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Autore: ChiiCat92    19/06/2022    0 recensioni
Su Amunait grava la maledizione di una Dea: la sua anima non può morire, bloccata in un ciclo di reincarnazioni che non può essere fermato.
In questa vita, l'ennesima che lo vede costretto nel corpo di un esile quattordicenne, forse troverà un modo per spezzare la maledizione, tra amori proibiti, passioni nascoste, nemici improbabili e sofferenze.
La storia, alcuni dei personaggi e l'ambientazioni sono tratti da una campagna d&d di cui ero master. Alcuni degli eventi sono accaduti davvero attorno ad un tavolo in una calda notte d'estate.
Genere: Avventura, Fantasy, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Shonen-ai, Yaoi
Note: De-Aging | Avvertimenti: Contenuti forti, Non-con, Tematiche delicate
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Accarezzo il ventre di Jax con la punta delle dita osservando il delizioso accapponarsi della pelle al mio passaggio. Disegno ghirigori e svolazzi immaginari, satollo di quella sensazione che i giovani chiamano amore. 

Non vorrei essere da nessun’altra parte se non qui, sdraiato a letto tra le sue braccia, e questo mi fa capire quanto folle io sia diventato. Comincio a pensare che non mi importa se lui vince o perde il torneo, né mi importa di mettere le mani sul manufatto. Perché inseguire il vago desiderio di vendetta quando tutto quello che voglio davvero ce l’ho adesso, in questa vita, in questo momento? 

Posso permettermi di godere di questo istante. 

Jax è un mezzelfo, invecchierà più lentamente e vivrà più a lungo di me, è possibile che ad un certo punto non avrò più la forza di seguirlo, ma finché posso voglio farlo, voglio aggrapparmi a questa sensazione e lasciarmi percuotere da questo sentimento. 

Posso vedermi vecchio e bianco tra le strade di Einon, aggrappato al suo braccio, quando l’unica pazzia che posso permettermi è camminare dritto senza sentire dolore alla schiena. 

È così sbagliato per me sognare una vita semplice con l’uomo che mi ha riempito il cuore? O è solo l’impossibile innamoramento tra due giovani che dura il tempo della fioritura del glicine per poi appassire in una notte?  

Il pensiero di lasciarlo mi fa salire le lacrime agli occhi e mi odio per questa debolezza tutta umana che ha legato la ragione mani e piedi: sono prigioniero di me stesso. 

Potrei dire che non ho mai provato un tale sentimento per qualcuno ma sarebbe la bugia dell’adolescenza. In ogni vita, se abbasso la guardia, se dimentico chi sono, amo e sono amato. È la parte più tediosa. 

Gli dèi cercano di ammorbidire la mia anima mostrandomi le delizie della vita umana, o vogliono farmi soffrire sapendo che nessuno di quelli che ho amato esisterà mai più in questo mondo dopo che l’ha lasciato? È quindi un’ulteriore punizione? Vogliono distrarmi dai miei propositi, conoscendo meglio di me l’intimo del mio spirito, o il loro sguardo è puntato altrove, dimentico della mia esistenza? 

Se esistesse un incantesimo, una pozione che possa cancellare tutti i miei ricordi e farmi vivere così come sono la cercherei. Ma poi avrei il coraggio di usarla e condannare con me all’oblio quel che è rimasto dei drow? 

« Qual è il problema? » 

Sollevo il capo al suono della voce di Jax, come un cucciolo alla voce del padrone. Mi osserva con quei suoi occhi grigio-viola, indagatori quanto gentili, una mano che mi accarezza la schiena nuda, su e giù, dai fianchi alle spalle.  

« Sono preoccupato per domani. » mento, la lingua abituata a funzionare in modo indipendente dal pensiero. 

Il primo girone del torneo si è concluso stamane.

La terribile orchessa, nominata all’unanimità dal pubblico come Spaccaossa, ha sconfitto il suo avversario, nonché compatriota, in due colpi: il primo alle ginocchia, per romperle e farlo crollare a terra, il secondo al cranio, per fracassarlo. Probabilmente l’orco non si aspettava che lei lo uccidesse - o anche solo ferisse gravemente - dato che chiunque di loro avesse vinto avrebbe comunque portato gli orchi un passo avanti verso la vittoria, e questo gli ha fatto abbassare la guardia a tal punto da non prevedere le sue intenzioni omicide. 

Mentre la terra battuta dell’arena si inzuppava di sangue e cervella e il silenzio attonito del pubblico registrava l’accaduto, l’orchessa ha alzato al cielo la sua arma urlando e ridendo maniacalmente. Da quel momento è diventata la favorita nel giro delle scommesse: la danno vincitrice dieci a uno. 

L’elfo ha vinto il suo scontro, ma non ci si aspettava niente di meno da lui, così non ha suscitato molto scalpore. 

Tra gli umani è finita con uno scontro all’ultimo respiro e una stretta di mano tra due guerrieri ugualmente capaci; un giudice esterno ha dichiarato perdente quello ridotto peggio tra i due, e la decisione è stata accolta da entrambi senza rancore. 

Fa riflettere che gli unici che abbiano combattuto lealmente e offerto uno spettacolo di fierezza e tecnica siano stati gli umani e non gli elfi. 

Domani l’orchessa combatterà contro l’elfo. 

Sono sicuro che Jax vincerà il suo incontro, e mi preoccupa contro chi dovrà scontrarsi. 

L’orchessa è pura forza bruta, ma l’elfo è affilato e pericoloso e non si tirerà indietro contro un mezzelfo.  

« Perché menti? » chiede Jax con uno sbuffo divertito. Ci conosciamo da meno di un mese eppure ho l’impressione di conoscerlo da sempre. 

L’ho già visto, l’ho già incontrato, da qualche parte nel flusso del tempo? 

Non è possibile, che io sappia una volta che sei morto…sei morto, a meno che una divinità non maledica la tua anima.  

« Non mento. » rispondo quindi, e se persino io sento il picco acuto che raggiunge la mia voce sono sicuro che l’abbia sentito anche lui. 

Jax si solleva quel tanto che basta per guardarmi, anche se rimango ostinatamente con la testa premuta contro la sua spalla. 

« A me sembra proprio quello che direbbe un bugiardo. » 

A quel punto mi sollevo anch’io, perché un fuoco all’improvviso mi divampa in petto.

Cosa può saperne di menzogne e verità un cucciolo come lui che si è appena affacciato sull’esistenza? Desidera sapere ciò che potrebbe distruggerlo come la vita cerca sempre la morte? 

« Lo stai facendo di nuovo. » 

Aggrotto le sopracciglia e le labbra si arricciano in una smorfia confusa. « Cosa starei facendo? » 

Jax si sporge per poggiare il dito indice tra le mie sopracciglia, dove si è formata una linea interrogativa. 

« Mi guardi come se tu fossi il padre e io il figlio capriccioso. »

« Allora smetti di comportarti come il figlio capriccioso. » 

« No. » lui dà in una breve risata, scuotendo la testa. « Non è quello che intendevo. » lo sguardo che gli rivolgo, da solo, dice: “quindi?”. « Quanto sei vecchio davvero Amunait? » 

Nell’istante subito successivo a quella domanda riesco a pensare distintamente a due cose. La prima è che mi ha scoperto così in fretta e senza sforzo che mi viene da rivolgere a lui lo stesso quesito; la seconda è che è finita, qualsiasi cosa gli risponderò non posso più permettermi di stare con lui e questo sembra rovesciarmi nelle vene olio bollente che brucia e distrugge ogni cosa al suo passaggio. 

« È una domanda stupida. » riesco a dirgli, piatto, con le palpebre socchiuse come a proteggere gli occhi dalla sua figura. Se non lo guardo non può incantarmi di nuovo. 

« Quando ci siamo conosciuti hai detto che avevi una storia da raccontare. » non riesco a tirare indietro la mano quando la afferra e intreccia le mie dita con le sue. Odio essere quello che sono, e al contempo non vorrei essere altro. La mia stupidità mi fa pensare che tutte le vite ho vissuto sono servite per portarmi a questo momento, e solo con enorme sforzo riesco a pensare a tutti gli altri momenti identici che ho vissuto. Tutti ugualmente intensi, tutti ugualmente struggenti, tutti ugualmente finiti. « Ti sei avvicinato al nostro tavolo come se fossi padrone del tempo, non come il ragazzo che dovresti essere. Ho visto solo gli elfi comportarsi in questo modo, e credimi, li ho osservati molto. Quindi, cosa sei? » 

Mi mordo il labbro inferiore, trattenendomi dall’urlare. La sua mano si stringe di più intorno alla mia, vorrei strappargliela dal braccio così che possa smettere di farlo, smettere di costringermi ad amarlo e confessare. 

« È complicato. » 

« Non mi interessano i dettagli. » 

« Non puoi averli entrambi. Non puoi avere sia me che la verità. » 

« Che ne dici di darmi solo un po’ dell’uno e un po’ dell’altra? » piega di lato la testa e sorride, furbo. 

È uno dei giovani più intelligenti che abbia incontrato, e amo la piega morbida delle labbra quando sorride. 

Così lo accontento: gli dò un po’ di me e un po’ della verità, solo un po’. 

Gli racconto di essere vittima di una maledizione che non può essere spezzata che mi impedisce di morire; gli racconto anche che il frammento dell’amuleto messo in palio per il torneo potrebbe essere la chiave della mia salvezza; non gli dico chi sono e da dove vengo, né del mio desiderio blasfemo di uccidere Imroth, la dea elfica della natura che mi ha maledetto, una volta accumulato abbastanza potere. 

Gli dico che dirgli tutte queste cose è sbagliato e che non sono sicuro di potermi fidare di lui, né di me, perché il corpo mi influenza più della ragione. 

Jax tace, osservandomi davvero per la prima volta. Vede le implicazioni del toccarmi e del possedermi, dell'aiutarmi, vede i pericoli, traccia le strade, ipotizza i finali. 

