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Autore: Liza Inverse    02/08/2022    0 recensioni
"Note: gli errori grammaticali nei dialoghi sono intenzionali"
Juno ha vissuto tutta la vita sotto l'egida di una nonna fortemente rigida e matriarcale che ha creduto per lungo tempo essere l'angelo del focolare.
Con la morte di questa, quando lei ha quindici anni, sua madre decide di abbandonare il marito, esasperata dalla distanza di quest'ultimo dalla situazione familiare.
Da Seattle alla Florida, la ragazzina si trova catapultata a vivere a casa del fratellastro della madre, del quale era sempre stata tenuta all'oscuro.
Oltre a dover iniziare una nuova vita in una nuova scuola, Juno dovrà anche confrontarsi e convivere con quello che non sa essere suo cugino: un ragazzo di sette anni più grande di lei, solitario e studioso, che affibbierà alla ragazza il soprannome di "fangirl" a causa della sua fissa verso un gruppo rock.
© PATAMU
Genere: Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Ero a casa da circa un'ora, dopo aver accompagnato fangirl a scuola, quando il telefono squillò. Guardai il display.
Era da parte di Nate.
Accettai la telefonata e immediatamente la sua voce mi investì.
"Ehi fratello, sto arrivando!"
Quella frase fu abbastanza per farmi andare in confusione.
"Cosa? No! Nate, tu non puoi decidere di venire qui di punto in bianco!" Iniziai ad andare su e giù per la mia stanza.
Alcuni rumori di fondo provennero dal telefono: un motore che si fermava, porte che sbattevano.
"Ah, e da quando non posso venire a casa?" domandò risentito.
"Non ora, Nate! Non mi sembra il caso!" Gli dissi a denti stretti e sottovoce, come se fangirl fosse a casa invece che a scuola. Mi aggiravo per la camera da letto a grandi cerchi, senza meta, tentando di trovare un modo per tenere lontano Nate da casa.
"E dai Mick, non puoi pensare di tenermi fuori di casa solo per la figlia di tua zia!" Insistette.
Non riuscivo a dire di no a Nate, ma in quel momento era una questione di riservatezza.
"È una fangirl, una ragazzina! Te l'ho detto! Metti che dici una parola di troppo..."
Sentii dei brontolii dall'altra parte, poi dei suoni metallici.
"Senti, fratello, quanti anni sono ormai? Una vita intera. E lo sai che se c'è uno che è più muto di un morto qui sono io." Disse ostinato.
"Ma che cosa le dico?" Sibilai tra i denti stretti. Stavo per cedere, lo sentivo. Era inutile combattere contro Nate.
"Mi presenti, no? Oppure, mi presento io! Gh!" rise sardonico.

Stavo pensando a cos'altro inventare, quando il campanello della porta suonò. Mi sbattei il palmo della mano sulla fronte. Non ci potevo credere. Conoscendo Nate però, ci dovevo credere: lui scavalcava il cancello!
E dovevo ancora chiudere la telefonata in corso. Quasi sicuramente l'ultima parte della conversazione l'aveva fatta mentre era a cavalcioni sul cancello di casa.
Ecco le comparsate che temevo.

Scesi ad aprire.
Lui era davanti alla porta sorridente. Il fatto che non fosse grondante d'acqua significava che non si era fatto il solito tuffo in piscina prima di entrare. Si cavò le scarpe da ginnastica e le calciò sul vialetto.
"Nate!" Lo salutai.
"Mick!" Mi fece eco, raggiante.
Entrò e si buttò addosso a me, in un abbraccio smisurato che per quanto durò, mi fece dimenticare le mie preoccupazioni e sciogliere ogni tensione.

"Giornata libera?" Domandai. Era venerdì, e di solito lui lavorava.
Si distaccò da me e chiusi la porta di casa.
"Locale chiuso. Ieri sera c'è stata una rissa. Ho cercato di raffreddare gli animi ma c'è scappato il ferito e poi la denuncia."
"Ma dai! Eppure, è un locale tanto tranquillo!" Risposi con una punta di sarcasmo.
Sorrise togliendosi il giubbotto di pelle e lanciandolo sul divano in velluto bordeaux.
"Da quando ci sono io. Però ogni tanto qualche vecchio avventore cerca di entrare lo stesso e fare casino."

