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Autore: Liza Inverse    20/06/2022    0 recensioni
"Note: gli errori grammaticali nei dialoghi sono intenzionali"
Juno ha vissuto tutta la vita sotto l'egida di una nonna fortemente rigida e matriarcale che ha creduto per lungo tempo essere l'angelo del focolare.
Con la morte di questa, quando lei ha quindici anni, sua madre decide di abbandonare il marito, esasperata dalla distanza di quest'ultimo dalla situazione familiare.
Da Seattle alla Florida, la ragazzina si trova catapultata a vivere a casa del fratellastro della madre, del quale era sempre stata tenuta all'oscuro.
Oltre a dover iniziare una nuova vita in una nuova scuola, Juno dovrà anche confrontarsi e convivere con quello che non sa essere suo cugino: un ragazzo di sette anni più grande di lei, solitario e studioso, che affibbierà alla ragazza il soprannome di "fangirl" a causa della sua fissa verso un gruppo rock.
© PATAMU
Genere: Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Avevo domandato alla mamma di poter andare da sola a scuola per evitare di parlare ancora della storia dei fratellastri. 

Mi aveva mentito, anzi no, tenuta all’oscuro di quella cosa per una vita e non sapevo come sentirmi nei suoi confronti. Forse delusione e rancore, erano i sentimenti principali. Non capivo perché non me l’avesse detto, una volta morta la nonna.

Erano quelli i miei pensieri, mentre camminavo lungo il selciato che affiancava alcune ville più distanti di quella di secchione e che portava alla fermata dell’autobus.

Un bell’autobus blu. Avevo sempre visto gli autobus di scuola gialli, invece qui dovevano avere anche gli autobus blu. Erano anche puliti-puliti. Rita diceva che quello che portava alla nostra scuola a Seattle aveva i sedili strappati e odorava di sigarette spente per terra.

Mi accomodai su un sedile dalla parte del finestrino e guardai fuori.

Piano il veicolo partì e iniziò a fare le sue fermate.

Alla terza, salì il terzo bullo, quello biondo.

Percorse a passi lenti la corsia dando pacche sulle spalle ad alcuni ragazzi, fino a che passò davanti a me.

Mi fissò stupito subito, ma poi sulla sua faccia apparve un sorriso che mi fece tendere i muscoli, come se avessi dovuto scappare da lì a qualche momento dopo.

“Bene.” Disse tra i denti. Quella parola mi fece venire i brividi, perché tutto voleva dire tranne che ‘bene’.

Arrivati alla fermata della stazione, feci in modo di uscire per prima e affrettarmi verso la scuola.

Il tipo biondo mi seguiva a distanza, ma sembrava non avere interesse per me. Forse era stata solo una mia impressione, dovuta al fatto che il suo amico ce l’aveva con me.

A scuola, ad aspettarmi invece c’era l’epica. Io non sapevo nemmeno che diavolo fosse l’epica. Poesie di avventure di uomini vissuti forse migliaia di anni prima in terre lontane chilometri! E io le dovevo studiare come se questo mi avesse portato qualche vantaggio nella vita!

Come se non fosse bastato, a casa il secchione insistette per insegnarmele. L’unico vantaggio che ne ricavai fu una scommessa: se avessi fatto una buona verifica lui avrebbe guardato con me un concerto di EL. Dovevo fargli capire che EL era il meglio, che non era così orribile come pensava e che le sue canzoni erano belle come l’epica! Scoprii che alcune poesie greche si adattavano anche ad alcune musiche di EL.

La cosa mi incuriosì e leggendole mi domandai quale fosse il loro senso. C’erano molte parole di cui non conoscevo il significato. Ma l’idea di domandarlo a secchione, che si sarebbe sicuramente messo su un  piedistallo con tanto di fanale per vantarsi e farmi un’altra lezione, mi faceva rabbrividire. Preferii evitare e decisi di arrangiarmi per conto mio più avanti.

