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Autore: shana8998    22/06/2022    0 recensioni
Non intendevano farlo.
C'era stata una festa, avevano bevuto. Connor lo aveva ripetuto almeno un centinaio di volte a Carles, quella sera, di non assumere droghe prima di rimettersi in auto, ma lui non gli aveva dato ascolto. Ecco perché quella ragazza era morta. Per una bravata, per la loro incoscienza.
Ma Lorel, Michela, Carles e Connor erano bravi ragazzi e ciò che avevano fatto non gli apparteneva. Non doveva andare in quel modo.
-Nessuno lo deve sapere. Nessuno!-
Quella tragedia avrebbe potuto rovinare la loro vita, per questo avevano deciso di stringere un patto.
Nessuno di loro avrebbe mai dovuto parlare di quella notte.
Ma ora, un anno dopo, qualcuno l'ha scoperto. Michela riceve un bigliettino anonimo che cita la frase: "so cosa avete fatto".
Il segreto è stato scoperto e ben presto i quattro amici si ritroveranno a dover affrontare uno spietato giustiziere.
Genere: Romantico, Slice of life, Suspence | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate
Capitoli:
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Le ossa si rompono, gli organi cedono, la pelle si lacera. Possiamo ricucire la pelle e riparare il danno, alleviare il dolore. Ma quando la vita va in pezzi, quando noi andiamo in pezzi, non c’è una scienza, non ci sono regole scritte, possiamo solo camminare a tentoni.


                                                                        3.

 

Lorel Wards.



 

Uno dei vantaggi di lavorare in televisione, mi ripetevo spesso, erano gli orari. Di solito, alle dodici del mattino, ero stesa su una delle tante sedie a sdraio a bordo piscina. Era un’abitudine che avevo preso dopo essermi trasferita dal Messico in quel palazzo residenziale.

E mi piaceva. Riuscivo a distendere i nervi crogiolandomi al sole, bevendo un mojito o semplicemente osservando il riflesso delle vite altrui.

Era capitato spesso che mi perdessi a guardare le persone che, come me, decidevano di regalarsi un tuffo in piscina a quell’ora del giorno. Le loro vite…mi ossessionavano.

Perché? Perché sono così insoddisfatta? Mi domandavo ogni volta, guardando il viso spensierato di alcune ragazze del secondo piano o della signora Stanford e del signor Stanford che occupavano l’appartamento 7B al sesto piano.

Avevo tutto. Tutto quello che una ragazza può desiderare a vent’anni.

Soldi, quelli che non mi mancavano neanche prima di entrare in tv, bellezza, carattere; eppure il vuoto percepito nel mio petto era stato, da sempre, palpabile.

Sin da piccola mi ero dovuta rimboccare le maniche. Mio padre, proprietario dei magazzini Wards presenti in tutto il paese, non era certo il tipo di uomo da coccole e tazze di latte davanti alla tv. Lui mi aveva insegnato a crescere in fretta, ad essere cinica, calcolatrice, maniaca del controllo perché se non controlli la tua vita «essa controllerà te.». Ed era per quel motivo che ambizione, carattere, voglia di emergere e possibilità per farlo avevano creato la Lorel che proprio mio padre desiderava.

All’età di 19 anni avevo già un appartamento di proprietà fra i più costosi della zona. Lavoravo in tv e ben presto, avrei fatto parte della società di mio padre attivamente.

Ma nonostante ciò, io mi sentivo sola e insoddisfatta.

Poi avevo conosciuto Carles.

Era successo così in fretta, tanto da non riuscire a ricostruire la dinamica precisa. Stavo tornando a casa da scuola, quando un’auto sportiva rosso fuoco mi si era accostata, e alla guida c’era lui.

Ho amato Carles dal primo momento in cui l’ho visto.

Alto e con le spalle larghe, bello e popolare, neanche nei sogni avrei mai immaginato di avere un ragazzo del genere.

Il fatto che avesse scelto proprio me era sorprendente. Un miracolo.

Quella mattina, ero in camera mia mentre ripensavo a Carles, e ogni volta che socchiudevo gli occhi, la mia mente non faceva altro che rievocare quell’incontro.

«Ciao, salta su. Ti do un passaggio.»

I suoi occhi, il suo sorriso, il battito impazzito del mio cuore.