Si fermò in mezzo alla sala, appoggiò i pugni sui fianchi e si guardò intorno. Alzò la mano per salutare la domestica, Christine, una donna mora, di oltre quarant'anni, divorziata e di bell'aspetto, che era in cima alle scale e si era affacciata per il trambusto. Lei sorrise, mentre arrossiva. Scossi la testa: sapevo cosa significasse quel rossore.

"Allora, a quanto vedo sei comunque da solo, in casa, Christine a parte." Disse lui.
"Sì, mia zia sta resistendo al lavoro in negozio con mia madre. Lei dice che se la cava bene." Risposi.
Almeno in qualcosa non sembrava una maniaca del controllo.

"E la fangirl?" Domandò.
Aprii le braccia.
"Non fa altro che dirmi che sono un secchione e irritarmi."
Nate rise e si sedette sulla sedia vittoriana dietro al pianoforte.
"Dì un po', ancora non le hai detto niente?" domandò accavallando le gambe.
Guardai di fronte a me.
"No. Sai quanto detesto che la gente mi tratti in modo diverso."
"Sì, lo so, perché vuoi che ti conoscano per quello che sei e bla bla bla." Gesticolò con le mani.
Andai verso di lui.
"Nate, io e te ci conosciamo da una vita. Qualsiasi cosa sia successa, tu non hai mai cambiato atteggiamento nei miei confronti. - gli puntai un dito al petto - Quanti invece mi tratterebbero come una persona diversa?"
Feci una pausa. Non mi girava la testa ma istintivamente mi passai le mani tra i capelli.
Lui socchiuse gli occhi per un attimo, intento ad ascoltarmi.
"Per non parlare di Taryn." Deglutii a vuoto. "Il mese scorso non l'ha vista. Ma non sarà sempre così. Se la ragazza la conosce, poi inizierà a fare domande."
Il suo sguardo si fece sempre più torvo. Mi regalò uno dei suoi silenzi infiniti in cui già potevo vedere ciò che gli passava per la mente. Senza dubbio lui avrebbe fatto a Taryn cose peggiori di quelle che lei faceva a me. Poi sorrise, si alzò e mi diede una pacca sulla spalla.
"Allora, la stanza della ragazzina?" domandò dirigendosi su per le scale.
Lo bloccai prendendolo per la spalla.
"Non mi piace far vedere le stanze degli altri, lo sai!" Non volevo che lei scoprisse che avevo fatto vedere la sua camera a uno sconosciuto e pensasse che ero una persona a cui piaceva dare spettacolo.
"Mi hai detto che è una fan di EL! Voglio vedere a che livello è! Fratello, giuro che non le dirò che ho visto la sua camera senza permesso! Ti prego!" Congiunse le mani e mi guardò con espressione supplichevole.
Sospirai.
"Va bene, ma che rimanga tra noi, e non ti fare delle strane idee!"
"Okey dokey!"