Il secondo giorno, Codie Everett, così si chiamava il biondo ossigenato, iniziò a urlarmi addosso in mezzo all’autobus.

“Guarda la grassona! Tiene due posti solo lei! Scendi che appesantisci l’autobus!”

Alcuni si misero a ridere e io mi sentii mortificata.

Stavo per rannicchiarmi in un angolo, avevo voglia di sparire. Misi le cuffie per evitare di sentirlo gridare ancora e ridere di me, trascinando con le sue urla tutti i suoi amici sul veicolo.

Mi concentrai sulle canzoni di EL e iniziai a cantare piano. La voce di Codie si fece più forte finché non mi sentii afferrare una spalla. Ebbi uno scatto e mi alzai: lui era lì che stava ridendo. In quel momento le parole di EL mi diedero forza, dicendo di lottare, sempre.

Anche io avrei lottato. Così gli urlai la prima cosa che mi venne in mente.

Mi alzai dal sedile.

“Ehi! Io sarò anche grassa, ma se mi metto a dieta dimagrisco! - presi respiro un paio di volte, affannata - Tu il tuo nome ridicolo ‘Codie’ te lo dovrai tenere tutta la vita! Ridicolo come la tua faccia!”

Lui smise di ridere di colpo e mi osservò ad occhi aperti immobile. Al contrario, rise tutto il bus mentre lui non diceva più niente.

Girai la testa al suono delle risate. alcuni dicevano persino che Codie se l’era meritata, quella risposta. Mi sentii molto soddisfatta di quella rivincita, anche perché a scuola, la voce che avevo messo a tacere Codie Everett girò in fretta.

Janine si sedette accanto a me durante il pranzo insieme a Juliet e mi domandò dell’autobus.

La guardai sorridendo felice.

“Sono scemi, basta veramente poco.” Le spiegai.

“Certo che non ti perdi d’animo nemmeno se ti hanno preso di mira.” Proseguì quasi con ammirazione.

“Diciamo che mia nonna mi ha forgiata bene.” 

Non dissi a Janine che a casa mi prendevo delle botte, ma non potevo risparmiarmi di rispondere a mia nonna. Anche se alla fine, mi rifugiavo in bagno a piangere per ore. Ma in quel momento non mi sentivo di piangere. Mi sentivo di aver raggiunto una piccola vittoria.

Juliet non fu dello stesso avviso.

“Sono vendicativi, oltre che scemi. E non capisco perché ti abbiano presa di mira. Sei qui da meno di dieci giorni!” Piantò con violenza la forchetta su qualche fagiolino.

“Sono vendicativi eccome.” La voce lamentosa di Sean arrivò da dietro di me.

Mi girai. Non aveva nemmeno in mano il vassoio, aveva un graffio lungo sul collo e il viso era rigato da lacrime. Tirò su col naso rimanendo in piedi immobile.

Ebbi i brividi a vederlo così e mi tirai indietro.

“Non si risolverà mai niente. Ti conviene prendere la scorta.” disse fissandomi negli occhi.

Juliet corse verso di lui facendo il giro del tavolo e gli guardò attentamente il collo passando un dito sopra al segno rosso.

“Sean! Cos’è successo?”

Ci diede le spalle per mostrare la nuca nuda.

“Brad mi ha tagliato il codino. - si girò di nuovo - Ha detto che lo ha fatto perché tu hai risposto a Codie sull’autobus.”

Il suo sguardo non era accusatorio: non era la prima volta che Sean subiva di quei soprusi e si vedeva. Sembrava quasi rassegnato.

“Ci vogliono mettere gli uni contro gli altri!” Esclamò Janine dall’altra parte del tavolo.

“Per poco non lo ammazza!” Il tono della voce di Juliet era a dir poco furioso. Si diresse verso l’uscita quasi correndo, mentre gridava il nome di Brad.