Avevamo passato l’intero anno precedente a vederci di nascosto. Certo, sicuramente i suoi compagni di squadra e quelli della confraternita sapevano di me, ma dal mio canto le uniche persone che sapevano della nostra storia erano Connor e Michela. Mi fidavo ciecamente solo di loro.

Ma adesso era finita. Carles se n’era andato nel bel mezzo della notte, Michela non ne voleva sapere più niente di noi e Connor…Be’, lui aveva preferito scappare.

Avevo un’orribile sensazione di vuoto nel petto. 

Avrei pianto anche prima di quel momento se lui mi avesse lasciata, ma avrei smesso in breve tempo.

In fondo avevamo vent’anni e migliaia di opportunità per stare con qualcuno, no? Ma in quella circostanza, dopo quello che avevamo fatto…come sarei sopravvissuta senza di lui?

Avevo sopportato l’idea di aver perso l’unica amica che avevo, e l’unico amico di cui mi fidavo, ma non potevo sopportare l’idea di perdere l’unico ragazzo che avevo amato veramente in vita mia e con cui avevo condiviso un terribile segreto per tutto quel tempo.

Carles non sarebbe mai andato dalla polizia, mi avrebbe tenuta al sicuro da quell’eventualità anche standomi lontano; ma ora che non c’era più, chi mi avrebbe tenuta lontano da me stessa?

C’era un altro motivo per cui non avevo mai smesso di piangere e di ripetermi di aver fallito: avevo fatto più di una promessa, la notte dell’incidente. L’avevo fatta a me stessa. Non perderli di vista.

La verità è che, forse, non mi ero mai fidata di nessuno abbastanza. Ecco perché ero rimasta con Carles anche se avevamo giurato di non vederci più. Ecco perché, anche se da lontano, avevo continuato ad osservare Michela andando ai suoi allenamenti.

Se solo avessi potuto dire a Carles la verità. Se solo avessi permesso di lasciarmi conoscere veramente, avrebbe capito che genere di persona ero. Malfidata, cinica, egoista. Niente a che vedere con quello che lui aveva visto di me. Sapevo fingere, ma forse, in parte, lui lo aveva sempre saputo. Comunque, non ero l’unica fra noi quattro ad essere in quel modo e questo mi rassicurava in parte.

Presi il telefono e digitai un numero che conoscevo molto bene.

Broken. Chissà perché lo avevo soprannominato così. Forse, proprio perché quella notte ci aveva rotti.

 

«Perché mi chiami a quest’ora?»

«Sto…Per fare una cazzata, devi venire qui.» 

 

Ripensai alla notte dell’incidente. Accadeva di rado, onestamente. Ero più concentrata a tenerli tutti d’occhio che non al motivo per il quale lo facessi. Eppure, dopo aver riagganciato il telefono, socchiusi gli occhi e un breve flash di me, paralizzata sul sedile anteriore della Mustang rossa di Carles, era apparso come un fulmine a ciel sereno, stringendomi la gola.

Ricordavo i fari irradiare il corpo esanime di Josephine riverso al centro della strada. Il motore della Mustang che sembrava tossire grosse palle di fumo. Respiravo appena. 

 

«E’...morta?»

 

Basta. Basta. Basta!

Mi resi conto che stavo perdendo il controllo.

Una marea di idee stupide attraversò, irrefrenabilmente, la mia mente come un fiume in piena.

Velocemente, mi sentii soffocare.

Potevo contare i battiti del mio cuore nel cervello, sembrava mi stesse per esplodere.

 

Respira. Respira, Lorel. Ripetermelo non bastava.

Stavo morendo? La stanza mi vorticava davanti. 

Sto soffocando…Sto soffocando! Mi portai le mani attorno al collo e pregai che quella sensazione svanisse in fretta, ma non fu così.

Mi sollevai di scatto dal materasso e nel farlo urtai il comodino facendo cadere tutto ciò che c’era appoggiato sopra.

Forse me lo merito. Forse, è giusto che io muoia oggi.

Quel pensiero lugubre fece sì che il mio viso si inondasse nuovamente di lacrime.

Piombai in bagno e d’istinto agguantai il bordo del lavandino. Le gambe erano molli come gelatina, non avrebbero retto il mio peso ancora per molto.

L’abbiamo uccisa. Fino ad allora non avevo mai ripetuto a me stessa, veramente, cosa avevamo fatto. Scacciavo quella frase dai miei pensieri. Vivevo la mia vita. Io ero viva.

