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Autore: bimbarossa    21/06/2022    0 recensioni
Tutti noi siamo consapevoli che ci sono forze naturali attorno a noi a cui l'uomo non può resistere, che non può controllare. Fuoco, Terra, Aria e Acqua. Forze venerate in tutte le culture.
E se qualcuno un giorno, un dio o uno scienziato pazzo, avesse trovato un modo per dare un corpo a tali forze?
E se queste, ora che hanno una bocca per parlare, volessero essere aiutate e protette?
Genere: Avventura, Introspettivo, Mistero | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti
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"Ehi ehi, non si era parlato di pericolo di morte! Chi vuole uccidermi? Qui stiamo delirando!"
Quando nei film scopri che qualcuno vuole la tua pelle il protagonista di solito reagisce con stupore, con rabbia, con scetticismo, per poi trovare il coraggio di sfuggire al nemico e alla propria sorte. Nessuno parla mai di quella sgradevole sensazione di panico, con lo stomaco che ti fa una giravolta e poi sprofonda, e il pensiero della morte che ti paralizza, una morte per mano di un altro.
Maria si sentì fremere, tremare dentro, fino al midollo, immaginando che qualcuno, magari con un coltello in mano, la volesse squartare, mutilare, uccidere.
"Non mi dire che te la fai sotto!"
"Certo che me la faccio sotto! Mi stai dicendo che qualcuno mi sta inseguendo! Per farmi fuori!"
La rossa sorrise sorniona.
"Se per questo sei in buona compagnia. L'Essere Immondo il cui puzzo si sente da lontano vuole accoppare tutte noi. Si serve di un tirapiedi, un degenerato della sua risma che lo appoggia e porta avanti i suoi piani diabolici."
"Questo qualcuno, questo aiutante, non lo sottovalutare. E' lui la lunga mano che perpetra i suoi crimini, il braccio che compie i misfatti. E' lui che devi materialmente temere." L'Ustionata aveva un tono lugubre, freddo, che sapeva di vento d'inverno piuttosto che del calore dell'estate." Costui è un umano, qualcuno con la rabbia nel cuore e nelle vene, qualcuno che ci odia e che vuole vendicarsi. L'Essere Immondo, il nostro nemico, ha sfruttato la debolezza di questo umano per trarlo a se ed usarlo. Lo ha armato. E l'obiettivo sei tu."
"Io? Ma che dici? Io non ho fatto niente a nessuno!"
"Tu hai fatto qualcosa, qualcosa di rivoluzionario, di paradossale e contro ogni logica. Tu ci vedi. Tu interagisci con noi, io posso entrare nella tua testa, ci hai ritratte in tempi non sospetti, ci percepisci anche se non siamo di questo mondo. E questo ti rende molto pericolosa. Ti rende qualcuno da eliminare senza pietà.” La mora si lisciò piano i capelli, sembrava un lento golem.
“No. No. Mi avete sentito bene? Io non voglio morire! Non voglio!”
“Ma davvero! Mi pare che non più tardi di qualche ora fa non la pensassi allo stesso modo!”
Lacrime di rabbia solcavano le guance infuocate di Maria che vedeva rinfacciarsi senza tante remore quella verità incontrovertibile.
“Ok, magari volevo suicidarmi, ma non che qualcuno, qualcuno che nemmeno conosco, mi uccida. Non è mica la stessa cosa!”
Le tre la guardarono con pietosa costernazione.
“Bhe, se non vuoi morire allora dovrai ucciderlo. Non l'Essere Immondo, lui non può essere fatto fuori da mani mortali, ma il suo tirapiedi si. Ed è lui che dovrai accoppare!” La rossa era euforica, su di giri. Mimava gesti di pugnalate, strabuzzava gli occhi, andava su e giù per la stanza con sguardo spiritato.
“Ah si? E dove lo troverei questo malefico individuo? Dove si nasconde?”
Per tutta risposto la bionda si riscosse dal suo torpore, in un baleno, e con la voce più bella e più lucida che Maria avesse sentito, sussurrò:
“Brasile.”

