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Autore: Snow_tulip    13/05/2022    2 recensioni
[Ex "A un canestro da te"]
“Se qualcuno mi avesse detto che avrei lavorato per la squadra di basket per cui faccio il tifo da bambina, gli avrei riso in faccia.
Se mi avesse detto che mi sarei innamorata di uno dei giocatori, mi sarei stupita.
Se mi avesse detto che uno dei giocatori della Vulnus mi avrebbe ricambiato, avrei pensato che mi stesse prendendo in giro.”
Genere: Fluff, Romantico, Sportivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lime | Avvertimenti: Triangolo | Contesto: Contesto generale/vago, Universitario
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Mi siedo in macchina e tiro un profondo sospiro. Ho passato gli ultimi secondi a pensare a come spiegare a Elena chi è Clara e perché ha osato chiamarla in quel modo. Mi sento in imbarazzo io, non immagino come stia lei.

Chiude l’ombrello e prende posto accanto a me. «Allora?»

«Stava con Pippo, li avevo presentati io.»

Posa l’ombrello al suo fianco appoggiandolo alla portiera e mette la cintura. Forse si aspetta che lo faccia anche io e che parta subito, ma non mi piace parlare di cose importanti mentre guido. «E solo perché stava con lui deve darmi della zoccola?»

«Non la sto scusando, ti sto dicendo chi è.» Mi mordo la lingua, non voglio parlarle in questo modo. «Dovevo dirtelo da prima, perché era stata lei a dire al coach e a Salvatore che tu e Pippo eravate insieme quella sera, dopo la partita contro Milano. Non ne ho la certezza, ma lei mi ha scritto per chiedermi chi fosse con lui.»

Con il gomito poggiato contro il finestrino, si strofina la punta delle dita sulla fronte, ragionando sulle mie parole. «Quindi è una stalker.»

«Non proprio… Non ha accettato l’idea che Pippo l’abbia lasciata e ha cercato in ogni modo di riavvicinarlo a lei. Sono dovuto intervenire io per fermarla e pensavo di esserci riuscito, perché era parecchio che non la sentivo. L’ho incrociata all’università alcune volte, ma a parte qualche occhiata non mi aveva detto nulla. Si è rifatta viva quando sei entrata nella vita di Pippo.»

Si volta e mi guarda, attraverso le lenti degli occhiali. «Allora perché ha fatto quella battuta? Su me e te… che significa?»

Non ne ho idea. «Non lo so, forse voleva solo insultarti. Non ho l’abitudine di andare a letto con le ragazze di Pippo.» E non lo farei mai, se non con la sola eccezione di Elena – ma questo è un altro discorso. «Visto quello che ti ha detto, voleva solo sminuirti.»

«Sai se tifa per la Vulnus?»

Oh, cazzo. Questa è la domanda sbagliata, non posso dirle la verità, o andrà in paranoia.

«Più o meno sì. Nella sua famiglia tutti la tifano e lei guarda le partite.»

«Quindi ieri può aver visto che Filippo mi ha baciata.»

«Elena, non credo che si tratti di questo… Lo tiene d’occhio e se vi ha visti insieme avrà fatto due più due.» Provo a rassicurarla, anche se non c’è niente di rassicurante.

«Eri davvero riuscito a tenerla lontana da lui?» mi chiede, in un soffio, come se non avesse voluto dirlo davvero.

«Sì, ma non è servito a granché.»

«Se c’è un modo per tenerla fuori dalle nostre vite, devo sapere qual è.»

Cazzo, no. No, non voglio parlarne

«Non funzionerà.» Non posso dirle quello che ho fatto, non voglio che mi veda come uno zerbino… o peggio, come quello che ripulisce i casini di Pippo.

La guardo, i suoi occhi sono lucidi e le labbra le tremano. Forse riesce a mantenere una specie di contegno, ma dentro chissà che sta provando. Tra la bocciatura – con quello che comporta per lei – e l’incontro ravvicinato del terzo tipo con Clara, non so cosa sia peggio.

«Non posso farlo di nuovo, Elena.» Quando dico il suo nome si illumina sempre, c’è una luce che le attraversa il viso, così cerco di farlo il più possibile. E stavolta voglio che capisca che non voglio pensare al mio passato.

«Daniele, ti prego. Non merito certe parole.» Una lacrima le scivola sul viso, finendo fino al mento, e chi sono io per non dirle la verità?

