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Autore: RevRosesB    05/08/2022    0 recensioni
Revell Davis è un sicario dal pungente senso dell'umorismo che opera nella cittadina immaginaria e fuori controllo di Vaulsey. Vive con il fratello gemello Carl che, paradossalmente, fa parte delle forze dell'ordine, e svolge il suo mestiere per ordine del Generale Glenn Striker, capo dell'esercito dai modi poco convenzionali.
Ad aiutarla nelle sue mansioni ci sono Vargas e Foley; un mitico duo con cui spesso e volentieri i personaggi si troveranno coinvolti in situazioni assurde dai risvolti folli e comici, e al suo fianco sono presenti anche Anne e Gal; la prima un serio agente dei Servizi Segreti, mentre la seconda è una spannata che si presume abbia lavorato per il Mossad.
La vita di Revell, già complicata, verrà drasticamente capovolta a causa del ritorno di un nemico di lunga data, e con cui ha ben più di un conto in sospeso, che accenderà la miccia per l'esplosione del caos all'interno del Dipartimento della Difesa.
Questo innescherà una serie di eventi che porteranno Revell a collaborare con uno scontroso agente dell'FBI, a cui non renderà la vita facile.
I due, però, scopriranno presto che non è una semplice questione di vendetta, ma una vera e propria cospirazione.
Genere: Azione, Comico, Drammatico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate, Violenza
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Quella mattina mi svegliai sentendomi un peso enorme sul petto. Pensai che forse, dentro di me, era in corso quell'inconsciamente tanto agognato infarto che mi avrebbe aperto le porte verso il meritato riposo eterno.
Aprii gli occhi, e scoprii che era solo lo stupido gatto di Revell, che si era comodamente piazzato sopra di me. Quel cinghiale dalle sembianze feline non distolse lo sguardo da me nemmeno per un secondo, ed ebbe pure la faccia tosta di miagolarmi in faccia. Avevo già avuto a che fare con delle palle di pelo di quella specie, quindi sapevo cosa voleva; che mi alzassi e lo nutrissi.
Passai per la camera della sua scellerata padrona, la quale doveva aver passato la notte altrove, dato che di lei non c'era la minima traccia. Percepii la mia ansia salire, cosa diamine le costava starsene buona?
Arrivai in cucina, soddisfai l'indiretta richiesta di Bon Jovi (credo si chiamasse così) e mi sedetti al tavolo a leggere il giornale e bermi il mio caffè.
L'articolo d'apertura nella sezione della cronaca locale attirò la mia attenzione; era un appello delle famiglie dei due avvoltoi, quelli che il mostro tascabile aveva freddato dopo avermi drogato. Avrei dovuto aspettarmelo; le forze dell'ordine erano sempre state restie riguardo il far trapelare informazioni che, per mano della stampa, si sarebbero potute tranquillamente tramutare in scandali. I parenti, però, erano sempre stati di un altro avviso.
Quel problema era tutt'altro che risolto. Se Van Houten, il giorno prima, dopo averla quasi pregata in ginocchio, era riuscita a trovare un modo per depistare le indagini sulla scomparsa del procuratore Williams, la prolungata mancanza degli agenti degli Affari Interni stava cominciando a mandare in escandescenza il Dipartimento di Polizia, che non la smetteva di tartassare me e Striker di domande.
Ringraziai comunque silenziosamente l'ormai ex procuratore, per essersi appropriato indebitamente di una cospicua fetta di fondi pubblici e per essersela data a gambe in Guatemala.
Udii la chiave girare nella serratura, e dopo il rumore infernale che fece sbattendo la porta, scorsi un piccolo Cerbero barcollare verso la cucina. Aveva le scarpe in mano, e indossava un cappotto che copriva, in parte, un vestito tutt'altro che formale. Il suo trucco era sbavato, e la sua chioma testimoniava gli avvenimenti di una nottata affatto innocente.
Farfugliò dei versi che mi fu difficile interpretare.

"Buongiorno raggio di sole", la salutai ironicamente.

