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Autore: Sarael    20/06/2022    0 recensioni
Alla Foresta non importa e non è mai importato ciò che sta fuori, se ciò che sta fuori non è di suo interesse. A questa piacciono le storie, piace il coraggio, piace il cambiamento, piace mangiare… Non ha preferenze su cosa mangerà, dove si trovi, se sia lontano o vicino. La Foresta, in realtà, non è che voglia mangiare, lei *deve* mangiare, *deve* appropriarsi di una parte della storia, anche se piccola e impercettibile. “Qualcuno l’ha mai fermata?” Chiedono in molti; be’, la domanda giusta da fare sarebbe: “Si può fermare?”. Perché la Foresta non ha mai smesso e non smetterà mai di prendere ciò che vuole.
Queste pagine contengono l’insieme dei racconti di cui essa ha divorato un pezzo.
Genere: Avventura, Fantasy, Mistero | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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«Peter! PETER!» urlò la signora Maia: il viso le si era coperto di lacrime di disperazione.
Si scagliò nella casa del ragazzo quasi distruggendo la porta, ma non le importava…
«a-AIUTO!!!» Andò in iper-ventilazione, faceva dei lunghi respiri misti a panico, come se stesse per soffocare e dovesse buttare fuori un grosso pezzo di pane che aveva ingoiato male.
Si chinò sulle ginocchia e mise una mano sul petto per controllare che il cuore le battesse ancora.
Tra un lungo e soffocante ansito e l’altro sentì i piedi del ragazzo che si fiondavano giù per le scale con pochi e pesanti passi, poiché balzava superando tre gradini alla volta.
Il giovane le si parò davanti.
«Maia!» la chiamò lui e si chinò per aiutarla.
«PETER!!!» urlò ancora lei. Aveva preso il legno del tavolo e si era messa a graffiarlo furiosamente.
«Si calmi! Si. Calmi!».
La donna attaccò il suo sguardo a lui, come se, in una situazione di vita o di morte, gli stesse chiedendo di non abbandonarla.
Peter la alzò e le fece appoggiare la mano sul tavolo, ma lei gli si aggrappò ai pantaloni.
«… aiuto… AIUTO!» non si stava per nulla calmando.
«Che è successo!? Prima si tranquillizzi!» insistette Peter mentre tentava di staccarla dalle sue braghe.
«E’ successo, è-».
Si fermò.
Si fermò, come se volesse ripensare a ciò che era accaduto. 
Poi pianse.
Pianse grosse e dense lacrime, dense di pena, dense di colpa.
«… aiuto… oddio… gli ho fatto male… dobbiamo andare a casa mia».
La signora aveva parzialmente ripreso la ragione, ma afferrò comunque la mano a Peter e provò a trascinarlo fuori.
«Cosa è successo?» insistete lui, con un espressione sul culmine della preoccupazione.
Lei tremò nel respirare: «Il gufo…».

Trentadue giorni prima…

Non si ricordava bene quando fosse svenuto, né da dove fosse scivolato per arrivare lì, ma le immagini di quei grossi cani che sbavavano erano ancora chiare e vivide nella sua testa: gli avevano fatto male.
Si continuava a dire che avrebbe preferito morire sul colpo; certo, era sempre stato un po’ melodrammatico, ma era da tutta la vita che veniva inseguito, e ciò l’aveva ormai logorato. Era stanco, era annoiato, e la sua esistenza stava diventando mano a mano meno carica di senso (non che il senso ce l’avesse mai avuto).
Comunque lì di lupi non ce n’erano, e la speranza di vedere la luce del paradiso - tutto questo dramma lo stava facendo diventare poetico - era ormai lontana, anche se una luce, in effetti, l’aveva vista: i primi ricordi del posto in cui si trovava partivano infatti da un bagliore proveniente da dietro le fessure di una tavola di legno. Quella si spostò con uno stridente creeeak, e quel bagliore si avvicinò. Con la luce entrarono anche gli inconfondibili passi pesanti e sicuri di una creatura che dormiva di notte.
Era entrato in qualche tana? Come gli avevano insegnato tante volte, in una situazione del genere avrebbe dovuto scusarsi e andarsene, ma non sentiva nel suo corpo le forze per farlo.
