era il periodo in cui io stavo con Dan, proprio prima che scoprissimo il tutto. È impossibile che non mi sia mai accorta di lui."

Già, vi avevo omesso il piccolo dettaglio della mia relazione con quel bastardo. Ma, date le circostanze, sono sicura che potrete capirmi e perdonarmi.

"Non ti eri accorta nemmeno dei suoi traffici, fino a un certo punto." Aveva ragione.
O forse, semplicemente, non volevo vedere.

"Stavo quasi per dimenticarmi di dirti una cosa."

"Cosa?"

"Ho fatto un sogno orribile." Non avevo idea del perché fosse lui ora a deviare il discorso.

"Gesù, quale?" Cosa diamine c'entrava?! Oltre al fatto che non avevo tutto il giorno.

"Avevi le treccine alla Snoop Dogg, ed eri entrata in una gang che faceva jazz. Non suoni il jazz adesso, vero?"

"È davvero questo che ti preoccupa?"

"Rispondi, ti prego."

Mi stavo spazientendo. "No, rilassati. Non suono il jazz."

Tirò un solenne sospiro di sollievo. "Meno male."

Andai fuori tema pure io, e gli raccontai di quell'incubo di Rachel e della sua stramaledetta e perenne The Sound of Silence. E sì, per me sarà sempre Rachel.

"Ma se ha tutti quei nomi, da dove l'hai tirato fuori Rachel?"

"Non lo so, a volte le cose arrivano e basta."

"Sorridevi e annuivi senza ascoltare una parola, come fai sempre."

"È un'ipotesi, sì."

"Tornando alle cose importanti" riprese "abbiamo subìto un attacco informatico, per colpa del quale è andato perso quasi tutto. Non sappiamo ancora l'entità del danno, e ormai non ho più abbastanza tempo per spiegarti, quindi sarò breve: siamo rimasti in isolamento al quartier generale, perché si riteneva che si trovasse lì la fonte, per due ore. In quelle due ore, io ho sfasciato il muro dell'ufficio di Anne, Vargas e Foley hanno adottato una rana di nome Shila, litigato per la custodia, Anne si è messa lo smalto nel frattempo, e poi hanno fatto pace." Tutte quelle informazioni mi stavano facendo andare in cortocircuito il cervello. "E al di là del buco del muro c'é Narnia, anche se Anne la guastafeste riteneva che quello fosse lo sgabuzzino degli oggetti smarriti. Poi Foley ha scoperto che l'attacco veniva proprio da Faraday Island, quindi, Revell" si fermò per riprendere fiato "tu ne sai qualcosa?"

Mi si annodò lo stomaco.

"Ecco..."

Ecco, mi ero dimenticata di descrivere l'intervallo di tempo trascorso fra la proposta per i Giochi olimpici invernali della prigione, e il momento di autocommiserazione adiacente alla cella di me e Gal.

 

   
 
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