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Autore: bimbarossa    20/07/2022    0 recensioni
Tutti noi siamo consapevoli che ci sono forze naturali attorno a noi a cui l'uomo non può resistere, che non può controllare. Fuoco, Terra, Aria e Acqua. Forze venerate in tutte le culture.
E se qualcuno un giorno, un dio o uno scienziato pazzo, avesse trovato un modo per dare un corpo a tali forze?
E se queste, ora che hanno una bocca per parlare, volessero essere aiutate e protette?
Genere: Avventura, Introspettivo, Mistero | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti
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“Maria. Maria. Cerca di svegliarti. Dobbiamo scappare. Sta arrivando la polizia.”

Sentiva dolore in ogni parte del corpo, ma soprattutto in bocca e in gola. Ricordava che l'avevano graffiata per tenergliela aperta, disumane, impietose, felicissime come se le stessero regalando il mondo.

Quando avevano finito di farle quello che le avevano fatto, l'avevano lasciata tramortita sul pavimento freddo e appiccicoso di sangue, mentre lei si era raggomitolata a palla, piangente e piena di orrore.

Mai si era sentita così sporca in vita sua.

“Dobbiamo andare. Lasciamola lì. L'arresteranno, tuttavia non possiamo farci niente se è una debole.”

Sentiva Acqua che le passava accanto con passo felpato, come il suono che si sente in fondo ad una conchiglia.

Aprì gli occhi gonfi di lacrime e le labbra tumefatte piene di tagli, per dire loro che no, non potevano abbandonarla, non potevano scaricarla lì alla mercé della polizia brasiliana.

Si, Maria avrebbe voluto dire tante cose, eppure non le usciva nemmeno un suono.

Vide solo una testa bionda e due occhi verdi come un prato estivo che si chinava su di lei, e poi la sua voce soave, per nulla gravata dalla pazzia che le diceva:

“Torneremo a prenderti. Mi dispiace. Ricevere un dono a volte provoca molta sofferenza.”

Poi il buio la inghiottì completamente.

 

“Ehi tu! Datti una svegliata! Cristo, guarda che scempio, Alonso! Mai vista una ordalia simile. Ragazza, vedi di aprire quella fottuta bocca e spiegarci quello che è successo.”

Maria si sentì strattonare senza troppi riguardi da una voce dura e spaventata insieme.

“Ma cosa...?”

Cercò di focalizzarsi sul volto dalla pelle scura che cercava di metterla in piedi con efficiente brutalità.

In mezzo, tante luci scintillanti, tante figure con divise scure, facce spaventate degli altri clienti dell'albergo, e quelle fredde e incolori dei due poliziotti che la stavano circondando, evidentemente pienamente convinti che lei c'entrasse qualcosa nella vicenda.

“Una notte in gattabuia le scioglierà la lingua, vedrai. Portala via, prima che arrivino i giornalisti come avvoltoi su una carogna.”

Quello chiamato Alonso, abbronzato e dagli occhi azzurri, alto e prestante, se la trascinò quasi di peso, non prima di averla ammanettata come la peggiore delle criminali.

 

Non sapeva da quanto tempo fosse in quella cella piccola, umida, fosca come una botola di una cantina maledetta.

Aveva anche perso la cognizione del tempo.

Sicuramente erano passate ore da quella spaventosa entrata al commissariato di polizia, con gli occhi di tutti catalizzati dalla sua persona ricoperta di sangue, persino nei capelli e tra le dita.

Sicuramente era durato ore l'interrogatorio che le avevano imposto, consistito di urla, minacce, parolacce, blandizie.

Eppure tutto ciò non l'aveva scalfita. Non lo aveva fatto perché aveva scoperto una cosa che la terrorizzava molto di più di finire in una galera brasiliana.

