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Autore: RevRosesB    21/06/2022    0 recensioni
Revell Davis è un sicario dal pungente senso dell'umorismo che opera nella cittadina immaginaria e fuori controllo di Vaulsey. Vive con il fratello gemello Carl che, paradossalmente, fa parte delle forze dell'ordine, e svolge il suo mestiere per ordine del Generale Glenn Striker, capo dell'esercito dai modi poco convenzionali.
Ad aiutarla nelle sue mansioni ci sono Vargas e Foley; un mitico duo con cui spesso e volentieri i personaggi si troveranno coinvolti in situazioni assurde dai risvolti folli e comici, e al suo fianco sono presenti anche Anne e Gal; la prima un serio agente dei Servizi Segreti, mentre la seconda è una spannata che si presume abbia lavorato per il Mossad.
La vita di Revell, già complicata, verrà drasticamente capovolta a causa del ritorno di un nemico di lunga data, e con cui ha ben più di un conto in sospeso, che accenderà la miccia per l'esplosione del caos all'interno del Dipartimento della Difesa.
Questo innescherà una serie di eventi che porteranno Revell a collaborare con uno scontroso agente dell'FBI, a cui non renderà la vita facile.
I due, però, scopriranno presto che non è una semplice questione di vendetta, ma una vera e propria cospirazione.
Genere: Azione, Comico, Drammatico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate, Violenza
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"Era ora che ci prendessimo un po' di tempo solo per noi due." Mi guardò, i suoi occhi come due piscine colme di negazione e il più folle amore mai provato.

Il tepore di quei primi accenni d'estate illuminava un cielo fin troppo sereno, e i raggi del caldo sole di giugno filtravano attraverso i rami dei rigogliosi alberi.
Attorno a noi c'era soltanto la vegetazione e qualche uccellino, che ogni tanto si divertiva a dare segni di vita, canticchiando qualche melodia a noi sconosciuta.
Io ero fra le sue braccia; il mio posto felice.

"È vero, Dan. Ultimamente, oltre che a lavorare, mi sembra di non aver fatto niente."

Mi diede, con il suo indice, un buffetto sul naso. "Se per te passare le giornate a fare scherzi ai colleghi e provocare un esaurimento nervoso dietro l'altro al capo è lavorare, allora abbiamo una concezione decisamente diversa di quella parola." Quel gesto era seguito da una risata; lo faceva sempre quando mi faceva notare le peculiarità che, come aveva affermato, "lo avevano fatto innamorare di me".

Ero stata così stupida a credere che avremmo avuto un futuro insieme. A credere che non avrebbe mai pensato di ferirmi.

"Guarda che architettare ingegnose burle e torturare psicologicamente Jones richiede un'ingente dose di creatività e pianificazione. Requisiti fondamentali, se si vuole avere successo come agente dei Servizi Segreti." Già, non era stato il passare del tempo a rendermi l'incubo di ogni autorità.

"E anche un'ingente dose di paraculaggine, bambolina." Cominciò a farmi il solletico. Soffrivo da morire il solletico, debolezza che lui conosceva e sfruttava fin troppo bene.
Io lo vedevo come un gesto d'affetto quindi, prima di minacciarlo di trafiggergli la carotide, lasciavo che si godesse la sua piccola vittoria, supplicandolo di smettere, fra una risata e l'altra.

"La smetto solo se mi dai un bacio." Avrei dovuto capire, da quelle piccole frasi amorevoli, che era una bastardo ricattatore fino al midollo.
Ma io ero stupidamente innamorata, e accondiscesi alla sua richiesta.