Sapevo già che con lui era un avvertimento inutile. Avrebbe fatto quello che voleva. Aprii la porta della camera di fangirl tappezzata di poster di EL. Nate si guardò intorno fischiando di sorpresa.
"Amico, avevi ragione, qui c'è davvero una malattia!" Esclamò osservando le pareti.
Sospirai.
"Totale. È andata. Addirittura, ha fatto di questa casa la base del club scolastico di 'EL and the sense fo God'".
Scoppiò a ridere.
"Che disagio! Come fai a sopportare?" guardò da vicino i poster. "Perché molti sono strappati? sono quelli di cui mi hai parlato?" Alzò un sopracciglio, mentre con l'indice tentava di mettere a posto un angolino offeso di una foto presa da una rivista.
Scossi la testa ricordando a come mi ero sentito a vederla piangere.
"Sì, è quella roba che le ha spedito suo padre qualche giorno fa. Era tutto quello che aveva a Seattle, te l'ho raccontato. Gliel'ha infilata dentro uno scatolone senza troppi complimenti e l'ha mandata qui. Quando l'ha ricevuta, ha capito che suo padre non voleva più avere niente a che fare con lei o con sua madre. Dovevi vederla piangere." Feci una pausa. "E io..."
Aggrottò le sopracciglia.
"Hai perso il controllo."
Guardai prima i suoi piedi, poi alzai la testa per fissarlo negli occhi.
"Sì, Nate, la ragazza mi fa perdere il controllo. E io non so che fare."
Incrociò le braccia sul petto e inclinò la testa con espressione assorta, per qualche secondo.
Continuai il discorso precedente.
"Mi hai chiesto come faccio a sopportare? Non la sopporto quando tira fuori EL, tutto qui. Ma è la sua unica ancora di salvezza. Dev'essere difficile rendersi conto che una persona che per anni hai amato, tuo padre, in realtà ti ha ripudiato. O essere catapultati in un mondo che non conosci, in una città che non sapevi nemmeno esistesse, dopo essere stata una vita rinchiusa in casa, come una monaca."
Tra l'altro con i problemi che aveva a scuola, EL era davvero la sua sicurezza, l'unico punto fisso della sua vita, in quel momento.
Nate spostò il peso su una gamba e annuì serio guardandomi.
"Ne so qualcosa, di ancore di salvezza." Mi mise un braccio sulle spalle, mi baciò in testa e riprese a sorridere.
Poi si avvicinò al letto: lì appoggiato c'era il cuscino lungo con sopra la serigrafia di EL integrale. La indicò col pollice sorridendo storto e fece una delle sue risate.
"Gh! E quella? Mica me ne avevi parlato!" I suoi occhi brillarono di malizia.
Ecco, lo sapevo. Alzai gli occhi al cielo.
"Nate, davvero? Mi sembri un bimbo di dieci anni!"
"Almeno, è carina?" si morse un labbro e alzò le sopracciglia un paio di volte.
"Te l'ho detto ha quindici anni. Ne farà sedici tra un paio di settimane." Sapevo che non era tipo da girarsi per strada per le ragazzine, e quell'entusiasmo per mia cugina era più che sospetto: il mio istinto mi diceva che stava macchinando qualcosa.
"Allora, me la fai conoscere?" Insistette.
Allargai le braccia sbuffando.
"Sei qui! Devo andarla a prendere verso le tre, è certo che la conoscerai."

Annuì e si avviò fuori dalla stanza per entrare in camera mia. Si mise a maneggiare distrattamente la sedia multipower.
"Allora, dimmi, come pensi di risolvere i tuoi problemi con la ragazzina?" Mi adocchiò maliziosamente, di sfuggita mentre era inginocchiato, attraverso le corde dei pesi.
Mi fermai in piedi, accanto alla scrivania. Appoggiai una mano sullo schienale della sedia; l'ultima volta che ci eravamo sentiti al telefono non avevo avuto modo di parlargli dello sgabuzzino, volli cogliere l'occasione per parlarne con lui.
"A scuola la bullizzano." Rantolai velocemente evitando di guardarlo in faccia. Non ce ne fu bisogno: il ronzio della brugola, seguito dal frastuono metallico dei pesi che si schiantavano tra di loro, fu abbastanza eloquente. Sobbalzai. Quando spostai di nuovo gli occhi, Nate era in piedi di fianco alla sedia, col volto cupo, ed entrambe le mani strette alla sbarra d'acciaio verticale che teneva i pesi, con le nocche bianchissime.
"Però ho già parlato col preside e segnalato alla polizia." mi affrettai a concludere. Alzò le sopracciglia e fece respirare la barra d'acciaio.
"Oh, bene!" riprese il suo piglio scanzonato e si sedette sulla poltrona, sollevando qualche decina di chili.

Parlai poi della scuola, dei suoi voti e di quello che pensavo del suo rendimento. Anche lui, come mio padre, mi mise in guardia: non dovevo identificarmi troppo in lei e nei suoi problemi. Avevamo caratteri completamente diversi, e ognuno di noi aveva capacità differenti per affrontare la medesima situazione.

