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Autore: OharaNakamura    17/06/2022    4 recensioni
Agosto 2053, Iraq. A causa di una minaccia terroristica, una squadra di corpi speciali decide di radere al suolo un piccolo villaggio nei pressi del fiume Eufrate. Gli autori del bombardamento, tra le macerie della cittadina, ritrovano un misterioso manufatto dalla provenienza ignota. Le loro ricerche i conducono soltanto a un nome: Bib Mvshvk, una creatura non menzionata da nessun testo sacro. Cosa è accaduto veramente in quel luogo? Quale segreto nasconde quel gioiello? Chi è Bib Mushuk?
Questa storia partecipa al contest "Manuale di Sopravvivenza Vol. 2" indetto da Spettro94 sul Forum di EFP.
Genere: Guerra, Horror, Sovrannaturale | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Lo scarabeo del deserto

 
 
Samuel Bardok non amava la violenza, anzi, si poteva affermare con assoluta certezza che fosse un ragazzo pacifico. Chiunque lo avesse incontrato mentre indossava i suoi calzoncini logori e delle improponibili camicie variopinte non avrebbe mai riconosciuto l’uomo che imbracciava le armi pronto a portare terrore e devastazione ovunque il suo Comandante lo avesse inviato. Chiunque lo avesse visto sdraiato nei prati, mentre seguiva con lo sguardo sognante il volo delle api intente a suggere il nettare dai fiori, non avrebbe mai riconosciuto l’uomo freddo e glaciale che uccideva per servire il suo paese. Samuel Bardok era il più giovane e promettente soldato che il Comandante Vergano avesse mai incontrato in tanti anni di servizio, e questo era un dato di fatto.
Dopo anni passati a scalare le gerarchie militari, finalmente, in seguito a una fortunata operazione in Egitto, il Comandante Vergano era riuscito a ottenere il comando di un’importante base militare in Iraq. Tomas Vergano non era un uomo tutto d’un pezzo. L’atavico terrore di perdere quello che aveva faticosamente guadagnato gli attanagliava lo stomaco, costringendolo a trascorrere le notti insonni, alla ricerca di strategie per preservare il controllo su quella piccola fetta di terra arida. Fu durante una delle sue elucubrazioni notturne che il Comandante decise di risolvere definitivamente la situazione ricorrendo al Reparto Speciale KK, un corpo di soldati scelti, affidati al Capitano Kurtz Weber. Samuel Bardok, Misha Winchester, William (Billy) Weber, Gabriel Vangelis, Patris Cordano, Donald Apple; erano questi i nomi dei sette soldati che costituivano la squadra segreta speciale, creata per compiere operazioni militari ad altissimo rischio e di grande delicatezza politica.
La Squadra Speciale KK era stata inviata a Nabyya, una piccola città-villaggio nei pressi del fiume Eufrate, ormai ridotto a un miserabile rivoletto d’acqua. Una cellula terroristica aveva occupato i sotterranei di un antico tempio, operando indisturbata e confondendosi tra la popolazione. Ben presto l’intera popolazione locale era diventata parte integrante del gruppo, partecipando in maniera più o meno diretta alle loro operazioni: fornivano supporto materiale di qualsiasi tipo; fungevano da messaggeri per aggirare possibili intercettazioni e partecipavano attivamente a diverse attività illecite. Così, dopo mesi di indagini, il comandante Vergano aveva deciso di inviare la Squadra Speciale KK, con il compito di neutralizzare la minaccia e assicurarsi che i progetti dei prossimi attacchi terroristici non finissero in mani pericolose. L’intervento dei KK avrebbe preservato le principali città Occidentali dalla distruzione, impedendo la strage di migliaia di innocenti… o almeno questo è quello che il Comandante Vergano aveva detto alla sua truppa poco prima di ordinare un bombardamento aereo. Di fronte a tali rischi, nessuno aveva posto domande.