 

Foresta Amazzonica, luogo imprecisato, Brasile

 
Blige Nabokov stava per morire.
Ogni fibra del suo essere era convinta di questa verità crudele come un'alba in pieno inverno.
Le ginocchia gli facevano male, ed il fianco pulsava come se al suo interno ci fosse un tamburo rituale.
Eppure si rifiutava di cedere.
Si rifiutava di soccombere in quell'inferno verde, dove gli alberi potevano trasformarsi in serpenti arboricoli e ogni spina era piena di veleno.
Nonostante questo scappava, Blige Nabokov, scappava a più non posso nella giungla di quel paese sconfinato che era il Brasile, scappava perché sapeva cosa c'era dietro di lui, e questo pensiero era più agghiacciante di qualsiasi cosa. Persino più della paura che il suo cuore non ce la facesse a reggere ancora a quel ritmo.

 

Riviera Adriatica, luogo imprecisato, Italia 23 settembre

 
Maria aprì un solo occhio, uno solo.
Quella mattina si sentiva in vena di economie, troppo stanca per qualsiasi movimento non necessario. E poi sapeva che non faceva nessunissima differenza.
Loro quattro erano sempre lì.
 
 

Rialzarsi fu veramente faticoso.
Era precipitato in un burrone e si era ammaccato tutto. Anzi, diciamo che era pesto. La cosa che lo inseguiva sembrava aver allentato la presa, ma Blige era certo che sarebbe tornata alla carica.
La foresta amazzonica si chiudeva su di lui, come la bocca di una pianta carnivora. Ogni centimetro guadagnato lo pagava a suon di graffi, escoriazioni e punture di animali che nemmeno voleva sapere quali fossero.
Inoltre il bubbone violaceo che aveva ridotto il suo dito ad una melanzana deforme pulsava ad ogni contatto, mentre i tremori della febbre avevano fatto delle sue gambe un ammasso di gelatina.
Quello che lo sosteneva era solo quella un grumo di rabbia, costernazione e paura della morte. E la voglia matta di rivedere Olga.
 
 

Maria si tirò su le coperte con uno sbuffo.
“Non puoi ignorarci!” la rossa aveva ai suoi piedi decine di bottigliette di acqua e anche adesso beveva come se avesse fatto una maratona nel deserto. Sudava copiosamente ed il top blu che le fasciava il petto era chiazzato in più punti.
“Siamo già stati gentili a lasciarti dormire, stanotte. Praticamente ti abbiamo vegliato come delle balie. E lasciatelo dire, russi! Ma proprio come un porco.”
Un cuscino scattò veloce come un proiettile addosso a quella che si faceva chiamare Acqua, anzi a quella che si definiva “l'Acqua se avesse avuto fattezze umane”.
“Taci!” gli occhi della ragazza mandavano bagliori, ”brutta stronza, io ho bisogno di dormire. Non sono un dio, un elemento, un demone o quello che ti pare...ma che sta facendo quella?”
L'Ustionata aveva un piattino davanti a se pieno di peperoncini piccanti. Ed erano le otto di mattina.
“Senti, adesso ti vesti e partiamo per il Brasile...”
“Oggi è il mio compleanno! Oggi è il mio compleanno!” la bionda svampita batteva le mani e saltava come una poppante di cinque anni.
Maria alzò gli occhi al cielo, completamente snervata.
“Non ho i soldi per andare in Brasile.” Sperava che l'argomento fosse chiuso ma la rossa smise di bere e aprì la mano da cui sbucarono fasci di euro arrotolati come piccoli cannocchiali.
“Dove...dove li hai presi?”
La Muta sorrise in modo sghembo e Maria capì all'istante che la risposta non le sarebbe piaciuta.
“Ho fatto una marchetta, no?”
 