« Quante albe e quanti tramonti hai vissuto da solo. » mormora quindi, come ingentilito. Mi poggia una mano sul viso, per un attimo provo l'istinto di ritrarmi. Non sarebbe la prima volta che vengo ucciso o usato per quello che sono, le vecchie paure mi sono rimaste incollate addosso, aderiscono alle ossa come tessuto cicatriziale. « Te l'ho già chiesto, ma te lo chiedo ancora. Adesso sai che il premio è quello che cerchi, cosa farai se dovessi vincere?» 

« Non lo so. » davvero, per la prima volta, non lo so. Vorrei seguire la strada che mi porta al completamento dell'amuleto, al tesoro nascosto dei drow, ad Iririel, ma vorrei anche vivere e morire da umano. Sono così patetico che sento un sapore acido disgustoso alla base della lingua. 

« Avevi ragione, Amunait. » dice quindi Jax. Mi prende il viso anche con altra mano per condurmi dolcemente verso di sé e baciarmi, le labbra attente a sondare le mie nel punto esatto che mi fa tremare. « Hai davvero un'avventura da offrirmi. » 

« Che significa? » mormoro, per la prima volta sentendomi giovane e minuscolo come se avessi davvero quattordici anni e il mondo mi stesse schiacciando con la sua imprevedibile crudeltà. 

« Vieni con me a Wisym. Ti aiuterò a scoprire se sei un mago, e nel caso a diventare un ottimo mago. Poi insieme cercheremo il resto dei frammenti dell'amuleto. » 

« Vuoi aiutarmi? » 

« Perché no? » una delle sue mani scivola sui miei fianchi e sento i pensieri disperdersi come semi di dente di leone. « Non mi è mai capitato niente di simile, e non penso mi ricapiterà. Sybel ti ha messo sulla mia strada per un motivo, e intendo andare fino in fondo.» 

Insinua le dita tra le natiche, mi mordo l'interno della guancia per non gemere, ma intanto mi spingo con il bacino contro di lui. 

È il sesso, è il piacere, è l'incontenibile forza dell'adolescenza. È pazzia, è pazzia, è pazzia.

Ma se devo diventare pazzo sono contento di diventarlo con Jax.

 

L'indomani mattina quando apro gli occhi realizzo di non aver sognato il mio passato. Nessuna immagine di guerra, né il volto di Iririel: non succede più così spesso da quando Jax è entrato nella mia vita. 

Mi volto su un fianco ma so già dal peso e dal delle lenzuola che Jax è già uscito. 

L'armatura e la spada non ci sono e mi chiedo sinceramente come abbia fatto a vestirsi senza svegliarmi. Dovevo essere esausto.

Mi stiracchio senza sorprendermi di non trovare spazio in questo corpo, ultimamente le cose vanno meglio e mi sembra di essermi abbastanza adattato. Qualche mese fa mi sarebbe sembrato impossibile anche il solo pensiero.

Mi alzo, le gambe tremano un po' in ricordo della notte di piacere, e dopo aver lavato morsi, lividi e graffi con acqua fredda, mi rivesto. Per ultimo lego alti i capelli alti sulla testa, perché con questo caldo li sento già zuppi di sudore.

La taverna dove alloggiano i mezzelfi è discreta proprio come loro, mediamente affollata, mediamente appariscente, un posto come un altro che si dimentica in fretta e non solo per via dell'alcol ingerito.

Li trovo tutti e tre seduti al tavolo a confabulare in elfico. Odio quella lingua fatta di svolazzi e sfarfallii, incostante e capricciosa come un temporale estivo, ma sulle labbra di Jax non suona poi così male.

Il taverniere è sulla cinquantina, ha lo sguardo vacuo della stanchezza, e pulisce i boccali uno ad uno come se non avesse fatto altro per tutta la notte. Gli rivolgo un cenno, che non sono sicuro che abbia visto, e spero che mi porti qualcosa da mangiare perché ho una voragine nello stomaco che deve essere riempita. 

Mi siedo al tavolo, sulla sedia vuota di fianco a Jax, rivolgendo un saluto generico, leggermente interrogativo. 

Jax sa che capisco l'elfico - e diverse altre lingue - e anche se non abbiamo parlato della necessità di mantenere il segreto della mia esistenza, sono sicuro che non dirà nulla a riguardo. Devo ancora fingere con Ren e Lyon.

« Stavamo parlando di strategia. » dice Ren, come a giustificarsi. 

Non parlavano solo di strategia ma neanch'io ho detto loro tutta la verità, no? 

« Sei nervoso? » chiedo a Jax. In realtà sono io ad esserlo, in un modo che non mi sarei aspettato. 

Se vincerà l'incontro passerà in finale. Che cosa farò se dovesse vincere davvero il torneo? 

La sua proposta di aiutarmi a cercare il resto del manufatto non mi piace, non voglio che finisca in mezzo a questa storia, né voglio che scopra chi sono nel profondo.

« No. Ulrich è un ottimo guerriero, ma combatterà lealmente. Sarà divertente. » 

Ulrich, il nome del guerriero umano. Non mi sono neanche preso la briga di associare nomi a volti, così impegnato a dipanare la matassa dentro la mia mente.

Il taverniere strascica i piedi nell'avvicinarsi al nostro tavolo con un vassoio di formaggio stagionato, frutta fresca, pane dolce e latte appena munto, poggia tutto in un angolo e poi se ne va, come se neanche sapesse di avere davanti uno dei campioni che partecipano al torneo in corsa per la vittoria. 

Consumiamo il pasto in silenzio, i mezzelfi vorrebbero parlare ma tacciono perché non sarebbe carino passare da una lingua all'altra rendendo chiaro che vogliano escludermi dalla conversazione, e non hanno niente da dire che vogliano dire di fronte a me

Jax mangia un'albicocca a piccoli morsi, pensieroso, io mi trovo a snocciolare una pesca con troppo vigore, perso a guardarlo.

Perché questa piccola creatura mortale è diventata così importante così in fretta?

Quando ha finito si alza e così facciamo anche noi. Non sono l'unico a pendere dalle labbra di Jax, anche i suoi due compagni gli sono devoti come si è devoti ad un dio. 

I tre condividono lo stesso triste passato di abbandono e abusi. Sono orfani per via del loro sangue elfico; quando hanno scoperto che erano frutto di un rapporto indecente sono stati lasciati ai piedi del tempio di Artael: che ci pensassero gli dèi a quei figli bastardi.

Cresciuti e istruiti dai monaci del tempio hanno imparato la disciplina, la durezza, l'austerità, il modo di vivere parco, e hanno sviluppato un insano desiderio di riallacciarsi alle loro origini. 

I mezzelfi vengono sempre risputati indietro come cibo cattivo. 

Senza un posto in cui stare, né tra gli umani né tra gli elfi, i tre erano appena dei bambini quando hanno intrapreso il viaggio verso Wisym, con loro altri orfani senza radici e senza rami, alberi inesistenti in un mondo inesistente. 

Jax non è sceso nei dettagli, né io glieli ho chiesti. Il passato è una creatura dormiente che è meglio non risvegliare. 

Con duro lavoro e sudore delle braccia sono diventati gli uomini che sono adesso, e quel che conta è il momento in cui vivono non quelli che hanno vissuto. 

L'armatura di Jax è di cuoio battuto, di fattura semplice ma sembra resistente e più sopportabile di quelle di metallo che sotto il sole cocente di Doladrian diventano graticole su cui cuocere la carne dei guerrieri; anche la sua arma è semplice: una spada corta con un pomolo consunto dal troppo utilizzo. È giovane, così come è giovane il fuoco che lo anima, e la sua attrezzatura. 

Ci dirigiamo insieme all'arena, accompagnati dalle urla, dai fischi, dalle ovazioni di donne, uomini e bambini. Sento qualcuno tra la folla urlare "vedi di vincere, bastardo, ho puntato un sacco di soldi su di te!".

A Narder non è dispiaciuto darmi qualche giorno per rilassarmi, e spendere la paga, così non ho dovuto neanche giustificare la mia assenza. Tra qualche giorno, in ogni caso, è possibile che lascerò Doladrian. Che io segua o meno Jax a Wisym mi sarebbe insopportabile rimanere qui senza di lui. Non sono stato lungimirante abbastanza e non ho pensato ad una via d'uscita, perché Sybel mi ha annebbiato la vista.

Ci lasciamo trascinare dalla folla fin quando non ci troviamo ai piedi dell'arena, dove il fragore della folla è simile ad uno scroscio di grandine e tuoni.

La campionessa degli orchi si chiama Garsha; mostra la sua forza sfidando a braccio di ferro chiunque sia coraggioso abbastanza da tentare. Ci sono diversi uomini muscolosi con braccia o polsi fratturati che piagnucolano in disparte. Incredibile quanto riesca ad essere pomposo l'ego umano.

Quando ci vede arrivare, muove il collo grosso come un tronco verso di noi e ride fragorosamente. L'incarnato è dello stesso colore del fango limaccioso; è vestita poco e quel poco è pelle di animale conciato; la mazza chiodata con cui combatte è legata alla cintura ed è ancora sporca del sangue del suo ultimo avversario; le zanne ricurve che sbucano dalla sua bocca basterebbero da sole come armi; ha un naso schiacciato e occhi più grandi di quanto ci si aspetterebbe dando l'impressione che il suo viso sia sproporzionato. Ammetto di avere molti pregiudizi nei confronti degli orchi, ma non posso trattenermi dal pensare che sembra più intelligente della media della sua specie. 

« Prima, spacco piccolo elfo, dopo, spacco te. » dice, agitando un braccio muscoloso verso Jax, la cui reazione è fissarla in modo risoluto. Inutile parlare di lealtà e onore ad un orco quando l’unica cosa che conosce è la furia della battaglia. Persino la loro religione si basa completamente su ciò che possono vincere o perdere scendendo in guerra. 

Dal momento che la ignoriamo, l'orchessa la prende come se avessimo troppa paura per risponderle e scoppia a ridere additandoci e sputando insulti nella sua lingua gutturale che sembra un rantolo. Jax alza gli occhi al cielo, mentre Ren ridacchia sotto i baffi. 