Nel momento in cui i due poliziotti si erano messi a parlare, ovviamente in portoghese, lei, che sapeva ad un livello accettabile solo l'inglese, aveva altresì capito tutto, e quando aveva risposto, a monosillabi e con frasi smozzicate e confuse, aveva intuito che anche loro, paradossalmente, l'avevano compresa, segno che le parole uscitele dalla bocca, dette sicuramente in italiano, venivano percepite invece nella loro madrelingua.

Si era accorta, inoltre, che tale bizzarro fenomeno era accompagnato da una specie di ritardo, di discordanza suono-immagine per la quale coloro che le stavano davanti muovevano si le labbra, ma le parole non coincidevano con i suoni percepiti dalle sue orecchie, e il fatto che fissasse insistentemente le bocche dei poliziotti che la tartassavano non aveva deposto a suo favore.

Sicuramente pensavano non solo che fosse una efferata assassina, ma anche una mentalmente instabile.

Adesso, la testa tra le ginocchia e il morale sotto i piedi, Maria cercava di mettere ordine ai pensieri, perché una soluzione per uscire da lì doveva pur esserci, no?

Un rumore metallico le fece alzare lo sguardo di scatto, per fissarlo su quello della rossa che la osservava divertita dal corridoio della prigione facendo tintinnare un mazzo di enormi chiavi grigie.

“Allora, vogliamo farci un giretto?”

 

“Maria, come sono le carceri brasiliane? Terribili come dicono?”

L'interpellata inchiodò Fuoco con uno sguardo che avrebbe potuto bruciare.

Non sapeva come ne era uscita, o meglio non sapeva come Acqua era riuscita a mettere le mani sulle chiavi della sua cella, ma stava cominciando a capire che a volte era meglio non fare tante domande quando si trattava di quelle quattro.

“Diciamo che pensavo peggio.” Si strinse i polsi pieni di lividi lasciati dalle manette, per poi guardarsi in giro.

Era notte quando era stata portata fuori dalla rossa, ma il tutto era racchiuso da una specie di nebbia lattiginosa, brumosa. Una nebbia nel vero senso della parola.

Il commissariato ne era pieno, come se ci avessero sparato dentro un sacco di fumogeni, e le persone che ci lavoravano, gli impiegati e i poliziotti era come se ne fossero pregni, allucinati, intontiti.

“A proposito, quel fumo diversivo. Che roba era?”

“Nuvole.”

 


 

“Pronto, signor Beaufort? E' lei Alexander Beaufort?”

“Si, sono io. Con chi parlo?”

“Sono l'ambasciatore americano a Rio de Janeiro. Lei è l'unico famigliare in vita della cantante S.S. all'anagrafe Saffir Simpson, vero?”

“Si, sono suo nipote. Ma che succede? E' successo qualcosa a mia zia? So che si trovava in vacanza in Brasile, ma...”

“Ascolti, sono desolato di essere io a comunicarle una simile notizia, ma la sua congiunta è deceduta ieri pomeriggio.”

Dall'altra parte del continente, nel mezzo degli Stati Uniti, un ragazzo dai corti capelli bruno-ramati e gli occhi grigio-azzurri come un cielo in tempesta, si accasciava lungo la porta della cucina con il telefono in mano e il cuore nello stomaco.


 


 

Era passata una settimana dagli eventi brasiliani, e Maria era tornata a casa, in Italia.

Fissava il soffitto della sua camera da letto, nell'abitazione dei suoi genitori.

Li sentiva litigare di sotto, prendendosela l'uno con l'altra perché lei, la loro figlia genio era scappata di casa tornandoci dopo otto giorni di buio. Otto giorni in cui non era andata a scuola nel suo ultimo anno di liceo perdendo un sacco di lezioni proprio all'inizio dell'anno scolastico.

“Ehi, ce l'hai ancora con me?”

Una figura bionda e pallida era seduta sul davanzale della finestra aperta. Una finestra che prima era chiusa.

“Aria.”