Tra una chiacchiera e l'altra, persi il senso del tempo; finché Nate, massaggiandosi lo stomaco, sentenziò che era ora di mangiare. Per l'orologio mancava ancora un po' all'ora di pranzo, ma ormai lui si era avviato fuori dalla porta di camera mia.
"Usciamo a mangiare, offro io. Ma tu ci metti la macchina." Si fermò e si girò "Ma non la Cinquecento. In tre comincia a diventare strettina!"
Presi la familiare, quella che piaceva tanto a mio padre. Almeno lì Nate ci stava.

Andammo in un ristorante in città vicino al college. Un All You Can Eat di Cinese.
Eravamo i primi. Ci accomodammo in un tavolo quadrato, laccato di rosso scuro, accanto alla vetrata che dava sulla strada. Nate inspirò rumorosamente il profumo di pesce e zuppa che aleggiava nell'ambiente, mentre osservava il menù. Mi guardai intorno: i camerieri si muovevano ancora pigramente tra le colonne dello stesso colore del tavolo, decorate con draghi dorati, che separavano leggermente le aree del locale e terminavano di apparecchiare gli ultimi posti.
Una cameriera dal viso orientale si avvicinò a prendere le ordinazioni. Man mano che Nate elencava i piatti sul menù, le estremità delle sopracciglia della ragazza si avvicinavano, gli occhi si assottigliavano e la bocca si faceva sempre più un puntino rosso pronunciato.
"Questo è tutto?" Mormorò in un accento dialettale del posto.
"Per iniziare, sì!" Rispose lui indulgente. Lei strinse le labbra fra i denti, alzò le sopracciglia e si allontanò senza dire nulla.

A metà pasto, per quanto lo riguardava, mi fermai a guardare Nate che mangiava. Pile di piatti e ciotole semisferiche dello stesso colore del tavolo gli erano cresciute a destra e a sinistra. Avevo perso il conto delle portate.
Sentendosi osservato, alzò lo sguardo dai noodles e si fermò con le bacchette a mezz'aria. Puntò con quelle la mia unica pila composta da appena due piatti e mi guardò indispettito.
"Forza, mangia! Ti do il permesso di farlo!"
"Grazie, signor nutrizionista!" Scossi la testa e ripresi a mangiare.
La cameriera ci guardò intimidita mentre serviva un'altra portata a Nate e toglieva diversi etti di piatti vuoti dal tavolo. Le sorrisi e mi voltai di nuovo verso di lui.
"Fortuna che fai sport. Con quello che hai mangiato ci avrebbero sfamato un esercito." Mormorai.
Fece una smorfia e invece di rispondermi, mi domandò se stessi continuando a seguire la dieta che mi aveva prescritto.
"Sì."
"Hai avuto variazioni di peso? Li fai gli esercizi?" Mi guardò infilandosi in bocca un pezzo di pollo al curry.
"No, tutto a posto, sì, continuo a fare gli esercizi per mantenermi in forma." Confermai.
Si fermò di nuovo e mi studiò, viso, collo, spalle, in silenzio. Poi sbottò.
"Forza. Mangia! Dobbiamo andare a prendere tua cugina."

Malgrado le sollecitazioni di Nate, ci fu tempo per terminare con calma e arrivammo davanti alla scuola qualche minuto prima del suono della campanella.
Lui scese insieme a me e si appoggiò con la schiena alla macchina.
"Che fai?" Domandai.
"La aspetto. Voglio vedere se la riconosco."
"Ha i capelli rosa, certo che la riconoscerai!" Protestai rientrando in macchina.
"Insomma, fratello! Avete dei geni in comune, almeno quelli di tuo nonno. Ci sarà pure qualche somiglianza, no? Di quando avevi la sua età!" disse parlandomi dal finestrino.
Sbuffai e mi appoggiai allo schienale. Ero un po' nervoso: non sapevo come avrebbe reagito fangirl al mio amico e a tutta la sua invadenza.