Entriamo nell'arena battuta dal sole come l'incudine di un fabbro. Gli spalti sono già pieni ma altra gente arriverà: manca ancora un po' di tempo all'incontro, i ritardatari occuperanno lo spazio vuoto dove dovrebbe esserci l'aria.

Un cordone di sicurezza formato dalle guardie del Re ci conduce negli alloggi dei guerrieri, dove Jax può finire i preparativi per l'incontro. 

Poco prima di entrare, incontriamo Ulrich. 

L'uomo ha un che di regale nel modo in cui incede, anche se non è molto alto né affascinante; il naso piatto e storto indica che deve aver preso una buona dose di colpi prima di fermarsi a quella forma; non indossa ancora l'armatura e si intravedono ematomi sul suo corpo, sul collo, sulle spalle, dove la pettorina deve aver urtato con violenza contro la pelle. Apprezzo il modo gentile di salutare il suo avversario, senza doppi fini, trattandolo come suo pari, per Jax non è scontato e i suoi occhi scintillano. 

Ulrich porge il braccio a Jax, che ricambia la stretta con affetto cavalleresco. 

« Buona fortuna, compagno. » dice, ha una voce graffiata dalle troppe urla di battaglia. Chissà se ha mai combattuto davvero o se si è limitato a fare il soldato per tutta la vita. « Se credi in un Dio, che egli illumini il tuo cammino. » 

« Buona fortuna a te. » risponde Jax. Sarà meglio che Sybel non si avvicini minimamente a lui, ma questo pensiero lo tengo per me. « Non ci sono molti uomini d'onore di questi tempi, sono fiero di combattere contro uno di loro. » 

Ulrich scuote il capo con modestia, una leggera e ingiusta calvizie comincia a diffondersi dalla cima della testa, facendolo apparire più vecchio di quello che è, così come la pelle ustionata dal sole l'ha riempito di macchie e rughe intorno agli occhi color del mosto. 

« Comunque vada per me sarà una vittoria. Incrociamo ancora le spade, in futuro. » 

« Assolutamente. » 

Ulrich sorride e si congeda, entrando nel suo alloggio.

Che uomo valoroso, Jax non mente quando dice che ce ne sono pochi così. Se non avessi puntato sui mezzelfi, è probabile che la mia scelta sarebbe ricaduto su di lui, il più onorevole tra gli esseri umani.

Una volta dentro Jax termina la preparazione, Ren lo aiuta a infilare i calzari ed i parabracci in cuoio abbinati alla pettorina. Il caldo è asfissiante, siamo coperti di sudore.

Jax controlla l’affilatura della spada, la infodera e annuisce tra sè e sè. 

« Auguratemi buona fortuna. » dice, senza guardarci direttamente, quasi fosse una frase caduta dalla metaforica tasca del suo pensiero e non una richiesta di conforto perché in fondo è nervoso tanto quanto noi.

« Non ne hai bisogno, sbruffone. » Lyon gli dà un pugnetto amichevole sulla spalla e Jax ride. All'improvviso sembra non avere una sola preoccupazione al mondo, ammiro questo modo leggero e facile di vivere, in balia dei cambiamenti del vento. 

« E tu? Neanche tu vuoi farmi gli auguri? » si volta verso di me non solo con il capo ma con tutto il corpo ed io mi sento fremere dal bisogno di dargli tutto quello che mi chiede. Devo mettere a tacere questo pericoloso sentimento.

« Non so, i tuoi amici sembrano piuttosto sicuri che sia superfluo farlo. » commento, incrociando le braccia al petto. 

Avverto Ren sollevare gli occhi al cielo, e Lyon nascondere il viso per l’imbarazzo. 

Hanno ragione: siamo imbarazzanti. Questo flirtare molliccio a zuccheroso è adatto ad una notte ebbra di parole mai dette davanti a boccali spaventosamente vuoti. 

Tutto passa in secondo piano quando Jax mi afferra il viso con due dita e mi bacia. 

Avverto un brivido piacevole risalire lungo la schiena e un nodo sciogliersi allo stomaco. Temevo che dopo avergli confessato la verità non volesse più saperne di me, che mi rifuggisse come si rifugge il pericolo, per istinto di preservazione. Invece le sue labbra sulle mie sono le stesse della notte appena passata. 

« Cercherò di non farmi ammazzare. » decreta Jax, allontanandosi da me e lasciando solo freddo. Mi viene da ridere, mi sembra di fluttuare, la vita può essere meravigliosa nei piccoli istanti di incoscienza. 

Accompagniamo Jax fin dove possiamo, poi ci avviamo agli spalti per osservare lo scontro dall’alto. 

Non riesco a respirare altro che non sia l’odore di Jax, seguo Ren e Lyon pensando e ripensando alla sensazione del mio corpo tra le sue braccia, è come se fossi drogato. 

Mi siedo sugli spalti aggrappandomi alla pietra per non sporgermi verso il basso, dove la figuretta del mezzelfo sembra quella di una bambola, dotata di armi potenzialmente mortali. 

Una fanfara di trombe si propaga per tutta l’arena e il silenzio scende, carico di aspettative. Il banditore, la voce amplificata da un cono di ottone, annuncia l’inizio dell’incontro. 

Jax, mezzelfo di Wisym, contro Ulrich, umano di Vansha. Entrambi hanno scelto le spade per combattere. 

Dopo un inchino rispettoso, Ulrich si lancia contro Jax.

È un piacere vederli combattere, sono un insieme di grazia e forza e sono rispettosi delle capacità dell’altro. 

Ulrich è davvero un ottimo combattente, non ha niente da invidiare agli altri campioni, ma Jax è più flessibile, più fresco e ha avuto modo di osservare il suo stile di combattimento negli scorsi giorni.

L'incontro dura meno di quanto pensassi, e quando un boato si alza dalla folla, e Ulrich è a terra con la lama di Jax puntata alla gola, ho i palmi delle mani sudati e il pensiero corre subito al prossimo scontro.

Il banditore annuncia la vittoria di Jax - che rinfoderata la spada aiuta Ulrich a rialzarsi - e il pubblico è in visibilio. Lui solleva un braccio per salutare e per un attimo ho l’impressione che stia scrutando gli spalti per cercare noi - me - ma non trovandoci fa scivolare altrove lo sguardo. 

Non c’è il tempo di raggiungerlo nell’alloggio, perché lo scontro tra Garsha e Celadir comincia immediatamente, e la tensione nell’arena torna ad essere palpabile.

Per quando Jax e Ulrich abbiano offerto uno spettacolo di meraviglioso combattimento, il vero cuore della giornata sono l’elfo e l’orchessa. 

Lei entra nell’arena trascinando la mazza chiodata sul terreno battuto, un pugno alzato in segno di precoce vittoria, lui invece, borioso ma non stupido, ha abbandonato l’armatura d’oro sfarzoso e gli inutili orpelli, scegliendo un'armatura leggera che gli consente di muoversi agilmente contro la sua avversaria.

Il pubblico urla “Spaccaossa Spaccaossa Spaccaossa” come un sol uomo e, anche se non riesco a vederli, ci sono tamburi che battono il ritmo per il coro di voci.

Riesco a provare una punta di pietà per l’elfo, deve essere strano per lui non essere il beniamino della folla. 

Lo scontro è sproporzionato per molte ragioni: l’orchessa ha una forza sovrumana, ma l’elfo potrebbe usare la magia per difendersi. Non c’è alcuna voce sul regolamento del torneo che vieta l’utilizzo di incantesimi, e il fatto che l’elfo non ne abbia ancora lanciato uno non vuol dire che non ne sia in grado ma solo che sta aspettando il momento giusto per farlo.

Se socchiudo gli occhi alla luce del sole mi sembra quasi di vedere una patina dorata intorno alla figura di Celadir, ma potrebbe essere uno scherzo del caldo. 

Il banditore accompagna l’inizio dell’incontro con un lungo squillo di tromba e il silenzio torna a farsi assoluto, un animale vivo che aspetta sulla soglia di bere il sangue appena versato.

Garsha non si getta subito contro l’elfo, benchè muova i piedi nudi, irrequieta, da una parte all’altra. Non sottovaluta il suo avversario; a differenza dei precedenti incontri sa di avere davanti qualcuno in grado di tenerle testa, e la sua presunzione si fa da parte a favore di una buona strategia.  

Neanche Celadir sembra volersi muovere; fa volteggiare la spada sottile, descrivendo archi dorati nell’aria rovente intorno a lui. 

Riesco quasi a sentire il loro desiderio di combattere, compresso in un minuscolo spazio. 

Celadir rompe infine quell’attesa, scattando in avanti così velocemente che gli occhi stentano a seguirlo. È più rapido della capacità di reazione di Garsha, che incassa male il primo colpo, parandolo per un soffio con la mazza chiodata e facendo un passo indietro, sbilanciata dalla sorpresa.

Il pubblico trattiene il fiato: quanto forte deve essere l’elfo per far indietreggiare una montagna? 

Garsha manda un ululato e si getta, tenendo la mazza con entrambe le mani, sull’elfo. Lenta, troppo lenta. Celadir si piega sotto la mazza schivando il colpo con leggiadria; il fendente diretto al fianco disegna una profonda linea di sangue sulla pelle che si apre al passaggio della spada senza ostacoli. 

L'orchessa rimane sorpresa un secondo di troppo dal fatto che qualcuno sia riuscito a ferirla, ma riesce ad indietreggiare per evitare un secondo fendente, forse fatale.

Realizza quindi di aver preso sottogamba lo scontro e di aver creduto di essere superiore all’elfo per puro egocentrismo. 

In orchesco chiede perdono a Gorkil - la personificazione della guerra e divinità principale degli orchi - e il suo urlo di battaglia fa tremare le ossa. 

Dal pubblico si alza nuovamente il suono dei tamburi e le voci declamano il suo soprannome.

Il successivo attacco di Garsha perde di precisione, perché è totalmente sopraffatta dalla rabbia e dal desiderio di abbeverarsi alla carotide dell’elfo, in più la ferita al fianco deve essere più profonda di quanto sembri perché cominciano ad espandersi intorno a lei macchie e spruzzi di sangue come pittura su una tela.  