 
 *** 
 
Samuel guardava intorno a sé quella landa desolata che un tempo doveva essere stata una terra florida e ricca, almeno questo era quello che raccontavano i suoi libri di scuola. Il vento caldo del deserto gli sferzava il viso, ma quel dolce tepore si trasformava subitaneamente in una lama rovente che lo marchiava fino alle profondità della sua anima. Sotto il sole cocente dell’Iraq, si sentiva sgretolarsi come se fosse, non più un uomo, ma un gigante di argilla.
«Porca troia, amico, che tette!» esclamò Gabriel concitato, guardando lo schermo del telefonino del Capitano Kurtz con un’attenzione degna di un microbiologo intento a scovare una rara mutazione genetica. Nonon lo schermo del cellulareuna foto stampata su della comune carta e poi ritagliata, Samuel corresse mentalmente la sua distratta osservazione, mentre contemplava in lontananza la sagoma di un minareto svettare nella sua imponente bellezza. «Certo che sei veramente uno stronzo» si intromise Billy, rivolto al fratello, mentre strappava quel misero straccio dalle mani del ragazzo più piccolo, per contemplarlo meglio.
A Samuel quei discorsi interessavano poco, anzi, non interessavano affatto. In quel momento si stava chiedendo quali insetti avrebbe mai potuto incontrare in quella terra arida, in cui il Suo Dio sembrava aver smesso di compiacere i bisogni degli uomini. «Ehi Sam- lo richiamò all’attenzione il compagno- Amico, dà un’occhiata qui.» Billy gli sventolava sotto il naso quel pezzo di carta consunto, aspettandosi una sua qualche reazione. In quel momento l’unica cosa che riuscì a provare fu il temporaneo sollievo dalla calura che l’ondeggiare della carta riuscì a procurargli. A Samuel le donne non interessavano molto, ma questo non era saggio da raccontare, almeno così gli aveva detto un giorno Misha. A Samuel, però, non interessavano particolarmente neanche gli uomini, né qualsiasi altra creatura non fosse munita di ali e tante piccole zampette. Anche questa era una cosa che non era bene raccontare. Misha sedeva vicino a lui sul furgone, rendendosi partecipe dello scambio di battute soltanto con gli occhi e qualche sorriso di circostanza. A Samuel gli esseri umani non suscitavano particolare interesse, ma quando Misha aveva deciso di autoproclamarsi suo migliore amico, non aveva avuto nulla da obiettare. Nessuno dei due amava le parole, ma la natura aveva dotato il ragazzo di impenetrabili occhi blu, tanto enigmatici quanto espressivi, e di un’empatia fuori dall’ordinario. Samuel trascorreva intere giornate a osservare con attenzione i suoi insetti, mentre l’amico lo scrutava in religioso silenzio. Tanto era bastato a renderli inseparabili.
Il Capitano Kurtz Weber amava le donne più di quanto avesse mai amato fare la guerra, ma questo alla famiglia di lunghissima tradizione militare non poteva dirlo. Così come non poteva dirgli che aveva sempre desiderato diventare un pittore. Il Capitano Kurtz Weber era del tutto indifferente alle gerarchie militari, ma le donne le amava tutte con lo stesso ardore e lo stesso trasporto. Sognava di consacrare all’eternità la bellezza di ognuna di loro, pennellata dopo pennellata. Il figlio primogenito della rispettabile famiglia Weber continuava, giorno dopo giorno, a illudersi di poter realizzare il suo sogno, mentre scalava le vette della gerarchia militare, sotto lo sguardo attento di suo padre. Uccidere e costringere gli altri ad uccidere era l’eredità della sua onorevole famiglia ed egli, alla fine, non aveva potuto far nulla per opporvisi. Giunti di fronte alle macerie di quella che era stata la città di Nabyya, ripiegò la foto della sua bella Marlene e la ripose nella tasca interna della divisa. Saltò giù dal velivolo prima di rivolgersi ai suoi sottoposti e compagni della Squadra Speciale di Recupero KK.
«Muovetevi in gruppi. Sparate ai superstiti.» Ordinò il Capitano, dirigendosi verso quel fantasma di città.
Per Gabriel fare la guerra era quasi come un gioco. Lui, il più piccolo dei suoi compagni, non era mai stato su un vero campo di battaglia. Alla scuola di addestramento si divertiva a sparare ai manichini con lo stesso spirito di un adolescente che cerca di vincere un fantoccio per impressionare la sua cotta del momento. Della città di Nabyya non era rimasto altro che un misero cumulo di macerie, ma non fu questo a turbarlo maggiormente. Aveva visto edifici e monumenti sparire dalla sera alla mattina, e città disabitate. Quello che Gabriel non aveva mai visto era la vita abbandonare una città come l’anima che spira dal corpo. «Stai bene?» chiese apprensivo il Capitano Kurtz, che lo aveva raggiunto e gli aveva stretto la spalla in un gesto di incoraggiamento quasi paterno. «Si, Capitano» rispose il ragazzo a fatica, tentando di trattenere un conato di vomito. Intorno a loro non c’erano altro che macerie e cadaveri che avevano iniziato la decomposizione. Non c’era nulla di bello nella morte; Kurtz non avrebbe saputo tracciare una sola pennellata che potesse esaltarne la bellezza. Non c’è nulla di bello nella morte né per il soldato, né per l’artista.