Sembrava una persona totalmente diversa, paragonata a quella con cui stavo solo due settimane prima; da lunatico e intrattabile era passato ad essere il fidanzato perfetto.
D'altronde, nemmeno con il cuore a mille avrei mai tradito la filosofia del "mai abbassare la guardia". I miei sospetti riguardanti il suo doppiogiochismo non si erano affievoliti con il potere di qualche moina e dei regali.
Però voi lo sapete, ormai state imparando a conoscermi: le disgrazie non vengono mai da sole.
Se le settimane in cui era stato strano erano solo un paio, quelle da cui mi sentivo strana io erano quasi tre. Probabilmente quel narcisista figlio di puttana era stato troppo occupato con i suoi traffici e i suoi soldi sporchi per notare che non stavo affatto bene; le nausee, i repentini sbalzi d'umore (d'accordo, questo fattore, forse, è intrinseco della mia persona) e i continui giramenti di testa.
Quando mi aveva chiamata per propormi quella romantica giornata insieme, mi ero sentita sconvolta. Non per il suo totale cambiamento di attitudine, bensì per il test di gravidanza che, proprio in quel momento, stavo tenendo in mano. La risposta di quest'ultimo, e la mia al mio ragazzo, si erano rivelate entrambe positive.
La consapevolezza che derivò da quella notizia inaspettata mi aveva colpita come un fulmine a ciel sereno: lui era corrotto, e se avesse anche solo ipotizzato che io ne fossi stata a conoscenza, mi avrebbe uccisa. Non importava quanto potesse amarmi, non avrebbe avuto il minimo scrupolo a proteggersi.
E io non avrei avuto il minimo scrupolo a proteggere il mio bambino. Ero doppiamente vulnerabile, ma altrettanto determinata ad impedire a quel bastardo di farci del male.
L'indecisione mi stava logorando dall'interno. Se gli avessi detto di essere incinta, gli avrei fornito l'occasione perfetta per distruggermi, ma se non gliel'avessi detto, e se si fosse scoperto innocente, mi avrebbe considerata una persona orribile.
Al diavolo, me lo sarei tenuto per me. Ero abituata a non essere la migliore delle persone.
L'istinto di far prevalere la ragione sul sentimento non poté essere più azzeccato.
La quiete fu brutalmente interrotta da un assordante frastuono di proiettili. Scattammo in piedi e, dividendoci, ci riparammo dietro agli alberi circostanti.
Mi accorsi che gli assalitori non erano lì per caso; ma per me e Dan.
Fortunatamente, un'altra filosofia che avevo sempre seguito era quella del "mai uscire di casa disarmata", quindi non ci misi molto a contraccambiare, abbattendo coloro che avevo presunto fossero due sicari.
Dan mi raggiunse vicino ai corpi dei due uomini, e con fare premuroso mi chiese se stavo bene.

"Chi diavolo erano quelli?" La preoccupazione poteva ficcarsela voi sapete dove.

"Non ne ho idea, Revell. L'unica cosa che importa è che tu non sia ferita."

E fu lì, che ne ebbi la conferma.
Il verme stava mentendo. Quei due li avevo già visti, lavoravano con Il Traslocatore.
La paura mi pervase quando vidi che teneva in mano una pistola. E lui, a differenza mia, quando non era in servizio le armi le aveva sempre lasciate a casa.
Quei tizi non erano lì per noi, ma per me.
Sapeva tutto, e non si sarebbe fermato finché non mi avesse eliminata.

"Ti sei portata la pistola, vedo."

Sfoggiò un'espressione sorpresa, ma non turbata. Che grande attore.

"Lo sai che non vado mai in giro senza." No, non lo sapeva. Ma la strategia più intelligente era quella di adottare una risposta vaga. Se avessi lasciato trasparire la minima esitazione, di cadaveri ce ne sarebbero stati più di due.

Annuì e, cingendomi un braccio intorno alla vita, mi baciò sulla fronte, dicendomi: "Ad ogni modo, con questo vestitino sei ancora più bella, bambolina."

Avevo capito che era arrivata l'ora di mettere fine a quel gioco perverso.

"Revell?"

Trasalii. La mia amica psichiatra mi aveva strappata dal viale dei ricordi, riportandomi alla vita reale.
Ero grata a Wheeler del fatto che, in caso di un eventuale fallimento di ciò che era stato pattuito nell'accordo, avrei avuto la possibilità di ricorrere all'infermità mentale per uno sconto di pena.
Ma gliene sarei stata ancora di più se avessi potuto evitare l'incombenza del Tè delle cinque con la Patterson una volta a settimana.

...

Arrivai nell'ufficio di Van Houten incazzato nero.
Avevo cercato quell'idiota di Wheeler per tutto il pomeriggio, ma di lui nessuna traccia. Questa volta lui e Davis avevano veramente esagerato, e dato che il demone non mi aveva dato alcuna spiegazione, toccava al procuratore fornirmene una.

"Hey, Chuck! Com'è andata ieri? Il primo giorno di scuola della nostra studentessa modello!"

Sembrava essere di ottimo umore, forse perché avevo appena visto Carl Davis nei paraggi.
Già, Revell e Setrakian non avevano potuto fare a meno di spettegolare su ciò che aveva scoperto la prima mentre ero in ospedale. Quando lo raccontò non seppi cosa pensare, ma decisi di non sforzarmi nemmeno, dato che non erano affari miei. Se lei era felice, lo ero anch'io.
Comunque le feci capire, con uno sguardo carico di furia omicida, che il primo giorno di scuola della piccola peste non era andato affatto bene.

"Mio Dio, cos'ha combinato?" E la sua espressione tramutò all'istante in puro terrore.

Non feci in tempo a rispondere che il suo latin lover spuntò dalla porta. 

"Oh no, guai in vista?"