Gli elfi sono crudeli e conoscono l’arte della morte meglio di qualunque altra creatura di Edhelast - persino degli orchi - perché sono stati a contatto con essa molto, molto più a lungo, ma non vedo nel modo in cui Celadir schiva l’attacco e tenta un affondo il desiderio di uccidere. 

L’orchessa schiva e riesce ad assestare una gomitata sul fianco scoperto dell’elfo che sputa un verso di sforzo probabilmente finora trattenuto mentre si gira sui tacchi e si abbassa per caricare ancora. La forza con cui l'ha colpito deve essere paragonabile al colpo di un martello, l’armatura l’ha difeso ma il dolore deve essere risuonato in ogni giuntura. 

L’arena trattiene il fiato, e anch’io; Celadir mena un pugno diretto allo stomaco dell’orchessa, inaspettato perché fin adesso ha sempre combattuto con armi bianche senza mostrare di padroneggiare arti marziali, lei sputa saliva e indignazione, ha ormai la guardia scoperta e l’elfo è rapidissimo: il secondo fendente penetra almeno di cinque centimetri nel fianco dell’orchessa e le lascia una ferita lunga trenta. 

Lei riesce a rimanere in piedi solo qualche istante, poi crolla, incredula, nella pozza del suo stesso sangue. 

Chi ha capito cos’è successo si morde le mani perché ha appena perso i soldi delle scommesse, i tamburi tacciono ma ancora si sente nell’aria l’eco debole delle voci che prima hanno urlato il soprannome dell’orchessa. Occorre una manciata di secondi perché il pubblico realizzi che ha vinto l’elfo, e che Garsha è a terra, ferita gravemente. 

Ovazioni e lamentele in pari misura si alzano dall’arena, fischi ed ululati di gioia accompagnano l’inchino di Celadir, che rinfodera la spada insanguinata con un solo, svelto gesto.

Io invece non so cosa pensare: Jax dovrà combattere contro l’elfo che è riuscito ad abbattere Spaccaossa. 

 

La lingua di Doladrian, il popolo, non fa che parlare dell’incontro, blatera per tutto il giorno di come Spaccaossa sia stata abbattuta dall’agilità dell’elfo. La ferita che ha riportato non l’ha uccisa, ma di certo la terrà fuori dai giochi per un po'. Gli orchi non sono rancorosi, e sanno accettare la sconfitta se avviene in battaglia, ma Garsha non dimenticherà comunque di aver perso contro un elfo. 

La finale del torneo si terrà domani, così la gente ha tutto il tempo di riempire le vie della città, prima svuotate, e portare altro denaro alle casse del Re gozzovigliando con i festeggiamenti e i preparativi per l’ultimo incontro. 

A questo punto stendardi di Einon e Horisea sventolano ad ogni angolo, accompagnati da qualche sparuto vessillo di Sybel e di Ahtaldin in onore degli dèi a cui sono devoti i campioni. 

Per sfuggire alla folla, agli occhi indiscreti, e agli infiniti boccali di birra offerti da chiunque voglia cibarsi di un brandello dello splendore dei partecipanti al torneo, io, Jax, Ren e Lyon ci rifugiamo alla taverna. Un sacchetto di monete d’oro ha convinto il taverniere a chiudere i battenti, così, almeno per stanotte, tutto tace nella tranquillità placida che precede la guerra. Perché di guerra si tratta, dovendo scontrarsi un mezzelfo e un elfo.

Jax vede in Celadir tutto ciò che è andato storto nella sua vita, da quando ha lasciato il grembo della madre a quando è arrivato a Doladrian per il torneo. Il pericolo maggiore per lui sarà mantenersi lucido durante lo scontro, e sono certo che l’elfo lo sa già e punterà ad ogni nervo scoperto: Jax ne ha ben più di uno e tutti visibili.

Neanche Ren e Lyon sono obiettivi e sento serpeggiare intorno al tavolo un’esaltazione spropositata. Si sentono forti, sicuri, con la vittoria in mano, non come Garsha, ma come figli che finalmente sono diventati grandi abbastanza da superare il padre.

Vedo, sollevato il velo della serietà, quanto siano giovani e sconsiderati, quanto sotto l’armatura siano soffici e vulnerabili. Il panico mi riempie, liquido, lo stomaco se penso alla spada dell’elfo affondata nella carne dell’orchessa. Non sono sicuro che risparmierebbe un colpo mortale a Jax, anzi. 

Non riesco a sollevare i miei dubbi nell'adrenalinica cacofonia che mi circonda, e mi trovo ad osservare con orrore come i tre mezzelfi si caricano a vicenda di una sicurezza che non hanno. 

Potrei battere una mano sul tavolo, invitarli a ragionare, ma formano un triangolo che non ammette altri vertici. Sono capitato tra loro solo perché Jax è un amante del caos, ma non ho voce in capitolo, non in questo almeno. Il cuore mi fa male, odio sentirmi così debole, e stare seduto al loro tavolo peggiora la sensazione.
Per questo mi alzo e lascio la locanda. Ho bisogno di respirare aria che non abbia retrogusto di inevitabilità. 

Solo per un attimo ho la sensazione che Jax mi osservi mentre me ne vado, ma in ogni caso non chiama il mio nome e non cerca di fermarmi, e questo non fa che rendere più veloce il mio passo.

Doladrian non potrebbe essere più satura di così, se questa mattina avevo pensato che fosse satolla, devo ricredermi nel guardare la marea umana che popola le strade. 

A malapena riesco a farmi spazio, con la schiena premuta contro le facciate delle case.

Per un po’ mi lascio trasportare dal flusso, cercando di riordinare le idee, di mettere in prospettiva le mie priorità. 

Non so ancora se posso usare la magia e non ho fatto niente per scoprirlo; sto inseguendo una vaga pista, scolpita nel ghiaccio, perché ho sentito degli ubriachi raccontare una storia in taverna; mi sono innamorato fino a perdere la testa di un mezzelfo di passaggio in città che potrebbe sparire dalla mia vita nel giro di una notte.

Mi fermo, la testa mi scoppia, devo massaggiarmi le tempie. 

Sono stanco di avere quattordici anni. 

Quando sono lontano da Jax riesco a ragionare, più o meno, chiaramente. 

Alzo gli occhi al cielo, una bandiera con il simbolo di Sybel ondeggia nell’aria ferma, andando contro ogni legge naturale. 

« È colpa tua? » dico, parlando direttamente alla divinità. Non so se può sentirmi o se vuole sentirmi. « Sei davvero tu che mi stai facendo impazzire? » né la bandiera né la divinità mi rispondono, l’una continua a muoversi seguendo i suoi flussi, l’altrə semplicemente mi fa dono del suo silenzio. « Sybel sarà meglio per te che questo sia vero amore. » mi trovo a sussurrare, così piano che spero di non averlo detto davvero ad alta voce. Nonostante tutto voglio che quello tra me e Jax sia reale, e non il capriccio di una divinità. 

Credo di essermi reso abbastanza ridicolo, minacciando così a vuoto una divinità per cui la mia vita è interessante come un granello di sabbia, così rientro nel flusso di persone, e non mi stupisco di essere arrivato al “Puledro Imperiale”

Forse posso fare qualcosa per Jax, qualcosa che non sia avvelenare o uccidere il suo avversario prima dell’incontro - anche se devo ammettere che il pensiero mi provoca un leggero solletico alla nuca -. 

Stasera è anche più facile entrare nella locanda rispetto a quando sono venuto per cercare la compagnia di mezzelfi. 

Dentro sono tutti ubriachi, l’odore dolce dell’oppio sembra appiccicarsi alla lingua, danzatrici coperte d’oro e seta ondeggiano accompagnate dalla musica stridula di un sitar. 

Sono quasi sconvolto di cogliere gli elfi nel momento della perdizione, avvolti da delizie mortali e piaceri carnali, con più corpi su di loro di quanti potrei immaginare. Mi viene da ridere, se anche solo un altro drow potesse vedere questo spettacolo sarebbe la soddisfazione di una vita. 

Non sono sicuro da cosa dipenda questo ostentare tranquillità. Che ci sia qualcuno che gli guarda le spalle dall’ombra? Gli elfi sono sempre due mosse in avanti, non posso credere che si sdilinquiscano per il solo piacere di farlo.

Celadir è al centro del gruppo, un ragazzo per coscia ma nessun bicchiere davanti. Preferisce il sesso per sfogare l’adrenalina della battaglia. 

Gli altri elfi, invece, indugiano in ciò che il “Puledro Imperiale” può offrire loro a livello di alcool, cibo, oppiacei e pozioni magiche. Un paio di loro hanno le pupille talmente dilatate che non sono sicuro che possano vedere qualcosa al di là del loro naso.

Si mischiano così bene con i clienti della taverna che per la prima volta non sembra di avere davanti degli spocchiosi elfi, ma solo un branco di avventori in cerca di baldoria. 

Scelgo di sedermi ad un posto appena liberato ai margini della sala dove una finestra socchiusa fa entrare un po’ d’aria da fuori. Sembra così pulita rispetto a quella pesante della locanda, e non ho intenzione di perdere la testa con i fumi passivi delle pipe. 

Ordino una birra chiara che mi viene servita calda e del panfocaccia al rosmarino e fingo di essere lì per godermi la serata, e per un po’ è davvero così.  

Dalla mia posizione privilegiata scopro tre finti clienti con lo sguardo fin troppo fisso sul tavolo degli elfi. Le probabilità che siano sicari venuti per uccidere Celadir o guardie del corpo pagate per difenderlo sono altrettanto valide. Nel secondo caso, sono stati intelligenti: hanno assunto gente del posto con facce normali che passano perfettamente inosservate. Scegliere un guerriero, un soldato, o qualcuno di fisicamente appariscente sarebbe stato deleterio, ma non è detto che non lo sia anche così. Un artigiano, un contadino qualunque cosa ne sa di tecniche di spionaggio? 

