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Autore: shana8998    21/06/2022    0 recensioni
Non intendevano farlo.
C'era stata una festa, avevano bevuto. Connor lo aveva ripetuto almeno un centinaio di volte a Carles, quella sera, di non assumere droghe prima di rimettersi in auto, ma lui non gli aveva dato ascolto. Ecco perché quella ragazza era morta. Per una bravata, per la loro incoscienza.
Ma Lorel, Michela, Carles e Connor erano bravi ragazzi e ciò che avevano fatto non gli apparteneva. Non doveva andare in quel modo.
-Nessuno lo deve sapere. Nessuno!-
Quella tragedia avrebbe potuto rovinare la loro vita, per questo avevano deciso di stringere un patto.
Nessuno di loro avrebbe mai dovuto parlare di quella notte.
Ma ora, un anno dopo, qualcuno l'ha scoperto. Michela riceve un bigliettino anonimo che cita la frase: "so cosa avete fatto".
Il segreto è stato scoperto e ben presto i quattro amici si ritroveranno a dover affrontare uno spietato giustiziere.
Genere: Romantico, Slice of life, Suspence | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate
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                                                                                    1. 


“II diavolo non può nascondere la coda.”

                                                                              Michela Fisher.

 

Il biglietto era lì, accanto al piatto, quando ero scesa per la colazione. Più tardi, ripensandoci, me ne sarei ricordata.

Piccolo, semplice. Il mio nome e l’indirizzo di casa erano scritti in stampatello, a mano, sul fronte della busta.

In quel momento, però, avevo occhi solo per l’altra lettera, quella lunga, bianca e ufficiale. La presi frettolosamente e rimasi immobile a fissarla per minuti interminabili, poi fissai mia madre che mi aveva raggiunta in cucina e si trovava in piedi dall’altro lato del tavolo. Avvertivo letteralmente il cuore in gola, avevo atteso quella lettera esattamente nello stesso modo in cui si attende qualcosa di estremamente desiderato e prezioso.

«E’ arrivata» dissi, la mia voce era quasi soffocata per l’emozione.

«Be’, non la apri?» Mia madre posò la caffettiera che stringeva fra le dita di una mano sul fornello accanto a sé. «L'aspetti da tanto. Pensavo che l’avresti aperta ancora prima di sederti.»

Guardai ancora una volta la busta candida e perfettamente sigillata fra le mie dita.

«Ho…paura.» confessai. E ne avevo. Se dentro quella busta, le fitte righe battute a macchina avessero lasciato trapelare la mia “non ammissione” alla Smith, bé…non l’avrei presa bene. Affatto.

«Ok, dalla a me.» Mia madre, Judith Fisher, allungò una mano verso la busta e quando vidi le sue unghie laccate di rosso scivolarci sopra, per un istante, uno soltanto, serrai la presa sulla carta.

La busta scivolò dalle mie dita ancor prima che potessi rendermene conto e la vidi lasciarsi rovistare da quelle esperte e frettolose di mia madre senza poter far nulla per impedirlo.

«Gentile sig.na Fisher,» lesse a voce alta «siamo lieti di informarla che è stata ammessa…»

«Oh, piccola! Congratulazioni!» esclamò mia madre esultando.

«Ammessa!» le feci eco con un filo di voce. Stentavo a crederci, stentavo persino a trattenere la gioia. «Non ci posso credere, mamma! Sono stata ammessa, andrò alla Smith!»

Mia madre girò attorno al tavolo e mi raggiunse, cinse le mie spalle con le sue braccia e mi regalò l’abbraccio più caloroso che mi avesse mai dato sino a quel momento.

Un abbraccio che parte di me, mi dicevo, meritava. Per gli sforzi, per le sere passate sui libri, per il tempo che avevo deciso di togliere a me e alla mia vita, pur di passare quell’esame d’ammissione. Pur di riuscire a scappare da…

«Sono così orgogliosa di te, Michela, e anche tuo padre lo sarebbe se solo fosse qui con noi.» Aveva gli occhi lucidi in quel momento. Parlare di mio padre, nonostante fossero passati dieci anni, la turbava ancora.