“Se proprio ci va male abbiamo tua sorella che ci difende.” Osservai, anche se non ero molto convinta.

Sean era ancora in piedi dietro la mia sedia.

“Secondo loro noi del club di EL siamo degli sfigati, e hanno detto che prima o poi raderanno i capelli a tutti.” Rabbrividì portandosi le mani sugli avambracci.

Janine si mise una mano in testa.

“Che ci provi! Gli depilo il pube!”

Le feci mezzo sorriso.

“Ho notato che ha una macchina gigante, un pick-up. Quindi sotto non ha niente, vero?” Ironizzai, ricordando quello che avevo detto di secchione il primo giorno di scuola.

Janine sbottò in una risata. Con l’ironia anche i bulli erano più sopportabili.

Tornai a casa e per fortuna Codie non prese il mio stesso autobus. Quando arrivai, il secchione non c’era e mi sentii libera di fare quello che volevo, cioè guardare EL.

Dopo nemmeno dieci minuti sbucò di nuovo alle mie spalle sgridandomi. Quel suo modo di fare mi dava sui nervi: nemmeno la nonna mi stava così addosso per lo studio. A dire il vero nessuno aveva mai tenuto così tanto al mio studio, o ai miei voti.

Per fortuna per me, quel pomeriggio fece di nuovo la trasformazione da zombi a Uomo Ragno mentre mi raccontava di un tizio chiamato Ulisse e di quante ne avesse combinate. Mi trascinò con lui come la prima volta: addirittura facendomi muovere in lungo e in largo per la stanza, ignorando i poster di EL che di solito gli facevano venire il mal di testa. Così diceva.

A fine lezione prese fiato e ritornò uno zombi.

Mi disorientava, questa cosa di lui.  

La sera dopo cena, con Rita al telefono, le raccontai di quanto fosse strano. Non capivo se fosse solo il suo modo di spiegare le cose quando si sentiva bene, o se ci fosse dell’altro. 

“Secondo me è solo perché è un adulto!” rispose lei con leggerezza.

“Allora non voglio mai diventare un adulto!” Le dissi.

Rise.

Rimanemmo al telefono e le raccontai delle persone che avevo conosciuto, ma non me la sentii di parlarle dei ragazzi che ci stavano prendendo in giro. Lei non avrebbe capito: era una ragazza normalissima e nessuno l’aveva mai presa di mira. Nemmeno a Beth.

Quando chiusi la chiamata mi guardi i capelli. Solo per una tinta, ne stavo veramente passando tante. Evitai di guardare il mio corpo, vestito solo della camicia bianca di secchione.

Mi gettai sul divano e afferrai il telecomando dello stereo e feci partire la compilation di EL. Anche lui ne aveva passate tante. Lo diceva nelle sue canzoni. Tutti i critici dicevano che era un nostalgico del Glam Rock degli anni settanta.

Io non sapevo nemmeno cosa fosse il Glam Rock, ma le parole, quelle! La prima canzone che avevo ascoltato era stata semplice ma per molte altre avevo avuto bisogno di un dizionario per capirle. Man mano che trovavo i significati di quello che diceva e li mettevo insieme, sentivo che quella persona aveva passato qualcosa di terribile e mi domandavo cosa potesse essere.

Il giorno dopo, grazie alla spiegazione del secchione, ero convinta di fare un test eccezionale. Mentre camminavo verso la fermata, già lo immaginavo domandarmi scusa in ginocchio e adorare EL come facevo io.

Mi sedetti al solito posto e alla terza fermata Codie salì ignorandomi.

Scesi serena e anche un po’ felice dall’autobus, e mi avviai verso scuola mentre  il biondo mi superava di fretta. 

Pochi minuti prima di raggiungere la scuola poi, vidi Codie e gli altri due sbarrarmi la strada. Li ignorai ma loro non lo fecero. Si mossero tutti e tre davanti a me, impedendomi di proseguire. Feci qualche passo indietro per rimanere distante da qualsiasi contatto, anche solo di braccia.