Il ragazzo diede qualche leggero colpetto a dei massi pericolosamente in bilico con la punta dello stivale, percuotendoli fino a farli cadere del tutto. Nessuno di quei corpi schiacciati aveva l’aria di essere un terrorista. Sotto i massi spuntava una figura informe, avvolta da un ricco e pregiato tessuto blu, ricamato con fini e minuziosi dettagli color oro; era riversa prona e il sangue e le interiora macchiavano irrimediabilmente la veste. Anche lo sguardo più distratto avrebbe constatato non poteva trattarsi di un terrorista. Kurtz si piegò sulle ginocchia per osservarlo meglio, prima che il fetore della morte lo raggiungesse. Sull’indice della mano sinistra un sottilissimo filo di oro riluceva. Respingendo un moto di repulsione, si avvicinò alla mano ingioiellata colpita da quello strano bagliore. La parte superiore dell’anello aveva ruotato verso l’interno, celandone il vero aspetto: una grossa pietra verde intagliata, dalla forma di un grosso insetto, era avvolta da sottili fili dorati. Spinto da una forza irresistibile, tentò di sfilare l’anello dall’anulare del cadavere. Fu un’operazione complessa, ostacolata dal rigor mortis e richiese una certa dose di forza; gli sembrò quasi di star compiendo l’ennesimo oltraggio alla vita umana. Era accovacciato a terra, rigirando quel manufatto tra le mani sotto lo sguardo ancora confuso di Gabriel, quando una voce lo chiamò.
«Capitano» richiamò la sua attenzione il soldato semplice Billy. Soltanto pronunciato dalla sua bocca, quel nominativo altisonante perdeva un po’ di quel fardello che portava con sé. Billy soleva rivolgersi a lui con nomignoli che oscillavano tra un distratto “Stronzo” e un ironico “Capitano”. Due appellativi che Kurtz si portava dietro dall’infanzia, quando era soltanto il capitano della squadra di calcetto del quartiere in cui vivevano. Billy, figlio minore della famiglia Weber, aveva scelto volontariamente di servire il proprio paese e quando finalmente aveva raggiunto la maggiore età, si era arruolato, animato dal più grande entusiasmo che un ragazzo poco più che adolescente avrebbe mai potuto avere.
Quando poi aveva ritrovato Kurtz, che aveva rinunciato ai suoi sogni per seguire la strada tracciata per lui dalla famiglia, Billy non aveva avuto più alcun dubbio e aveva deciso di fare tutto il possibile per poter restare accanto al fratello. «Kurtz, è la guerra» disse semplicemente, come se fosse una realtà di fatto che non poteva essere cambiata. Quando il giovane accovacciato alzò lo sguardo verso il fratello, capì che in quelle macerie avevano visto la stessa cosa.
Il compito di un buon soldato non è porsi domande, il compito di un buon soldato è eseguire gli ordini dei gradi più elevati. Misha però di domande se ne era sempre poste tante, fin quando quella sua curiosità non aveva avuto delle conseguenze disastrose; da quel momento in poi aveva deciso di rinunciare a tutte le parole di troppo che uscivano prepotenti dalla sua bocca. Le domande però, continuavano ad affollarsi nella sua testa; forse sarebbe riuscito a tacere di fronte allo scempio di Nabyya ancora un altro po’, se non avesse ritrovato le stesse perplessità negli occhi dei suoi compagni. La sua attenzione fu distratta solo dall’oggetto che sembrava aver catturato l’attenzione del Capitano, Billy e Gabriel.
 «Cos’è?» chiese Misha, allungando una mano verso Kurtz, in attesa che condividesse la scoperta.
«è un anello, l’ho sfilato da un cadavere» rispose semplicemente, fingendo di non aver percepito quella nota malsana che le sue stesse parole lasciavano trasparire.
«Sembra un manufatto antico e prezioso» aggiunse Billy.
Intanto Gabriel continuava ad avere la testa per aria, come se avesse perso ogni capacità di restare ancorato alla realtà.
Misha cominciò a rigirare l’anello nelle mani, lasciando che la luce solare colpisse la pietra centrale, facendola rilucere. «Sembra… sembra…»
«Sembra un insetto catturato in una ragnatela» terminò la frase Gabriel.
«Non è un insetto, è uno scarabeo stercorario verde.» Lo corresse Samuel utilizzando un tono infastidito e saccente.
«Ma cosa significa?»
«Questo non lo so.»
Sembra un sacerdote avrebbe voluto aggiungere Kurtz, ma non aveva voglia di aggiungere dettagli. Non aveva la forza di umanizzare quello che doveva continuare ad essere solamente un ammasso di carne ed ossa.
Ritornarono alla base stanchi e con la testa piena di domande di cui temevano la risposta.