«Anche se mi piace pensare che, ovunque sia, lui possa vederti.»

Le sorrisi dolcemente, «Sono certa che lui mi abbia sempre sostenuta da lassù.»

Il sorriso nato sulle labbra di mia madre in quel preciso istante nascondeva più dolore di quanto potessi immaginare. Anche per me era dura senza di lui, ma quando è morto, quando quell’auto lo aveva travolto sulla River Road, io ero ancora troppo piccola e non subito avevo appreso la notizia immagazzinandola e realizzandola per quello che era realmente.

Prima di capire che mio padre non sarebbe mai più tornato a casa, avevo creduto alle parole dei miei zii e a quelle della mamma che, forse per evitare di dovermi spiegare il significato della parola morte, aveva inventato un viaggio di lavoro. Continuava a ripetermi che era fuori, in un’altra città. Onestamente, non ci avevo mai creduto fino in fondo. La visita di alcuni agenti in divisa solo la sera prima della notizia di questo fantomatico viaggio, mi aveva insospettita: ma chi ero io per dubitare delle parole “dei grandi” a soli dieci anni?

I giorni passavano e durante le notti seguenti, potevo sentire dei leggeri singulti provenire dalla stanza di mia madre. Singhiozzi soffocati che, a lungo andare, incominciarono a farmi ribollire il sangue dai nervi.

A breve, attraversai quella fase in cui la rabbia prende il sopravvento chiedendomi spesso “perché non torna?”, perché mio padre aveva deciso di abbandonare me e la mamma così. Senza una lettera, un motivo, un perché.

Perciò, una sera presi una decisione: dovevo scoprire la verità.

Mentre mia madre era sul divano a sfogliare un vecchio album di foto, mi accomodai accanto a lei. Senza giri di parole le dissi «E’ in cielo, vero?».

Ricordo ancora lo sguardo stupefatto e incredulo di mia madre. Il labbro inferiore che le tremava, la voce che a stento le riusciva a danzare sulle corde vocali.

«Dimmi la verità, papà non c’è più.»

E così, mia madre fu costretta a dirmi la verità. Mio padre era morto, investito da un pirata della strada, motivo per cui non sarebbe mai più tornato a casa…motivo per cui, potevo smettere di odiarlo.

«Non riesco ancora a crederci», mormorai scacciando quel pugno di dolorosi ricordi, «Sul serio, non ci credo. Quando ho compilato il test credevo di aver sbagliato la maggior parte di risposte. A quanto pare ero più preparata di quello che credevo.»

«Tutto grazie al tuo ultimo anno di liceo.» Affermò mia madre. «Non ho mai visto nessuno cambiare quanto te in quest’ultimo periodo. Ti sei messa d’impegno e hai studiato tanto, sei stata una persona completamente diversa. Anche se ora, posso ammetterlo, ero quasi preoccupata.»

«Eri preoccupata?» mi accomodai a sedere e afferrai una ciambella fritta dal piatto al centro del tavolo, cercando di sommettere lo stupore «Ero convinta che fosse il tuo sogno vedermi frequentare la tua stessa università. L’anno scorso mi stavi sempre addosso perché uscivo tutte le sere, non aprivo mai un libro e trascorrevo tutto il tempo agli allenamenti delle cheerleader.»

«Lo so. E’ solo che non mi sarei mai aspettata una simile trasformazione. Potrei dirti quasi con precisione il giorno in cui è iniziata: più o meno nel periodo che hai rotto con Connor.»

«Mamma, te l’ho già detto…», la interruppi, cercando di mantenere un tono pacato, nonostante la scossa gelida che mi aveva risalito la schiena. Addentando uno spicchio di ciambella dissi «Io e Connor non ci siamo propriamente lasciati. E’ solo che ci stavamo vedendo…troppo, e abbiamo deciso di rallentare un po’. Poi è partito per la California, così ha risolto il problema una volta per tutte.»

«Ma hai smesso del tutto di uscire con i ragazzi…»

«Non è vero», replicai agitata. «In realtà, proprio in quest’ultimo periodo sto frequentando qualcuno.»