Raddirzzai la schiena e mi misi un po’ in punta di piedi, con la testa dritta.

“Scusate, ho una verifica. Alla prima ora.” Spiegai mantenendo un tono alto e che non sembrasse intimorito.

Quello con i capelli castani, più basso del  quarterback, O’Leary, mi rivolse la parola.

“Ti lasceremo andare tra mezz’ora.”

Mi spostai di lato per evitarli mentre gli rispondevo.

“Non se ne parla nemmeno. Io devo fare quella verifica!”

Secchione doveva guardare il concerto, nulla al mondo me lo avrebbe impedito!

Il quarterback, più veloce di me, si fece avanti e mi prese su di peso mettendomi sulla sua spalla.

“Vediamo se riesci a passare questo.” 

Provai a strillare, ma la posizione in cui mi aveva presa su mi schiacciava la pancia e i polmoni, per cui mi uscì una specie di strillo al quale risero tutti e tre.

“Brad, non la maltrattare troppo che esce troppa ciccia!” disse il biondo.

Ero a testa in giù e uno dei due mi teneva per le braccia mentre Bradley mi teneva ben salda con le mani che mi stringevano il sedere.

“Non mi toccare! Mettimi giù!” scalciai con le gambe sul petto di Ross, mentre capivo che mi stavano portando da qualche parte.

“Ehi Seb! Questa cicciona pesa più di te! Potremmo usarla come sacco da allenamento!” disse lui.

Codie mi tirò per i capelli fino a sollevarmi la testa.

“Smettila di strillare come un suino se non vuoi che ti strappo i capelli uno per uno!” Mi mandò un sorriso stupido e compiaciuto.

“Suino ci sarai tu! Lasciatemi!” gli ordinai, tentando di mantenere il controllo e fingendo di non stare per piangere.

Sentivo il cuore che avrebbe voluto battere più forte, ma la posizione mi faceva mancare il respiro.

“Certo che ti lasciamo!” disse Brad.

Mi sbalzò lanciandomi per terra e caddi di faccia battendo il braccio sul cemento. Feci appena in tempo a proteggermi la testa con la mano, schiacciandola con la fronte.

Mi guardai attorno: non distinguevo molto a causa della botta, ma l’aria era piena di odore di benzina. Il mio cuore, finalmente, prese a battere forte.

Mio dio! Non mi vorranno mica dare fuoco!

Mi spinsi su con le braccia per girarmi, ma un getto d’acqua mi fece di nuovo cadere su un fianco.

L’odore di marcio mi riempì il naso fino in gola. La mia maglia chiara mi si era appiccicata, viscida, alla pelle, ed era diventata a chiazze grigie. L’odore di benzina si confuse con quello di detergente e fango.

Tentai di asciugarmi la faccia e spostai i capelli appiccicati agli occhi per guardarli: avevano in mano il secchio con cui alla stazione lavavano i vetri. 

Mentre mi osservavano ridendo, da dietro arrivò il grido di un uomo. Bradley tentò di gettarmi il secchio addosso ma dalla fretta, fortunatamente per me, sbagliò la mira.

Corsero via tutti e tre ridendo soddisfatti.

Ero a terra, gocciolante, avevo freddo e soprattutto, per la prima volta nella mia vita, la testa mi pulsava e mi sentivo così arrabbiata, umiliata e impotente da voler solo piangere.

Il benzinaio si avvicinò piano e mi diede una mano per tirarmi su. Stava per pormi uno straccio per asciugarmi, quando si accorse che non era molto più pulito di me e mi domandò scusa se non poteva fare altro. Era lui che aveva disperso i tre.

Disse che non era la prima volta che quei ragazzi portavano qualcuno lì, ma che ero per mia grandissima sfortuna, la prima ragazza che vedeva.