«Tu non meriti tante cose. A iniziare da questa.» Mi gratto sulla guancia, devo coprire il fatto di essere arrossito un’altra volta. Già temo che prima se ne sia accorta, non posso rischiare. «Siamo iscritti entrambi a Giurisprudenza e ci siamo conosciuti in facoltà, quando erano appena iniziati i corsi e dovevo farmi un’idea dell’andazzo, per capire se i professori avrebbero accettato il fatto che non avrei frequentato tutte le lezioni. Dovevo dare la precedenza agli allenamenti… Lei si è offerta di aiutarmi con gli appunti, e da lì abbiamo iniziato a parlare. Sembrava una persona normale. Poi è successo che l’ho presentata a Pippo e lui…» Mi interrompo, posando le mani sul volante.

«Fammi indovinare: sono andati a letto e l’ha scaricata.» Si passa la mano sulla guancia, asciugando una lacrima, ma il suo tono è fermo. Non posso dirle come è andata, ricomincerebbe a piangere, e io mi sentirei un verme per averle detto qualcosa che la fa soffrire.

«No. Cioè, sì, ci è andato a letto… Ma hanno fatto coppia fissa per un po’.» Non le posso dire che Pippo pensava di aver trovato la donna della sua vita, perché ora lo pensa anche di Elena… «Quando si sono lasciati, Clara non l’ha presa proprio benissimo… Ha iniziato a pedinarci: se eravamo con delle ragazze mi scriveva per sapere chi fossero e cose simili. Una volta ha pensato che Pippo e Matilde stessero insieme solo perché io ero salito a prendere le chiavi della macchina che mi ero scordato e li avevo lasciati al portone! Ho dovuto convincerla che in quel momento era con lui perché aspettava me, non si era neanche resa conto che era mia sorella!»

«Oddio…» Si porta le mani al viso, nascondendosi. Lei e Pippo sono stati da soli molto spesso, potrebbe averli visti e questa volta potrebbe aver tratto le conclusioni giuste. «E allora cosa hai fatto?»

Non posso più girarci intorno. Lo vorrei, ma non posso. E lei merita la verità, almeno da parte mia. «Ha a che fare con la prima volta in cui ho dato l’esame di economia. Qualche giorno prima Clara mi aveva di nuovo tormentato perché lui era con una ragazza a un locale… Le ho chiesto cosa volesse per lasciarci in pace, non ne potevo più, di lei e delle sue paranoie: mi sentivo spiato continuamente, avrei fatto qualunque cosa. E l’ho fatta.»

Mi fermo di nuovo, aspettando una sua reazione. Ma Elena è impassibile e mi ascolta con attenzione. Si pizzica la punta dell’indice, come fa spesso quando è tesa, e distoglie lo sguardo dal mio, quasi volendomi agevolare nel racconto. Si porta una ciocca di capelli dietro l’orecchio, così posso vedere almeno metà del suo viso. Almeno questo mi dà il coraggio di proseguire.

«Per chi era al primo anno, c’era la possibilità di fare l’esame scritto alla fine del corso. Ma quel professore è uno di quelli matti, un po’ come il vostro di filologia, e passare quell’esame è complicato, perché lui fa delle domande assurde. Avevamo avuto la testimonianza di studenti più grandi che l’avevano tentato anche quattro o cinque volte. E Clara voleva passarlo a ogni costo, così mi ha detto che mi avrebbe lasciato in pace solo se le avessi passato il compito. Ed è quello che ho fatto.»

Mi mordo la lingua, perché questa è solo la terza volta che lo racconto in assoluto, dopo averlo fatto con Matilde e con il Fabbro. Elena non fa domande, non si muove, non osa neanche lontanamente interrompermi – anche se è quello che vorrei. Dover portare avanti un monologo è ancora peggio del doverne solo parlare.

«L’aula era pienissima, così siamo riusciti a sederci vicini. Il professore ha iniziato a distribuire le fotocopie e abbiamo scoperto che avevamo compiti diversi. Non potevamo parlare, perché altrimenti ci avrebbe sentito… Così ho fatto l’unica cosa possibile: ho risposto sulle mie fotocopie alle domande di Clara, così lei poteva copiare restando in silenzio. Lei ha passato l’esame e ha smesso di rompere le palle.»

Elena si volta a guardarmi, con la stessa espressione compassionevole che aveva quando mi sono infortunato. Fa malissimo che mi guardi così, come se fossi l’agnello sacrificale che si è immolato di sua volontà.

