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Autore: ChiiCat92    01/06/2022    0 recensioni
Su Amunait grava la maledizione di una Dea: la sua anima non può morire, bloccata in un ciclo di reincarnazioni che non può essere fermato.
In questa vita, l'ennesima che lo vede costretto nel corpo di un esile quattordicenne, forse troverà un modo per spezzare la maledizione, tra amori proibiti, passioni nascoste, nemici improbabili e sofferenze.
La storia, alcuni dei personaggi e l'ambientazioni sono tratti da una campagna d&d di cui ero master. Alcuni degli eventi sono accaduti davvero attorno ad un tavolo in una calda notte d'estate.
Genere: Avventura, Fantasy, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Shonen-ai, Yaoi
Note: De-Aging | Avvertimenti: Contenuti forti, Non-con, Tematiche delicate
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Prologo

 

Mi sveglio nel cuore della notte, sudato. Ho freddo, la pelle è punta come da mille aghi. 

Il respiro si condensa nell’aria, è come se avessi delle mani nel petto, aggrappate alla gabbia toracica che stringono e stringono e stringono i polmoni per riempirli d’aria.

Sento una voce, è la mia, è la sua, mi riempie la testa. 

Respira, vivi, apri gli occhi e patisci un altro giorno. 

Mi occorre un lungo, lento istante di agonia per realizzare che questo corpo mi sta stretto. Per quanto allunghi le braccia e stenda le gambe non c’è abbastanza spazio.

Gemo sottovoce, la lingua incollata al palato, sono patetico. 

Tremo per il freddo e mi sollevo, la testa mi gira e la nausea mi afferra lo stomaco in una morsa. Stringo le labbra quando sento la bile risalirmi la gola. Quando e di cosa mi sono nutrito? Dove mi trovo? Chi sono adesso? 

Con uno schiocco, all’improvviso, tutto torna alla mente. Anni, decadi, secoli, luoghi, volti, morti.

Il respiro accelera e il cuore esplode in petto, panico mi stringe le ossa insieme. Mi sento perso.

Poi il mio nome affiora alle labbra screpolate e i tremori, pian piano, scemano. 

Amunait. 

Il mio nome, la mia storia.  

Gli Dèi possono togliermi tutto, tranne me stesso. 

 

Riesco a scivolare fuori dal giaciglio di paglia e ad alzarmi in piedi nonostante la nausea. La testa mi gira di nuovo perché sono più basso di come dovrei essere. 

Mi afferro la testa tra le mani, ho bisogno di concentrarmi, ho bisogno di esistere nel presente. 

È più difficile appena sveglio, quando la mente si perde in se stessa e riavvolge ripetutamente gli eventi del passato. Delle mille vite che ho vissuto. 

Prima del sorgere del sole mi sembra possibile poter essere e diventare tutto quello che sono già stato, perché nel buio la realtà si fonde, trapassando il tessuto del cielo, ignorando il brillare delle stelle. Quand’ero giovane erano diverse, più splendenti e lucide; alcune si sono spente, altre si sono accese. A volte quando non riconosco gli astri che mi sovrastano  e mi sento minuscolo, mi appello al conforto di ciò che rimane dentro di me: l’odio verso gli Dèi che mi hanno maledetto a questa esistenza. Come un velo si adagia su tutti i miei ricordi, ne avvolge i contorni, rende tutto allo stesso tempo distante e vicino, irreale e reale. Col tempo si è trasformato in un sordo palpito, batte all’unisono con il cuore e, forse, è di questo che la mia anima si nutre. 

I piedi nudi non fanno rumore sul terreno, da qualche parte nel buio sento i rantoli dei respiri di Hurre e Kathel, mentre gli altri quattro ragazzi sono più silenziosi. A breve, quando i primi raggi di sole taglieranno il cielo tingendolo di rosa chiaro, si sveglieranno, scrosteranno sudore e sporcizia dai loro corpi, indosseranno lacere tuniche e riprenderanno il lavoro nei campi dove l’hanno lasciato ieri, e il giorno prima e il giorno prima di esso. 