"Davis, hai a che fare con tua sorella da quando eravate nell'utero di vostra madre, direi che la risposta la conosci meglio di chiunque altro."

"Vogliamo sapere tutto!" Come diamine era possibile che ogni volta che entravo da solo nell'ufficio di Van Houten, dopo pochi secondi mi ritrovavo a condividere quello spazio con Carl Davis, Vargas e Foley?!

"Non so come, e se posso spiegarvelo."

A tirarmi fuori da quella situazione scomoda ci pensò la piccola progenie della mia collega, che entrò correndo, e la abbracciò.

"Mamma! Mi sei mancata tanto!"

"Anche tu, piccolino. Hai fatto il bravo con papà?" Mi faceva quasi tenerezza vedere Van Houten spalancare gli occhi pieni d'amore per suo figlio, invece che per le atrocità commesse da Revell.

"Certo! Io sono sempre bravo. Ciao zio Carl! Ciao zii Vargas e Foley!"

I tre lo salutarono calorosamente.

"Max, lui è Chuck, un collega della mamma."

"Ciao Chuck! Da grande voglio diventare alto e forte come te."

Gli sorrisi; beata innocenza infantile. "Lo diventerai solo se mangerai le verdure." E gli diedi la versione più adatta ai bambini di una pacca sulla spalla.

Van Houten mi mormorò un grazie, mentre a Carl Davis, a giudicare dall'occhiataccia che mi lanciò, sembrava rodere leggermente il culo.
Di solito, a questo punto della sequenza, sarebbe dovuto essere Striker a completare il cerchio di affollamento dell'ufficio. Ma lo schema venne rovinosamente rotto da quel deficiente del padre di Max.

"Anne, posso parlarti un attimo?"

"Ma porca puttana." Ero quasi sicuro che il suo intento fosse stato quello di bisbigliarlo, ma io lo avevo sentito forte e chiaro.

"Ciao ragazzi, tutto bene?" Si girò, e fermò lo sguardo su di me. "Gesù! Ma lui è uguale a Owen Parker!"

Chiesi immediatamente delucidazioni, che Van Houten, insieme a una risata, mi diede: "Oh Cielo! Hai ragione! Chuck, Owen Parker è il protagonista della serie TV Comunismo d'Amore."

"Oh, cavolo! Hai ragione, è uguale!" Urlò Gina della reception, che passava nei dintorni.

"Cosa diavolo è Comunismo d'Amore?"

"È una serie TV che va in onda sul nostro principale canale. Parla di Owen Parker, un agente della CIA, che durante gli anni della guerra fredda si innamora di Alenka Rostov, una spia del KGB. È così avvincente e piena di colpi di scena, io e Revell non ci perdiamo una puntata." Non potevo credere che Van Houten potesse appassionarsi a una simile porcheria.

"Ragazzi, è vero, guardate!" Vargas ci mostrò la foto di quel tizio che aveva cercato su Google.
Effettivamente dovetti ammettere che mi assomigliava davvero.

"Io devo tornare in centrale", disse Davis. "Ci vediamo dopo." Ci fece un cenno, e salutò la sua bella dandole un bacio sulla guancia, lanciando uno sguardo inceneritore a Rick. Quest'ultimo si incamminò verso la porta con la madre del piccolo umano che si trovava davanti a noi, che ci chiese se potevamo stare con lui per qualche minuto.

"Non c'è problema", replicai.

Dopo averci ringraziati, ci lasciò soli.
Nel frattempo provai a chiamare Wheeler, il quale era ancora irraggiungibile.
Pensai di lasciare il piccoletto con Vargas e Foley, così da continuare a cercare il procuratore, ma Vargas si mise alla scrivania, e attizzò la mia curiosità (Gesù, stavo già diventando uno di loro, quindi) dicendo: "Hey, Max! Sei pronto per una nuova e strabiliante puntata de Le Avventure di Telefono e Pinzatrice?" E prese in mano i suddetti oggetti.

"Sì!" Risposero in coro, e saltellando, lui e Foley.

"Allora; Pinzatrice oggi è molto arrabbiata, perché lei e Telefono dovevano andare all'ufficio postale insieme." Mi domandai ripetutamente se le mie sinapsi non avessero collassato su loro stesse entro la fine della storia. "Solo che, all'ultimo momento, Telefono le ha dato buca perché è stato denunciato per furto d'auto, quindi doveva presentarsi in tribunale."

"Che cosa?"

...