Quando le porte si aprirono Nate si alzò e la vettura si rimise in assetto. Spostai lo sguardo verso il finestrino di destra per seguirlo.
Tre ragazzi piuttosto alti e ben piazzati, con la giacca decorata della scuola addosso, uscirono per primi. Immaginai, da quello che mi aveva raccontato Juno, che potessero essere loro, quelli che la perseguitavano. In quel momento si erano messi davanti alla porta come delle guardie: sembrava stessero aspettando qualcuno.
La mia non fu solo un'impressione: fangirl stava uscendo, stranamente racchiusa tra le spalle delle due amiche, una alla sua destra e l'altra a sinistra e teneva la testa bassa. Le altre due si guardavano intorno circospette e tutte e tre camminavano in fretta. I tipi poco raccomandabili stavano per muoversi verso le ragazze, ma si fermarono, squadrando Nate che si stava avvicinando.
Juno e le ragazze, invece, non si accorsero di lui e lei gli andò a sbattere addosso, cadendo rovinosamente. Tutti i libri che aveva in mano si sparsero sul marciapiede.
Scoppiai a ridere. Come primo incontro non era dei migliori, ma Nate era un cavaliere nato con le donne e vidi che l'aiutava a tirare su tutto. Le aprì anche la portiera per farla salire.
La gemella con i capelli corti, arrivò vicino e mi salutò con la mano. Risposi sorridendo e salutando a mia volta, mentre fangirl entrava in macchina.
"Ahi! Begli amici che hai! Mi ha fatto venire un infarto!" protestò Juno mentre saliva sul sedile posteriore. "E ho anche sbattuto il sedere."

Avviai la macchina mentre Nate saliva davanti.
Anche in macchina, fangirl non perse occasione di presentarsi con la sua smisurata ignoranza e protestò, dicendo che Nate avrebbe potuto mandarla in ospedale, con quella caduta.
Lui però si fece perdonare, e fece anche colpo su di lei: senza preavviso si catapultò sui sedili di dietro, a macchina in moto, rischiando di farmi fare un incidente. In compenso la fece ridere. Mi accorsi che era la prima volta che la sentivo ridere così di gusto. Mi piaceva, la sua risata. Mi mise addosso un brivido di gioia, ma subito dopo dovetti combattere contro un capogiro: quei momenti in cui lei era felice e spontanea, mi destabilizzavano.

Nate le diede un soprannome: scricciolo.
Non avevo mai pensato a lei come qualcosa di piccolo, dolce, rotondo e dal canto piacevole, e quella visione di un uccellino che volava via mi fece storcere il naso. Perché quell'uccellino, lo sentivo, se ne sarebbe andato via con il mio cuore, se mai avesse scoperto ciò che mi disturbava e che le stavo nascondendo. Scossi la testa con energia per scagliare lontano da me quel pensiero. Io avevo già la mia vita prima di lei e niente sarebbe cambiato se lei fosse 'volata' via. Per distrarmi, mi domandai cinicamente se prima di sera il suo soprannome sarebbe rimasto, ma conoscendo Nathan, lui non aveva mai sbagliato una volta, nel capire le persone.

Nel frattempo, in macchina, il mio amico insistette per passare al Mall per fare la spesa. Non importava se il frigo fosse o meno pieno: se non c'era quello che lui voleva cucinare, bisognava prenderlo.
Nel muoversi tra gli scaffali, allungava velocemente le mani, afferrando sapientemente ciò di cui aveva bisogno.
Balzai indietro però, quando lo vidi con un barattolo di burro di arachidi in mano.
"Nate!" soffocai un grido.
Lui fece spallucce alzando lo sguardo.
"Tranquillo Mick, sei protetto dalla plastica del contenitore e dal sigillo! Gh!" Sorrise.
"Ma..." Feci per protestare quando si voltò verso Juno.
"A te piace, vero?" Glielo allungò.
Juno esitò, guardando lui poi me, e ancora il barattolo, storcendo il naso. Era diverse settimane che non mangiava burro di arachidi.
"Coraggio piccola." Fece un cenno con la testa verso di me. "Non muore mica!"
"Beh, parliamone." Brontolai tenendo le giuste distanze.
Io non ne avevo mai parlato con lui, né Juno l'aveva chiesto, forse si era girata solo un attimo a guardare lo scaffale, e il barattolo andò a finire comunque nel carrello.