La bestia che era appena entrata, camminando, si fermò proprio sopra di lui. Era sdraiato a terra di lato, con il petto che si ingrandiva quando prendeva aria e si rimpiccioliva quando la buttava fuori. Sul corpo gli piovevano le gocce di un temporale che stava giungendo al termine, ma ai suoi lati non ne vedeva: era forse che la tana dell’animale aveva una grossa cavità che si era proprio ritrovato sopra la testa?
Sentì la creatura inspirare ed espirare aria pesantemente.
«Porca di quella…» la luce si alzò in alto verso il foro che guardava il cielo «E il tetto ora è rotto, bene! E come si ripara adesso?».
La bestia aveva parlato: il suo verso era profondo come quello di un orso, ma sicuro come quello di un leone.
La fonte del bagliore si alzò ancora un po’, restò lì per qualche secondo e poi si abbassò verso il gufo; due occhi che riflettevano la luce la seguirono rivolgendosi verso di lui.
«Una pigna?» disse la creatura.
Allungò una lunga zampa verso “la pigna”, ma dopo pochi secondi si ritirò di scatto ululando: 
«AAAAAAH!».
La luce cadde e si spense dissolvendosi nella una pozza d’acqua creatasi dalla pioggia che continuava ad entrare.
Passò qualche secondo di totale silenzio.
«Oddio…» fece verso la creatura «…sei un uccello!».
La bestia si accovacciò: col suo passaggio spostò una mole d’aria e potè sentire la sua imponenza anche se non riusciva a vederne bene la figura.
Allungò i lunghi arti anteriori, protendendoli verso l’esile corpicino del volatile.
Il gufo era troppo esausto e malconcio per capire se l’animale avesse buone o cattive intenzioni e si lasciò avvolgere dalle sue grandi zampe: una gli prese la testa e l’altra la parte inferiore del corpo.
Sentì l’implacabile di voler armeno esaminare l’essere che l’avrebbe probabilmente condotto alla morte e con forza aprì gli occhi del tutto.
Passò qualche lungo secondo, ma alla fine riuscì a mettere meglio a fuoco la figura della bestia: il viso aveva occhi grandi e neri come l’ombra della notte, non aveva muso o becco e la sua pelle bianca-marrone era rugosa come una corteccia.
Poiché era riuscito a stimolare le pupille, piano piano anche il suo corpo ricominciò a riacquistare sensibilità e il gufo riuscì a capire nel pieno la sua situazione: aveva freddo, era bagnato ed era ferito. Forse avrebbe fatto meglio a tenersi la sua curiosità per sé e far ancora finto di essere morto.
Quando iniziò istintivamente a tremare anche la bestia sembrò allarmarsi.
«Ah… io non ho una pezza qui…» mugugnò spostando tutto il corpo del gufo sulla sua sola zampa destra.
Vide la creatura trafficare con la sinistra e pochi secondi dopo sentì qualcosa avvolgerlo. All’inizio si spaventò temendo che quelle fossero le mandibole dell’essere, ma la sua ansia andò calmandosi quando si ricordò che la bocca degli animali non era né così morbida né così piacevolmente calda…
Appena finito di rimboccarlo per bene la bestia iniziò a camminare verso il posto da cui era entrata: quell’ondulante andare su e giù fece rilassare il gufo, come se fosse ancora nel nido con la sua mamma.
Si rannicchiò come una palla, mise la testa tra le piume e chiuse gli occhi. Il freddo se ne era andato d’un tratto, e il dolore anche: sentiva il rumore della pioggia, l’aria muovergli le piume, ma lui era al caldo e al sicuro.
Non era mai stato così bene e quella fu una delle più dolci dormite della sua vita.
Fino a che non si svegliò…
Si dice che quando si dorme male, la mattina ci si alzi fresco come una rosa, invece, quando si dorme bene, fuori dal nido sembra come se qualcuno ti stesse buttando da un burrone.
Si destò con tutta la calma del mondo, come se avesse ancora qualche speranza di addormentarsi, ma si stava illudendo: il baccano attorno a lui continuava a dargli schiaffi come un gallo che cantava l’inizio del mattino con il becco dentro le orecchie del padrone! Aveva sperato ancora un po’, ma i rumori che l’avevano fatto cadere dal suo harem non avevano proprio voglia di cessare e dovette convincersi.