C’è sempre l’alternativa che si tratta di ladri o mercenari che conoscono bene il loro mestiere, ma gli elfi non si mescolerebbero a certa gentaglia. Posso affermare con totale sicurezza che siano persone comuni, pagate con talmente tante monete da perdere la vista, che gli elfi hanno salvato dall’indigenza con la loro immensa generosità. 

Per confermare la mia teoria, dato l’ultimo morso al panfocaccia e bevuto l’ultimo sorso di birra, mi alzo. Una cameriera arruffata mi passa accanto e la fermo con un gesto rapido. Le faccio scivolare due monete d’oro nel grembiule - Jax mi perdonerà per il piccolo furto - e le sussurro all’orecchio: 

« Sono piuttosto stanco, dovrei andare di sopra a stendermi. » 

Vedo sul volto a cuore passare diverse espressioni. Incredulità, sospetto, gioia, desiderio di controllare di quante monete si è appesantita la tasca del grembiule. È giovane e i soldi le servono, e ho come l’impressione che il lavoro al Puledro non ripaghi poi così tanto. 

« Certo, accomodati pure. » dice, dopo qualche febbricitante momento di attesa.

Le sorrido - o almeno credo di aver sorriso, sento la faccia calda e immobilizzata in un’espressione tesa - e mi dirigo verso le scale che portano al piano di sopra, dove si trovano gli alloggi dei clienti. 

Fin quando non sono con il piede sul primo gradino non sono sicuro che la mia teoria sia corretta. Salgo il primo, il secondo, il terzo, forzandomi a mantenere la calma. 

Gli occhi delle tre “guardie del corpo” sono rimasti fissi sul tavolo, nessuno ha fatto caso a me. Sono inesperti loro o fortunato io? 

Arrivato in cima alle scale, rilascio un sospiro di sollievo.

Il piano è deserto, le risate e la confusione di sotto risale in volute, attutita, riesco a sentire i gemiti di qualcuno che si diverte in una delle stanze, il battito compulsivo della testata del letto contro la parete. 

Se la mia esperienza e le mie conoscenze non mi tradiscono riuscirò a trovare la stanza degli elfi nel corridoio di porte chiuse. 

Conoscendo gli elfi avranno scelto una stanza distante dalla confusione dove rifugiarsi, quella più grande e comoda che la taverna ha da offrire. Di solito le stanze di lusso, anche nelle taverne di per sé già lussuose, sono le ultime, ricavate da due stanze piccole unite insieme. 

Posso scegliere a mio piacere la stanza a destra o quella a sinistra e la mano indugia; mi rigiro tra le dita il grimaldello - un regalo che mi sono fatto lavorando per Narder -. 

È fuori luogo chiedere un favore agli dèi dopo averne minacciato uno solo un’ora fa? 

Le porte sono identiche e nessuna capacità di analisi potrà aiutarmi: è puramente casuale. 

« Destra. » ho lanciato i dadi, Sybel assistimi. 

Infilo il grimaldello nella serratura, sentendo che le dita si forzano di portare a termine un compito che non hanno mai imparato a fare. È quello che succede quando costringo un corpo nuovo a svolgere un’attività che non ha mai fatto prima. Alcune cose richiedono memoria muscolare, agilità, flessibilità, resistenza, e per quanto io possa aver interiorizzato un’abilità, metterla in pratica è tutta un’altra cosa. 

È il motivo per cui non provo neanche ad impugnare una spada: sono sicuro che le spalle non ne reggerebbero il peso e la schiena di piegherebbe per lo sforzo, in più mi farebbe sprofondare nella vergogna rendermi conto di quanto debole io sia adesso. 

« Dai. » mugugno, sento che mi verrà un crampo a furia di tenere le dita contratte. 

Lancio uno sguardo in fondo al corridoio, se qualcuno dovesse salire al piano di sopra non lo sentirei arrivare per via della confusione, e mi sorprenderebbe nel tentativo di scassinare una porta. 

Cedi, cedi, cedi. 

Sto quasi per rinunciare, dandomi dello stupido per averci provato in primo luogo, quando la serratura, finalmente, scatta: il suono più bello del mondo. 

Entro e chiudo la porta alle mie spalle, rapido. 

A tentoni cerco la lanterna ad olio di fianco all’ingresso, per accenderla e illuminare la stanza: è quella degli elfi. 

Sybel, ti diverti? 

Non ho molto tempo, uno qualunque di loro potrebbe arrivare da un momento all’altro per consumare l’amplesso con la prostituta di sua scelta. 

L'arredamento è meno sfarzoso della sala principale della locanda; i letti in legno massiccio con materassi riempiti di piume d'oca sono un lusso che molti cittadini di Doladrian non possono permettersi, ma nonostante questo le lenzuola sono lise, scolorite dal troppo tempo passato stese al sole; ci sono due letti singoli e uno matrimoniale, due scrivanie e un grosso armadio addossato al muro; l'unica finestra della stanza dà sulla strada e spero che il lume acceso non attiri attenzioni indesiderate.

Le sacche da viaggio e le scarselle degli elfi sono ordinatamente disposte ai piedi dei letti come se fosse una camerata militare. Riescono ad essere discreti e semplici soltanto nel loro intimo, pare. 

Non so cosa cerco, ma spero che le mie mani siano colme di fortuna, così comincio a frugare un po' a caso nella prima sacca.

Armi e armature devono trovarsi all'arena, perché dell'equipaggiamento da combattimento non c'è ombra. 

Trovo poco e quel poco non è interessante. Mi basterebbe qualsiasi cosa mi faccia intuire gli intenti degli elfi.

Cosa vogliono, perché lo vogliono e cosa sarebbero disposti a fare per averlo? 

A parte pergamene, penne, boccetta d'inchiostro e un sacchetto di monete non trovo niente che valga la pena. Rimetto tutto a posto per come l'ho trovato e passo alla seconda sacca.

Qui trovo boccette di pozioni e rotoli di incantesimi. Tonici ricostituenti o per aiutare il sonno: niente degno di nota. L'unica nota di merito va alla pergamena con l'incantesimo di comunicazione. La scrittura dell'elfo è così fitta che la formula è quasi illeggibile, sono sicuro che la usi per mandare e ricevere informazioni da Horisea, se la usasse per raggiungere addirittura Gath allora forse dovrei convincere Jax ad arrendersi ancora prima di combattere: serve un grande potere magico per coprire una distanza così lunga. 

Di nuovo sistemo tutto e passo all'ultima sacca.

Oggetti di poco conto, cristalli catalizzatori - l'elfo a cui appartiene questa sacca non è un mago particolarmente abile? - e poi un medaglione. 

Le dita ne costeggiano le forme come a cercare scritte nascoste. È un uroboro, un serpente che si mangia la coda. Il retro del pendente è liscio, la mancanza di usura mi dice che non è mai stato indossato, quanto più trasportato qua e là nella sacca come fosse un portafortuna.

Non so perché mi inquieta tanto. Non è un simbolo foriero di sventura né ha legami particolari con le divinità, eppure in qualche modo riesco a rivedere me stesso in quella bestia mitica: un cerchio eterno e perfetto che si conclude con il suo inizio. 

Lo giro e lo rigiro ancora, finché un suono attira la mia attenzione. Avvicino il medaglione all'orecchio e lo scuoto piano. È cavo, e qualcosa di muove all'interno.

Mi guardo alle spalle, il respiro che si fa pesante, il tempo mi gocciola addosso come sudore caldo. 

Passi lungo il corridoio. 

Infilo il medaglione in tasca, rimetto il resto nella sacca e poi valuto l'unico nascondiglio della stanza con un senso di vergogna sul fondo dello stomaco. 

Corro a spegnere la lanterna e poi, a tentoni, mi chiudo dentro l'armadio, come il più viscido dei criminali. 

Spero che gli elfi siano ubriachi abbastanza da non accorgersi che la lanterna è ancora calda, che le loro cose sono state toccate, che l'aria è più pesante perché è stata respirata da una persona estranea. Spero che siano così distratti dai vizi e dagli amanti da non accorgersi della mancanza del medaglione. 

Sento risatine e bisbigli ma finché la porta non si apre e la lanterna non torna a gettare luce nella stanza sono cieco.

Nella sottile apertura tre le ante dell'armadio vedo tre figure scambiarsi effusioni l'un l'altro, due di esse - un ragazzo e una ragazza - sono avvinghiate alle braccia di Celadir. 

L'elfo ha scelto due umani dalle adorabili apparenze, e sembra intenzionato a godere di entrambi, per di più nessuno dei due è uno di quelli che stava seduto su di lui quando sono arrivato alla locanda. Disgustoso. 

Non riesco a sopportare ulteriormente quella vista.

Rannicchio le gambe al petto e affondo il viso tra le cosce, le braccia sulla testa come se potesse servire per coprire i suoni dell’amplesso.

Jax potrebbe essere stato messo al mondo così: un elfo viandante, circondato dall'aurea luce dell'alba, seduce una ragazza qualsiasi, dandole l'impressione di averla scelta per poi abbandonare lei e il suo seme come fosse feccia. 

Il pensiero mi fa stringere i denti quasi fino a farli scricchiolare. 

Tra i gemiti, i sospiri, i nomi degli dèi appena sussurrati, voglio solo che finisca in fretta, che il sole sorga in anticipo, e che Celadir sia sterile come un campo su cui è stato gettato il sale.

 

Il collo, le spalle, le gambe, tutto mi fa male, così mi sveglio nel dolore alle prime luci dell’alba. La camera è appena illuminata da un lucore lattiginoso che filtra tra le imposte. 

Mi sembra che il corpo si sia raggrinzito durante la notte a furia di stare compresso in un piccolo spazio. Sono diventato più piccolo di quanto già non sia? 

Claustrofobia e disgusto mi prendono alla gola e vorrei solo spalancare l’anta dell’armadio e uscire. 

L’aria è viziata tanto che mi gira la testa. 

Con il minimo movimento possibile cerco di sbirciare dalla fessura tre le ante. 

I letti sono tutti occupati, compresi gli amanti degli elfi, quindi probabilmente è ancora molto presto. 

Spingo l’anta con il palmo della mano sudato. 

