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Autore: Sarael    20/06/2022    0 recensioni
Alla Foresta non importa e non è mai importato ciò che sta fuori, se ciò che sta fuori non è di suo interesse. A questa piacciono le storie, piace il coraggio, piace il cambiamento, piace mangiare… Non ha preferenze su cosa mangerà, dove si trovi, se sia lontano o vicino. La Foresta, in realtà, non è che voglia mangiare, lei *deve* mangiare, *deve* appropriarsi di una parte della storia, anche se piccola e impercettibile. “Qualcuno l’ha mai fermata?” Chiedono in molti; be’, la domanda giusta da fare sarebbe: “Si può fermare?”. Perché la Foresta non ha mai smesso e non smetterà mai di prendere ciò che vuole.
Queste pagine contengono l’insieme dei racconti di cui essa ha divorato un pezzo.
Genere: Avventura, Fantasy, Mistero | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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«Non torna?» chiese Maia.
«No…» rispose il giovane.
«Oh cielo…».
Peter si girò.
«Devi stare calma, guarda che torna!».
«No io… io non…» Maia girò la testa verso il mobile alla sua destra e prese i fogli disegnati con cui si era allenata con Fenice: bei ricordi ripercossero la sua testa «… Se fossi stata più calma e gli avessi spiegato tutto con pazienza non sarebbe partito così…» guardò sul muro il paio di mutande che aveva appeso in onore di Fenice e infine pose l’occhio sulla riserva di pane con cui l’aveva sfamato «…hai ragione, non serve a nulla…» e poi buttò i disegni a terra.
«Guarda che devi accontentarti di aver mandato la lettera, e vuoi pure il servizio veloce?».
«Già…» disse la vecchia, notando solo in quel momento che Peter stava tenendo quel suo tono secco e riservato da troppo tempo.
Il ragazzo si rigirò verso la finestra. Maia lo fissò: in effetti era dalla sera prima che teneva il broncio.
«Sei preoccupato anche tu?» chiese lei raggiungendolo con lo sguardo.
Ci fu qualche momento di silenzio, poi rispose: «Certo che sono preoccupato…».
Altro momento di silenzio: «C’è qualcosa che ti turba?».
«…».
«Allora?» insistette la vecchia.
Il ragazzo prese un bel respiro, come se dovesse sputare qualcosa che si teneva da tempo:
«Perché hai lasciato la tua famiglia?».
Maia sospirò, sapeva dove voleva arrivare a parare Peter e lei non voleva proprio entrare in argomento, ma ormai non poteva certo dire di no, e così rispose:
«C’era ancora mio marito quando ce ne siamo andati…» si avvicinò alla finestra anche lei «…Diciamo che ci sono stati dei problemi economici, non ti spiego nel dettaglio, ma i soldi mancavano e i campi erano pochi. Siamo partiti per trovare un’altra risorsa economica, ma mio marito si ammalò nel viaggio e morì solo qualche mese dopo la nostra dipartita…» la vecchia pulì la finestra come se non vedesse il gufo arrivare perché era troppo sporca «Non potevo avvisare della sua morte, mandare soldi né tornare indietro…».
Si voltò verso Peter: gli aveva spianato la strada e aveva campo pronto per fare quella fatidica domanda.
Il ragazzo stava per aprire bocca, ma lei lo interruppe prima.
«Vai a casa e infilati a letto che è tardi!».
«Sono le sei di pomeriggio…» tentò di ribattere il ragazzo.
«E io ti ho detto di infilarti a letto!».
Con la vecchia non si discuteva su certe questioni e Peter fece come gli venne detto: tolse lo sguardo dalla finestra, prese velocemente la sua roba e si incamminò verso l’uscita. 
Continuò a camminare spedito fino alla soglia e lì aggiunse:
«Quindi la tua famiglia è solo quella?».
Ecco di cosa non voleva parlare.
«Non entrare in discorso e vai a casa che è tardi».
«Rispondimi M-».
«Ti ho detto di andare a casa!» urlò Maia furiosa.