Mi sentivo una sopravvissuta, mi ero sentita così fino a quella mattina, finché…non ero rimasta sola.

Lo stomaco si strinse una volta di troppo e senza che potessi far nulla per impedirlo spinsi la testa verso il centro concavo del lavandino. Un conato di bile mi risalì dalle viscere: vomitai. 

Tossii.

Singhiozzai.

E’ solo colpa mia. Sono stata io.

Il riflesso che giaceva nello specchio, agganciato alla parete di fronte a me, non era quello della Lorel che conoscevo. Quella che stavo vedendo era una Lorel distrutta, rotta. La Lorel colpevole e debole. Si, debole. Credevo che, fra tutti e quattro, io fossi quella più forte. Quella del “è tutto sotto controllo”. Ma non era così.

Lo sguardo vacillò dallo specchio alla lametta per radersi appoggiata sulla mensola.

Forse è questo che merito.

L’afferrai e per un momento la tenni stretta fra le dita ponderando le mie intenzioni.

Meritavo di morire come Josephine? Meritavo di pagare pegno per ciò che avevo fatto?

 

«Lorel? Ci sei?»

 

Se solo poco dopo, lui non avesse bussato alla porta, forse io…

 

Mi paralizzai di colpo e come se mi fossi risvegliata da un brutto sogno, scorsi la raccapricciante scena di me con una lametta fra le mani, pronta a togliermi la vita.

Spaventata da ciò che l’altra Lorel, quella distrutta, mi stava lasciando fare, buttai la lametta nel lavandino e aprii il getto d’acqua.

Mandai giù un sorso dalla cannella e poi affondai il viso sotto il suo getto.

 

Raggiunsi solo dopo una manciata di minuti la porta. 

 

«Lorel…»

Quando i nostri occhi si incrociarono, crollai.

«Non ce la faccio più, Connor.».

Connor mi guardò nel modo più apprensivo che avessi mai visto.

«Va tutto bene.» Fece un passo avanti e mi strinse a sé.

Solo allora mi permisi, per la prima volta, di piangere davanti a qualcuno che era presente con me quella notte.

«Carles mi ha lasciata.», ammisi.

Connor mi spinse delicatamente all’interno dell’appartamento senza mai interrompere quell’abbraccio e si chiuse la porta alle spalle.

«Sapevi che prima o poi sarebbe successo.»

Affondai il viso contro il suo petto, «Non doveva succedere. Mi ha lasciata sola.» dissi tutto d’un fiato, «Mi stavo per uccidere, Connor!».

A quell’affermazione, il ragazzo mi scansò dal suo petto e incrociò severamente il mio sguardo.

«Non sei sola. Non lo sei mai stata.»

Era vero, ma io ero sempre stata troppo piena di me e di quella storia del controllarli tutti da non rendermi conto che anche Connor non mi aveva abbandonata.

Mi aveva scritto e chiamato ogni notte da quel giorno. Da quando gli avevo confessato che temevo di perdere il controllo, esattamente come aveva fatto mia madre molti anni prima di quel momento. Un crollo emotivo, dopo il divorzio con mio padre, l’aveva spinta a prendere una massiccia dose di pasticche. Così aveva spento il suo dolore. Ma io non ero così debole. Non dovevo esserlo.

«Per un solo istante, ho pensato che stessi facendo la cosa giusta…», non distolsi lo sguardo dal viso di Connor nemmeno per un attimo. Non sapevo se quanto gli stavo rivelando, avrebbe fatto si che lui mi guardasse con disprezzo, se provasse ribrezzo o pietà. Ma dovevo buttare fuori il marcio o sarei stata divorata da esso. «Non meritiamo di essere qui, Connor. E so, che tu la pensi esattamente come me.»

Ammonì il suo sguardo, le mani strette attorno alle mie spalle «Ma ci siamo e non puoi farci nulla. Non è toglierti la vita che permetterà a Josephine di tornare fra noi.», fece una breve pausa, «Non farlo mai più, Lorel.»

«Cosa?»

«Pensare di ucciderti. Non farlo mai più. Non sopravviverei ad un’altra morte.»

Restammo in silenzio per un attimo che mi sembrò eterno.

«Non sopravviverei alla tua morte.»

   
 
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