 

 

Blige pensò che la risposta alle sue preghiera fosse davanti ai suoi occhi.
Una piccola chiesetta bianca con il tetto a punta di vago stile olandese si parò dinanzi a lui, adagiata in una piccola spianata come l'occhio di uragano in mezzo al caos più sfrenato.
“Ma cosa...?”
Una donna, una suora, spuntò dalla minuscola entrata e si volse verso l'uomo, spaventata e meravigliata insieme.
“Presto, mi faccia entrare. E poi sbarri la porta!”

 

Un altro giorno ancora. Solo un altro.
E' questo quello che chiede un moribondo, uno che si sente la morte sul collo, implacabile.
“Non ha un asse di legno?! Qualcosa che sprangare questa porta?”
Blige aveva usato tutte le panche di legno che aveva scovato nella piccola chiesetta in mezzo al verde, una piccola oasi insperata dove però aveva trovato solo tre suore dai lunghi abiti bianchi, che alla sua vista, così conciato, gonfio, appestato e pieno di lividi si erano abbracciate urlanti.
Blige, aspettò, aspettò, ed aspettò ancora. Ma chi lo inseguiva sembrava sparito.
Ore intere appostato ad un delle piccole finestrelle che davano sullo spiazzo antistante, pieno di polvere e attrezzi vecchi di anni.
Aspettò fino a quando le tre suorine decisero che lui non rappresentava più una minaccia, quanto piuttosto un pazzo fuori di senno sbucato da chissà dove.
Le sentiva confabulare, forse facevano piani per sottrargli il grande crocifisso di legno dorato che aveva brandito come unica arma improvvisata.
Non importava. Sentì Gesù conficcarsi tra le sue dita, mentre la sua corona di spine batteva contro il dito della mano che si era infettato, ustionandolo dal dolore.
Lentamente, anche questo cessò, o meglio cessò la sua percezione di esso. Aveva raggiunto un tale livello che la sua mente si rifiutava di percepirlo.
Dio, aiutami tu. Ti chiedo solo cinque minuti. Il tempo per respirare senza la paura e la sofferenza. Solo cinque minuti. Sii clemente!
E forse Dio fu davvero clemente, perché la nebbia lo inghiottì, gli alberi fuori, nella luce del tramonto, diventarono solo delle righe verticali nere inframmezzate da strisce arancioni, e un senso di torpore lo invase.
Solo cinque minuti per scivolare nei ricordi di due giorni prima.
 
Blige era arrivato a Foz de Iguaçù solo da un'ora e già aveva incontrato i primi problemi.
La sua guida non si era fatta vedere,e l'hotel che Olga gli aveva prenotato, invece che economico e poco dispendioso, si era rivelato di lusso e dotato di tutti i comfort.
Blige non sapeva come avrebbe fatto a pagarlo.
Sapeva che Olga non lo aveva fatto apposta, aveva semplicemente scelto un albergo dove lei sarebbe andata, abituata com'era a condurre una vita da abbiente esponente dell'aristocrazia di San Pietroburgo.
Suo padre era ricco sfondato, e non aveva mai digerito che lei invece si fosse sposata con uno come lui, povero in canna e dalle strane idee filosofico-religiose.
L'aveva bandita dalla famiglia. Niente più vacanze in Europa, niente più alberghi a cinque stelle, niente più limousine e “Si, signorina” “No, signorina” da parte di camerieri e maggiordomi.
Eppure le vecchie abitudini erano dure a morire.
Così Blige si era ritrovato in una camera che sembrava grande come la sua casa, alloggiato vicino ad una cantante lirica di cui si sentivano i gorgheggi che trapassavano la parete che li divideva.
Gorgheggi che si accordavano al rumore delle potenti cascate visibili dal suo terrazzo, un rombo che sembrava il soffio di Dio il giorno in cui aveva creato il mondo.
Era alla scrivania mentre le valigie erano ancora semiaperte e semisfatte, quando i gorgheggi all'improvviso si interruppero, ed uno strillo, unico, breve e senza eco mise fine all'aria che la cantante stava provando.
Blige alzò la testa dai suoi appunti, un senso di curiosità mista ad un lieve disappunto, poi lentamente si alzò e bussò al muro.
Va tutto bene?”lo disse in inglese, dato che la famosa cantante era americana, se ricordava bene.
Il silenzio rispose, questo si, che rimbombava nell'atmosfera di quella sera equatoriale, che si dilatava a lungo e con un'eco vagamente sinistra.
L'uomo si aspettava che qualcuno degli altri ospiti uscisse dalle proprie stanze, ma sembrava che al mondo fosse rimasto solo lui e quel silenzio pieno di supplica.
Così decise di fare l'uomo della situazione. Uscì dalla propria stanza con circospezione. Il corridoio era vuoto, in attesa.
Bussò più volte, l'ultima delle quali con più energia, tanto che la porta, non chiusa bene, si discostò creando uno spiraglio di luce.
Non sarei mai dovuto entrare.
La cantante d'opera era distesa sul letto, i capelli biondi che uscivano bagnati come vermicelli da un asciugamano, e l'accappatoio aperto sulla sua nudità. Tre uomini, completamente vestiti di nero, le stavano addosso.
Blige credeva che stessero per violentarla, ma quello che volevano farle era molto molto peggio.
Avevano tre coltellacci, e con un colpo secco le spaccarono la gola.
 