È una vita spartana, semplice, faticosa, ma non brutta. Se fosse insopportabile mi sarei già tagliato la gola per cercare fortuna altrove, per fortuna qui ho trovato un ambiente tranquillo in cui crescere.

Hurre è un contadino, Kathel la sua irreprensibile moglie. Tra i loro cinque figli ci sono anch’io, un’anima in transito nel corpo che sarebbe toccato ad un normale ragazzo di campagna.  

Non sono ricchi, non vogliono neanche esserlo, pretendono solo di coltivare il loro pezzetto di terra, tirare su i loro figli, guadagnare quello che basta perché non muoiano di fame durante l’inverno, commerciare quel che avanza con Ombra. 

Ci si potrebbe accontentare di una vita così, se non puzzasse di feci calde e sudore, se non bruciasse la volontà e rendesse insopportabile respirare. 

Mi chiedo se Imroth, dal suo trono di viticci e infiorescenze, scelga personalmente la mia prossima vita. Con cosa vuole vedermi combattere? Quale ruolo vuole che interpreti? Che corpo mi lascerà abitare? 

La diverte così tanto vedermi strisciare nel fango vita dopo vita, sopravvivendo all’infanzia e all’adolescenza, o dopo aver calato la sua mano divina su di me con la sua maledizione, millenni fa, ha distolto lo sguardo? 

Forse in questo momento non ricorda neanche chi sono, chi sono stato, e sono solo un’anima punita a cui ha negato l’aldilà.

Per stizza pesto un piede a terra, poi stringo le labbra per la vergogna di me stesso. 

Questo corpo in balia dei mutamenti della crescita mi frustra, mette alla prova la mia pazienza. 

Riesco a guadagnare l’uscita senza svegliare nessuno - difficile quando sette persone si trovano a dormire nello stesso languido spazio - e una volta fuori mi permetto di respirare. 

La casa è stata costruita dagli antenati di Hurre - magari in qualcuna delle mie precedenti visite su questa terra potrei averli conosciuti o le mie azioni potrebbero aver portato all’inizio dei lavori -, è bassa, di legno levigato a mano, un solo grande ambiente per vivere con la famiglia, mentre un’altra piccola struttura è dedicata alla stalla con il fienile. Due cavalli, un asino per tirare l’aratro, una decina di galline in un pollaio tenuto insieme a malapena, quattro maiali in un recinto fangoso: tutti gli animali necessari per sopravvivere. 

L’appezzamento di terreno coltivato a grano ondeggia di fronte alla casa. Fin dove si spinge lo sguardo ci sono solo campi, campi e campi, spighe dorate immature non ancora pronte alla raccolta: occorrerà almeno un altro mese.  

Il grano sarà macinato con il bel tempo per trasformarlo in farina, i sacchi verranno usati per comprare cibo per l’inverno, e Kathel lo utilizzerà per cibarci. 

Pane, pane e ancora pane, sorrisi sufficienti a riempire lo spirito ma non lo stomaco, poi le temperature che si abbassano e il pane che non basta più.  

Non potevo lasciare questo posto prima di essere forte abbastanza, di essere grande abbastanza. 

Quattordici anni sono lunghi quando si è perfettamente consapevoli del tempo che passa sin dal primo istante successivo al concepimento. 

Non sono la più forte né la migliore versione di me stesso, questo corpo così minuto ha dovuto affrontare le malattie degli indigenti, a cui forse sarebbe stato meglio non sopravvivere affatto. Ma sono stanco di essere un infante incapace di controllare i movimenti dell’intestino, per cui, nonostante tutto, non sono ancora pronto a lasciare quest’esistenza. 

Dovrò farmelo andare bene. 

L’aria è ancora fredda, nonostante sia una notte primaverile, rabbrividisco e mi sento tutto ossa, fragile

Entro nella stalla, l’olezzo di vita animale mi fa arricciare il naso, ignorandolo mi avvicino al cavallo che ho scelto per la fuga. 

Anche lui, proprio come me, non è il migliore, il più veloce o il più resistente, però mi porterà fino a Doladrian e questo basta. 

Tra le balle di fieno ho nascosto la sacca con viveri sufficienti per le prossime due settimane, i pochi spiccioli che Hurre pensa di aver messo da parte, un mantello da viaggio e tutta la forza di cui dispongo. 