 

Mentre stavano letteralmente fuggendo dalle forze armate brasiliane che avevano fatto circolare manifesti con la sua faccia per tutto il Paranà, le uniche cose che aveva ben chiare erano due.

Primo: le avevano fatto qualcosa quando le avevano...le avevano fatto mangiare un pezzo di carne di quella donna assassinata.

Qualcosa di oscuro e terribile, che forse aveva liberato in lei delle forze che di norma rimangono silenti nelle persone normali.

Le aveva minacciate, le aveva pregate, le aveva ignorate per sapere perché l'avessero rotta e come potevano riaggiustarla.

Le rifilavano sempre la storia del dono, e che lei era una stupida bambina ingrata che non si meritava tanta compiacenza.

Secondo: la bionda senza cervello aveva ritrovato il suo cervello.


 

“Che ci fai qui, Aria?”

Si ricordava una silfide smunta, magra e con macchie viola sotto gli occhi senza espressione, i capelli color grano spenti ed opachi, e la vacuità della sua intera persona quasi indecente, raccapricciante.

Ora invece davanti a lei pareva che ci fosse una modella.

Era ancora bianchissima, ma di un pallore sano, così come sembrava che i capelli luccicassero alla luce delle stelle.

Gli occhi saturi di lucidità inchiodavano ogni cosa, persino il cielo se avesse guardato all'insù.

“So che le mie sorelle sono scorbutiche e prepotenti a volte. Ma io volevo lo stesso dirti grazie.

Si, decisamente tirava una nuova aria.


 


 

Che ci fai qui, Aria?”

La bionda le si sedette vicino sul letto, eppure le parve che il materasso non risentisse del suo peso appoggiatovi sopra nemmeno di un millimetro.

“Non senti l'elettricità che ci circonda?” La guardò di sbieco, con quegli occhi verdi come prati alpini. “C'è profumo di tempesta.”

Il suo era stato solo un sussurro, ma in quell'istante uno spettrale alito di vento improvviso smosse le tende della finestra lasciata aperta, e Maria ebbe i brividi peggiori della sua vita.

“Non capisco. Suona quasi come una minaccia.” Un risolino pensò che bastasse per ricevere delle rassicurazioni da quella che a differenze delle altre stronze sue compari, sembrava invece più gentile e disponibile.

Più sincera.

“Lo è. Però da me non devi temere nulla, Maria.”

La ragazza si mise subito tranquilla, come se una coltre di calma solida le si fosse spalmata addosso.

Come faceva quella strana bionda a trasmettere tanta placidità e serenità?

“Senti, Aria. Mi dici cosa mi avete fatto in Brasile? Io mi sento strana, riesco a sentire...a comprendere suoni e frasi che dovrebbero risultarmi incomprensibili.” Un dolce conato di disgusto le salì dallo stomaco al ricordo. “Ho mangiato...un pezzo di persona, vero? Quella donna, la cantante morta. Me l'avete fatta mangiare, non è così?”

Si incastrarono con gli occhi.

“E va bene. Ti posso dire qualcosa. Quella cantante americana era la mia cassaforte. Diciamo che lei conteneva, nei suoi geni, nel suo corpo, e sangue, e ossa, una parte di me. Una parte a cui io ho rinunciato per non essere trovata. Per brillare meno. Una parte fondamentale per la mia lucidità mentale. Quelli che mi cercano ci troverebbero subito se noi brillassimo. E noi siamo Dei. Non possiamo non brillare al di sopra di voi stupida umanità. Perciò ci siamo, come dire, auto-amputate, sminuite. Per quanto mi riguarda, ciò che ho dato e perso, è stata la mia lucidità, insieme ai miei polmoni.”

Maria era totalmente stranita, quasi in iperventilazione da quella inaspettata confessione.

Era abituata alla reticenza assoluta quando parlava con loro, ed adesso si ritrovava a gestire tante di quelle informazioni da far paura nei polsi.

“I tuoi polmoni?”