Blige Nabokov emise un gridolino nel sonno, tanto che le suore si guardarono preoccupate. Non sapevano che quello era solo un'eco dell'urlo di terrore che l'uomo aveva piantato in gola da due giorni.
 

Uno dei tre individui in nero fu lesto a piombare su di lui, sferrargli un cazzotto e tramortirlo. O meglio, lo tramortì solo parzialmente, perché una parte della sua lucidità si mantenne salda, permettendogli di sentire, di guardare, di odorare quello che successe dopo.
La cantante era riversa sul letto, una pozza di sangue ai suoi piedi che si allargava sempre più.
Gli ordini sono stati chiari. Solo che a Londra hanno sbagliato qualcosa. Ci hanno detto che il bersaglio si trovava negli Stati Uniti, invece abbiamo dovuto inseguirla fino a questo cesso di posto infestato da ogni tipo di animali.”
Quello sembrava il capo dei tre. Aveva la voce dura, tagliente e sicura. Una voce spietata come la lama che si stava inserendo dentro la gola della donna.
Dannazione! Mi dici come facciamo a staccare le corde vocali dal resto senza danneggiarle e senza fare questo casino schifoso?” sibilò un altro.
Glielo detto pure io, ai grandi capi in Europa. Avremmo potuto fotterci l'intera testa per ultimare il lavoro più tardi in santa pace, ma niente. Una sola cosa hanno personalmente richiesto. Che loro e la puttana che si portano dietro la trovino intera. O quasi.” Sghignazzò feroce. “Quindi il corpo non deve sparire.”
E di quello? Che ce ne facciamo?” Si stavano riferendo a proprio a lui, e Blige smise di respirare per la paura e anche per far si che lo credessero svenuto.
L'uomo può anche sparire.”
Si sentì un rumore di risucchio, di tessuti che venivano tagliati (non avrebbe mai più dimenticato quell'odore ferrigno di sangue e quel suono come di elastici rotti); Blige non avrebbe voluto aprire gli occhi, eppure la curiosità ebbe il sopravvento.
I tre stavano trattando quel povero corpo alla stregua di un bambolotto, da aprire, da tranciare, da sventrare senza tanti riguardi. “Eccole,” piccoli filamenti violacei gli penzolavano dalle dita.
Bene, ora mettile nel contenitore per il trasporto di organi. Servono fresche.” Blige sentì tutta la malvagità di quel ghigno anche se era nascosto sotto il passamontagna scuro.
Devo cercare di andarmene, o farò la stessa fine.
Si, perché ormai era a tutti gli effetti diventato un testimone. L'unico testimone, oltremodo scomodo per di più, di un crimine efferato che non aveva confini.
 