La carico in spalla e comincio a sellare il cavallo. Lui nitrisce, si agita, non gli sono mai piaciuto. Probabilmente gli animali lo sentono. 

Mormoro stentate parole di rassicurazione mentre gli tocco il muso, l’ultima cosa che voglio è che svegli qualcuno della famiglia. 

Tutto il piano si basa su questo dannato cavallo, senza di lui non posso raggiungere la città. 

« Cyne. » a sentire la voce non sobbalzo, più che altro…sospiro. 

Imroth, dannata, per una volta non può andare come desidero, non è vero? 

Mi volto, Kathel mi si avvicina, scompigliata, gli occhi gonfi come se avesse pianto, tutta stretta nella sua arida e smunta figura di madre indefessa. 

« Cyne…che stai facendo? Figlio mio…? » 

Leggo nei suoi occhi chiari il desiderio di sentire che le appartengo ancora, o che le sono appartenuto ad un certo punto, anche se lei sa benissimo che non è così. 

Non sono mai stato suo figlio, né quando mi portava in grembo né quando ho mosso i primi passi per allontanarmi da lei. La mia vera madre è altrove, irraggiungibile, forse morta nella guerra per mano degli Dèi, o ancora viva nascosta in una terra che non posso raggiungere. Stringo e rilasso i pugni, per lasciare andare la tensione che tira e tende ogni nervo del mio corpo. 

« Devo andare. » dico soltanto, poi mi volto e continuo a preparare il cavallo. La bestia deve sentirsi confortata dalla presenza di Kathel perché adesso si lascia toccare, più docile. 

« Cyne… » tenta ancora la donna, con quel nome che non riconosco e che è sempre suonato sgraziato alle mie orecchie.

Non è necessario ucciderla. Eppure desidero farlo, tagliarle la gola e sentirla annaspare verso il suo ultimo respiro, o spezzarle il collo e avvertire la vita che l’abbandona in tutta fretta. A niente servono le immagini colme di dolcezza che si sovrappongono alla violenza, ricordi di questa vita, di come lei mi ha fatto da madre nonostante io non sia suo figlio, le carezze, le canzoni, le rinunce. L’ultimo pezzo di carne, l’ultimo tozzo di pane, l’ultima coperta in una notte particolarmente fredda.

Non è necessario ucciderla. Chiudo gli occhi e allontano ogni immagine.

Nei secoli il desiderio di inzuppare la terra con il sangue si è ingentilito grazie ai mormorii del buon senso. Lascia poche tracce, vivi più a lungo nell’ombra, impara e preparati. 

Oh, ci sono stati momenti in cui la mia furia era tanto incontrollabile da costarmi l’impiccagione o il rogo o l’esecuzione, momenti in cui sono stato un demone incarnato nel piccolo corpo di un bambino o una bambina, momenti di cui ho gioito un attimo prima di essere fermato. 

Se uccidessi la donna è possibile che Hurre ed Here, il figlio maggiore, cercheranno di rintracciarmi, e se dovessero riuscirci la mia fuga si concluderebbe con un nulla di fatto.

Il pensiero di uccidere me stesso, invece, mi attraversa la mente con rapidità e con la stessa rapidità lo inghiotto come fosse erba medica amara ma necessaria. La prospettiva di passare attraverso il parto, di pianti e poppate al seno mi fa tremare di disgusto. Dovrei imparare di nuovo a parlare, camminare, dovrei adattarmi ad un corpo nuovo, un tempo nuovo, un mondo nuovo, un me nuovo. A malapena conosco questo.  

Continuo imperterrito a imbrigliare il cavallo, odio che le mie mani siano così piccole, vorrei già essere un adulto formato e non questo ragazzino scheletrico in fase prepubescente.

La donna tace finché non aggancio la sacca alla sella del cavallo. Avrei preferito fuggire senza essere visto, ma sono sicuro che lei non dirà nulla, negherà ogni cosa, tutto pur di non tradirmi: il suo cuore, a differenza del mio, è umano. 