Le palpebre di mia madre fecero un piccolo scatto verso l’alto. «Davvero? E dove lo hai conosciuto? L’ho mai visto?».

Sommessi un sospiro di frustrazione. «No. Ci siamo scritti su Tinder un paio di volte.» Le ammisi e nel farlo le sue labbra si arricciarono per il disgusto.

«Non posso credere che hai ancora in uso quella piattaforma.»

Sapevo perfettamente cosa ne pensava mia madre di siti del genere e, in parte, io la pensavo esattamente come lei, ma Tinder mi era sembrato l’unico posto dove tutto era così distante dalla mia città, dal passato. Nuovo, sconosciuto, interessante. Fra gli amici avevo solo persone non della zona. Qualcuno della costa, semmai avessi avuto modo di trovare Connor o ragazzi che lo avevano conosciuto, ma nessuno della mia città.

«Dovresti pensare a qualcosa di più serio.» Affermò prendendo uno strofinaccio dalla pila piegata sul bancone «Hai bisogno di una persona che ci tenga davvero a te.»

A quel punto della conversazione, potevo accarezzare il dorso dei miei nervi.

«Come Connor? Lui ci teneva così tanto a me che è scappato.» Il tono di stizza intriso di rabbia che trapelò dalle mie parole fece piombare un silenzio imbarazzante fra me e mia madre. Io non me ne ero accorta: ero balzata in piedi, con i palmi delle mani premuti contro la superficie del tavolo; immaginavo di avere il viso cinereo e mi imposi di ricompormi in fretta.

«Non volevo…», provò a dire mia madre, ma l’anticipai dicendo «Scusa, non dovevo alterarmi e che…ho molto da studiare e questa sera ho gli allenamenti.»

Mi morsi un labbro. Volevo aggiungere altro a quella serie di motivazioni riciclate alla bene e meglio, ma licenziai l’idea di farlo.

«E’ meglio se ora vado o farò tardi.» Abbandonai la ciambella, mordicchiata per metà, sul tavolo e lasciai la cucina, i pensieri, Connor e mia madre lì.

 

Mentre percorrevo il corridoio potevo percepire ancora la sensazione dello sguardo preoccupato di mia madre. Quella reazione esacerbata, sicuramente, aveva fatto si che le sue preoccupazioni si fossero moltiplicate.

Continuavo a provare un senso di inquietudine anormale.

Mamma sa troppe cose, pensai.

Ha la strana capacità di capire sempre tutto.

«Non ho mai visto nessuno cambiare quanto te.» Mi aveva detto «Potrei dirti quasi con precisione il giorno in cui è iniziata.»

E invece non puoi, le risposi in silenzio. Non puoi proprio. E non dovresti nemmeno provarci, Per favore, mamma, non provarci mai.

 

Entrai in camera e spinsi la porta, che si chiuse con uno scatto secco, lasciando mia madre fuori, di sotto, in sala da pranzo con la ciambella mordicchiata e la caffettiera. Sentivo il cuore pulsarmi nelle meningi, mi mancava l’aria. 

Il petto si alzava e si abbassava velocemente, ancora e ancora. Una lacrima mi scivolò sul viso, seguita da tante altre lacrime silenziose.

Avevo già provato quelle sensazioni e ora, come allora, erano vivide, forti, dolorose. 

La mia stanza mi circondava in modo protettivo, era una stanza perfetta per una ragazza ambiziosa, amata e fiera di sé, una ragazza senza problemi. Una ragazza che non esisteva più.

Mia madre l’aveva fatta ridipingere poco più di un anno prima, il giorno del mio diciannovesimo compleanno «La faremo del colore che vuoi, scegli tu.»

«Cobalto» avevo risposto immediatamente.

Era il mio colore preferito, quello che indossavo più spesso, quello che mi faceva risaltare la pelle ambrata e gli occhi chiari, più di ogni altro colore.

C’era una canotta cobalto in un angolo nascosto del mio armadio, sepolta da altri vestiti. L’avevo indossata per la prima volta quella notte dell’estate precedente. «Sei fantastica, quel colore irradia l’azzurro dei tuoi occhi.», mi aveva detto Connor non appena mi aveva vista varcare la soglia della confraternita, la sera stessa.