 

Italia 23 settembre, mattina

 
“Quindi hai avuto questi soldi in cambio di un...” Maria emise una specie di gemito ed arrossì.
La rossa glieli buttò sul letto. “Sbrigati a vestirti. Non abbiamo molto tempo.” Le buttò anche l'ipad sulla coperta, aperto sul sito di una compagnia aerea costosissima e con tratte brevi e senza scali.
“Prenota in prima classe. Per cinque.”
“Vuoi cinque biglietti per il Sud America in prima classe? Devi avere proprio delle doti nascoste per aver tirato su una somma simile da coprire le spese. Ti avverto, io non ci metterò un euro.” Maria contò i biglietti arrotolati e si accorse con stupore che erano come minimo quindicimila euro, in pezzi da cinquecento!
“Che c'è? Mi sono data da fare.”
“L'hai data per caso ad uno sceicco? E per dove dovrei prenotare, precisamente?”La ragazza preferì non indagare su dove veramente avessero preso tutto quel malloppo. Se c'era qualcosa di illegale preferiva non avere guai.
“Per San Paolo. Poi prenderemo dei mezzi per arrivare a Foz de Iguaçù.”
In quel mentre la bionda svampita emise un urlo tremendo, divenne bianca come un cencio poi violacea, come se i polmoni le fossero stati strappati dal corpo.

 

“Cazzo! E' successo davvero!” La bionda, Aria, era collassata sul letto dell'albergo dove Maria risiedeva da qualche giorno, mentre la rossa psicopatica che si professava Acqua cercava di farla respirare.

“Sei sicura che oltre ad essere autistica non sia anche epilettica?” Maria guardava la scena quasi schifata. La bava alla bocca, cianotica, con i rantolii che emetteva ogni pochi secondi, sembrava quasi che stesse per spirare.

“Certo che no! Solo che è accaduto prima di quanto credevamo...dannazione!E ora?”

La mora, cioè Terra, era pallida, e la sua voce nemmeno più arrivava nella testa di Maria se non come il più fioco dei rumori.

Dobbiamo partire, andare in Brasile e vedere quello che possiamo salvare dal salvabile. Ragazzina, vedi fare i bagagli e poi...”

“Devi baciarla.”

La rossa finì la frase con un risolino.

“Eh?” Intanto Le altre due stavano cercando di fare aria alla bionda creatura che boccheggiava come un pesce.

“Respirazione bocca a bocca, no? Dai su, non è difficile. Non devi fare manco le compressioni o roba simile. Solo baciarla ogni tanto. Avanti, prima che ci schiatti sotto gli occhi.”

L'ustionata e la muta la incitarono con la stessa insistenza negli occhi.

Maria, di sottecchi, scrutava quella silfide, e forse fu qualcosa nei suoi stanchi occhi verdi come prati infiniti che aleggiava e brillava in essi a convincerla. Non voleva che morisse. Non voleva che morisse a quel modo, senz'aria e senza un briciolo di senno in testa.

Si piegò, timorosa. Non la stava baciando, si rassicurò, le stava solo salvando la vita.

Chiuse gli occhi. Era la prima volta che toccava altre labbra con le proprie.

Sentiva i respiri rantolanti dell'altra, la faccia gonfia e nera, e quelle iridi così dannatamente verdi.

Erano morbide, e fresche, e leggere.

Maria non riusciva a respirare, e questo non aiutava certo la causa, no?

Fallo, fallo e basta. Immerse il suo respiro nella bocca della ragazza, e in quell'esatto momento percepì una chiara, lampante energia che passava tra loro, più precisamente da Maria stessa a quella povera anima sventurata.

Anima che parve riprendersi come per una specie di miracolo, diventando sempre meno viola ad ogni secondo che passava.