Mi volto, tirando il cavallo per le redini così da condurlo fuori dalla stalla, lei si fa da parte e mi osserva, penetranti occhi pieni di lacrime che mi scivolano dalla schiena alle caviglie. 

« Mi dispiace, donna. » inforco la staffa e monto a cavallo, barcollando quando mi rendo conto di essere ancora troppo basso per una bestia di queste dimensioni. Maledico la lentezza dello sviluppo del corpo umano, sotto cui si nasconde una paura che conosco fin troppo bene: forse è troppo presto? Avrei dovuto aspettare un altro anno prima di andarmene? 

L’immagine di uomini armati che mi aggrediscono, sodomizzano e uccidono in un vicolo di Doladrian, balena per un attimo nella mia mente, riesco a scacciarla a fatica e solo pensando a quanto più sofferente sarei se rimanessi a vivere come un contadino fino ai quindici o sedici anni: molti ragazzi a quell’età più che adulti sono già sottoterra.

Morte per morte, devo cogliere quest’opportunità adesso. 

« Tu chi sei…? Chi sei veramente? » chiede la donna, sottovoce, affinché neanche la notte possa sentire quella domanda, o la mia risposta. 

Il cavallo solleva le zampe, una alla volta come se saggiasse il terreno. Non so se reggerà i quattro giorni di viaggio che ho previsto per arrivare in città; è abituato a percorrere le brevi tratte fino ad Ombra tirando il carro di Hurre e non a galoppare ininterrottamente. Se dovesse sopravvivere, lo venderò al primo mercante disposto a comprarlo, con il ricavato potrò sopravvivere qualche altro giorno, giusto il tempo necessario per farmi assumere come tuttofare da un mago o un archivista. Quello che mi serve è un posto asciutto e sicuro dove crescere, e scoprire se questo corpo è predisposto alla magia. Sono già lontano, lontano da quel posto e lontano da lei.

Invidio la mente semplice di Kathel. Tutto quello che ha conosciuto e conosce si trova intorno a noi, la famiglia che crede di aver creato, la felicità di cui si sente ricoperta come miele appiccicoso.

Se sapesse quello che so io non riuscirebbe più a prendere sonno la notte. 

Sospiro, ricordo un tempo in cui era più facile andarmene, staccarmi da ogni legame umano per seguire sentimenti troppo grandi per me. Ricordo di essere stato fuoco liquido zampillante. Ricordo i continui, inutili salti in braccio alla morte a causa dell’impreparazione o dell’impertinenza. 

Un bambino troppo intelligente, un coltello mal occultato, fughe premature, un mondo che divora la carne giovane. 

Lei non è pronta a sentire la mia storia, e io non ho voglia di raccontargliela. Non voglio essere Amunait adesso. 

« Tuo figlio. » le rispondo. « E anche un visitatore. Grazie per avermi accolto, ma devo andare. »

Non è stata la peggiore madre che mi sia capitata, tutto sommato, non ha cercato di uccidermi in culla, di vendermi, non si è dimenticata mai una volta di nutrirmi, non ha trascurato le mie ferite, non mi ha mandato a mendicare in città, non mi ha usato come giocattolo sessuale. 

Un vago brivido freddo mi risale su per la schiena, ma siedo rigido in sella al cavallo. 

Vedo in lei ottusa comprensione; forse un istinto atavico l’ha resa consapevole che quel figlio taciturno e troppo rapido ad imparare le cose della vita non era del tutto normale, forse ha pensato che Artael o un’altra delle sue divinità umane le avesse fatto dono di un piccolo miracolo, forse ha creduto che un giorno avrei potuto risparmiare a tutti loro di vivere nel fango dell’esistenza e di potersi finalmente alzare in piedi grazie al mio ingegno. 

Non ho colpa per ciò che ha desiderato, sperato o pregato, chi ha colpa è Imroth, lei ha privato di un figlio questa donna, rubandole quattordici anni di vita. 

Dal momento che non risponde, né accenna a tentare di fermarmi, faccio schioccare le redini e il cavallo parte al galoppo.

Ho imparato a cavalcare innumerevoli vite fa, per fortuna alcune cose non si dimenticano.

 
   
 
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