Il ragazzo guardò la vecchia e restarono entrambi in silenzio per qualche secondo.
«Non sei davvero mio figlio Peter, smettila di insistere…».
Peter lasciò la stanza e sbatté la porta con furia: non aveva mai cresciuto qualcuno così testardo.
Andata anche quella botta Maia si concesse finalmente un momento di relax: prese il suo quaderno degli schizzi e, abbandonandosi sul divano, si immerse a rimirare i suoi disegni più nostalgici.
I bei ricordi della sua vecchia casa la pervasero e sognò la sua vita passata con suo marito e i suoi figli, e pensò di ritornarci. Le grinfie del sonno la pervasero e si rese conto del tempo passato solo un ora dopo.
Fu un toc toc a svegliarla. 
Si alzò: gli occhi erano stanchi, e non ci vedeva bene, ma riuscì comunque a capire da dove venivano i rumori.
toc toc… proveniva dalla finestra. Un pensiero lampante le inondò la testa e si riprese di soprassalto dalla sonnolenza.
«Fenice?» si affrettò alla finestra «Fenice!».
Aprì in velocità e il gufo, pochi secondi dopo, le piombò tra le braccia. Stanco e provato dal viaggio iniziò a strusciarsi sul grembiule, sul vestito e sulla faccia della vecchia.
Anche lui sembrava molto felice.
«Bravo gufo! Bravo gufo!» esclamò con tono solenne Maia. Gli accarezzò la schiena e gli arruffò il manto: era sporco e bagnato, ma non le importava.
«Ce l’hai?» chiese la vecchia, che oltre alle coccole, voleva sapere della lettera.
Il gufo si alzò in aria e lasciò cadere un pezzo di carta diverso da quello che aveva inviato: era integro e ben preservato, neanche un minimo bagnato. Che bel lavoro che aveva fatto Fenice.
Fece un grosso respiro: assaporò la fatica, il tempo, il denaro e l’amore che le era costato quella lettera. Ce l’aveva fatta… Ce. L’aveva. FATTA!
Velocemente aprì la busta, assaporando l’odore della carta e preparandosi all’amore di cui sarebbe stata piena quella lettera pensando che quello stesso foglio di carta era stato toccato dai suoi figli solo qualche ora prima. Certo rimase stupita quando, diversamente da ciò che si aspettava, notò che la lettera era incredibilmente corta: una sola frase.
“Una frase carica di significato” pensò la vecchia speranzosa.
Maia spiegò bene la lettera, le mani erano tremanti, e la voce pure.
«Nonna…» iniziò lei «…non pensavamo ci fossi ancora, perché non abbiamo ricevuto i sold…».
Nella sala calò il un aria tombale.
Mille massi dal suono sordo erano appena caduti sopra la testa della donna. La metà gli avevano schiacciato l’anima e l’altra metà il cuore.
La vita le passò davanti dal primo giorno in cui aveva incontrato suo marito all’ultimo giorno in cui aveva visto i suoi figli ripetutamente, provocandole un malore ogni volta più lacerante.
Solo dopo qualche minuto Maia si riconnesse con la realtà, e la prima cosa che fece fu girarsi verso il gufo con uno sguardo di ghiaccio.
«Questa è la lettera sbagliata…» disse con tono semplice, calmo, secco ma tremante.
Il gufo sembrò non comprendere a pieno, allora lei lo urlò tuonando.
«Stupido gufo! Questa è la lettera sbagliata!» gli occhi erano rossi dal furore.
Fenice si allarmò: la vecchia aveva preso la lettera e si era messa a strapparla con vigore. Buttò poi i pezzi sul gufo e tuonò:
«Ti odio! Ti uccido! Vattene!».
Maia si alzò, e il gufo non fece neanche in tempo a spostarsi che la vecchia afferrò Fenice per le ali e lo sbatté fuori con furia e veemenza.
Dopo ciò cadde a terra.

Fenice si stese sul terreno e si concentrò solo sul suo respiro: la vecchia l’aveva sbattuto su una roccia e sentiva il sapore del sangue in bocca, in più anche la stanchezza per il viaggio giocava nell’insieme.