“Funziona veramente!”La rossa sembrava incredula. “se avevo dei dubbi che tu fossi la persona giusta adesso questi sono spariti. Bene! Ora partiamo. Non possiamo perdere un solo minuto.”

 

Maria non sapeva perché si era lasciata coinvolgere. Non aveva mai preso un aereo in vita sua, ma il fatto che fossero in prima classe e che circa ogni trenta minuti lei e la bionda dovevano chiudersi in bagno perché lei doveva sbaciucchiarla per farla sopravvivere l'avevano distratta.

Infatti per uno strano fenomeno, a distanza di mezz'ora la bionda ritornava cianotica, verde e viola come se si stesse strozzando con una di quelle deliziose noccioline che servivano.

Dio, come era bello avere i soldi! Se ne avevi potevi prendere aerei, taxi, essere dove volevi e quando volevi senza farti troppi problemi, o fisime, o progetti.

Il viaggio durò parecchio, e quando atterrarono faceva un caldo leggermente afoso.

Maria non aveva mai viaggiato, non era mai uscita dai confini italiani, non sapeva la lingua né sapeva dove erano dirette.

Eppure in lei era nata una specie di spinta, una dinamo che non sapeva nemmeno di avere dentro, un mostro dalle molteplici facce che le diceva perché no? perché non fare una pazzia come prendere ed andarsene senza farsi tante domande? Di certo era meglio che tentare il suicidio buttandosi in mare.

Si stupì, appena scesa da quell'apparecchio volante. Si stupì che il cielo in Brasile fosse così simile a quello in Italia, si stupì di trovare persone con due braccia e due gambe come quelle che si era lasciata dietro. Ero lo stesso pensiero che aveva avuto Cristoforo Colombo quando era sbarcato in coste molto simili cinquecento anni prima?

Il jet leg mi deve aver fatto male. Non so più cosa sto pensando.

Le quattro aguzzine la stavano trascinando oltre il check-in senza tregua, quindi queste riflessioni strambe lasciarono il tempo che trovarono.

E il sole non era ancora tramontato sul giorno dell'equinozio di autunno.

 

Ormai non lo chiedeva neanche più.

Dove stiamo andando? era diventata la domanda da un milione di dollari.

Maria sapeva solo che erano nella giungla, immerse in un tale verde che faceva male agli occhi. Avevano noleggiato un gippone coi fiocchi, costato un botto di real brasiliani, e la ragazza non faceva più nemmeno caso a dove avessero trovato quegli ulteriori soldi, dove avessero imparato a guidare dato che si proclamavano “divinità”, e come facessero a destreggiarsi in quel percorso dettato solo da cartelli in portoghese e con strade non proprio moderne.

“L'ultima città ce la siamo lasciata alle spalle da un po', no? Almeno possiamo fermarci? Devo fare pipì.”

“Siamo quasi arrivati a Foz de Iguaçù, non ti preoccupare. A proposito, Aria come sta? Stai continuando a sbaciucchiarla?”

Maria non ebbe la forza per replicare ma se li sguardi avessero potuto incenerire, quell'auto sarebbe saltata in aria.

La bionda stava che era una meraviglia. A parte quando collassava, cioè circa ogni trenta minuti, dopo si riprendeva alla grande, tornando ciarliera più che mai. Pazza più che mai.

“Eccolo! Da qui si può vedere il suo albergo. Pensavo che abitasse in quel posto desolato in mezzo al come si chiama? Nebraska. Si insomma, negli Stati Uniti. Invece...”

“Credo che fosse qui per un tour. Sai è una cantante famosa. Beh, era.”

La rossa e l'ustionata stavano parlando di cose senza senso, ma Maria poteva vedere una costruzione lussuosissima che si affacciava su uno strapiombo. E fu lì, in quell'istante, che arrivò il rumore. Un boato continuo, eterno, incessante e antico. Quello di una cascata immensa.