Lo ringraziai della cortesia e mi incamminai trascinando i piedi verso la scuola, in ritardo per il test.

Il professore mi fece entrare e mi guardò a lungo, ma non chiese spiegazioni. Domandai se potessi comunque provare a fare il test. Acconsentì,  ma non mi diede abbastanza tempo e non feci in tempo a completarlo.

Janine a pranzo, vedendomi in quelle condizioni e giù di morale mi domandò dei vestiti. Le raccontai quello che era successo.

“Quelli fanno quello che vogliono, se prendono di mira qualcuno. Non so perché ce l’abbiano con te, ma stai attenta.”

“Mi chiedo perché non vengano puniti.” Mormorai guardandomi le macchie grigie sul maglione.
“Perché erano dieci anni che la squadra di rugby non collezionava così tante vincite. C’è una buona probabilità che grazie a Brad e Cody andremo alle nazionali.” Spiegò Juliet.

“E questo vuol dire un sacco di soldi per la scuola.” Concluse Janine.

Passò qualche minuto di silenzio poi Juliet sbatté le mani sul tavolo decisa.

“Sai cosa ti dico? Alla faccia di quegli stronzi, questo week-end ci facciamo un pigiama party. Obbligo di venire!” Mi puntò il dito contro, e guardò anche Sean.

Mi venne un sorriso spontaneo.

Stare con loro mi dava coraggio. Anche se quei tre del rugby mi davano addosso, non era come a casa dove i problemi erano solo miei e non potevo avere nessuno con cui parlarne. Io, Janine e Sean eravamo tre persone diverse, quattro se si contava anche Juliet, che magari non era del club ma si sentiva comunque responsabile per noi, e stavamo tutti affrontando qualcosa che conoscevamo.

Quel pomeriggio tornai a casa tentando di non farmi vedere, ma secchione non si fece i fatti suoi come al solito. volle trattenermi per un braccio, e quando capii che  stava intuendo qualcosa, tentai in tutte le maniere di sfuggirgli. Mi voleva fare il terzo grado. Mi disse che mi aveva anche preparato la merenda. Incomprensibile: prima mi diceva che mangiavo troppo e poi mi preparava la merenda. 

Il cuore mi partì in petto, la faccia prima mi divenne calda e poi in fretta fredda,  mentre la mia testa pensò per un attimo che forse l’aveva fatto per farmi sentire a mio agio. Magari ci teneva a me e…

Ma no, non poteva essere così.

Forse lo ha fatto per continuare a prendermi in giro.’ Rimasi infastidita da quella gentilezza inaspettata e finta e lo rifiutai del tutto, scappando in camera con le lacrime agli occhi.

Gettai a terra i vestiti e mi feci la doccia, togliendomi quell’odore di fango secco che ancora era attaccato ai miei capelli.

Rimasi chiusa in camera, in attesa che Rita fosse tornata a casa e la chiamai. Le raccontai del pigiama party, ma non di quello che mi stava succedendo con Brad e gli altri. 

A cena parlai alla mamma dell’invito di Janine.

Oltre a secchione che si accendeva e spegneva come una lampadina con i suoi strani sbalzi d’umore, ormai avevo capito che dovevo affrontare anche la mamma, che in qualche terrificante modo si stava trasformando nella nonna.

“Dormi fuori di casa!” Mi lanciò un’occhiata a occhi sbarrati non appena detta la novità. Strinse il bordo del tavolo fino a far diventare le unghie bianche.

“Mamma, sono le mie compagne, le hai viste anche tu! Quelle che sono venute la settimana scorsa su in camera!”

Passai tutta la cena a convincere mia madre che andava tutto bene e si poteva fidare. In quel modo ebbi la scusa di lasciare la maggior parte del cibo nel piatto. Non mi costò molto, già ero abituata a saltare pasti quando facevo lo sciopero della fame.