“Si.” Annuì e tirò un sano sospiro.

“Lei aveva i miei polmoni. Respirava la mia aria. Secondo te perché sembravo un'asmatica per tutto il tempo? Qui, “e si toccò il petto, “fino a poco tempo fa avevo solo un grande vuoto.”

“Mi stai dicendo che te ne andavi in giro priva di polmoni? E' un'assurdità.”

“Sono un Dio, ricordatelo. Potevo sopravvivere senza polmoni, bastava che la mia cassaforte...”

“La cantante, intendi?”

“Si, il nostro dolce usignolo americano. Bastava che lei rimanesse in vita. Ma l'hanno trovata, le hanno tagliato la gola e io non riuscivo più a respirare. Ecco perché tu hai dovuto...”

“Baciarti ogni due per tre? Si, mi ricordo. Allora era per quello.”

“Esatto. Mentre dall'altra parte del mondo la cantante S.S. ovvero Saffir Simpson veniva uccisa e le sue corde vocali strappate via, io perdevo ogni capacità di emettere fiato. Unicamente il tuo respiro mi ha mantenuto in vita. Almeno fino a quando me li sono ripresi, i miei piccoli e rosei polmoni.”

“C'è ancora qualcosa che non capisco, però. Perché si sono portati via le sue corde vocali?”

“Perché c'è aria di tempesta in giro.”

La bionda silfide sbuffò e si girò verso la finestra, verso il cielo scuro, violaceo, da baita russa.

“Ma...ma che vuol dire? Ho quasi paura a chiedere oramai. Ogni volta che parlo con voi mi ritrovo queste frasi sibilline che fanno accapponare la pelle.”

Si strofinò sulla trapunta, il fresco di settembre che sembrava il freddo di gennaio.

“Senti, non abbiamo molto tempo. Dobbiamo incontrare una persona. Un uomo che non ha nessuna voglia di vederci, tra l'altro. Lavora in Veneto, da qualche parte vicino Padova.”

Maria si rizzò a sedere sul letto, con la voglia di prendere a cuscinate quella ragazza che si credeva un Dio, tale da prudere le mani.

“Ma dico io, starai scherzando? Ho già perso una settimana di scuola. Ho la maturità quest'anno, e i miei genitori mi uccidono se me vado in giro per il mondo a fare che, poi?” Si sentiva arrabbiata, e usata, e stanca. Ma anche curiosa oltre ogni dire. “Ad ogni modo, come si chiamerebbe quest'uomo che vi odia già a morte? Ho la vaga idea che andremo molto d'accordo. Io non vi sopporto.”

“Si chiama Della Rocca.” Si strinse la base del naso per darsi un tono affettato, spocchioso. “Il beneamato conte Pietro Seracchi Della Rocca.”

 

Londra

 

La luce grigia del pomeriggio uggioso che quasi pareva rotolare sulla capitale inglese riverberò per un attimo sulle infinite finestre del grattacielo Shard.

Il potente magnate della compagnia Black Tetrahedron chiamato A- si strofinò le mani che teneva congiunte dietro la schiena.

Una figura in nero lo osservava poco distante simile ad un fuso. Dritto e puntuto.

“E adesso che hai? Perché sei così nervoso' L'operazione è andata bene, no?”

“Andata bene, dici? Hai fatto mandare i miei uomini prima in un paesello brullo del Nebraska, e successivamente me li hai fatti spedire in Brasile. Mi prometti una nuova voce e poi mi ritrovo invece questa...cosa!”

Sbatté con irritazione la cassetta per il trasporto degli organi. “Non capisco che gioco stai giocando. Se pensi che queste missioni siano poco dispendiose, beh ti sbagli. Ma i soldi li metto io, no? Mica tu.” Scoccò al suo compagno nero uno sguardo di ghiaccio. “Vedi di non farmi perdere la pazienza. Solo perché ti credi un Dio...”