«Daniele…» sussurra. Non posso sopportare quel tono, non posso sopportare che mi veda in quel modo per quello che ho fatto. «Quindi poi il professore ti ha bocciato ancora perché si ricordava di te?»

Annuisco, è andata proprio così. «Mi ha detto che se pensavo di copiare facendola franca solo perché sono un giocatore professionista, avevo sbagliato il fesso da fregare. Non ci è andato leggero, questa è la versione soft. Ho mandato giù tutto, sapevo di aver fatto la scelta migliore e se tornassi indietro la rifarei.»

«Mi dispiace.» Deglutisce, e poi apre la bocca come per parlare di nuovo, ma non lo fa.

Non dico niente neanche io, perché non sono dispiaciuto di essermi liberato di Clara. Sono incazzato perché lei è di nuovo tornata nelle nostre vite. E ho l’impressione che stavolta non se ne andrà tanto facilmente.

«Pippo non lo sa» le confesso, mettendomi la cintura. «E non dovrà mai saperlo. Lui sa solo che l’ho convinta e pensa che l’esame sia andato male perché quel professore è una merda.»

«Non vuoi che sappia che sei un ottimo amico?»

«Fidati, gli sto nascondendo troppe cose solo perché gli sono amico.» Non so perché l’ho detto, se mi chiede di cosa si tratta, muoio per la vergogna. Non deve sapere neanche lei quanto ne sia innamorato. E ora, a rafforzare il nostro legame, abbiamo dei segreti da tenere insieme.

Con Pippo non li ha, almeno a quanto ne so io.

«Per un momento ho pensato che volesse venire a letto anche con te» commenta. Le brillano gli occhi, nel dirlo. Se non fosse scoppiata in lacrime più di una volta, forse avrebbe persino riso.

Accendo il motore, distogliendo lo sguardo da lei. «Avrei preferito doverci andare a letto e non dover fare la figura del figlio di puttana che pensa di passarla liscia solo perché gioca alla Vulnus.»

«Però così avrebbe senso il fatto che abbia insinuato di noi due…»

«Davvero, Elena, sarebbe stato meglio se ci fossi andato.» Preferisco che non insista, e vorrei che lo capisse.

«Daniele, guarda che ti credo.» La sua voce è distesa, calma. Mi piace persino ascoltare il suono delle sue parole, non c’è niente di lei che non mi faccia impazzire. Posa una mano sulla mia, sul volante, spingendomi a guardarla. Il suo tocco sulla pelle è più di quanto possa sopportare, eppure è piacevole… Ed è il massimo che posso avere, data la situazione. «Sei davvero un buon amico, e lo dico anche per quanto riguarda me. Grazie per questa mattina… Insomma, grazie per tutto.»

Un ottimo amico… per lei vorrei essere ben altro.

«Non devi ringraziarmi.»

 

Scendo dalla macchina di Daniele, e lui mi saluta con sorriso accennato, prima di ripartire diretto all’allenamento. Spero che smetta di piovere quando sarà arrivato, o si prenderà l’acqua.

Chiudo l’ombrello ed entro nella sede della Vulnus. Avevo chiesto a Salvatore tutta la giornata libera, ma preferisco essere qui che altrove, da sola, a commiserarmi per la pessima scelta della data dell’esame. Avrei potuto darlo a settembre, per quello che mi ha chiesto sarei stata abbastanza pronta… Almeno per non prendere un diciassette che sa tanto di presa in giro.

E non avrei incontrato quella tizia, come si chiama? Clara?

Mi mancava solo essere braccata da un’ex gelosa e possessiva di Filippo…

Mostro il tesserino e mi immergo nella rete di corridoi con cui ormai ho familiarità. Spero che Salvatore mi dica che posso restare, che dia concretezza alle belle parole che spende ogni volta sul mio operato. Spero che i suoi non siano solo complimenti a vuoto.

Lo trovo intento al lavoro, impegnato a leggere qualcosa dal suo computer e dal telefono, alternando lo sguardo da uno schermo all’altro. Forse sono le statistiche in vista della partita di domenica contro Trento.

Busso alla porta aperta, almeno per segnalargli la mia presenza. Allunga il collo oltre il monitor e mi vede. «Elena, non le avevo dato la giornata libera?»

Annuisco. «Sì, però ho bisogno di parlarle. L’esame non è andato bene e mi crea dei problemi con la laurea, che slitta a giugno… I soldi della borsa di studio mi avrebbero coperto solo le spese fino a dicembre, poi sono coperta fino a marzo-aprile grazie allo stage, e visto che per il regolamento dell’università non posso chiederla al primo anno di magistrale se mi laureo in estate… Volevo chiederle se pensa di tenermi da gennaio in poi, altrimenti dovrò cercare un posto altrove.»