Ma secchione voleva fare l’invadente e mi domandò come fosse andato il test.

In quell’attimo in cui mi guardò interessato, scoprii di avere una coscienza anche io.

Ci aveva messo ore, e tempo. Più di una volta lo avevo visto spazientito. Quando gli altri adulti perdevano la pazienza con me mi sgridavano, mi punivano. Io a quel punto mi ribellavo. Lui, fino a quel momento non mi aveva punito, era rimasto a farmi lezione con pazienza, in alcuni momenti coinvolgendomi e facendomi battere il cuore al punto di farmi domandare se fosse la stessa persona.

Non si meritava una menzogna.

Nello stesso tempo però, non volevo raccontare dei problemi che quei tre tizi mi stavano dando perché ero fan di EL o perché, come dicevano, ero grassa. Mi aspettavo che lui mi dicesse che me lo meritavo, da sciocca fangirl che mangiava schifezze.

Quindi gli dissi di sì, che era andato tutto bene e che lui avrebbe dovuto guardarsi EL.

Sulle prime quasi me ne pentii, ma quando mi disse che aveva notato che non avevo mangiato quasi niente, e di nuovo mi prese in giro per i miei spuntini notturni, cambiai idea.

Se la meritava, la sua bugia.

Quella notte però dormii male: l’odore del fango e della benzina era rimasto nel mio naso e nella mia testa e mi dava un disagio che non avevo mai conosciuto.

Solo il giorno dopo, davanti alla fermata dell’autobus capii cos’era.

Il cuore mi batteva così forte che anche senza correre avevo già il fiatone, e mi guardavo intorno  come se Codie avesse dovuto apparire all’improvviso persino da dietro il palo della mia fermata. Le gambe mi tremavano.

Avevo paura di incontrare di nuovo quei tre.

Quando l’autobus arrivò, l’autista aprì le porte e mi guardò. Lo fissai di rimando, ma i piedi non si muovevano. Mi fece cenno. Il pensiero che alla terza fermata avrei rivisto Codie, che magari aveva già avvertito i suoi amici, mi teneva i piedi incollati al marciapiede. L’autista sbuffò e richiuse la portiera. L’autobus passò davanti ai miei occhi, lasciando una striscia di odore di gas, come quello del distributore. Presi quello successivo: sicura che in quel modo non avrei rivisto nessuno dei tre.

Arrivai a scuola tardi, per la terza ora, abbastanza tranquilla finché quando uno dei tre mi vide in mezzo al corridoio da sola. Si fermò un po’ stupito, per poi arrivarmi addosso con un sorriso maligno e spintonarmi addosso agli armadietti.

“Cosa ci fai ancora qui?” domandò minaccioso.

Mi schiacciai ancora di più addosso all’armadietto, ma tentai di alzarmi per non mostrare paura.

“Ci studio.” Risposi con sicurezza.

“Non per molto ancora!” Mi spinse di nuovo per la spalla e se ne andò.

Al pomeriggio, con grande sollievo, non li vidi e ritornai a casa, per sorbirmi un’ennesima lezione. Di grammatica.

Non capivo: io sapevo parlare, qual’era il problema di secchione?

Il venerdì la mia strategia di prendere l’autobus in ritardo non funzionò già più: i tre erano davanti alla stazione che mi aspettavano. Mi presero e mi portarono di nuovo a fare il ‘bagno’ alla stazione di benzina.

Arrivai a scuola per l’ora di ginnastica: Janine mi prestò uno dei suoi maglioni dicendo che dovevo chiedere aiuto a un adulto.

“EL non ha mai chiesto aiuto a nessuno.” Risposi.

“Ma tu non sei EL! - mi sgridò Juliet - tu non hai una cavolo di maschera, e nemmeno vivi nell’anonimato! Chi ti dice che EL non abbia schiere di persone, magari servitori che lo aiutano tutti i giorni?” Sventolò le mani davanti al mio viso.