"Sei già sveglio?" Mi chiese, appoggiandosi al tavolo, per poi cadere quasi esanime su una sedia.

"Sono le dieci."

"Ma è sabato." Si tolse il cappotto, dopodiché si alzò per versarsi un caffè. "Ma ciao, Bono Vox." Ah, sì, giusto, si chiamava Bono Vox.

Accarezzò il gatto, prima di rimettersi a sedere.

"Dove sei stata?" Quello che faceva non era affare mio, ma assicurarmi che non avesse ucciso o aggredito qualcuno lo era eccome.

"A Radiator Springs." Il suo tono era sprezzante.

Chi cazzo me lo ha fatto fare.

"Che cosa?"

                                         ...

Bene, bene, bene. L'Agente Rodgers non aveva mai visto quel capolavoro di Cars - Motori ruggenti.
Dopo la bomba sganciata da Dan, avevo deciso di torturare il mio caro amico federale finché non mi avesse confessato, di sua spontanea volontà, di avermi gettata in pasto ai lupi.
Non gli avrei fatto nessuna scenata. Avrei adottato la strategia dei repentini sbalzi d'umore, dei piccoli attentati alla sua vita, e poi avrei continuamente cambiato il mio modo di approcciarmi con lui; lo avevo studiato in quelle settimane, e sapevo quanto lo esasperasse non avere tutto sotto controllo.

"Non sono affari tuoi", gli risposi seccamente.

Appoggiò bruscamente la tazza sul tavolo, e mi disse: "Sono il tuo agente di custodia, e se fai qualche cazzata sono io a pagarne le conseguenze. Ciò significa che sono affari miei eccome." Però! Ero in casa da cinque minuti e lo avevo già fatto infuriare. Il mio piano stava funzionando alla grande.

"Quindi" fece un respiro profondo "ora dimmi; durante la tua gita a Radiator Springs, ad arruffarti i capelli è stato Saetta McQueen o Doc Hudson?" Mi chiese, accennando un sorrisetto ed alzando un sopracciglio.

"Allora lo hai visto Cars - Motori ruggenti."

"Certo che l'ho visto, Davis! E ora rispondi alla mia domanda." Tornò a spazientirsi.

Mi gustai immensamente quel breve momento che precedette la mia risposta. Sapevo che si sarebbe incazzato come non mai, e glielo feci sottintendere sfoderando un sorriso da un orecchio all'altro.

"Moran."

Mi guardò per un lungo istante, basito. Finito il quale urlò: "Sei uscita con il Detective Moran?!"

"Sì." Rimasi impassibile, ma dentro di me ballavo la Ola.

"Perché?! Quello ti sta addosso da quando ti hanno arrestata!"

Mi stette addosso eccome, ma quel colpo lo avrei tenuto in canna in attesa di un'altra occasione. Gli risposi invece: "Non abbiamo parlato di lavoro."

Tirò fuori una sigaretta dal pacchetto, che in seguitò scaraventò in malo modo sul tavolo. "Sì, immagino che non abbiate parlato affatto!"

Era così facile, ma non avevo ancora finito.

"Chuck Rodgers" mi misi una mano davanti alla bocca come se fossi stata scioccata "sei geloso?" Dopodiché la spostai sul cuore.

"Piantala, Davis! Sei un'irresponsabile! Devi troncare questa cosa subito, se non vuoi tornare dietro le sbarre trascinandoci tutti con te!"

"Rilassati, è stata solo una botta e via." Pensavo che il divertimento fosse finito la sera prima, invece mi sbagliavo di grosso.

Tirò un pugno sul tavolo, e dire che mi incenerì con lo sguardo sarebbe un eufemismo.

"Cosa devo fare con te? Insomma, non sei stupida, capisci anche tu che è una pessima idea."

"Non hai risposto alla mia domanda." Io non gli dovevo nessuna spiegazione. Ma era ovvio che, stare a stretto contatto con il "nemico", gli avrebbe reso più ardua l'impresa di incastrarmi o qualsiasi altra cosa volesse fare.

"E non ho alcuna intenzione di farlo, e sai perché?"

"Dimmi", lo incitai, accendendomi una sigaretta.