 
 *** 
 
Era già trascorsa una settimana da quando la cittadina era stata rasa al suolo per ordine del Comandante Vergano e nessuno della sua Squadra Speciale riusciva a dormire serenamente, nessuno tranne Patris Cordano e Donald Apple. I due soldati, entrambi specializzati nella guida di mezzi aerei, erano stati gli ultimi a essersi unirti alla squadra. Il primo dei due proveniva da un reparto stanziato in un piccolo villaggio del sud dell’India, l’altro invece aveva combattuto in Brasile; entrambi erano stati selezionati per le loro particolari doti ed erano stati inviati, muniti di un’influente raccomandazione, al Comandante Vergano. Tutti temevano fossero delle spie, inviate con l’intento di monitorare le attività segrete della Squadra Speciale KK; per questo motivo, quando i due compagni si erano avvicinati, il Capitano Kurtz aveva rapidamente nascosto il manufatto nella tasca interna della giacca, proprio vicino alla foto della sua bella Marlene. A turno, avevano trascorso il poco tempo libero che erano riusciti a racimolare, indagando il mistero di quel manufatto, senza però ricavarne alcuna informazione utile. Soltanto quando erano giunti al Centro Studi del Mondo Antico dell’Università di Bagdad, erano riusciti a scoprire qualche informazione.
Samuel e Misha sedevano al bancone di un piccolo bar di periferia. Si trovavano in una piccola cittadina a metà strada tra la Capitale e la loro base. In attesa dell’arrivo di Kurtz, avevano deciso di cominciare a ordinare due birre e qualche piatto tipico locale.
«Cosa avete scoperto?» chiese diretto Misha, senza quasi attendere che Kurtz, seguito da Gabriel e Billy, si accomodassero al loro fianco. I tre avevano incontrato un archeologo con cui erano entrati in contatto e avevano deciso di incontrarsi direttamente in quel locale, per non destare sospetti nei loro compagni. A Gabriel la vista di tutti quei cadaveri aveva tolto l’appetito e si stava limitando a punzecchiare un ortaggio che non era riuscito a riconoscere. I suoi vivaci occhi verdi quella sera erano spenti e vacui; la mancanza di cibo e sonno aveva iniziato a scavargli il viso, conferendo ai suoi lineamenti fanciulleschi un aspetto forzatamente adulto. Billy continuava a guardare il fratello come se fosse un prezioso oggetto di cristallo in bilico su uno spigolo.
«Nulla di particolarmente rilevante» rispose il Capitano. Si passo una mano tra i lunghi capelli dorati, scompigliandoli, prima di tornare a parlare con voce monotona, quasi come se quell’argomento non lo interessasse. «Quell’insetto è uno scarabeo stercorario».
«Lo so» lo interruppe Samuel, infastidito; lui sapeva tutto di insetti, come poteva pensare gli fosse sfuggita una tale ovvietà. Misha ammonì i suoi modi bruschi con uno sguardo.
«Gli Egiziani pensavano che gli scarabei fossero sacri. Rappresentavano la reincarnazione, credevano che sarebbero rinati dallo sterco che rotolano continuamente… o qualcosa del genere» spiegò Billy.
«Quindi qualcosa lo avete scoperto. Ma cosa c’entrano gli Egiziani?» chiese allora Misha.
«Il ragno, voglio sapere del ragno» aggiunse Samuel, riportando l’attenzione dei compagni sull’altro elemento che costituiva l’anello misterioso.
«La questione diventa ancora più complicata – continuò allora Kurtz – secondo il Dottor al-Rashīd, l’anello è uno strano mix di simboli provenienti da tradizioni differenti. Lo scarabeo è egiziano, invece la ragnatela potrebbe rimandare a diverse tradizioni, tra l’altro alcune non conciliabili tra loro…»
«Quindi senza sapere da dove proviene non sappiamo nulla» concluse Misha per tutti.
«Però mi sembra abbia detto che secondo alcune leggende africane una ragnatela avvolgerà il mondo preannunciandone la fine. O forse erano due storie diverse che ho riunito insieme» aggiunse Billy. Si toccò il mento con perplessità, immerso nei suoi pensieri. Stava cercando di ricordare, ma le informazioni erano troppe, tutte ugualmente inutili, e aveva avuto poco tempo per assimilarle.
«Finiremo all’inferno per quello che abbiamo fatto?» Chiese all’improvviso Gabriel, come se si fosse appena ridestato da un sogno. I suoi occhi spauriti erano quelli di un bambino che scopre qualcosa di terribile per la prima volta.
«Peggio, potresti reincarnarti in una cavalletta» rispose Samuel. Era difficile capire quanto stesse scherzando e quanto fosse serio, ma il boccale che porse al compagno e amico, sembrò proprio un’offerta di pace e un invito ad abbandonare ogni cattivo pensiero.
Che Samuel Bardok non fosse particolarmente avvezzo ai rapporti sociali, era cosa ben nota e nessuno si stupiva se, dopo una serata di balordi, rientrava in caserma di cattivo umore. Quella sera, però, a turbare il suo umore non era stata la compagnia forzata di troppi esseri viventi, che comunque erano sempre in numero eccessivo per i suoi standard. Misha e Billy erano rientrati in caserma per primi, seguiti qualche tempo dopo dal resto del gruppo. Durante il loro rientro, però, Samuel era stato costretto a tornare indietro, ricordando troppo tardi di aver dimenticato la giacca nel locale. Distratto per natura, Samuel era ormai abituato alle frequenti scomparse dei suoi oggetti personali, che continuava a dimenticare nei luoghi più disparati. Per questo, generalmente, la questione non lo avrebbe toccato più di tanto; per quel che gli importava, avrebbe potuto lasciare tranquillamente la giacca nel locale, in attesa di ritornarvi la volta successiva; oppure comprarne una nuova al mercato di Nabyya, se la città non fosse stata distrutta. In quella giacca, però, quella volta aveva dimenticato anche dei documenti che avrebbero rischiato di far scoprire la sua identità. Fu proprio mentre si apprestava a rientrare nel locale che accadde qualcosa che lo avrebbe tormentato per il resto della nottata. Aveva appena recuperato il suo indumento, constatando che nessuno aveva toccato nulla, ne aveva sbirciato il contenuto delle tasche per rovistare, quando un uomo di mezza età, dalla lunga chioma brizzolata e la carnagione olivastra, lo aveva fermato afferrandolo per un avambraccio. «Bib Mvshvk. Lui ti troverà» affermò, puntando i suoi occhi verdi come il dorso di un coleottero dritto in quelli di Samuel, scuri come la notte. Sentì chiaramente un terrore atavico percorrergli la spina dorsale. Quella forza attrattiva che lo aveva incatenato allo sconosciuto, costringendolo a sostenerne lo sguardo, si trasformò in una forza respingente, come se, improvvisamente, due magneti di polo opposto si fossero trasformati in due poli uguali. Così si allontanò di scatto, quasi respingendolo. Né Samuel tornò più sui suoi passi né quell’uomo delirante tentò di fermarlo o di aggiungere altro. Un ubriaco o uno psicopatico, ecco cos’era, continuò a ripetere a se stesso più volte, mentre raggiungeva gli altri, che lo avevano atteso al punto esatto in cui si erano divisi, più o meno. Il Capitano Kurtz non poteva fare altro che concordare con lui, d’altronde, avevano delle questioni più importanti a cui pensare: cosera quello strano manufatto che nessuno studioso riusciva a identificareSarebbero finiti all’inferno per quello che avevano fattoAvrebbero mai scoperto la reale natura della missione che gli era stata affidata?