“Io sono un Dio. E devo schiacciare quelle quattro che si credono meglio di me. Tuttavia, adesso una luce verde ha ricominciato a splendere. Non ha resistito a riprendersi ciò che era suo. Le ho lasciato i suoi polmoni perché ritornasse completa. Perché ritornasse a brillare. Adesso puoi vederla. E se puoi vederla puoi anche ucciderla.”

A- fece spallucce. La solita, allucinante solfa. Non che l'altro avesse torto, ma era proprio invasato.

“Senti, ti chiedo solo un po' più di precisione. Non ho voglia di spendere soldi per niente. E poi, mi dici che cosa dovrei farmene delle corde vocali di quella tizia che abbiamo ucciso?”

Il fuso nero che era il suo compagno sogghignò. “Fidati. Daremo un po' di fiato alle trombe.”

 

Da qualche parte vicino Padova

 

“Si sta alzando il vento.”

Maria si strinse nella giacchetta che aveva indossato quando erano partite -di nuovo- per incontrare quel dannato conte di non-si-sa-bene-cosa.

Anche se erano i primi di ottobre e faceva ancora caldo nelle ore centrali della giornata, si era quasi al tramonto in quel momento, e il cielo era diventato di un grigio-rossastro per via del sole che andava a morire sulle nuvole grigie ad ovest.

“Che roba è questa?”

“Mi stupisci, Maria. Non hai mai visto una chiesa?” Acqua scodinzolò le sue onde rosso rosate mentre Aria guidava, serenamente impettita, il gruppo su per l'inquietante scalinata in marmo rovinato che conduceva al portone della struttura.

“Ma è consacrata, vero? Perché più tetra di così si muore.”

“Fa silenzio un buona volta.” L'Ustionata, pardon, Fuoco, infagottata nella sua tuta Adidas rossa dalle righe bianche, pareva più immusonita del solito quel giorno.

Non fecero in tempo a bussare nel solido portone marrone scuro che sembrava preso e posato lì direttamente dall'albero, che questo, scricchiolando come il verso di un corvo, si apri lentamente e una testa ne fece capolino.

“Mi pareva di aver sentito qualcuno che saliva le scale d'ingresso. Cosa volete?”

“Lei è la perpetua della chiesa di Nostra Signora delle Tempeste, vero? Possiamo parlarle?” Aria, la voce che sembrava una melodia incantata e incantatoria, fece un sorrisino da bambina minuta e innocente qual'era.

“S...si. Però se volete vendere qualcosa potete anche...”

“Non siamo qui per quello,” sbotto Acqua. Cominciava a spazientirti, e questo non era mai un buon segno. “Vogliamo solo vedere la cripta.”

Terra, i capelli neri che le svolazzavano lunghi al vento come il mantello di una strega, le diede una gomitata nel fianco.

“Ci scusi, “continuò Aria, “volevamo dare solo un'occhiata all'architettura della vostra chiesa. Sa, si dice che sia unica nel suo genere. Si dice che da qui si possa raggiungere niente di meno che il centro della Terra.”

Maria quasi faticava a stare dietro alla perpetua.

Quella donnina scattava come una marciatrice per la minuscola ed ombrosa navata della chiesetta mentre le conduceva dietro l'altare, il sottile filo verticale dei collant scuri che pareva una sinistra linea nera lungo il retro delle gambe sorprendentemente sode, allenate.

“Di norma non sarebbe consono portare estranei in questa parte della costruzione, ma abbiamo il permesso della diocesi.” Si voltò verso di loro con un sorrisetto furbo. “Magari poi potreste offrire qualcosa per ringraziare il Signore per il miracolo a cui assisterete.”

“Quale miracolo?”

Adesso vedrai, Maria,” le sussurrò silenziosa Terra in testa. Chissà perché in quel posto la voce della donna senza lingua le risuonava più profonda, stentorea, come l'inizio di un'eco all'imbocco di una fossa.