"Perché io, al contrario di te, sono un adulto. E non cederò alle tue infantili provocazioni né ora né mai."

Su quello ci avrebbe potuto scommettere, eccome.
Nonostante gliene avessi già fatte passare di cotte e di crude, non lo avevo mai visto perdere le staffe in quel modo.
Tutti i nodi stavano venendo al pettine, e io lo avevo in pugno.
Mi limitai a lanciargli una delle mie occhiatacce da sociopatica. Quelle che, come mi aveva detto una volta, gli facevano "ostruire le coronarie".

"Ad ogni modo" tornò in sé "Striker ci vuole nel suo ufficio fra un'ora, quindi vedi di renderti presentabile, Britney."

Non vorrei prendermene il merito, ma da quando era soggetto alla mia compagnia, era diventato più spiritoso.
All'ora stabilita entrammo al Dipartimento, e invece di sentire il nostro Generale imprecare contro qualche povero malcapitato, era la voce di Foley a rimbombare all'interno dell'edificio. Era seduto alla reception, e stava sbraitando al telefono con qualcuno.

"Eh, no! New Jersey è il miglior album che Bon Jovi abbia mai inciso! Slippery When Wet può solo baciargli i piedi!"

Non mi trovai affatto d'accordo con lui. Mi chiesi inoltre con chi diamine stesse parlando.

"No, no, no! Non voglio continuare questa discussione, se lei non è disposto ad ascoltare, Colonnello!"

Riattaccò. Io e Chuck lo guardammo esterrefatti.

"Hai attaccato il telefono in faccia al Colonnello Maxwell?!"

"Sì, Chuck. Non voglio parlare con una persona così irragionevole!"

"Foley" intervenni "fattene una ragione; Slippery When Wet è di gran lunga meglio di New Jersey!" Come erano finiti, tra l'altro, a discorrere sulla discografia di Bon Jovi?!

"Gesù, siete tutti di mentalità così ristretta!" Si abbandonò sconsolato contro lo schienale.

"E tu di mentalità tendenziosa, signor nato e cresciuto a Newark."

"Truppe!" Striker spuntò dal suo ufficio. "Tutti in sala riunioni."

                                  ...

"Michael Jackson è morto."

Il nostro Generale non era mai stato un amante dei convenevoli, questo era poco ma sicuro.
La notizia mi colse alla sprovvista, e mi girai immediatamente verso Revell, la quale mi chiese con lo sguardo cosa diavolo avessi da guardare.
Se questa era un'altra delle sue trovate, non avrei risposto delle mie azioni. Sarebbe stato il culmine, e l'avrei arrestata io personalmente.

"Sì, nel 2009, lo sappiamo tutti."

"Non intende il cantante, Vargas!" Lo apostrofò Van Houten

Prima che il nostro oratore potesse continuare ad esporci i fatti, nientemeno che il Colonnello Maxwell entrò, a passo furioso, in sala riunioni.

"Chi di voi è David Foley?" Forse, per la prima volta, quel giorno mi sarei fatto una sana e sincera risata.

Il diretto interessato coprì prontamente con la mano la parte della tuta mimetica su cui raffigurava il suo nome, e rispose: "Lui..." tutti ci guardammo perplessi "non è qui."

"Già! È andato a fare l'esame della prostata!" Cercò di coprirlo il suo amico.

"Oh, sì. Ha detto che non vedeva l'ora!" Confermò Revell.

"Non stava più nella pelle!" Aggiunse Carl Davis.

"Basta...", cercò di sussurrare Foley, gesticolando.

Io e Van Houten cercavamo di trattenere le risate, intanto il Colonnello grugnì ed uscì dalla stanza.

"In circostanze normali avrei chiesto cosa cazzo significasse, ma ora ci sono questioni più urgenti da affrontare", riprese Striker.

"Porca paletta!" Lo interruppe Foley. "È tardissimo! Capo, io devo andare, ho appuntamento dall'urologo." Si incamminò verso la porta e, dopo averla aperta, ci guardò e ci disse con fare spavaldo: "Niente a che vedere con l'esame della prostata!" Poi sparì fischiettando.