 
***

Nessun allarme, nessun segnale li avvisò di quello che stava accadendo. Il Capitano Kurtz Weber fu svegliato da un incubo, che lo fece ritrovare sudato e con il cuore palpitante; poi il tanfo di carne bruciata lo raggiunse. Kurtz e Samuel visitarono per intero l’area est della base militare, contando le vittime. Venticinque compagni completamente carbonizzati, mentre le camere erano rimaste immacolate. Tra i soldati coinvolti, identificarono anche i corpi senza vita dei due aviatori dei KK: Patris Cordano e Donald Apple. Improvvisamente Samuel ricordò le parole dell’uomo misterioso, e si pentì amaramente di essere fuggito da lui senza porgli altre domande. «Bib Mushuk ci sta cercando» disse, con lo sguardo stralunato, rivolto verso il Capitano Kurtz. «Che cosa stai dicendo!?» Esclamò, ma quando si guardarono negli occhi, entrambi colsero lo stesso lampo di terrore. Trovarono Gabriel svenuto nel suo letto, con il corpo parzialmente ustionato, ma ancora, miracolosamente, vivo.
La scrittura era spigolosa, triangolare, ricordava la grafia di chi traccia i grafemi dell’alfabeto per la prima volta, ma era chiaramente comprensibile la parola BIB MVSHVK. A pochi passi di distanza, quel poco che restava dei corpi di Misha e Billy giacevano esanimi. Samuel trattenne a stento un conato di vomito, quando pensò che l’autore della firma potesse aver utilizzato il sangue del suo migliore amico. Kurtz gli posò una mano sulla spalla in segno di conforto. Era il capitano della Squadra, non poteva lasciarsi andare a inutili sentimentalismi, ma l’immagine del fratello abbandonato su una brandina lo colpì come una pugnalata dritta nel petto. Il Capitano esortò il compagno a proseguire la visita nel resto della base.
Quella notte del 24 agosto 2053 ventisette uomini del Comandante Tomas Vergano erano stati sacrificati dal fuoco sacro di Bib Mvshvk.