"Lei pensa davvero che quelli che si specializzano in campi come l'odontoiatria, lo facciano perché i denti sono la loro passione, e trovano elettrizzante la prospettiva di passare le loro vite con le mani in bocca alla gente? Cielo, no, è disgustoso. Lo fanno perché si guadagna una valanga di soldi." Non potete nemmeno immaginare quanto adorassi far perdere tempo alla Patterson, dilungandomi con discorsi inutili e senza senso; era il mio Tomorrowland. Che tristezza. "Ma poi realizzano che la loro felicità, quella dettata e incitata dal vil denaro, non è stata altro che una sensazione effimera, e quindi vanno a Masterchef. E magari la cucina è veramente la loro strada, la loro vera vocazione. Ma adesso sto divagando. Qual era la domanda?"

"Ti ho chiesto come è andato il tuo primo giorno di scuola." Il mio metodo per farle perdere la pazienza si era rivelato un vero e proprio fallimento, dato che non si era scomposta minimamente.

Devo dirvi, cari lettori, che il primo giorno di scuola era andato veramente alla grande.
Il week end precedente io e Chuck avevamo cominciato a parlarci, a legare e costruire un buon rapporto sia lavorativo che personale.
Il lunedì mattina mi svegliai fresca e riposata. Gli uccellini fuori dalla finestra cinguettavano per darmi il buongiorno, e per augurarmi un buon inizio di settimana.
Andai in bagno a passi di danza. Mi lavai i denti, mi truccai, e i capelli mi uscirono una favola. Mi misi la camicetta bianca dell'uniforme, la cravatta e la gonna blu, i calzini bianchi fino al ginocchio e la giacca coordinata alle scarpe, sempre blu.
Presi lo zaino, uscii dalla mia camera e andai in cucina, dove Chuck mi stava aspettando con un caffè da portar via. Me lo diede, mi fece fare una giravolta, e mi avviai verso la macchina.
Trovai tutti i semafori verdi e, una volta arrivata a destinazione, feci il parcheggio migliore della mia vita.
La giornata andò bene, io e Gal eravamo compagne di classe, e facemmo subito amicizia con gli altri studenti. I professori già ci adoravano.
Scusate se rido, ma spero che non abbiate davvero creduto a tutte le boiate che ho scritto qua sopra. Sono sicura che ormai mi conosciate abbastanza bene da arrivare alla conclusione che è impossibile che la descrizione soprastante si addica davvero a ciò che è successo.
Prima di tutto, io e Chuck avevamo passato l'intero week end a litigare per faccende legate al fatto che proprio non riuscivamo ad andare d'accordo, perché lui era troppo scorbutico e io, a suo dire, troppo casinista. Avevamo urlato così tanto che, a un certo punto, avevamo dovuto fare una pausa per recuperare il fiato.
Il lunedì mattina mi svegliai con due ore di sonno alle spalle, perché avevo passato la notte al telefono con Gal a sclerare, mentre guardavo Star Wars per calmarmi.
Urlai agli uccellini che se non avessero smesso di cinguettare sarebbero finiti nel forno con le patate.
Mi avviai in bagno, e nel farlo inciampai nella coperta, quindi imprecai. Mi lavai furiosamente i denti e, truccandomi, lo scovolino del mascara mi finì nell'occhio, quindi imprecai di nuovo. I capelli erano un disastro, e mettendomi quella dannata uniforme tirai giù tutti i santi del calendario, perché non sapevo come diamine si annodava la cravatta, e perché quei calzini fino al ginocchio mi facevano sembrare ancora più bassa.
Litigai ancora con Chuck perché, stando a ciò che aveva detto, avevo fatto un casino infernale e le mie urla lo avevano svegliato. Quindi il caffè me lo sarei dovuto andare a prendere da sola.
Non trovai un semaforo verde manco a morire, feci almeno dieci minuti di fila per il caffè e, una volta arrivata all'Hudson Institute, fregai pure il parcheggio all'allenatore della squadra di football. Fosse stato un bel parcheggio, almeno.
Entrai a scuola, e un insegnante mi riprese perché avevo ancora indosso gli occhiali da sole. In più il caffè faceva schifo, quindi fui costretta a versarci dentro del whisky che portavo sempre in una bottiglietta da viaggio. Alla seconda sorsata, però, una goccia della mia deliziosa miscela mi cadde sulla camicetta, quella camicetta bianca come l'Antartide.
Imprecai, e mi beccai un'altra strigliata.
Fine.

"È andato bene." 

Io e Gal eravamo già sulla lista nera di tre professori.

"Ne sei sicura? Perché negli appunti del preside leggo che hai picchiato il quarterback della squadra di football."

Il figlio del sindaco. Maledetto spione. 

"Gli ho tirato un pugno, perché ha fatto il bulletto. Tu mi provochi? Io ti rompo il naso; l'equazione più semplice del mondo."

"La violenza non è mai l'opzione giusta, Revell."

"Lo dica ai nerd che adesso mi venerano come se fossi una dea."

"Interessante. Deduco che, con i tuoi insoliti comportamenti, avrai già attirato buone e cattive attenzioni."