“Fantastica!” Le cascate di Iguaçù, quelle del film Mission, si profilavano davanti a lei in tutta la loro suggestione, in tutta la loro potenza millenaria.

“Si, si, davvero uno spettacolino degno di nota.” Acqua non si scompose, anzi, sembrava contrita, arrabbiata con se stessa.

Maria fece spallucce. Erano davvero delle strambe dee naturali. Se ne fregavano altamente di ciò che proteggevano, di ciò di cui erano costituite, intente com'erano a cercare questo fantomatico nemico, e adesso anche a dare la caccia ad una cantante in mezzo al Brasile.

Se non fosse stata così stanca per il viaggio si sarebbe subito allarmata sentendo ciò che si scambiavano quelle due. La rossa, continuò:

“Bene, non si vedono né polizia né coroner, né tanto meno investigatori di sorta che potrebbero fare scomode domande. Presto, prima che qui si scateni l'inferno!”

Parcheggiò con uno stridio il fuoristrada ormai tutto impolverato dopo ore di viaggiò nello spiazzale antistante all'albergo, e manco le diedero il tempo di respirare che le tre, trascinando Aria dietro, la costrinsero quasi a perdifiato ad entrare, salire le enormi scalinate che portavano al terzo piano ed ad una corsa tra i corridoi ricoperti di pesanti moquette verde bottiglia.

Ecco la camera. Fa attenzione che non ci scoprano, altrimenti saremo le prime sospettate.” La voce di Terra tornò ad arrivare nella sua testa, così come la buffa sensazione di avere un alieno nel cervello. O di essere schizofrenica.

“Attenta a non lasciare impronte digitali.”

“Ok, ora sono ufficialmente spaventata a morte. Non voglio entrarci là dentro, chiaro?”

“Cammina.”La rossa la spinse impietosa nella stanza. “E fa come ti ho detto. Niente impronte.”

Ma Maria dubitava di poter usare le mani, così come dubitava di poter usare tutto il suo corpo. Si sentiva paralizzata a vita.

D fronte a lei c'era lo spettacolo più macabro che potesse immaginare. Di fronte a lei c'era la morte.

 

Sapevamo di essere arrivate tardi. Sapevamo che cosa le avrebbero fatto. Nonostante questo la miseria umana mi colpisce sempre con lo stesso identico disgusto.”

Terra si avvicinò a quello scempio che prima era una persona.

Sul letto pieno di sangue sembrava più un manichino sventrato piuttosto che un essere umano.

“Ma cosa le hanno fatto?”riuscì solo a domandare. La voce non parevano neanche più la sua da quanto era rauca.

“Le hanno squarciato la gola e preso le corde vocali.”

La rossa non usava mai le mezze misure, e ci godeva pure.

“Perché?”

Beh,” continuò come se fosse una cosa scontata, ovvia per tutto il mondo, “per far crepare Aria.”

 

La parete bianca era la cosa più confortante che avesse visto in tutta la sua vita.

Accoccolata contro di essa, le gambe ripiegate sotto il mento, Maria teneva gli occhi fissi su quel candore quasi soporifero.

Quasi.

Si, perché poteva anche aver rivolto lo sguardo altrove, ma i rumori le arrivavano benissimo alle orecchie. Strani suoni che sembrano risucchi, oppure fischi come gessetti su una lavagna.

Ma l'odore era la cosa più insopportabile. Odore di morte, di sangue, di smembramento.

Quelle quattro pazze l'avevano ignorata non appena entrate nella stanza con il cadavere di quella tizia bionda, e si erano avventate su di lei peggio dei responsabili di tale scempio.

Maria cominciò a canticchiare come una pazza rinchiusa in manicomio, la faccia rivolta al muro e gli occhi riversi nel suo mondo laterale, un mondo dove la gente non veniva barbaramente uccisa.

Più o meno il mondo, e la vita, che aveva vissuto fino a pochi giorni prima.

“Presto, prima che il sole tramonti sull'equinozio di autunno.”