 
***
 
Fu di nuovo un sogno a guidare i superstiti della KK verso le macerie di Nabyya. Ognuno dei ragazzi aveva sognato di essere prigioniero in un labirinto insieme ai compagni. Vagavano alla ricerca di una via di uscita che sembrava non arrivare mai; poi le siepi del labirinto si trasformavano in blocchi di mattone. I lati di ogni corridoio si restringevano in direzioni opposte. Giravano a destra e il soffitto cominciava ad avvicinarsi al pavimento; svoltavano l’angolo e le pareti iniziavano a schiacciarli. Finché non avevano cominciato a seguire un piccolo coleottero verde smeraldo, che li aveva guidati fino a una stanza color turchese, decorata con sottilissimi filamenti oro. Fu così che il mattino seguente decisero di recarsi a Nabyya.
Avevano vagato per le strade della città ormai rasa al suolo per un po’, prima che un’ombra attirasse l’attenzione dei soldati. Qualcosa di veloce correva da un vicolo all’altro e Samuel era pronto a giurare che fosse un modo per attirare la loro attenzione. Poi una voce sfocata ed evanescente chiamò distintamente il suo nome: Lui ti sta aspettando – sussurrava – seguimi. I tre soldati continuavano ad avanzare cautamente tra le macerie e il fetore di quella città esanime, guidati dalle allucinazioni di Samuel. Avvolto dal sole a picco e dalla calura estiva, poteva riconoscere chiaramente l’uomo che lo aveva fermato al bar in quella voce. Avanzarono fin a giungere all’esatto punto in cui Kurtz aveva ritrovato l’anello, ma il cadavere da cui lo aveva sfilato non era più presente. Ricordava con precisione ogni dettaglio, sapeva esattamente dove si trovavano, eppure qualcosa era cambiato. Il Capitano riconobbe lo stesso pensiero negli occhi dell’amico Gabriel. «Dove diamine stai andando!» Urlò invano Kurtz rivolto in direzione di Samuel; ma il ragazzo sembrava non percepire la sua voce, mentre continuava imperterrito a camminare in direzione di un mezzo arco pericolante – e Kurtz era pronto a giurare su Dio che quel passaggio lì non c’era mai stato­ – ancora immerso nel suo stato di trance. «Non possiamo lasciarlo andare da solo» proruppe Gabriel, incoraggiando il Capitano a inseguire insieme a lui l’amico. Oltrepassato il portico, si apriva davanti ai loro occhi un lungo corridoio scuro, stretto e alto neanche un metro e mezzo. I tre ragazzi proseguirono il cammino incurvandosi sempre di più, fino a gattonare.
«Sam! Sam! – provò ad attirare la sua attenzione Gabriel – Sam dove stiamo andando?»
«Bib Mushuk, lui ci sta aspettando» rispose con una voce meccanica.
Proseguirono in questo modo per un tempo che sembrava eterno. Tornare indietro era ormai impossibile, le dimensioni del corridoio limitavano drasticamente il margine di movimento e Samuel continuava a percorrere imperterrito la strada che la sua allucinazione aveva tracciato per lui.
Improvvisamente una luce turchese, accecante, illuminò quella strettoia. Si ritrovarono in una grande stanza blu, finemente decorata con delle incisioni cuneiformi color oro. Sembravano i segni di un’antichissima lingua, ormai dimenticata. Al centro della stanza vi era un imponente altare, anch’esso laccato di un blu profondo e decorato con finissime incisioni color oro. Al centro, la sagoma di un cadavere era nascosta sotto un telo bianco di lino. I tre giovani si avvicinarono in silenzio. Dietro l’altare si ergeva una densa fiamma turchese, al cui interno svettava una figura eterea, dai bordi sfocati, come una foto scattata in movimento. Indossava una lunga tunica rossa, parzialmente coperta da un mantello blu decorato con preziosi ricami color oro e sottili frange pendenti e gioielli di oro. Degli enormi orecchini circolari gli adornavano le orecchie; due spessi bracciali a ognuno dei polsi e sulla mano sinistra un pesante anello raffigurante uno scarabeo intrappolato in una ragnatela; lo stesso simbolo era inciso sull’elsa di un lungo pugnale che pendeva sul fianco destro.