"Dovremmo dirglielo?" Sussurrai a Revell.

"No, goditi questi momenti e basta", mi rispose, dandomi un'amichevole pacca sulla spalla.

"Com'è successo?" Domandai.

"Ieri qualcuno si è intrufolato in casa sua e gli ha sparato tre colpi alla testa."

C'era un cadavere, quindi. Tirai un sospiro di sollievo; quello non era il modus operandi di Lucifero. La guardai, e per tutta risposta mi lanciò un'occhiata come per dirmi "pensavi fossi stata io, vero? E invece no, baciami il culo!".

"Il cadavere era già morto prima che arrivassimo sul posto", ci spiegò Carl.

"Aspetta un attimo!" Esclamò Vargas, quasi indignato.

"Cosa c'è?" Il Detective, come tutti, rimase parecchio sbigottito da quel gesto.

"Il fatto che sia un cadavere, non vorrebbe dire già di per sé che è morto?"

"E allora?" Ribatté.

"Insomma, non credo sia sintatticamente corretto. Sarebbe come dire 'ho una novità nuova', ma il fatto che è una novità vuol dire già di per sé che è nuova."

"Non ha tutti i torti", affermò una stupita Van Houten.

"In effetti è un ottimo argomento", accordò Revell.

"Adesso stiamo divagando!" Striker cercò di stroncare quel ridicolo dibattito.

"E da quando conosci parole come 'sintatticamente'?" Mi sentii in dovere di dare il giusto risalto a quell'avvenimento.

"Ragazzi, ha ragione; avrei dovuto usare solo la parola 'cadavere', oppure dire 'Jackson era già morto'. Perché il ragionamento di Vargas ha senso! Alla fine un uomo è un uomo, a prescindere se sia vivo o morto. Mentre un cadavere è tale solo quando è morto, e non può esserlo da vivo!"

"Sì, però da vivo si dice uomo, e non uomo vivo." Ci si era messa pure Revell.

"Che cazzo sta succedendo?" Mi sembrò di tornare alla faccenda della rana.

"Cristo santo! Vogliamo tornare al punto?!" Urlò il Generale. "Ci sono dei sospettati? E, soprattutto, siete stati in grado di risalire alla sua vera presunta identità?"

"Negativo, e negativo. Dobbiamo aspettare di poter eseguire un test del DNA per verificare se, effettivamente, combacia con quello di Dan Foster", rispose a malincuore il nostro detective.

Quell'omicidio avrebbe potuto essere una benedizione, e il tizio che aveva fatto il lavoro sporco al nostro posto avrebbe avuto tutta la nostra gratitudine. Ma finché non avessimo avuto la conferma ai nostri sospetti tutto, di nuovo, sarebbe rimasto in standby.

"Non riesco a capire" Revell era confusa quanto me "se lui era la talpa di Foster, allora dovrebbe essere stato qualcuno dall'interno a farlo fuori. Ma dei Servizi Segreti non è stato nessuno, vero Anne?"

"Esatto."

"Quindi perché uccidere qualcuno di così cruciale per le indagini, quando le certezze sono pari a zero?"

"Forse dei rivali di Dan?" Ipotizzai.

"Non è una pista da escludere", replicò Carl.

"O forse, semplicemente, chi l'ha ammazzato era certo che non fosse George Foster, e l'ha fatto per depistarci", azzardò Revell.

"Potrebbe darsi anche quello", concordò Van Houten.

"D'accordo" il Detective si erse trionfante, e salì sul tavolo "ascoltatemi tutti: non è un segreto che i dipartimenti, in particolare quello della difesa, siano pieni di talpe. Sì, Vaulsey fa schifo, cade a pezzi, e probabilmente è anche piena di spie nordcoreane! Ma è casa nostra, e anche se non ne vale minimamente la pena, io sono pronto a lottare, e a dare la mia vita per questo cesso di città!"

Che discorso commovente. 

"Hai mai pensato di entrare in politica?" Gli chiesi.

"In effetti no."