Adoravo quella canotta, ma non l’avevo più indossata dopo quella notte.

Volevo liberarmene, ma avevo paura che mia mamma, prima o poi, mi avrebbe chiesto che fine avesse fatto.

Mi misi seduta in fondo al letto e respirai lentamente, affondo.

Basta stupidaggini, mi dissi con fermezza. E’ passato quasi un anno dall’incidente. E’ un capitolo chiuso, e avevo giurato a me stessa che non ci avrei più pensato.

Se basta un minimo commento innocente di mamma a mandarmi nel panico, rischio di finire nei guai o peggio ancora, di tornare al punto di partenza.

Lo sguardo scivolò sul riflesso dello specchio ovale appeso sopra al cassettone. Incrociai lo sguardo con un’altra Michela: più fredda, più triste, più sola. Una Michela che stentavo a riconoscere, perché io non ero così, non lo ero mai stata.

La ragazza che mi fissava dall’altra parte dello specchio, somigliava ben poco alla ragazza energica, ambiziosa e felice dell’anno precedente.

Stai per andare alla Smith, dissi al riflesso. Pensa solo a questo, ok? Te ne andrai da qui tra un paio di mesi. Non solo frequenterai l’università dei tuoi sogni, ma addirittura ti trasferirai sulla costa occidentale, lontano da questa città, dalla strada, e da quell’area di sosta poco più in là.

Non dovrai imbatterti nei genitori di Connor al supermercato. Non incontrerai Carles al campus e non vedrai Lorel in tv. Andrai via…sarai libera!

Un posto nuovo, persone nuove, cose nuove da fare e a cui pensare, nuovi ricordi da sostituire a quelli vecchi.

Ripetermelo mi fece sentire meglio.

Il respiro era di nuovo lento e regolare. Presi la lettera della Smith, che avevo appoggiato sul letto accanto a me, e guardai di nuovo il mio nome, scritto a macchina, su quella busta dall’aspetto ufficiale. Fu difficile trattenere le ennesime lacrime, ma questa volta, erano lacrime di gioia.

Mi sentivo come se avessi corso la maratona più lunga della storia delle maratone, avessi i piedi scalzi, feriti, ed esausta, finalmente, raggiungo il traguardo. La fine.

Decisi che l’avrei portata a lezione per mostrarla ad alcune persone. Non ai compagni…con loro non avevo più rapporti dall’anno precedente…ma al vicerettore Price che mi insegnava lingue ed aveva sempre confidato in me. Alla Barnaby di letteratura e alla Koks. Alle uniche persone che mi erano rimaste al fianco nonostante stessi piombando in un baratro senza alcuna via d’uscita.

Afferrai il cellulare e sbloccai lo schermo.

C’era una persona, una che non faceva parte veramente del mio mondo, a cui, però, tenevo far sapere delle mie vittorie.

Leo.

Il ragazzo di Tinder. Il tipo simpatico, solare, un po’ solitario con cui parlavo da almeno un paio di mesi sulla piattaforma.

 

Ammessa.

 

Digitai.

La risposta non si fece attendere più di tanto. Leo mi scriveva un paio di emoji sorridenti e un cuoricino accanto ad esse.

In quel momento pensai che avrebbe potuto scrivermi di più, che poteva inviarmi altro anziché un paio di faccine. Ma poi, pensandoci meglio, forse la notizia lo intristiva un po’. Sarei partita e di noi..be’ non ne sarebbe stato niente.

Non eravamo mai usciti prima di allora, lui non aveva visto me ed io non avevo visto lui. Sapevo come era il suo viso solo grazie alle 12 foto su Tinder: foto che lo ritraevano sorridente ma anche solo.

Forse Leo era più simile a me di quanto non potessi immaginare. Sicuramente era così, ma all’epoca non potevo saperlo.

All’epoca, Leo era il ragazzo di Tinder ed io la ragazza che moriva dentro divorata da un atroce segreto.

Mi asciugai una lacrima, l’ultima che mi imposi di piangere per quella mattina, con il dorso della mano. Spensi il display del cellulare e lo abbandonai sul materasso.