«Bib Mushuk» disse solo Samuel, prima di avvicinarsi all’altare e inginocchiarsi di fronte a quella figura eterea. Gabriel e Kurtz si guardarono con circospezione, ma decisero, poi, di avvicinarsi al compagno e imitarne i movimenti.
Bib Mvshvk non era più né uomo né donna, era semplicemente puro spirito, che traeva la sua forza dalla terra rossa, arida del deserto e dall’acqua che scorre e scava la roccia e lava via ogni colpa. Il suo corpo intangibile ardeva, completamente avvolto da fiamme turchesi.
«Io sono Bib Mvshvk, sono uno spirito vendicativo – annunciò – non faccio giustizia dei torti subiti, ma esaudisco il desiderio di vendetta di chi invoca il mio nome. Un tempo ero mortale, un sacerdote del sacro incrocio dei fiume, adesso invoco il vincolo della terra per dissetare la sete di vendetta degli uomini. Oggi rispondo all’invocazione di questo popolo sterminato dalla tua gente. Adesso dovete pagare con l’anima il fio della vostra colpa e quella dei vostri antenati.»
Bib Mvshvk si avvicinò all’altare, con la mano sinistra estrasse il pugnale dal fodero dorato e lo piantò nel petto della salma. Il sottile velo di lino che ricopriva il cadavere si sciolse come neve al sole, rivelando la figura esanime del Comandante Tomas Vergano steso supino.
«Alzati e obbedisci Ragazzo Insetto» ordinò lo spirito.
Lentamente il corpo esanime del Comandante Vergano si mise in posizione seduta, voltò le gambe lateralmente e scese dall’altare, con il pugnale dorato ancora conficcato nel petto fino all’elsa.
Samuel si levò in piedi lentamente, allungò la mano sinistra ed estrasse il pugnale. Si voltò rapidamente e con un unico fendente recise la gola dei suoi compagni.
«Lo sapevo che …» ma Gabriel non riuscì a dire nulla, soffocato dal suo stesso sangue, che fluiva a fiotti. Kurtz stava annegando nel sangue che sgorgava dalla sua bocca, impedendogli di respirare. I due ragazzi caddero proni, dopo aver fissato con lo sguardo vacuo il loro compagno perdere ogni luce di umanità.
Non una sola goccia di sangue cadde dal petto del Comandante Vergano, il pugnale sembrava non aver lasciato alcuna ferita. «Devo uccidere il Ragazzo Insetto» disse meccanicamente, fissando il simbolo che marcava il volto del ragazzo davanti a lui. Uno scarabeo avvolto da una ragnatela, il simbolo dell’eternità imprigionata. Si scaraventò contro di lui a mani nude, con la mano sinistra tentava di tenere ferma la mano con cui il ragazzo stringeva il pugnale, l’altra mano era stretta a pugno, nello sforzo di strangolarlo facendo pressione sul suo collo con il braccio. Samuel lasciò cadere il coltello, nel vano tentativo di portare tutte e due le mani sul braccio del suo avversario, ma non ci riuscì. In qualche modo Samuel riuscì ugualmente a colpirlo sotto il mento, spingendolo a mollare la pressa, rotolò a terra e afferrò il pugnale, lo affondò nello stomaco del Comandante e cominciò a spingerlo in profondità e a tirare verso il lato opposto. Tomas Vergano morì così, accasciato contro quell’altare, con le mani giunte sul ventre squarciato, mentre cercava di tenere insieme le proprie interiora.
«Compi il tuo destino, Ragazzo Insetto» disse Bib Mvshvk. Lo spirito fece un passo indietro e allargò le braccia in un gesto eclatante; in risposta, le fiamme che lo avvolgevano si fecero più alte e dense.
Samuel raccolse il pugnale da terra e l’anello nella giacca di Kurtz, e si diresse con passo deciso verso il fuoco sacro di Bib Mvshvk, che lava via ogni impurità.
 