Facemmo in tempo ad arrivare a casa in modo che Nate iniziasse a cucinare. Quando la mamma tornò, non ci fu nemmeno bisogno che le dicessi che c'era lui a casa.
Si affacciò alla cucina sorridente, togliendosi la borsa a tracolla mentre Juno lo stava osservando spadellare e lui canticchiava una delle sue canzoni.
"Nate! Che bello averti qui!" Si avvicinò e si mise in punta di piedi di fianco a lui per dargli un bacio sulla guancia. Nate si dovette abbassare, ma non mollò la padella.
Anche la zia si fermò incuriosita, in mezzo alla porta.
Nate, col grembiule rosso a coprire la T-shirt, si voltò e la salutò.
"E lui chi sarebbe?" La zia alzò un dito lentamente verso il mio amico, che si staccò dai fornelli, le andò incontro e le fece un inchino.
"Il cuoco di stasera, signora Bennett!" Le sorrise serafico, anche con gli occhi.
La zia invece spalancò gli occhi e unì le sopracciglia.
"Un uomo che cucina? Un ragazzo? Chi sei?" Si voltò verso mia madre.
Nate si raddrizzò, sbatté un paio di volte gli occhi, le sue labbra si fecero una riga sottile ma non rispose.
Mia madre circondò le spalle della zia con un braccio e la portò via. "Vieni Sharon, ti spiego chi è Nate."

Nate dopo il primo incontro, divenne molto discreto e prudente nel parlare: gli avevo già parlato della zia, ma dopo il primo incontro, si era messo in guardia. Per cui a cena fu molto tranquillo, per i suoi standard. Raccontò delle scorribande che facevamo da piccoli, ma non si sbilanciò molto, facendole passare come le solite ragazzate da adolescenti. Però fangirl sembrò apprezzare: ogni tanto mi lanciava qualche occhiata con occhi sorridenti e si copriva la bocca per non far vedere che stava ridendo.
"Michael ha sempre trovato il modo di fare quello che voleva." Spiegò mia madre alla fine del discorso di Nate. Ma il suo non era un tono sereno.
"Che ci posso fare?" La guardai di traverso, imbarazzato.

Tra una chiacchiera e una risata però, notai che Juno non aveva mangiato molto. Nello sparecchiare, Nate le domandò se qualcosa non fosse di suo gradimento. Lei abbassò la testa arrossendo.
"No, è tutto buono. Ma è...Tanto."
"Allora la prossima volta ne faccio di meno" sorrise lui "però più energetico."
Forse lei non capì bene il significato, perché annuì mormorando solo un 'va bene'.

Ne approfittai per alzarci prima da tavola e allontanarci dalla zia la cui presenza mi indisponeva.
"Forza fangirl, dobbiamo andare a studiare."
"Oh, bello, che cosa studiamo?" Domandò Nate che aveva appena messo i piatti in lavastoviglie.
"Noi" precisai indicando me e fangirl, "studiamo letteratura classica greca." Risposi. Sapevo già che era pronto a partecipare e magari anche intervenire, in mezzo alla lezione. Non mi azzardai nemmeno a mandarlo in camera mia. Non ci sarebbe stato modo di fermarlo.
"Wow davvero? Posso partecipare? Leggerai in greco?" Domandò, come se non avesse già deciso di cosa dovessi parlare durante la lezione.
"Leggere? In greco?" chiese stupita mia cugina.
"Sì, quando studiavamo l'Odissea, Mick ce la leggeva prima in greco, poi ce la spiegava. Era avvincente." spiegò Nate.
Sharon ci guardò, accigliata. Si rivolse al mio amico.
"Ma anche tu fai lezione?"
Lui la guardò un attimo assorto, poi le sorrise.
"No, io ascolto."
Mio padre intervenne.
"Sharon, come ti ha già spiegato Lucy, Nate è un figlio per noi, la persona più affidabile del mondo. Lascerei la vita di Michael nelle sue mani. Andrà tutto bene."

Me ne andai fuori dalla cucina con un cenno a fangirl e al mio amico, che mi seguirono.
Quella donna era fissata e nemmeno Nate, o mille rassicurazioni di mio padre, avrebbero potuto scalfire le sue convinzioni.

  
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