"Bravo, continua così."

                                              ...

Fu abbastanza sbrigativa come riunione; era raro essere fuori per l'ora di pranzo.

Chuck mi trascinò in un angolo e mi chiese, con fare quasi supplichevole, se avessi un alibi.

"Sul serio? Sospetti di me?" Era arrivato il momento di sfoderare l'atteggiamento iracondo.

"No, ovviamente. Ma, dati i precedenti, prenderanno di mira entrambi. Quindi, ce l'hai?"

"Certo, ero a scuola."

"Bene."

"E tu?" Modalità ostinata attivata.

"Ero in ufficio."

Mi venne da ridere. "Sì, da solo. Chi può provarlo? È un alibi di merda."

Ora fu lui a ridere. "Ti ho detto per caso che ero da solo?"

Poi tornò la rabbia, ma cercai di nasconderla con un atteggiamento disinteressato. "E con chi eri?"

"Che ti importa?"

"Mi importa, se dovessero interrogarci."

"Sono stato per tutto il pomeriggio con una collega."

Fui tentata di chiedergli chi fosse, ma ciò avrebbe potuto fargli credere che mi interessasse, quando non era affatto così.
Mi sentii comunque parecchio irritata.

"Quindi, fammi capire; mi hai rotto le palle per tutta la mattina perché sono uscita con Moran, quando tu sei stato il primo a fartela con una dei Servizi Segreti?!"

Quella sfuriata sembrò divertirlo parecchio. "Io con lei ci lavoro. Mentre tu, da Moran, sei stata ammanettata e portata in carcere. Riesci a notare la differenza?"

Certo che riuscivo a notarla, ma aveva comunque avuto un gran bel coraggio a sgridarmi.
Mi trattenni dall'urlargli addosso qualsiasi tipo di insulto, e anche dal precisargli che, quello da lui menzionato, non era l'unico modo in cui aveva usato le manette.
Stavo per andarmene, ma quando mi girai mi ritrovai davanti una mia vecchia collega.

"Revell! Da quanto tempo!"

Quella grandissima stronza di Lucy Hawkings.
Avevamo lavorato insieme ai Servizi Segreti, e non eravamo mai andate d'accordo.
Per un periodo era stata con Wheeler, ed era convinta che ci provassi con lui, quindi in ufficio si comportava da gelosa psicopatica ogni giorno. Uno, più di un altro, fece saltare un'intera operazione, e indovinate chi venne cazziata insieme a lei?

"Lucy. Cosa ti porta qui?" I miei pugni fremevano.

"Ho appuntamento a pranzo con Chuck."

Mi girai lentamente verso di lui e, non riuscendo a controllare i miei muscoli facciali dallo shock, gli mostrai involontariamente un'espressione sconvolta e furiosa. Espressione che il sadico bastardo, con quel sorrisetto compiaciuto, sembrò apprezzare parecchio.

"Aspettami fuori Lucy, arrivo subito."

"D'accordo." Praticamente mi scavalcò, e gli diede un bacio. "Ciao Revell!" In seguito sculettò verso l'uscita.

Sentii il vulcano di ira funesta dentro di me sul punto di eruttare.
Il sadico bastardo se la rideva sotto i baffi alla vista del mio patetico tentativo di nascondere la furia omicida che stava divampando in me.
Si avvicinò, e mi sussurrò all'orecchio: "Chi è il geloso, adesso?" Dopodiché la seguì.

Non ero affatto gelosa, solo terribilmente vogliosa di farlo a pezzi.
Mi incamminai a passo svelto e incazzato verso l'atrio, quando Carl piombò davanti a me come un fulmine.

"Ho bisogno di un favore." Ci mancava solo questa.

"Per la miseria, cosa?!" Urlai.

"Cavoli, chi ti ha fatto girare così le palle negli ultimi cinque minuti?"

"Nessuno. Che vuoi?"

"Dovresti andare alla centrale..."

"Ma sei scemo?!"

"Non ti arresteranno, non ti preoccupare!"