In tasca sento il peso del medaglione con l’uroboro e all’improvviso so di dover uscire di qui il più velocemente possibile. 

L’anta si apre con tale lentezza, emettendo un sottile cigolio, che sento tutti i nervi tirare, le tempie che pulsano e gli arti che formicolano. 

Con un po’ di fortuna potrei riuscire a scappare anche se gli elfi dovessero svegliarsi; ancora brilli e frastornati dalla notte appena trascorsa non dovrebbero avere la stessa velocità di reazione. Questo se ho fatto bene i miei calcoli sulla quantità di alcool che hanno bevuto. 

Non ti sembra stupido basare tutta la tua esistenza su calcoli approssimativi, Amunait? mi rimprovero, ma dal momento che sono riuscito ad aprire l’anta dell’armadio senza svegliare nessuno non c’è alcun bisogno di rispondere a me stesso. 

Scivolo fuori, un arto alla volta, per tastare il pavimento, i rumori delle assi sotto il peso del mio corpo.  

I respiri degli elfi sono appena percettibili, tanto che riesco a distinguere, sotto le lenzuola, chi è l’amante umano tra la massa di arti e carne.

Richiudo l’anta con la stessa, snervante lentezza, sapendo che potrei essere scoperto in qualsiasi istante ma non per questo ignorando la necessità di fare piano.

Il pavimento è gentile e si piega sotto di me senza produrre alcun suono, muovo comunque un piede alla volta, appoggiando prima i talloni e poi le punte, verso la porta. 

Anche quella si apre in silenzio, ma trattengo il respiro finché non mi trovo in corridoio. 

Sento le ginocchia pronte a sopportare lo slancio in avanti della corsa, ma costringo tutto me stesso all’immobilità. 

Mi tolgo la casacca, un brivido scuote il mio corpicino, e mi spettino i capelli, devo sembrare appena saltato giù da un letto dove non sarei mai dovuto essere. 

Solo a quel punto, a passi lunghi, percorro il corridoio, scendo le scale facendo due gradini alla volta, e quando mi trovo nella sala principale della locanda, le cameriere che stanno pulendo mi fissano con occhi sgranati. Tento un sorriso di scuse e abbasso la testa fingendo imbarazzo.

Nessuno mi ferma ed io zampetto verso l’uscita come un passerotto, infilandomi la casacca alla rovescia. L’imbarazzo è facile da simulare.

Quando sono fuori quasi non ci credo, ed è allora che mi metto a correre. 

 

« Dov'eri finito? » Jax mi accoglie con freddezza. Sembra indignato, ma soprattutto offeso, perché non ho passato l'ultima notte con lui.

Sotto quello sguardo grigio-viola mi sento minuscolo, e il mio cuore di bambino vorrebbe gettargli le braccia al collo e chiedere perdono.

La lucidità ottenuta standogli lontano è evaporata nell'istante in cui sono tornato a sentire l'odore di fiori d'arancio che spira dal suo corpo. 

Il peso del medaglione in tasca, però, mi tiene ancorato a terra e una parte di me riesce a mantenere la calma.

« Avevo bisogno di verificare alcune cose, tutto qui. » 

« Certo, magari sei andato a venderci al nemico. » sputa Ren, indignatə. 

È bastata una sola notte per frantumare la fragile alleanza tra noi, quel poco di rispetto reciproco che abbiamo costruito, e forse anche a raffreddare il sentimento di Jax nei miei confronti. 

La nausea mi prende la bocca dello stomaco al solo pensiero. 

« Perché avrei dovuto farlo, di grazia? » mi rendo conto di aver risposto con lo stesso tono acido e intravedo la possibilità di arrivare alle mani con Ren. Non ne uscirei vincitore. 

Ren sta per rispondermi, ma Jax lə mette una mano sulla spalla per fermarlə. 

« Ci fidiamo di Amunait, Ren. » il suo disappunto dipende solo dal fatto che non ha avuto conforto nel suo letto questa notte. Jax si fida ancora di me, e crede in ciò che gli ho raccontato. « Hai scoperto quello che dovevi? »  

« Forse. » 

Jax annuisce soltanto, e così la mia assenza di quella notte è stata perdonata.

I mezzelfi cominciano a prepararsi per l'incontro. Lyon lucida l'armatura di cuoio con ossessiva attenzione, forse per non dover alzare gli occhi e guardarmi, Ren si occupa di affilare la spada. 

Le prime ore del mattino se ne vanno per sistemare l'attrezzatura e vestire Jax, poi, parecchio in anticipo, ci dirigiamo all'arena. Meglio approfittare della relativa tranquillità di queste ore del giorno per attraversare la città indisturbati. 

Non che Doladrian si sia dimenticata di cosa succederà a mezzogiorno. 

I cittadini, risorti dalle ceneri della baldoria della scorsa notte, sollevano bicchieri vuoti, braccia e mani al passaggio di Jax, quando lo riconoscono. I vessilli di Sybel sventolano con più forza nell'aria immobile e sembra quasi che la divinità sia presente e stia toccando con le sue mani ogni singola bandiera.

Tra tutte le divinità che infestano gli interstizi dell'etere che circonda Edhelast, Sybel è forse quella a cui piace di più mostrare la sua presenza. Tendenzialmente gli dèi non hanno interesse nelle cose mortali e passano il tempo a gozzovigliare nella loro stessa divinità, raccogliendo offerte, preghiere o sacrifici. Persino le più sanguinarie evitano di interferire con il flusso placido della vita degli uomini.

L'ultimo grande intervento è stato durante la guerra tra elfi e drow. Forse è successo perché hanno ritenuto che entrambi gli schieramenti fossero troppo potenti, e che qualcuno dovesse riequilibrare a forza la bilancia del mondo.

Le vie degli dèi sono oscure e i loro disegni contorti, perché adesso il potere che hanno gli elfi appare abbastanza squilibrato. In più non si fanno problemi ad infilare il naso nei miei affari, a tirare un filo qui, un filo lì, in modo da sabotare il mio spettacolo di marionette. 

Le divinità elfiche sono incostanti come la natura che hanno generato e di cui sono i padroni, e se ci fosse ancora un drow vivo oltre me si direbbe sinceramente sorpreso dalla piega presa dagli eventi durante la guerra. Nessuno di noi avrebbe mai pensato di essere tradito così, soprattutto perché elfi e drow pregano gli stessi dèi.

Le divinità, quindi, di solito si limitano a far notare la loro presenza con piccoli segni, in modo che la gente di Edhelast sappia di non essere sola - o libera -: una pioggia benefica su un campo, un vento propiziatorio che gonfia le vele di un mercantile, un desiderio avverato dopo un sacrificio umano, cose di questo genere. Vendette e punizioni non mancano, ma non sono mai eclatanti o spaventose, non so se per pigrizia o perché preferiscono la carota al bastone o perché gli esseri viventi sono per loro così insignificanti da non meritare neanche di essere puniti. 

Le bandiere di Sybel che si librano nell'aria senza che ci sia vento è uno di quei segni che di solito vengono presi con una certa serietà: se gli occhi di un Dio ti guardano sarà meglio che ti comporti bene. Potrebbe anche significare, per di più, che Sybel proteggerà il suo favorito, e dato che di Ahtaldin non si sono visti segni, oggi Jax cammina su strade lastricate d'oro.

Arrivati all'arena veniamo accolti con grandi onori e rispetto ieri veniamo portati in un alloggio più grande, con manichini per l'allenamento e una rastrelliera di armi con cui integrare la propria attrezzatura - anche su questo, il regolamento è di manica larga, si può combattere con qualsiasi arma, propria o presa in prestito -.

Forse intuendo che Jax voglia rimanere da solo con me - il che mi accende una fiammella in petto che cerco in tutti i modi di spegnere deglutendo saliva su saliva - Ren e Lyon lasciano l'alloggio per andare a sbrigare le ultime faccende prima dell'incontro.

A quel punto ho l'impressione che la presenza di Jax sia tanto ingombrante da allargarsi in tutta la stanza e impregnarmi come stoffa gettata in un catino colmo d'acqua.

Mi si avvicina e, piano, mi stringe tra le braccia, premendomi la testa sul petto. Anche attraverso l'armatura riesco a sentire il battito accelerato del suo cuore. 

Non posso fare altro che cingergli la vita con le braccia, accogliendo già qualsiasi cosa stia per dirmi.

« Credo di essermi innamorato di te. » dice, e mi sembra che parli con la lingua annodata dalla confusione. I sentimenti sono difficili da spiegare a parole.

Non tremo, ma avverto qualcosa di piacevole solleticarmi la nuca quando mi accarezza i capelli. 

« Una strana cosa da dire prima di un combattimento. » biascico, fingendo di voler smorzare la piacevole tensione che mi aggroviglia i tendini. 

« Vuoi dirmi la tua età reale? » 

Uno sbuffo mi sfugge dal naso, a metà tra risata e frustrazione. « Cambierebbe qualcosa saperlo? » 

« Voglio solo capire come sia possibile che un essere come te sia… » 

« Caduto tra le braccia di un mezzelfo che per lui dovrebbe essere appena un bambino? »

Non risponde, ma credo di aver centrato il punto. È una domanda che continuo a farmi anch'io, in ogni momento in cui il desiderio di appartenere a Jax mi dà tregua. « È un segreto piuttosto banale. » mi separo appena da lui, per guardarlo bene negli occhi, non voglio che fraintenda, ma non so se sono pronto ad ammettere ad alta voce di amarlo a mia volta. « La mia anima è antica ma il mio corpo no, e il corpo ha dei bisogni che non si possono ignorare. » 

« Quindi è tutta questione di bisogni? » 

Sollevo le braccia per affondare le mani tra i suoi capelli. Le treccine sono piene di perline e piccoli gioielli, tintinnano quando ci passo le dita dentro, mi accorgo che alla luce hanno sfumature blu scuro. « Se non riesco a farne a meno neanche dopo duemila anni, devono essere bisogni importanti, non credi? » 

Ho indirettamente risposto alla sua domanda, il che lo fa muovere, agitato, per un attimo.