Ho parlato di corsa, prendendo fiato a malapena. Il regolamento delle borse di studio per questa università è a dir poco assurdo, ho cercato di essere il più chiara possibile. Ho bisogno di un lavoro, ne ho un disperato bisogno, non posso limitarmi allo stage.

Mi sento il cuore in gola e sono consapevole di essere arrossita, perché non mi piace parlare di soldi e ancor meno mi piace l’idea di implorare per un lavoro. Però ho bisogno di sapere, ho bisogno di avere delle certezze per sapere come muovermi.

Lui si alza in piedi, avvicinandosi a me, e mi posa una mano sulla spalla. «Certo che la tengo. Appena finisce lo stage, le faccio firmare direttamente il contratto da dipendente. Ci ho visto bene su di lei, e sono contento di averla con noi.»

Butto fuori tutta l’aria che i miei polmoni hanno trattenuto nell’ultimo minuto. Rimango qui, rimango alla Vulnus. Gli sorrido, riconoscente. «Grazie.»

«Prego. Ora può andare a casa a riposarsi. E mi dispiace per il suo esame.»

«A chi lo dice…» mormoro, poi lo saluto e ripercorro la via a ritroso fino all’uscita.

Sta ancora piovendo, di certo Pala se l’è presa tutta nel tragitto tra la macchina e il centro dove si allena la Vulnus. Scuoto la testa, pensandoci tra me e me. Gli ho anche proposto di prendere il mio ombrello, ma ha rifiutato… Visto che ora dovrò tornare a casa a piedi, gliene sono anche grata.

Tiro fuori il telefono dallo zaino e inizio a camminare. Ovviamente, i miei mi hanno chiesto se con le spese ce la faccio fino all’inizio della magistrale e si sono preoccupati quando non ho risposto subito nel gruppo della famiglia.

Sì, ho parlato con il mio superiore e mi assume” digito, continuando a camminare.

Arriva subito la replica di mio padre: “Bene, così mi fai avere i biglietti almeno per una partita… E se andiamo ai play-off anche per quelli!”.

Sorrido. Da quando gli ho detto che lavoro per la nostra squadra ha già fatto battute di questo tipo, ma purtroppo non è riuscito ad avere i giorni dal lavoro per venire qui, anche se mamma gli ha detto più volte che se proprio ci tiene può fare una toccata e fuga per una partita. E, per mia somma fortuna, non ha visto che ieri sera Filippo mi ha baciata sul parquet del Palavulnus.

L’importante è che non hai problemi” sentenzia invece mia madre, badando all’essenziale.

I problemi ci sono comunque, non è che spariscono così… Quella stronza di Clara potrebbe tornare nei miei incubi. Dio, vorrei togliermela dalla testa. Devo solo stare attenta quando vado in facoltà, in modo che se sto in giro per la facoltà non mi avvicini troppo a Giurisprudenza.

Non so se sarà sufficiente, ma intanto ridurrebbe la possibilità di incontrarla.

Il telefono mi vibra in mano. Filippo.

Daniele mi ha detto dell’esame, vuoi passare al centro di allenamento? Ho una sorpresa per te, ti farà stare meglio.

Guardo verso il fondo del viale, intravedo il centro sportivo accanto al Palavulnus e mi sfugge un sorriso dalle labbra. Vederlo mi aiuterebbe, ne sono certa.

Da quella sera sento che il nostro rapporto ha fatto un salto in avanti, non solo perché siamo andati a letto insieme. Ci siamo confessati alcuni stralci del nostro passato, ci siamo aperti l’un l’altra ed è stato toccante. In più, lui non è scappato da me dopo aver scoperto quanto sono fragile.

Raggiungo il centro ed entro, avvicinandomi a passi rapidi alla palestra.

Incrocio Marco che se ne sta andando e lui mi saluta al volo. «Pippo si sta facendo la doccia.»

Lo ringrazio e vado ad aspettarlo fuori dalla porta dello spogliatoio. Passa anche Niko, che si ferma a chiacchierare con me.

«L’esame?»

Scuoto la testa. «Male.»

«Mi dispiace.»

Dispiace a tutti, ma che altro dovrebbero dirmi?

Niko sorride, sornione. «Facciamo annusare le mie scarpe al professore?»