“So che EL fa tutto da solo. Lo dice nelle sue canzoni!” Insistetti guardandomi allo specchio.

Andai a casa con quella convinzione, ma dovetti aspettare, perché Codie mi impedì di entrare nell’autobus, spingendomi fuori quando ero già sul gradino. Atterrai sbattendo il sedere e le mani, graffiandomi i palmi. rimasi sul marciapiede un po’, mantre alcune persone si fermarono per chiedermi se stessi bene. Feci di sì con la testa. Non era il problema di stare bene, era come se il mio cuore fosse incollato a terra e non volesse più rialzarsi.

Arrivai a casa quasi quaranta minuti più tardi e secchione mi trattenne facendomi il terzo grado sul maglione e senza dubbio notò le mie ferite.

Ma in camera, trovai una scatola che arrivava da Seattle.

Pensai subito a papà. Il mio papà mi aveva mandato qualcosa e voleva far pace con me e la mamma!

Ogni pensiero triste si cancellò. Un regalo. Per fare pace. Sarei ritornata là. Niente più Brad, o bagni al distributore.

La aprii con il cuore in gola e una risata che stava per scoppiare, ma come vidi il contenuto, tutto tornò indietro.

Lì dentro c’erano le mie riviste, quelle che avevo tenute nascoste a casa di Beth e che ero riuscita a portare a casa dopo la morte della nonna, i poster che piano piano avevo appeso in camera e il cuscino che mi avevano regalato Beth e Rita per il mio quattordicesimo compleanno.

Schiacciati. Rovinati. Stropicciati.

Erano stati strappati dalle pareti, si vedeva. Piegati senza cura e infilati dentro quel contenitore che sembrava dover scoppiare da un momento all’altro.

Lì c’era la mia vita. E mio padre me l’aveva spedita senza dirmi niente. Il mio papà non mi voleva più.

Non riuscivo a respirare. Le mie mani si muovevano piano tra il mucchio di roba per cercare di salvare il salvabile. Provai a stirare qualche foto di EL, ma le lacrime mi impedivano di vedere bene.

Secchione era lì, mi mise una mano sulla spalla. Mi spostai: non volevo essere toccata. Volevo rimanere da sola. Dopo quei tre e quello che mi avevano fatto, quella era veramente la fine di una settimana orrenda. Da dimenticare.

Lo respinsi, mentre i singhiozzi e il male che sentivo al petto si facevano sempre più forti. Non riuscivo a respirare.

Un attimo dopo, le sue mani afferrarono la scatola e prima che me ne rendessi conto, rovesciò tutto il contenuto per terra.

Gridai, ma sembrava non mi sentisse.

Afferrò quattro o cinque poster e si alzò da terra.

“Fermati!” Lo pregai cercando di afferrarlo per i pantaloni della tuta, ma mi sfuggì di mano e io finii lunga distesa sul pavimento.

Andò verso la scrivania. Non parlava, non mi guardava nemmeno. Non mi sentiva, mentre continuavo a domandargli cosa volesse fare.

Con movimenti veloci afferrava tutti gli oggetti da terra e li metteva ordinati là sopra.

Mi asciugai le lacrime, sconcertata da quel comportamento. Sembrava un’ombra e in pochi minuti aveva rimesso a posto tutto, a testa bassa e mormorando qualcosa, forse una canzone. Infine afferrò i vestiti e ancora senza guardarmi uscì di camera chiudendo la porta.

Non mi parlò più. Anzi, non lo vidi più, nemmeno il sabato pomeriggio prima di andare da Janine e Juliet.

Invece la mamma mi fece un sacco di raccomandazioni. Si raccomandò anche con la mamma e il papà di Janine e Juliet.

Andai da loro con la convinzione di dovermi divertire, di lasciare alle spalle mio padre, Brad, Codie e Seb. Sperando di vivere, almeno per una sera, una vita normale.

  
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