"Dottoressa, non è necessario avere una personalità dai tratti insoliti per attirare attenzioni da entrambe le fazioni." 

Mi sembrava tutto una tale perdita di tempo. Ma veramente aveva dovuto studiare medicina, e specializzarsi in psichiatria, per riuscire a farsi pagare per ascoltare le mie perle di saggezza?
Odiavo essere in quel posto, anche perché quando non ero al Dipartimento mi perdevo sempre qualche cavolata divertente che facevano Vargas e Foley.
Ero diventata il Blitz.

"Affermazione arguta, te lo riconosco."

La ringraziai con falsa modestia.

"E come sta andando la tua convivenza con l'Agente Rodgers? Non dev'essere stato facile per te questo cambio improvviso."

"No, infatti. Perlomeno Striker ci ha spostati in un appartamento più vicino alla civiltà. Ma tutto sommato sta andando bene."

"Sul serio? Perché nel suo rapporto ha scritto che sei indisciplinata, irresponsabile e oltremodo fuori di testa."

Sbugiardata due volte su due, incredibile.
Grazie per l'assist, Chuck. So che non hai detto quelle cose per farmi un piacere, ma perché le pensavi davvero, e forse sei stato anche gentile, ma comunque grazie.

Proseguii indisturbata: "È normale, all'inizio di una convivenza forzata, avere qualche screzio. Sa, come i capelli nel lavandino, litigare per il telecomando, lui che non vuole un drago di komodo in casa..."

Sembrò perplessa, ma non avrei potuto dirle, per nessun motivo al mondo, che la causa delle dichiarazioni del mio agente di custodia riguardavano il procuratore Williams e il tentato occultamento del suo sequestro.

...

"E alla fine, Pinzatrice ha dichiarato al giudice che, al momento del misfatto, lei e Telefono erano andati a mangiarsi un gelato. Lei sapeva di mentire, ma non ci pensò due volte a farlo." Sul serio Van Houten era serena a lasciare suo figlio con quei due imbecilli?! "Perché la priorità era proteggere il suo amico. E questo ci insegna che, a volte, la giustizia può passare in secondo piano, perché è l'amicizia l'unica cosa che conta davvero."

"È la cosa più diseducativa che io abbia mai sentito." Ero sinceramente costernato.

Vidi Foley versare una lacrima. "Ma stai piangendo?"

Mi rispose singhiozzando: "È stata una puntata così commovente."

"Ma porca troia", mormorai.

"Chuck, per l'amor del Cielo, il linguaggio!" Sul serio Vargas mi stava sgridando?!
Era ufficiale: avevo toccato il fondo.

Prima che potessi replicare, mi squillò il telefono. Finalmente quel decerebrato si era deciso a farsi vivo.
Salutai il piccolo sventurato umano e i due amigos, e mi diressi verso casa di Wheeler.
Ovviamente, essendo una prostituta della legge, casa sua non poteva che sembrare la reggia di uno scapolo milionario. Sfondai quella porta da magnate dell'acciaio e gli urlai che se non mi avesse detto subito cosa avevano combinato lui e Revell, gli avrei spaccato la faccia.

"Prima che io ti risponda, esattamente che cosa sai?"

"Non usare queste stronzate da avvocato con me, Wheeler."

"No, dico sul serio. Almeno evito di ripetere cose che potresti già sapere."

"Bene. Hai presente quando ti dicono di non lasciare i bambini a casa da soli, perché potrebbero emulare gente come Patrick Bateman?"

Quel lunedì ero andato a farmi un giro fuori città, perché dopo il week end passato a litigare con Revell, mi serviva avere almeno anche solo l'illusione di staccare per un momento da quel delirio senza sosta.
Ma ero così stressato, che pensare di lasciare in cattività il demone in calzini bianchi mi provocò il doppio dell'ansia, perché se ne avesse combinata una delle sue, la responsabilità sarebbe stata solamente mia. Che gioia, la paternità.
Arrivai a casa nel primo pomeriggio e, appena varcata la soglia, lo scenario che mi si presentò davanti era costituito da pareti ricoperte di cellophane, il procuratore Williams legato a una sedia e Revell, vestita con una tuta trasparente opaca, che aveva la faccia di chi è appena stato beccato con le mani nel sacco. Il tutto con Simply Irrestitible di Robert Palmer sparata a tutto volume.

"Andiamo, sul serio?" Ero così psicologicamente esausto, che non riuscii nemmeno ad arrabbiarmi, ma solo a rassegnarmi.

"Oh, Chuck. Ciao..." mi salutò come un'adolescente beccata dai genitori a fare una festa senza il loro permesso "...non credevo che saresti tornato così presto."