Vennero condotte tutte e cinque davanti ad un porticina nascosta da un quadro immenso in tessuto, che raffigurava la porta degli inferi e un Dio arrabbiato che sembrava volerla sigillare con il solo indice puntato verso il basso.

“Io mi fermo qui. Voi potete proseguire.” Non pareva a disagio, la donnina, ma piuttosto quasi rassegnata.

“Scusi, ma perché?” Maria, notando l'imperturbabilità delle altre, fu l'unica a protestare.

“Cara, non avete bisogno del mio aiuto, né saprei come darvelo. Ci sono le indicazioni messe dal Comune e dalla Protezione Civile -è tutto in regola qui da noi!- e ogni cento scalini c'è una campanella. Suonatela, se dovete.”

Gli occhi le diventarono più neri e stretti, a fessura, come se lei e la luce fossero nemiche naturali.

“Adesso devo andare a preparare il pranzo per Don Anselmo, lui mangia sempre presto. Ricordatevi della campanella.”

Fece presto a voltare le spalle confondendosi con le tante ombre di quel luogo, quasi non avesse aspettato altro.

“Bene, vogliamo andare o no?”

Acqua, la solita impaziente, aprì di scatto la porticina in legno.

Fu istantaneo.

Una corrente dal basso le investì in pieno, uno spiffero nauseabondo che sembrava l'alito di una creatura mangia-cadaveri rintanata sotto il terreno consacrato della chiesa.

“Che puzza! Ma da dove viene?”

“Non aver paura Maria, chi stava dormendo laggiù è stato svegliato da un pezzo. Adesso andiamo, che sarà una cosa lunga.”

 

“Ehilà, Luca, come andiamo oggi alla cava?”

Il minatore lanciò una birra al suo collega. “Tutto bene, anche chi-sai-tu ha fatto la sua parte senza fiatare.”

Con un risolino adocchiarono l'uomo abbronzato ad un angolo della sala mensa che mangiava in silenzio fissando il vuoto. L'anulare sinistro mozzato di netto spiccava alla stregua di un pertugio sul fianco di una montagna.

“Spero che abbia imparato la lezione. Qui chi ha la puzza sotto il naso non ha vita lunga.”

Proprio in quel momento gli occhi scintillanti del soggetto in questione virarono sulla coppia, ed entrambi smisero quasi di respirare. Una lastra di gelo si era insinuata nei loro costati, mozzandoli persino quella ridarella sfacciata che ostentavano quando si riferivano a lui.

“Andiamo, dai! Non voglio perdere tempo con quel tipo strano. Ogni volta che ci guarda mi mette i brividi.”

Luca e il compare svuotarono la lattina con un ultimo sorso e se ne andarono per ricominciare il turno. E finalmente Pietro Serracchi della Rocca lascio andare i pugni chiusi nascosti sotto i gomiti.

Quegli stronzi sicuramente stavano architettando qualcosa contro di lui, come l'ultima volta che lo avevano lasciato indietro al pozzo due.

Si era spaventato a morte, anche se aveva fatto di tutto per non darlo a vedere quando erano andati a recuperarlo alla fine dell'orario di lavoro, raggomitolato nell'oscurità della cava a nord e gli occhi serrati sul vuoto del pozzo due che scendeva fin nelle viscere della terra.

Era stato in quel momento, in quelle lunghe ore al buio, che si era reso conto di quanto la sua vita fosse cambiata, di come fosse passato dai fasti alle mani nude nella roccia.

Non aveva più niente, gli era stato sottratto tutto, tranne un'unica cosa.

La certezza che avrebbe rivisto molto presto chi aveva commesso quel furto.


 

“Ehi Fran, hai novità da parte del capo? Si è fatto sentire?”

Il giovane Herbert, dottorando all'Università di Omaha, Nebraska, entrò nella sala delle proiezioni con una gigantesca tazza di caffè fumante.