«Michela?».

Mia madre bussò alla porta. 

«Posso entrare?»

Mi dovetti ricomporre in fretta. Mi alzai dal letto, feci scivolare le treccine afro dietro la schiena e mi schiarii la voce.

«Si,» Mia madre scostò l’anta della porta, «ma stavo per andare.»

«Mi dispiace.» Mi ero mossa e avevo afferrato il borsone accanto al comò, quando quelle parole mi freddarono.

«Non volevo spegnere il tuo entusiasmo.»

Sapevo che era così. Il tono limpido della voce di mia madre lasciava intendere che quella fosse la verità.

Era dispiaciuta, veramente.

«So quanto tu ti sia impegnata per entrare alla Smith, è solo che temevo stessi esagerando. Ero in pensiero.»

«Non devi preoccuparti per me, mamma.» Mi calmai.

Indossai la tracolla del borsone e la raggiunsi sulla soglia.

Non abbracciavo mai mia madre. Non mi ero mai chiesta nemmeno perché non lo facessi quasi mai.

Eppure, in quel momento, avevo solo bisogno di stringerla forte. E lo feci, come la notte in cui mi raccontò di mio padre.

«Ti voglio bene, mamma.»

Di colpo, ebbi l’impressione di essere tornata indietro nel tempo. Eccomi lì, di nuovo a dieci anni, con il bisogno primario di essere protetta da mia madre.

Partirò.

Il peso di quella certezza mi strinse il petto.

«Quando andrò via…Insomma, se non vuoi che io parta…»

Mi allontanò dall’incavo del suo collo regalandomi il sorriso più comprensivo e amorevole che le avessi mai visto mimare prima di allora. 

«Ce la farò e poi tornerai ogni fine settimana, giusto?»

Annuii.

«Ecco, apposto! Mi piacerà tornare a lavoro full time.»

Mia madre aveva lasciato il lavoro a tempo pieno dopo la morte di mio padre per prendersi cura di me. Era un assessore prima di allora e scelse di diventare assistente di partito solo per poter stare più tempo con me.

Aveva rinunciato alla sua carriera per me.

Ed io l’avrei abbandonata. Sarei scappata.

«Su Michela! Non fare quella faccia. Andrà tutto bene.»

«…tutto bene.»

La gola mi si strinse ancora, ma non mi abbandonai alla voglia di piangere.

«Allora io, adesso…», mormorai confusamente.

«Vai o farai tardi agli allenamenti.»

Percorremmo il corridoio e le scale in silenzio e ne fui contenta.

Il marasma di pensieri nella mia testa me la stava facendo esplodere.

Raggiunta la consolle accanto alla porta d’ingresso afferrai il mazzo di chiavi e girai il pomello della porta.

«Allora ci vediamo questa sera.»

Mia madre annuì, ma poi un lampo le illuminò lo sguardo come se si fosse appena ricordata di qualcosa.

«Aspetta un attimo tesoro. Non hai preso la lettera.»

«Certo che l’ho presa!»

«No, l’altra lettera.»

Mia madre sparì in soggiorno per poi riapparire un attimo dopo, affacciandosi dallo stipite della porta. Mi tese la piccola busta bianca e disse «Sembra l’invito ad una festa.»

«Che strano, è scritta a penna e non c’è un mittente.»

«Chi te la manda?», chiese quando sbucciai il lembo triangolare incollato al resto della busta.

«E’ qualcuno che conosco?»

«No...Nessuno che conosci…», mormorai.

Fissai quella dannata lettera avvertendo il terrore crescente pulsarmi nella carotide.

Stavo per sentirmi male. Mi tremavano le gambe ed ebbi bisogno di sfiorare la consolle con la mano libera per mantenermi dritta.

Non può essere vero, continuavo a ripetermi.

Deve essere un sogno. Un incubo anzi! Forse, se chiuderò gli occhi, quando li riaprirò mi scoprirò nel mio letto, avvolta dal mio piumone.

Quindi chiusi gli occhi per davvero, ma quando li riaprii quella dannata lettera era ancora fra le mie dita.
 

                                                             "So cosa avete fatto".


 
   
 
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