Ovviamente. Ero stato un coglione io a dirle "farò tardi, non fare cazzate".

"Quindi è così che funziona? Io ti lascio a casa da sola, e tu ti metti a fare American Psycho?"

Mi rispose impacciatamente che la sua tenuta era giustificata dal fatto che le scocciava rifare il bucato.

"Agente Rodgers! Cosa sta succedendo? Tutto questo è inammissibile!"

"Procuratore Williams, mi perdoni per questo imprevisto."

"Andrà incontro a conseguenze molto serie!"

Oh, no. Era già una punizione dover vivere quella follia, non avrei potuto affrontare anche un'accusa di complicità in un rapimento.

"Vuol dire che dovrà perdonarmi anche questo imprevisto." Tirai fuori la Glock, e gli assestai un colpo in fronte.
Già, ero un criminale quanto lei.

"Ma non è giusto, volevo farlo io!" Sì, ebbe pure il coraggio di arrabbiarsi; con tanto di urla e capricci.

"Così impari, Davis." Mi girai per andare in camera mia. "E vedi dare una ripulita!"

Non sentii la sua risposta, ma fui quasi sicuro che mi avesse fatto il verso.

Wheeler, in compenso, dopo aver sentito il racconto della mia ennesima disgrazia legata a Revell, scoppiò a ridere. "Cazzo! Avrei voluto esserci!"

"Non è divertente! E adesso spiegami come diamine avete fatto, perché l'altra, oltre ad aver fatto tutto questo, ha avuto pure le palle di dirmi di farmi gli affari miei."

"Non è stato difficile. Lei mi ha chiamato perché aveva bisogno di un uomo di legge dalla sua parte, quindi abbiamo rapito il procuratore Williams, pace all'anima sua, poi ho fatto un paio di telefonate, corrotto qualche funzionario ed eccoci qua!" Quest'ultima parte la enfatizzò come avrebbe fatto un mago alla fine del suo numero.

"Porca miseria, siete uno più pazzo dell'altro."

"Disse colui che ha piantato una pallottola in testa a uno degli uomini più potenti di Vaulsey."

"Finirò all'inferno, per colpa vostra."

"Vuol dire che ci rivedremo tutti lì, e faremo un festone assurdo!"

Sospirai, mi accesi una sigaretta, e sprofondai nel suo divano di pelle.

"Chuck, scherzi a parte" mi offrì quel bicchiere di scotch di cui avevo dannatamente bisogno "dalle tregua, non è cattiva. È solo un po' particolare."

Brindammo, io all'eufemismo dell'anno. 

"Lo è troppo. Mi sta facendo diventare matto. Io provo a parlarci, ma non mi dice mai niente, se non battute o riferimenti a cose che non c'entrano una mazza. Sabato, per esempio, le ho chiesto da quanto lavora per Striker, e lei per tutta riposta mi ha domandato se mi avessero mai detto della tragica fine di Darth Plagueis il Saggio." Lo vidi sghignazzare, presunsi che non era estraneo a quelle frasi sconclusionate. "Era Star Wars?"

"È Revell; è sempre Star Wars."

"Cristo, che nerd." Venne da ridere pure a me, mentre bevvi un altro sorso.

"Lei ne ha passate tante, troppe. Con il passare degli anni si è sempre più chiusa in sé stessa, e non le è facile riuscire a fidarsi di qualcuno che non conosce. Qualcuno come te."

"So cosa ha passato. È solo che proprio non la capisco. Un momento sembra non essere un robot programmato per uccidere, magari sorride pure, ma quello subito dopo mi aggredisce e mi urla addosso. È frustrante, perché io non sono un genio per quanto riguarda i rapporti umani, quindi non so mai come approcciarla."

"Dalle tempo. Che rimanga fra noi; solo il fatto che ti urli addosso invece di non parlarti affatto, vuol dire che piano piano si sta aprendo."

"E se lo farà completamente, verrò investito da un'esplosione nucleare?"

Sogghignò: "Qualcosa del genere, sì."

...

"Non sono tutti tuoi nemici, Revell."

Cominciavo ad averne veramente piene le scatole. "Non provi a rigirare il tutto per far sembrare che il mio non sia altro che vittimismo gratuito."

"L'Agente Rodgers non è venuto qui da Washington con lo scopo di rovinarti la vita. Lo capisci che non ha senso? Pensaci bene; da quando è entrato nella tua vita, non ha fatto altro che proteggerti." 

Le avevo omesso il piccolo rendez-vous nello sgabuzzino.
E non era l'unica cosa che le avevo tenuto nascosta; lei non era a conoscenza della mia passata gravidanza, del tentato omicidio e dell'aborto.
Tutto quel destreggiarmi fra una bugia e l'altra mi si stava inesorabilmente ritorcendo contro. E non sapevo più cosa dire, perché non sapevo nemmeno più cosa avrei dovuto farle credere.