« Non mi stai usando per ottenere quel manufatto? » 

« All'inizio credevo di sì. » non ho bisogno di nasconderglielo adesso, lui non ha paura di questa verità. « La mia…mente funziona in modo diverso, credo. A volte sono molto condizionato dal corpo in cui vivo, dal luogo in cui sono nato, dall'ambiente che mi circonda, a volte meno. Non ho alcun controllo sulle mie pulsioni, ogni vita è diversa come per chiunque. Questo corpo…beh…questo corpo non può fare a meno di desiderarti. » vorrei che non indossasse già l'armatura, vorrei che fosse facile spogliarlo quando, con le braccia strette intorno al suo collo, premo il bacino contro il suo, così che senta. « E sei costantemente nella mia mente, anche. » lui mi stringe a sé. Il fatto che non mi stia respingendo scioglie il flusso di pensieri che avevo tenuto dentro in queste ultime settimane. « Ieri notte sono stato dagli elfi. Volevo capire le loro intenzioni e ho trovato qualcosa. Credo che sia importante, e ho la sensazione che mi riguardi in qualche modo, ma ho paura di scoprirlo perché non so se voglio che tutto questo finisca. Ho quattordici anni, capisci. » l'ultima parte la dico quasi ridendo.

« Sei l'incarnazione del caos. » dice lui, ammaliato.

Io mi limito a scrollare le spalle. « Non lo so, ma pare che Sybel abbia cominciato a sorridere anche a me da quando… » non so che termine usare.

Da quando stiamo insieme? Che ridicolo, infantile modo di dire. 

« Fammi vedere cosa hai trovato. » 

In automatico infilo la mano in tasca, tenendo comunque un braccio intorno al suo collo - anche se per farlo devo stare sulle punte -, e gli mostro il medaglione con l'uroboro. 

Lui sgrana gli occhi appena, mi allontana dolcemente solo per avere le mani libere e poterlo prendere dal mio palmo. 

« Ho già visto questo simbolo. » 

« Intendi, ovunque? Il serpente che si mangia la coda è comune. » 

« No, non ovunque. In un sogno. » batto le palpebre, confuso, ma non mi dà il tempo di chiedere perché continua a parlare. « Quand'ero un bambino e vivevo ancora con i monaci del tempio di Artael, facevo sogni ricorrenti, e questo. » picchietta un dito sul medaglione, rimandando indietro un suono cavo: non ho ancora avuto neanche modo di vedere come aprirlo. « C'era sempre. » 

Rimaniamo in silenzio, contemplando le parole dette che sembrano librarsi nell'aria calda. 

Qualcuno mi sta aiutando? Una divinità si sta intromettendo nel flusso della storia? Jax ha undici anni più di me, vuol dire che qualsiasi Dio o Dea stia interferendo potrebbe aver cominciato a farlo quando sono venuto al mondo in questo corpo. 

Cerco di ricordare dove fossi e chi fossi nella mia vita precedente ma non riesco a connettere i fili e finisco per ricomporre i ricordi di dieci incarnazioni diverse che nulla hanno in comune tra loro. 

Non può essere Sybel, è qualcosa di troppo sopraffino per la sua mente folle, tutt'al più anche ləi può essere stata instradata, tanto da rendere Jax devoto e permettere che ci incontrassimo. E ci innamorassimo. 

Rifletto sulla possibilità che questo sentimento straziante sia il culmine di un gioco di pedine su una scacchiera invisibile. Se ieri l'avevo pensato con leggerezza adolescenziale adesso mi sento addosso tutto il peso della mia età, e tutto quello che comporta. 

Jax si rigira il medaglione tra le mani, avverto la pelle accapponarsi e capisco che sta usando la magia per studiarlo, in cerca di maledizioni o incantesimi di difesa che possano colpirci se proviamo ad usarlo. Poi avverto una pressione nell'aria, come se Jax stesse usando una lama invisibile per spingere sulle giunture del medaglione e aprirle, né più e né meno di come si fa con le cozze quando si forza l'apertura del guscio. La magia è fatta di immagini mentali, più vicine sono ad evocare la realtà più è probabile che l'incantesimo riesca.

« Non mi avevi detto di essere un mago. » lo rimprovero, a voce bassa.

« Non mi piace usare la magia. » è la sua giustificazione. Rimane concentrato per tenere vivo il flusso che, alla fine, fa scattare il medaglione. 

Entrambi facciamo un salto per la paura. Il medaglione si è aperto a metà.

Non ci muoviamo, come aspettando che qualcosa ci colpisca, ma dal momento che non succede niente e che l'aria rimane immobile e che siamo ancora vivi, sollevo la metà del medaglione per rivelare l'interno. 

Il ciondolo è cavo e scritte sottili sono state incise nel metallo. È elfico, incantesimi di contenimento e occultamento.

Il contenuto potrebbe essere deludente se non fosse nascosto all'interno di un medaglione con la funzione di sigillo, probabilmente: un braccialetto di spago sottile, con un'unica perla lattea al centro e due azzurro chiaro ai lati. 

Guardandola da vicino la perla sembra contenere qualcosa di vivo che si agita, picchia contro le pareti rotonde, respira.

« Che…che cos'è questo affare? » mormora Jax, che ha quasi paura di toccarlo. 

Raccolgo il bracciale con due dita. Sollevandolo dal medaglione non succede nulla, così mi arrischio a toccare la perla. È calda, la sensazione al tatto confonde gli altri sensi.

« Non lo so. » pulsa, viva come un cuore, e anche se non ho abilità magiche avverto il suo potere, mi si rizzano i peli delle braccia per l'energia che danza intorno a noi. « Ma è potente. E gli elfi lo nascondevano. » due cose che non dovrebbero mai conciliarsi. Ripongo la perla nel ciondolo e lo richiudo, scatta con un clack sonoro e immediatamente il potere della perla si spegne. Il medaglione sembra un comune monile, di cattivo gusto con quell'incisione dell'uroboro, ma nient'altro. 

« Pensi che sia legato al manufatto in palio al torneo? » chiede Jax. 

« Sì, ma non so come. » mi scoppia la testa. 

Il manufatto dovrebbe essere il frammento di una chiave, come si unisce al bracciale con la perla? E al fatto che c'è una divinità che ha voluto che io e Jax ci incontrassimo? 

Tutto questo non può essere successo per caso. 

« Celadir non deve vincere l'incontro. » serio, il volto di Jax sembra invecchiato di dieci anni in un colpo solo. 

Senza parole, annuisco, la mia mente cavalca verso orizzonti lontani, la mia capacità di previsione si arresta su un altopiano bianco e piatto: non sono in grado di immaginare cosa succederà da questo momento in poi.

Nascondo il medaglione per un attimo tra le mani chiuse a coppa, sperando che scompaia e allo stesso tempo che diventi più reale e mi racconti la sua storia, poi sollevo lo sguardo su Jax. 

« Quanto sei bravo ad usare la magia? » 

Lui fa una smorfia, il modo in cui si arriccia il labbro superiore e si solleva il naso lo fa sembrare un bambino davanti ad un piatto di verdure. « Non molto. » 

« Eppure sei riuscito ad aprire il medaglione. » sento il cavallo della mia mente che scalpita su quell’altopiano bianco. A destra, a sinistra, avanti, indietro, il terreno cede sotto gli zoccoli ovunque si muova. « Perché l’hanno protetto con un incantesimo che persino una persona inesperta può spezzare se il contenuto è così potente? »

« Perché anche se potente è inutile? » dice lui. Lo invito a continuare a parlare con un gesto della mano, sentire la sua voce fa nascere nuove idee, l’altopiano si popola di pianti e i monti sbocciano dal terreno. « Per utilizzarlo potrebbe servire qualcos’altro. » 

« Sì, e no. » scuoto la testa, dissipo così la nebbia. « Credi che la perla vada incastrata sul frammento di manufatto? » lui non risponde, ma segue il mio ragionamento. « Io credo di no. Credo che siamo davanti a due manufatti diversi. Credo che gli elfi stiano tramando qualcosa. E credo che tu abbia potuto aprirlo perché il medaglione ha reagito con la tua parte elfica. » 

« Quindi se avessi cercato di farlo tu con la magia degli umani non saresti riuscito ad aprirlo? »  

« È la mia teoria. » faccio dondolare il medaglione da un lato all’altro, avverto il ticchettio della perla che rotola al suo interno. « Nella borsa dove l’ho trovato c’erano cristalli e catalizzatori, potrebbe essere un manufatto di potenziamento, ma non ha l’aria di essere indossato spesso. Merce di scambio? Da scambiare con cosa? E… » 

Jax mi afferra le mani, che si sono strette intorno al medaglione non so neanche quando. 

« Basta. Stai andando troppo lontano. »

Batto le palpebre, confuso. Mi sento come se avessi sbattuto il naso contro un muro materializzatosi dal nulla. Eppure non sento dolore.

Sono così abituato a lasciar correre i miei pensieri in mille direzioni, esplorando ogni anfratto e ponendomi milioni di domande che non ho mai contemplato di fermarmi.

L’immobilità dei pensieri è la vera morte, ed io non conosco requie. Né nel sonno, né nel ventre materno, posso smettere, smettere di pensare. 

Ho camminato in questo mondo la prima volta come un comandante, uno stratega, un pensatore veloce, capacità che poi mi è tornata utile, vita, dopo vita, dopo vita, affinandosi fino a diventare sia sottile sia letale, un ago che si conficca in un punto preciso, arrestando il battito del cuore. 

Le persone intorno a me hanno fatto parte delle trame che ho tessuto per loro, infinitamente paziente come un ragno con la sua ragnatela. Ho amato e odiato, avuto e dato, vinto e perso, tutto inseguendo me stesso nel tentativo di capire e fuggire il più lontano possibile.

E adesso questo piccolo, giovane mezzelfo dagli occhi di gemme, dopo infiniti anni di corsa, è riuscito a fermarmi e farmi respirare. 

Per la prima volta in secoli mi sembra di espandere i polmoni abbastanza da riempire il torace, e la testa si alleggerisce con tutta quell’aria fino a sollevarsi sulle spalle. 