Iniziò a mettere in moto un po’ tutto: il cuore riprese a battere più velocemente, le piume a fremere, le zampe a sgranchirsi ma, quando aprì gli occhi e vide la luce del giorno, volle tornare subito a dormire e smise di muoversi.
I minuti seguenti furono un continuo di “non voglio” e di “ora forse mi alzo” e solo alla fine riuscì a trovare un compromesso: si sarebbe svegliato ma sarebbe stato lì immobile (cosa che faceva, più o meno tutte le mattine in cui non voleva alzarsi)
Con il tempo il circolare veloce del sangue raggiunse tutto il suo corpo e, inconsciamente, anche le orecchie, che iniziarono ad ascoltare in modo più chiaro il baccano che l’aveva svegliato.
«…e se venisse da dentro il bosco fitto?» qualcosa parlò.
Cos’era? Sentiva i versi di un animale, ma non sembrava un altro gufo o un lupo (che erano le uniche due specie che aveva incontrato nella sua vita).
«Ma dannazione Peter! E’ da vent’anni che vivo qui e il bosco non ha mai ingoiato nessuno!» quello, invece, era il verso della bestia di prima. Forse l’altro essere era della stessa razza della creatura…
Non sapeva perché, sarà stata la sua immensa pigrizia o il fatto di non volersi muovere, ma sentire quei due animali discutere - avrebbero pure potuto litigare su quale parte del gufo mangiare per prima - non lo metteva affatto a disagio, anzi, si sentiva piuttosto tranquillo.
«Allora perché se ne parla?» era di nuovo il qualcosa.
«Tu credi a tutto quello che dicono quelli di giù, quindi?» grugnì la bestia.
«Non ho detto-».
«E quindi tu credi anche che ci siano le fenici nel bosco?».
Sentì il qualcosa fare un profondo respiro, come se stesse per parlare ancora, ma si bloccò poco dopo.
Ci fu un momento di silenzio.
«…e i gufi mordono!».
«Certo! Proprio…» sentì la bestia.
Erano proprio in vena di un’accesa discussione: non pensava che fosse così difficile accordarsi su come mangiare un gufo… Peccato che non capiva i loro versi: avrebbe dato degli ottimi suggerimenti! Finito di considerare ciò, si rese conto che stava davvero perdendo tempo a stare fermo.
Girò il cranio: oramai sarebbe stato impossibile anche solo pretendere di dormire. Con questo triste pensiero in testa, il continuo farfugliare di spezie e condimenti, e, quindi, una pancia vuota, decise di capire dove si trovava.
«Continuiamo a risparmiare soldi per la spedizione per nave…» era il qualcosa.
«Non ho tempo!» sbottò la bestia.
Ci mise un po’ a mettere a fuoco, era tutto molto inusuale: intorno a lui non vedeva il verde degli alberi e il celeste dell’acqua, ma marrone, molte tonalità di marrone. Anche il posto sopra cui era sdraiato lo era, cosa normale - si era detto all’inizio - dormiva sempre sul terreno, e da quanto ne sapeva era sempre stato di quel colore. Continuò a pensare così fino a che non notò che la superficie dove era sdraiato non era granulosa come la terra normale, bensì liscia, come il tronco di un albero tagliato.
La cosa gli mise una certa ansia, iniziò a respirare più velocemente e a girarsi attorno per capire dove caspita fosse finito. Era già di suo leggermente spaesato: non comprendeva molto di quello che stesse succedendo, dove si trovasse o chi fossero quelle due creature…
…E, giratosi per controllare ciò, capì che avrebbe preferito non farlo.
Spalancò le ali, anche se ancora intorpidito dal sonno, e, agitandole di qua e di la in modo disordinato e confuso (del tutto non elegante), volò più in alto che poteva. Continuò a salire senza badare a ciò che stava accadendo attorno a lui, e finì con lo sbattere la testa. Cadde da dove era venuto, ma si librò di nuovo in aria: si era reso conto solo in quel momento che sopra di lui non c’era il cielo.
Era svolazzato il più lontano possibile dalla superficie troppo liscia per essere terra. Si ritrovò in un angolo, quando si accorse di essere in trappola.
«ODDIO!» urlò il qualcosa, anzi, come aveva potuto notare, l’umano sotto di lui.