"Allora si può sapere cosa diavolo vuole da me?! Come è arrivato a Dan? E, soprattutto, come ha fatto senza che altri federali ne fossero a conoscenza? Quelli lavorano sempre in squadra, perché lui dovrebbe essere un'eccezione?"

"Questo, mia cara, dovresti chiederlo a lui."

Oh, dottoressa. Non aveva idea di quanto avessi provato a farlo. E non aveva nemmeno idea di quanto mi facesse sentire piccola, anche solo con uno sguardo.
Quell'uomo mi intimidiva. Tutte le domande che mi faceva, io le percepivo come un interrogatorio ed ero convinta che, una volta estrapolato ciò che gli serviva, mi avrebbe rovinato l'esistenza.
Io sarei finita a marcire in carcere, e lui ai piani alti dell'FBI; ne ero sicura.
Quindi, per contrastare la sua autorità, non mi rimaneva che approfittare della situazione per punirlo e divertirmi un po' e, chissà, magari portarlo alla pazzia.
Sì, era un meccanismo di difesa in piena regola. Ma sarei morta piuttosto che ammetterlo davanti a lei.

"È troppo chiuso in sé stesso", mi limitai a risponderle. Ma non mi suonò come una bugia.

"Come te." Questa, invece, un po' mi fece male.

"Io non sono chiusa, sono riservata."

"Come preferisci. Resta il fatto che, finché non ci proverai, non riuscirai mai ad avere un dialogo con lui."

"E perché dovrei provarci io? Non ho chiesto io la sua presenza."

"E non pensi che lui non abbia chiesto la tua?" Quell'affermazione mi fece sentire un completo schifo. I miei emisferi cerebrali si stavano prendendo a pugni. "Prova a metterti nei suoi panni; per lui questa situazione è stata una cambiamento radicale quanto lo è stata per te. Non ti conosce, e non riesce a capire chi sei, perché tu hai alzato un muro."

"Sì, ma lui non è di certo un libro aperto."

"Allora prova almeno a leggerlo." Quanto la odiavo quando se ne usciva con queste metafore. "Non lasciare che il pregiudizio offuschi la tua capacità di relazionarti con lui. Ricordati che anche lui è solo un essere umano, una persona, proprio come te."

E odiavo anche quando aveva ragione, ma anche questo non l'avrei mai ammesso.
Finito il tempo, entrai in auto, mi accesi una sigaretta, e iniziai a riflettere su quell'emotivamente sfiancante seduta.
Chuck, in effetti, non mi aveva mai fatto niente di male. Non era un bastardo, era solo un tipo severo e autoritario. I nostri caratteri cozzavano, ma sentivo che non eravamo poi così diversi.
Forse mi ero davvero lasciata influenzare eccessivamente dal suo distintivo, e forse avevo davvero tralasciato il fatto che, quando non ci urlavamo addosso, ci scappava anche qualche risata.
Ma la cosa che mi sconvolse di più, fu quel maledetto ricordo.
Misi in moto, e mi avviai verso l'unico posto in cui avevo bisogno di andare in quel momento.
Mi sentivo persa, e dovevo sentirla vicina, anche solo in parte.
Arrivai al cimitero, e dopo pochi passi trovai la tomba in cui riposava la mia bambina mai nata.
Non passava giorno senza che pensassi a lei. Forse avrei avuto una vita normale. O forse sarei stata una madre orribile, e avrei rovinato la sua.
Quei pensieri non mi davano pace. Da quando l'avevo persa, la mia esistenza era costellata da "se" e "ma".
Non mi ero mai posta il problema dell'avere un figlio. Studiavo legge e lavoravo per i Servizi Segreti, ero troppo concentrata a pensare alla mia carriera
Smisi di studiare legge perché lavorare sul campo mi appassionava di più. Poi conobbi Dan Foster, e ci innamorammo subito.
Quando avevo scoperto di essere incinta, avevo imprecato come mai in vita mia. Era l'ultima cosa che mi sarei aspettata, ed ero terrorizzata, non solo dalla notizia, ma anche dalle circostanze.
Il terrore ci aveva messo poco ad essere sostituito dall'amore incondizionato che provavo per quel girino, e che cresceva insieme a lui. La felicità più grande era arrivata quando avevo scoperto che era una lei, una mini me.
Per una persona che era abituata a stroncare delle vite, il pensiero di crearne una era ancora più incredibile. La sentivo muoversi e fare le capriole e, nonostante l'amarezza lasciata dal tradimento di suo padre, la voglia di vederla sovrastava tutto. Non passava giorno senza che sorridessi all'idea di tenere la mia piccolina in braccio. Il mio mondo cadde a pezzi perché quel giorno arrivò troppo presto. Io ero bloccata su un letto d'ospedale, avevo sfiorato una paralisi alle gambe, e quel fagottino, che tenevo in braccio per la prima ed ultima volta, non aveva mai emesso il suo primo respiro.
Mi mancava ogni giorno, ma erano passati mesi dall'ultima volta in cui mi ero sentita così triste e vulnerabile. Non mi mostravo mai alle persone in quello stato, nemmeno a Carl.
Ero sempre stata abituata ad essere quella forte, quella che non si spezzava mai.