Maia aveva esagerato e stavolta si era arrabbiata seriamente, ma non ne capiva perché: aveva fatto esattamente quello che gli era stato richiesto di fare, la lettera era lì, le parole della sua famiglia erano lì (anche se non era riuscito a comprenderle)... Purtroppo il giovane quella volta non c’era, e non l’aveva protetto.
Aveva forse sbagliato persone? No, era sicuro che la famiglia fosse quella giusta. La lettera era scritta in un’altra lingua? Sarebbe stato strano. Era morto qualcuno ed era venuta a saperlo solo tramite lo scritto?
In quel momento, però, era meglio non pensare troppo, aveva la testa che gli faceva davvero male. Decise che per riprendersi un po’ avrebbe riposato solo per qualche minuto… solo per qualche minuto…
Il suo senso vigile lo svegliò. Li sentiva, anche se facevano silenzio, erano vicini e avevano notato la sua presenza indifesa.
Gli occhi si spalancarono, il sangue ricominciò a circolare velocemente e il cuore batteva robusto. Un solo e unico pensiero lo pervase in quel momento: doveva andarsene alla svelta. Tentò di volare, ma le ali gli facevano troppo male. Sbatteva e sbatteva, ma sentiva un forte limite lo obbligava a terra: il dolore. La vecchia, buttandolo fuori, aveva tirato troppo le ali, e si erano danneggiate.
Tentava e tentava con il pensiero della vita oramai radicato nel piccolo cervello. Voleva stare male per qualche secondo o preferiva morire?
Sentiva sguardi pesare sopra di lui, sguardi pericolosi.
Si voltò.
Codardi, stavano in silenzio per non farsi sentire da Maia, avevano paura di quella grossa ascia, eh?
Ebbene lui non aveva paura, se doveva farlo avrebbe combattuto.

Fenice non era ancora ritornato, che succedeva?
Maia si alzò da terra, era lì da ormai qualche ora e aveva avuto il tempo di pensare a molte cose.
«Fenice? Fenice?» gridò lei.
Guardò nelle altre stanze e lo chiamò di nuovo. Dov’era finito?
Si ricordò solo poco dopo che l’aveva buttato fuori: corse verso la porta della cucina e uscì, preoccupata che non stesse bene, ma anche lì davanti non c’era nessuno.
Era scappato? No, Fenice non sarebbe mai scappato. Si era fatto male? Gli aveva fatto tanto male?
Si guardò attorno e, non vedendo il gufo, si decise a girare la casa: stava davvero iniziando a preoccuparsi…
Guardò in giardino, ispezionando tutte le sedie che aveva messo per allenarsi con lui e anche il primo tronco d’albero su cui l’aveva fatto salire. Poi andò sul retro della casa, dove l’aveva trovato e cercò di vedere se si era nascosto da qualche parte, ma non era neanche lì. Si allontanò dalla casa e iniziò a ispezionare il bosco.
Iniziò dal suo nido (che il gufo aveva trovato durante un allenamento), ma lì non era, proseguì al limitare della macchia boscosa, neanche lì c’era. Se fosse andato al villaggio Peter l’avrebbe già avvisata.
Le rimaneva da cercare nel posto più improbabile di tutti: il gufo lo temeva, non sarebbe mai andato lì, ma non restava alcun altro luogo da esplorare.
Si diresse verso il limite del bosco fitto: pure lei anche se non credeva in alcun dio o in nessuna strana leggenda non era incline a passeggiare troppo vicina. Purtroppo era lì dove vendevano le case più economiche.
«Fenice! Fen-».
Si bloccò: perché più si avvicinava più si sentiva un odore così anomalo? Odore di una battaglia appena finita misto a muschio di sequoia. Una strana sensazione si destò in lei, e l’unico pensiero che ebbe fu quello di correre.
Purtroppo fu solo quando arrivò che capì che il danno era già stato fatto.
Si pietrificò. Una vista surreale la fece sbiancare.