Sì, le bestie erano umani, e non umani qualsiasi, umani divoratori di uccelli! La differenza tra quegli esseri e i lupi era molto conosciuta soprattutto tra i gufi: i lupi ti uccidevano, gli umani ti torturavano a sangue fino a che il tuo corpo era così a pezzi che neanche l’anima poteva godere di pace dopo la morte! 
Si guardò attorno e capì che c’era un unico modo per scappare (o, almeno, morire con dignità e con una dipartita possibilmente indolore) ed era combattere!
Non era mai stato uno molto agguerrito, tanto che non aveva mai provato soddisfazione per un successo o per una vittoria (e ciò lo rendeva ancora più insicuro), infatti non stava mai con gli altri gufi, che sembrano sicari nella notte, mentre lui un uccellino che per attaccare tentava di distendere gli artigli e fare paura. Era sempre stato l’esatto opposto di un gufo vero, ma doveva almeno provarci!
Esaminò la situazione con attenzione e riuscì a trovare una possibile via di fuga: da uno squarcio quadrato nel legno si poteva vedere filtrare la luce del sole. Il problema era che era sorvegliato dagli umani: avrebbe dovuto per forza affrontarli.
Tentò di comporsi: raddrizzò la postura, coordinò il volo delle ali e serrò lo sguardo mentre tentava di rassicurarsi col pensiero che, per quanto terribili fossero gli umani non erano cani e che quindi una piccola speranza ce l’aveva!
Finalmente finì di raccogliere il suo coraggio e si decise.
Con un leggiadro e elegante movimento spalancò le ali si buttò in volo, aprì infine le zampe artigliate, pronto per lanciarsi all’attacco. Si sentiva fiero, bellissimo, potente: non era mai stato così in tutta la sua vita. Avrebbe finalmente dimostrato di non essere un inutile gufo codar…
«GIU’!».
Tutto il discorso che aveva fatto venne mandato all’aria da un solo singolo ordine…
Il suo coraggio venne a mancare e inciampando sulle sue stesse ali cadde di faccia e si ritrovò bloccato nel punto in cui si era svegliato, di nuovo. Reagì, anche se non comprendeva i versi, e non si mosse più.
Era paralizzato da testa a zampe, con lo sguardo immobile puntato sulla bestia: non avrebbe osato disubbidire.
Aveva ragione, l’umano avrebbe fatto sicuramente più male dei lupi.
L’essere si girò, sempre con uno sguardo assassino puntato sul gufo, e prese qualcosa che stava dietro di lui: erano dei grandi sassi marroni, perfetti per picchiare il volatile. Un attacco di nervosismo gli passò lungo tutta la schiena quando vide la bestia staccare un pezzo della pietra marrone con la sua sola mano destra, come fosse fatta di sabbia, e il panico lo pervase ancora di più quando, con la stessa, indicò il braccio sinistro.
«QUI!».
Anche lì il gufo capì all’istante e volò sull’arto dell’essere: così la bestia gli garantì il pezzo di roccia che aveva in mano. Era spaventato a morte, paralizzato e pronto ad avere uno spiacevole incidente sull’arto della bestia, ma non potè fare a meno di notare che quel frammento di pietra staccato dall’umano profumava moto.
Lo annusò meglio, lo prese per il becco, alzò la testa e fece ciò che di solito faceva quando trovava qualcosa a lui sconosciuto: lo ingurgitò.
«Come ha fatto!?» chiese l’altro essere umano avvicinandosi di più alla bestia e puntando due occhi da bambino stupito verso il gufo.
«Peter, vedi, non è che io faccia paura solo a te!».
«Vecchia, lei è una forza! L’ha addomesticato!».
Era molto buona quella roba, constatò il gufo. L’aveva assaporata, leccata, masticata e infine ingoiata. Certo era buona, ma era anche poca: si rivolse alla creatura spalancando occhi e bocca, ovviamente ne voleva altro!
Quella acconsentì, staccando con la sua immensa forza un altro pezzo dalla roccia.
«Si manda la lettera col gufo quindi, approvato?» chiese la bestia, mentre toccava con curiosità le penne dell’animale.
C’erano due motivi per cui voleva e doveva restare: il primo era il fatto che quell’essere faceva paura, il secondo che gli dava cibo.
«Approvato…».

   
 
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