Scoppio a ridere. Non me l’aspettavo e ci voleva proprio una stupidaggine simile!

Dalla stanza esce anche Pala, che mi guarda confuso. Si è cambiato per allenarsi, immagino che lo faccia mentre gli altri vanno via in modo da non perdere l’allenamento. O forse oggi Colucci li ha divisi in due gruppi.

«Ci ho parlato, è andata bene» gli dico, evasiva. Tanto lui sa a chi e cosa mi riferisco.

Annuisce, senza aggiungere una parola, poi va in palestra. Ne risbuca subito con un pallone leggero, di quelli che si usano in spiaggia. «Ma chi è che ha portato questo?»

«Cazzo, Dani, mi hai smontato tutto!» esclama Filippo, appena uscito dallo spogliatoio. Si china verso di me e mi lascia un bacio a fior di labbra. «Vieni, dai.»

Mi prende per mano e mi conduce dove stanno anche Daniele e Teo, che sta provando i tiri dall’arco insieme a uno degli assistenti del coach che gli passa la palla. Filippo prende quel pallone da spiaggia e mi fa cenno di lasciare lo zaino e il cappotto sulle panche attaccate al muro.

Ho capito cosa ha in mente, ma non mi sento così sicura di assecondarlo.

Lui mi si avvicina, deve aver capito che qualcosa non va. «Ele, questo non è un pallone da basket. È un pallone normale. Volevo ridarti quello che il destino ti ha tolto… Giocare deve essere una cosa bella, non una paura.»

Ho gli occhi lucidi, da questa mattina sarà la quarta o quinta volta. Mi mordo l’interno della guancia, sperando di non ricominciare a piangere. Qui e ora non è proprio il caso.

Mi accarezza il viso, dolce, con il solito sguardo penetrante. «Facciamo così: ti do la palla in mano, ma tu tieni gli occhi chiusi e provi a tirare. Non importa se non fai canestro, importa che provi. Vuoi provare?»

Gli faccio un lieve cenno di assenso, così mi libero dello zaino e del cappotto. Mi sistemo sulla linea dei tre metri, con un pallone leggero dovrebbe essere più facile andare a canestro.

Chiudo gli occhi e sento altri passi, oltre quelli di Filippo. Forse il coach è arrivato per seguire Pala e Teo, ma non ne sono sicura, perché non ho sentito il suono della porta.

Le labbra di Filippo si posano sulla mia guancia, in un bacio delicato, come se volesse asciugare dove prima sono passate le mie lacrime. «Va tutto bene, ci sono io.» Mi prende le mani e me le fa posare attorno al pallone.

Piego le gambe e le braccia, caricando la spinta per il tiro, e lo lascio andare. Un suono tonfo mi avvisa che è finito sul muro o sul soffitto.

Apro gli occhi, e Filippo sta raccogliendo il pallone. Mi sorride. «Hai preso il tabellone.» Si avvicina ancora a me. «Come ti senti?»

«Non lo so. Però ho avuto la testa vuota, ed è già tanto.» Sospiro, sistemandomi i capelli dietro l’orecchio. Non mi si sono affacciati alla mente i fantasmi e i dolori del passato. «Non è la stessa cosa di giocare davvero, ma grazie.»

Mi solleva il mento con un dito. «Daniele mi ha detto di quella psicopatica e non immagino nemmeno come ti sei sentita… Volevo solo che tu stessi meglio.»

Lo abbraccio, d’istinto, e il pallone gli scivola dalle mani rimbalzando sul pavimento. «Sto meglio.»

Filippo mi stringe a sé, accarezzandomi la schiena con calore. Mi fa sentire che lui c’è, che è qui con me e che sta cercando di fare di tutto per me. E, visto come siamo partiti, questo piccolo gesto è molto più significativo di tanti altri.


Spazio autrice
Finalmente ecco svelata la storia dell'esame di Daniele. Vi immaginavate che fosse andata così? Oppure pensavate a un altro tipo di ricatto?
Ha fatto bene Pala a non dire niente a Filippo? Io non so se sarei mai riuscita a tenermi un segreto del genere...
Per fortuna c'è Salvatore che sistema tutto!
E Pippo? Sta riguadagnando qualche punto? Volevo infilare in un altro momento la scena in cui lui ed Elena "giocano" a basket, ma tutto sommato credo che stia bene anche qui (visto quello che succederà poi...).
Baci a tutti,
Snowtulip.
   
 
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