«FENICE!».
Era ricoperto da un putridume rosso scuro, l’ala destra quasi completamente spennata, l’occhio sinistro coperto da piume e sangue e il corpo era legato ad un albero da delle liane.
Come si era fatto tanto male? Perché era lì? Come mai la foresta lo stava mangiando?! Non era vero! Non era reale!
Maia si paralizzò per qualche secondo ma poi corse ai piedi dell’albero e iniziò a strapparne le radici: non poteva pensare, doveva agire!
“Non credo in nessun Dio, non esiste alcun dio, il bosco non mangia le persone…” si ripeteva, come se le sue parole contassero qualcosa.
Continuava e continuava, ma più rami strappava più ne ricrescevano.
«Ora ti libero, tranquillo… Mi senti?».
Non capiva se Fenice stesse respirando o no.
Corse frenetica in casa e prese l’ascia, poi tornò e iniziò a dare violenti colpi all’albero che stava intrappolando il suo animale, ma lasciò cadere l’arma per terra notando che dopo dieci colpi la corteccia dell’albero non si era neanche scalfita.
Guardò il gufo: l’albero lo stava mano a mano assorbendo.
Le lacrime le sgorgarono sul volto: la prima volta. Fu la prima volta che si rese conto di quanti errori aveva commesso, e di quanto avessero danneggiato chi le voleva davvero bene.
Maia fece l’unica cosa che le venne in mente di fare e decise di chiamare una persona di cui si potesse fidare: un’altra persona con cui aveva sbagliato tutto.

Fenice sbatté debolmente gli occhi e il cielo cominciò a schiarirsi. Anche le orecchie si stapparono e iniziò a sentire.
«Prendi le asce!» un’eco lo raggiunse.
Sentì qualcosa dietro di lui tremare come se un oggetto potente la stesse colpendo.
Lì si rese conto di stare ancora respirando. Tentò quindi di muoversi.
Le zampe erano bloccate, l’ala sinistra anche e l’ala destra era ormai insensibile: era scassato e mezzo morto ma fiero di se stesso, gli aveva fatto male, uno dei lupi l’aveva pure accecato.
«Uno, due, tre!» un colpo «…Uno, due, tre!» un altro colpo.
Perché sentiva dei colpi? Perché era dentro un… albero?
Oh no… oh no! Non voleva! NON VOLEVA! 
Iniziò a divincolarsi, continuava a divincolarsi, doveva divincolarsi, ma più si divincolava più il suo corpo veniva trascinato via dalla realtà.
«Maia, è troppo tardi!».
“Vecchia?”
«Ti avevo chiesto di aiutarmi!».
«Maia, allontaniamoci…».
«NO! Fenice…» vide la vecchia inginocchiarsi davanti a lui e prendergli le ali per tirarlo «Non volevo farti male! Non volevo arrabbiarmi! Sei stato bravo! Ma adesso devi tornare!».
Maia piangeva.
Non voleva, ma era troppo tardi…
Fenice piangeva…
“Maia, grazie, grazie perché sono felice di piangere, perché non voglio morire perché apprezzo la vita, perché non voglio lasciarvi. Dal tuo dolore deduco che quella famiglia non ti meritava. Per favore, non coprirti gli occhi con la speranza di una vita tra persone che non ti vogliono bene. Ho capito, guardandovi, che con te ci sta una persona che, anche se non porta il tuo stesso sangue, è pronta a definirsi tuo figlio, aiutarti, sorreggerti. Anch’io voglio stare con te e Peter, ma credo che non ce la farò… Vi voglio bene e grazie per avermi fatto vivere…”

Queste erano le parole che il gufo avrebbe voluto dire, ma la Foresta non sa che esiste anche la parola bene, né sa che esiste la parola odio, o pietà, o cattiveria. In fondo lei è solo un essere insensibile: il fuoco non brucia le piante perché vuole, ma perché deve. Come si dice «No!» alla marea, smetterà di alzarsi o abbassarsi?

E così la Foresta prese il gufo.
   
 
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