Ma se mi fermo perdo la possibilità di vedere in tutte le direzioni, la capacità di salvaguardare me stesso dipende dalla velocità con cui mi sposto, con cui penso. Lui ha una sola vita, io ne ho innumerevoli altre che mi aspettano. 

Schiudo le labbra per parlare ma lui scuote la testa.

« Ti fidi di me? » è in grado di pormi solo domande sciocche, vorrei dirglielo ma intanto annuisco: certo che mi fido. « Una cosa alla volta. Devo vincere il torneo prima. Quando avremo il manufatto decideremo come muoverci. D’accordo? » non accetta che apra la bocca per dire altro che non sia “d’accordo”, lo capisco dal modo in cui mi guarda, speranzoso e brillante come la superficie dell’acqua al sorgere del sole. 

Lo stomaco mi si annoda, sento il magone delle lacrime pungermi gli occhi. Ricordo quando guardavo Iririel così. Non ho mai amato nessun’altro come ho amato lei, non me lo sono permesso. Fin ora. 

« D’accordo. » acconsento alla fine.

 

A mezzogiorno il suono delle fanfare è tanto intenso che sembra occupare l’aria, solido non meno dei corpi della gente schiacciata sugli spalti dell’arena. 

Sotto il sole cocente le bandiere di Sybel e Ahtaldin vengono usate come teloni per coprire il capo.

Strilloni passano sgomitando tra le file di persone attirando gli ultimi scommettitori: puntate, puntate, ultima possibilità! Chi è il vostro favorito? 

Qualcuno tra il pubblico si è attaccato addosso posticce orecchie a punta, altri sventolano i colori di Jax: nastri grigio-viola come i suoi occhi. 

Ho i nervi a fior di pelle, mi sembra di non riuscire a star fermo. 

La folla si zittisce quando il Re compare nel suo spalto d’onore. Di fianco a lui, l’onnipresente ciambellano, con lo scrigno contenente il premio, suda copiosamente. 

Anche senza l’ausilio del cono d’ottone la voce del Re tuona dentro l’arena silenziosa, tutto intorno, per un momento, sembra che il tempo si sia congelato. 

« Jax di Einon, Celadir di Horisea, siete qui oggi perché siete i migliori del vostro genere. Affrontando numerose sfide siete giunti trionfanti a Doladrian e oggi combattete non solo per il vostro onore ma per quello dell’intera Edhelast. »

Mi arrischio ad abbassare lo sguardo su Jax e Celadir, in piedi sotto lo spalto del Re, minuscoli e avvolti nelle loro armature migliori. 

Celadir è splendente, annichilisce la bellezza di Jax con la sua pelle marmorea, i capelli blu zaffiro intrecciati di perle, il naso dritto, gli zigomi alti, gli occhi di un grigio così puro da sembrare frammenti di Occhi di Gatto; è imponente di fianco al mezzelfo, alto almeno un metro e novanta, il corpo slanciato come trattenuto dai paramenti di metallo lucido; la spada che porta al fianco è la stessa con cui ieri ha ferito - e sconfitto - Garsha, ma è talmente pulita da poter essere un’arma appena uscita dalla forgia. Impeccabile e letale. 

Nonostante Jax abbia il mento alto e l’espressione fiera è come un bambino di fianco a Celadir. Gli allibratori sembrano essere sicuri su chi vincerà lo scontro: il mezzelfo è spacciato. 

« Combattete! » esclama quindi il Re. « E che vinca il migliore tra voi! » 

Ancora silenzio mentre Jax e Celadir si avviano al centro dell’arena. Il pubblico respira all’unisono, trattiene l’aria all’unisono, pensa all’unisono, rimane immobile all’unisono.

Jax sfodera la spada e così fa il suo avversario. In un gesto amichevole quanto ipocrita le incrociano a mo’ di saluto, poi si mettono in posizione di attacco. 

Jax tiene la spada con le due mani, come per avere la certezza che ogni colpo sia carico di tutta la sua furia, Celadir la tiene con la destra, leggermente all’indietro, pronto a caricare il colpo quando sarà necessario.

Sono entrambi veloci, Celadir non può affidarsi all’agilità come ha fatto con Garsha.

Si studiano, girando in tondo come due predatori pronti a balzare sulla preda. Avverto la tensione di Jax nel modo quasi convulso che ha di stringere l’elsa della spada. 

Anche stavolta il primo a rompere lo stallo è Celadir. 

L’elfo mena un fendente a vuoto per colpire la punta della spada di Jax, per testare la sua prontezza, e prima ancora che lui possa reagire ecco, tirata indietro la spalla con la velocità di una vipera, scatta di nuovo in avanti, mirando un fendente di taglio più in basso lungo la lama. 

Jax para entrambi i colpi. Il suono delle lame che tagliano l’aria rovente è udibile nel silenzio attonito in cui è piombata l’arena. 

Celadir ha guadagnato terreno con quei due fendenti, e spero che Jax abbia visto quello che ho visto io perché il piccolo passo indietro dell’elfo indica che si prepara ad un affondo. 

Se n’è accorto. Jax balza indietro e la punta della spada avversaria gli sibila vicino all’addome. Il secondo affondo è il più imprevedibile dell’assalto, ma Jax, invece, si dimostra più veloce e pronto di quanto pensassi: appena la lama affonda l’aria, lui spezza l’attacco colpendola con tutta la sua forza da sinistra verso destra.

L’elfo perde momentaneamente l’equilibrio e la spalla che regge l’arma, nella torsione a cui l’ha costretto Jax, è scoperta. 

Celadir intuisce di essere in lieve svantaggio e ripiega all’indietro con un salto mentre Jax carica un fendente diretto alle mani nel tentativo di fargli cadere la spada.

La lama fischia - il colpo avrebbe potuto tranciare le ossa - lontano dal corpo dell’elfo, che subito torna alla carica con due affondi consecutivi. Jax li respinge entrambi menando un fendente ora a destra ora a sinistra, ma ha perso di potenza e nessuno dei suoi colpi apre a sufficienza la guardia dell’elfo. Lui carica un fendente alto, Jax lo para e le lame si scontrano stridendo. Sembrano quasi voci umane. 

Rimangono immobili, le spade incrociate, il tempo di un battito di ciglia, poi Jax fa scorrere la lama verso il basso, flettendo le spalle. Celadir è di nuovo costretto ad arretrare per evitare che la spada, calando dall’alto, lo ferisca, ed è veloce - troppo - a riprendersi. 

I fendenti successivi vogliono minare la resistenza di Jax. Blandi in forza quanto rapidi e tempestivi, sembrano volerlo costringere a sollevare le braccia più e più volte, per stancare i muscoli, fargli perdere la presa. 

Cling, cling, cling, le lame che si incrociano non trovano altro che non sia metallo, ma feriscono le orecchie. Mi sento sobbalzare ad ogni colpo parato. 

Ho l’impressione che Celadir stia combattendo con più attenzione, che sia più affilato

Jax sbaglia, prepara la lama della spada per parare l’attacco da destra, ma l’elfo, rapidissimo, fa saltare l’arma nell’altra mano - è ambidestro! - e lo colpisce da sinistra, sul braccio, poco più sotto della spalla. 

Il suo strillo di sorpresa si espande nell’arena. Un “oooh!” si alza dal pubblico, sono tutti tesi verso il basso, sgomitano e si sporgono per vedere meglio. 

La lama ha colpito l’armatura e ha lasciato un solco profondo, come una bruciatura. Quale arma lascia un segno del genere? La spada di Celadir deve essere incantata, non c’è spiegazione. Il modo in cui Jax controlla la sua armatura mi dice che anche lui l’ha pensato.

Lo vedo dire qualcosa, non so se parli con l’elfo o tra sé e sé, perché la folla improvvisamente rianimata strilla ed ulula a tal punto da percuotermi i timpani. 

A questo punto Jax mette della distanza tra sé e l’elfo, per valutare il prossimo attacco e per riprendere fiato. Tiene la spada con una mano sola e lo vedo stringere e rilassare il pugno dell’altra come a dissipare il formicolio dovuto al colpo che ha mal incassato. 

Celadir fa roteare la spada, la passa da una mano all’altra, si prende gioco di Jax. Vuole farlo infuriare. 

L’elfo carica, lanciato in avanti con tale foga che ho paura che i colpi siano pensati per uccidere. 

Di nuovo, il pubblico trattiene il fiato e si sporge dagli spalti per cogliere ogni scintillio delle lame. 

Jax para i colpi, ora a destra, ora a sinistra, stavolta inferti con più violenza. Con una mano sola non riesce a mantenere salda la spada. Avverto il suo respiro farsi pesante, il sudore ricoprirgli la schiena, i muscoli urlare per lo sforzo.

Un altro errore di calcolo e la spada di Celadir colpisce di taglio Jax, tra lo spallaccio e il collo, sollevando uno spruzzo di sangue. Lui urla, io sento l’anima accartocciarsi. 

La spada gli cade di mano, salta indietro per evitare un altro attacco, inciampa nei suoi stessi piedi. È a terra, è disarmato. 

La folla ruggisce il suo entusiasmo per l’elfo, biascica cori in un elfico sgraziato, sconcio, che ha un che di blasfemo.  

Vogliono che Jax muoia. Vogliono che si consumi davanti ai loro occhi il peccato originale, l’odio che divampa da sempre tra gli dèi e le loro creature.  

No, no, no, no, no. 

Celadir impugna la sua arma con entrambe le mani, come fosse l’ascia di un boia, ed è pronto a calarla su Jax. 

No. 

Avverto un clack, come di qualcosa che si apre. 

Prima che l’esplosione di luce mi accechi, mi assordi, e si porti via la mia coscienza ricevo anche l’illuminazione. 

Il medaglione con l’uroboro si è aperto.

Vuol dire che dentro di me scorre del sangue elfico. 

La perla è un catalizzatore. 

Posso usare la magia. 

Dopo aver lanciato l’incantesimo non mi rimarrà energia vitale. 

Sono morto.

 
   
 
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