La rossa era la più alacre. L'aveva sentita lavorare svelta, con seghe e coltelli che avevano nascosto- anche a Maria stessa- nel portabagagli del gippone.

Maria, è inutile che fai finta di non vedere. Tanto vale venire ad aiutarci.

La voce di Terra nella sua testa era quasi divertita.

“La-la-la.” Continuò a cantare. No, non si sarebbe alzata più di lì. Ci sarebbe rimasta fino a quando avesse avuto cent'anni e poi vi sarebbe morta. Oppure fino a quando la polizia non l'avesse trovata sulla scena di un orrendo crimine ed arrestata e rinchiusa in un carcere brasiliano.

“Le hanno prese, vero?”

“Si sorella Fuoco, tutte. Che bastardi. Chissà come le useranno.”

Acqua, tra l'abbattuto e l'arrabbiato, osservò di sottecchi Aria che danzava per la stanza lasciando una scia di impronte di piedi nudi insanguinate.

“Credi che possa bastare? Si insomma, Aria dovrebbe tornare normale quando...”

“Diamoglieli entrambi i polmoni e vediamo che succede.”

Fuoco, che aveva parlato per ultima squadrò la sorella bionda come se questa fosse un cucciolo bizzoso a cui bisognava dare del cibo.

“Vieni qui Aria. Guarda cosa abbiamo per te.”

Maria sentì un improvviso brivido di anticipato disgusto e poi tre persone che lottavano contro qualcuno di recalcitrante e pazzo di paura.

Poi il silenzio.

Maria smise di cantare, mentre lunghe ombre arancioni entravano abbattendosi sul quel muro così intonso da sporcarlo quasi.

Che sarà successo?

Avrebbe voluto voltarsi, più per sincerarsi che non avessero fatto del male alla bionda piuttosto che per la curiosità.

“Ecco fatto Aria. Tra poco ti sentirai molto meglio.”

“Sorella Acqua, credo che dovremmo andarcene. Potrebbe entrare qualcuno. Sarebbe questione di attimi e finiremmo tutti al fresco. E le carceri brasiliane non mi allettano per niente.”

Sentiva Fuoco camminare per la stanza agitata. Riconosceva i suoi passettini piccoli e scoppiettanti.

“Aspetta. Abbiamo solo un'ultima cosa da fare. Maaaaria! Vieni qui, dai. Sarà questione di un attimo.”

La ragazza cominciò a tremare, eppure stranamente calma ora. Aveva sempre saputo che non se la sarebbe cavata così facilmente.

Girò lentissimamente il collo, le palpebre socchiuse per tutto quell'arancione che entrava nella stanza dalle enormi finestre che davano sulle cascate.

L'occhio giallo, più simile ad un tuorlo gelatinoso che ad altro, sembrava l'occhio di Sauron.

Ci volle un po' per mettere a fuoco tutto quel rosso che imbrattava gli oggetti, il letto, il pavimento le facce e le braccia fino ai gomiti di quelle pazze.

Della cantante bionda non restava poi molto.

Quelle stronze le avevano aperto lo sterno, e la cassa toracica, dove adesso c'era un buco nero come una seconda gigantesca bocca.

“Allora. Prima lo facciamo meglio è. Metti in conto di andare dal dentista, ok? Via il dente, via il dolore.”

“Io non provo dolore, Acqua. Provo solo schifo.”

“Non mi importa. In fondo ti stiamo facendo un regalo. Sai, certi nativi americani credono che mangiando il proprio avversario appena abbattuto se ne ottiene il coraggio, il valore. E' una forma di rispetto, di onoranza.”

“E...e quindi?”

“Quella, “ed indicò il corpo,” non era un nostro avversario. Anzi, ci ha fatto da Custode per parecchio tempo. Quindi dobbiamo ringraziare come si deve.” Acqua aveva in mano qualcosa di sanguinolento e gommoso.

“Tu ora lo inghiottirai.”

  
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