Francis, la sua collega, scosse mestamente i ricci viola mogano, una sfumatura che poteva essere uscita solo da un flacone di colorante sintetico.

“No, e non aspettarti di rivederlo presto. E' appena tornato dal Brasile con le spoglie di quella sua parente assassinata, che ti aspetti? Che torni al lavoro da un giorno all'altro?”

Evitò di riferire che ci era andata, a bussare alla sua porta per vedere come stava, e che lui nemmeno si era degnato di risponderle.

“Va bene, rispettiamola pure, la tanto famosa elaborazione del lutto,” lo disse come se fosse stato un concetto ridicolo, quasi indisponente, “ma poi non deve venire a prendersela con noi se perde una bellezza simile.”

Tuffò il naso lentigginoso nel monitor su cui Francis stava lavorando: “Hai mai visto un fenomeno simile? Guarda che formazioni! Questo fronte temporalesco piomberà su tutta l'Europa centro-meridionale proprio per il giorno di Halloween. Dici che sono informati, quelli dall'altra parte dell'Atlantico?”

“Sicuro. So che il NOAA ha avvertito il Centro Meteorologico dell'Aeronautica Militare italiano. Ma che siano preparati ad un mostro simile, questo non so dirtelo.”


 

La casa era buia e piena di echi.

Nonostante fosse metà mattina il cielo nuvoloso gettava ombre sinistre in ogni angolo, e più di tutto sulla macchia nera al centro del grande letto a baldacchino dove sua zia Saffir aveva dormito, tanto che Alexander Beaufort quasi temeva di avvicinarsi e aprire la scatola color ebano che il legale aveva affermato fosse la sua eredità.

“Cosa puoi avermi lasciato, zia?” sussurrò alla stanza vuota.

E perché sei morta in una maniera così atroce?

Ad ogni modo si fece forza, vincendo la nausea e si, anche la paura.

Era una scatola scura, più lunga che larga, come una piccola bara per un povero morticino.

Le dita tremarono quando la aprirono.

Tutto si aspettava tranne quello che ci vide dentro.

 

Pietro Seracchi della Rocca si svegliò di scatto, gli occhi sbarrati sul soffitto e il cuore che pompava a mille.

Il terrore provocato dall'incubo appena vissuto, ovvero di due occhi color ghiaccio che bucavano maligni l'oscurità, lo stava facendo ancora tremare dentro, mentre il ricordo della catastrofe tornava vivido come i primi tempi.

Come i primi tempo dopo il terremoto dell'Aquila.

 

Lo avevano ritrovato due giorni dopo il sisma, sotto le macerie del Fortino completamente distrutto, il dito anulare sinistro troncato di netto e una commozione celebrale che lo aveva lasciato confuso e sperduto per giorni interi.

Dalla confusione però era dovuto uscire in fretta.

Ne era dovuto uscire per andare all'obitorio e riconoscere i corpi di Angelica e Marinella.

Nessuno ti dice che danni devastanti può fare ad un corpo umano una casa che ti crolla addosso.

Ossa rotte, viso sfigurato, cassa toracica completamente sfondata, materia celebrale che ti esce da un buco nella testa.

Marinella era morta sul colpo, travolta da una porzione di tetto, e non aveva sofferto. Almeno così avevano detto i medici.

Angelica invece era sopravvissuta qualche ora, nella polverosa oscurità della loro casa distrutta, sentendo la sua vita e quella del bambino che scivolavano via lentamente, come roccia che si scioglie nel freddo.

Aveva pensato a lungo a lei, a come si era dovuta sentire in quei lunghi attimi di eterna speranza di essere trovata, e salvata, misti al terrore più puro.

Un pensiero che lo aveva logorato, insieme a quello per la donna, per la creatura, responsabile di tutto quel dolore e di tutto quel vuoto, nonché della sua presenza in quel posto.

Terra.

Tanta terra attorno a lui.

  
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