"Revell?" Trasalii. Chuck era l'ultima persona che doveva vedermi fragile.

Mi asciugai in fretta e furia una lacrima, e gli chiesi cosa ci facesse lì.

"Sapevo che eri dalla Patterson, e so quanto si possa essere incazzati quando si esce da lì. Volevo solo assicurarmi che non sfogassi la tua ira contro qualsiasi cosa o persona. Ma, a meno che tu non stia per scatenare un'apocalisse zombie, credo proprio di essermi sbagliato." Il suo sguardo non mostrava rabbia, ma una strana comprensione.

"Sì, ti sei sbagliato. Ma grazie per aver pensato che avrei potuto essere abbastanza potente da poter fare una cosa del genere." Sarei dovuta andare su tutte le furie, ma inspiegabilmente in quel momento mi fece sentire meno miserabile.

"Chloe Davis", lesse su quella lapide, sulla quale era incisa solamente una data. "Era una tua parente?"

"Era mia figlia." Da quanto non pronunciavo ad alta voce quella parola.

Ora, invece, la sua espressione era di pura costernazione.

"Cristo. Revell, mi dispiace, davvero..." Lo vidi che diceva la verità. Era sinceramente dispiaciuto, come se in lui potessi riconoscere quel dolore che provavo costantemente.

"Non ti preoccupare. Anzi, mi stupisce che non lo sapessi." Quello, di me, conosceva vita e miracoli.

"Già, dev'essermi sfuggito..."

Sentii che voleva farmi quella fatidica domanda, e il fatto che si stesse trattenendo per rispetto nei miei confronti mi fece pensare che forse era davvero una persona come me, che forse quella sarebbe stata un'occasione per provare ad aprirmi con lui.
In un fottuto cimitero.

"So che muori dalla voglia di chiedermelo. Perciò sì, era figlia di Dan."

"Com'è successo?"

Feci un respiro profondo. Non ero sicura di essere pronta a raccontargli quella storia. Non l'avevo mai più raccontata a nessuno da allora.

"Se te la senti di parlarne, non devi sentirti obbligata."

"No, va bene. È successo poco più di quattro anni fa. Ero incinta di sei mesi, e Dan era fuggito perché era stato scoperto. Ma tu questa storia la conosci. Ad ogni modo, una sera tornai a casa dal lavoro, e in salotto c'era uno dei suoi sicari ad aspettarmi. Mi sparò due colpi alla schiena, io riuscii ad ammazzarlo, dopodiché chiamai il 911. Ma era troppo tardi." Mi sembrò come se non fosse passato nemmeno un giorno.

"Porca puttana. Lui ti ha fatto questo, nonostante tu aspettassi sua figlia?!"

"Da quel che sostiene, lui non sapeva che fossi incinta. Ma non gli ho mai creduto."

"E questo, prima o dopo aver ucciso tua sorella?"

"Dopo. Se quel tizio non fosse stato un incapace, avrebbe fatto tripletta."

...

Ero sconvolto. In nessun fascicolo avevo letto nemmeno un accenno alla sua gravidanza.
Ma potevo capirne il motivo.
E potevo capire lei. Finalmente riuscivo a captare un segnale di avvicinamento umano con Revell.
Non mi sarei mai aspettato che mi avesse raccontato un episodio così traumatico della sua vita, dato che era la ragazza più riservata che avessi mai conosciuto.

"Non posso credere che ti abbia fatto una cosa del genere."

"È stata colpa mia; non avrei dovuto abbassare la guardia." No, quello non gliel'avrei permesso.

"Revell, guardami" le alzai il mento col mio indice, le asciugai una lacrima, e le dissi ciò che pensavo: "non è stata colpa tua."

Si arrese, e pianse.
Mi chiesi da quanto tempo si teneva dentro quel dolore, da quanto tempo torturava se stessa assumendosi la colpa di ciò che era successo.
Mi sentii male, perché era tutto così dannatamente ingiusto e incomprensibile.
Ebbi un po' di timore, perché probabilmente nessuno abbraccerebbe mai del C4.
Ma io l'abbracciai, e lei non esplose.

 

   
 
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