 
 
 

Note dell’autore:
Questa storia è stata scritta per il contest “Manuale di Sopravvivenza vol. 2” indetto da Spettro 94 sul forum di Efp, il pacchetto che ho scelto è “Bib Mushuk”. Secondo il regolamento del contest, nessuno di noi (me compresa) conosce il finale della storia; sarà il giudice durante la sua valutazione a svelare il destino di Samuel Bardok.
Ringrazio Spettro per aver indetto questo contest, che mi ha inspirato a scrivere qualcosa dopo tantissimo tempo. Ringrazio chiunque abbia letto la storia, spero vi sia piaciuta.

Aggiungo due piccole note:
Ho deciso di ambientare la storia in un futuro non troppo lontano, in modo da poter inventare i luoghi e gli eventi. Non avrei avuto, infatti, una conoscenza storica, geografia e culturale per scrivere una storia rispettosa della realtà. La città di Nabyya è di mia invenzione, così come le informazioni sull'Università di Bagdad e tutti gli eventi descritti.
I nomi dei personaggi, invece, li ho presi in prestito dalle serie tv e manga che preferisco e mi sembra giusto esplicitarlo: Samuel Bardok, il cognome Bardok è il nome del papà di Goku; i nomi Misha Winchester, Billy e Gabriel derivano da Supernatural; Kurtz Weber invece è il nome di un personaggio di Full Metal Panic. Chiaramente nessuno dei protagonisti della storia ha in comune con i personaggi citati, a parte i nomi e qualche caratteristica fisica, tipo il colore degli occhi. 
Invece il nome dell'archeologo deriva da un prsonaggio storico, ma chiaramente, vale la stessa regola, l'unica cosa in comune è il nome.
 
 
  
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