"Carl, la centrale di polizia è l'ultimo posto in cui una arrestata, portata in prigione, evasa da quella prigione e ora in custodia, vorrebbe mettere piede. Riesci a capirlo, vero?"

"Dai, ti prego!"

Tuttavia, lui aveva fatto molto per me, per non dire che aveva rischiato il culo, quindi non me la sentii di negargli un favore.

"Va bene, cosa ti serve?"

"Dovresti andare dal medico legale, e portare nell'ufficio di Anne il referto dell'autopsia di Jackson."

"Scusa, ma non puoi andarci tu?" Mi sentii parecchio scocciata.

"No, devo andare a pranzo con Anne e sua madre."

"Stai scherzando?" E poi sconfitta.

"No, e sono pure in ritardo. Grazie mille sorellina, ti voglio bene." Girò i tacchi alla velocità della luce e mi lanciò le chiavi della macchina, che mi arrivarono dritte in faccia.
Che schifo di giornata.

Il tragitto dal Dipartimento della Difesa a quello di Polizia, solitamente, non durava più di dieci minuti.
Ero in colonna da almeno mezz'ora.

"Dannazione!" Battei i pugni sul volante, e continuai a sbraitare: "Non esiste niente che mi mandi in bestia più del traffico, di Chuck Rodgers, e di quell'idiota di mio fratello!" Li battei ripetutamente.

"Mi dispiace, non volevo darti un disturbo. È solo che avevo appena perso l'autobus."

Dato che ormai non avevo più niente da perdere, quando vidi un autostoppista dall'aria spaesata, colta dalla compassione che tanto mi distingueva dagli altri membri della società, decisi di caricarlo.
Si chiamava Mark; era un ragazzo poco più che diciottenne, indossava un berretto da boscaiolo e si portava appresso una boccia con dentro un simpatico pesce rosso che nuotava in tondo senza alcuna preoccupazione correlata alla vita in superfice.

"Ma figurati, l'ho fatto con piacere. I mezzi pubblici sono una vera rottura, inoltre io sono una brava personcina" nel frattempo tirai fuori la pistola dalla cintura per riporla sul sedile posteriore, dato che mi si stava conficcando nell'osso sacro "oh, una macchietta" notai del sangue incrostato, che ripulii alla buona con l'ausilio dei rudimentali pollice e saliva "pensa se ti avesse preso su qualche criminale!" E con una risata, buttai l'arma alle mie spalle.

Sembrò abbastanza intimorito, perciò gli assicurai che non ero una serial killer. Egli puntualizzò che un serial killer avrebbe usato la medesima frase.

"Sei un tipo arguto, farai strada nella tua vita."

"Se non me la toglierai prima che io arrivi da zia Dottie."

Prima che mi cimentassi nella mia poetica frenesia di imprecazioni, il passeggero mi aveva raccontato delle eroiche gesta di quella donna. Un personaggio veramente interessante; aveva ripulito i conti correnti di un senatore del Montana, dopo averlo ricattato con delle foto compromettenti e l'indirizzo della moglie.
Si procedeva a rilento, ma perlomeno si riusciva ad andare a passo d'uomo. "Non ti preoccupare, arriverai a destinazione sano e salvo. Poi lungi da me togliere un padre al suo pesciolino."

"Si chiama Adolf."

Rimasi per un momento perplessa. "Interessante scelta di nome."

"L'ho chiamato così in onore del mio defunto bis bisnonno."

La carreggiata si stava liberando. 

"È veramente" pensai per un istante al termine più appropriato da utilizzare "onorevole da parte tua. Era una brava persona?"

"No, affatto. Ma i parenti non si scelgono, giusto?"

"Giusto." Sorrisi, tante volte avevo paragonato mio padre a un nazista. Che situazione comica.

"Aveva vissuto per tanto tempo in Sudamerica."

"Davvero?" Ne avevo avute di giornate assurde; quella sarebbe potuta rientrare tranquillamente nella top tre.

"Sì, era fuggito in Argentina per scappare da un arresto."

"Ma non mi dire!"

"Già! Gli antenati hanno sempre delle storie avvincenti alle loro spalle."

"È vero. Le nostre vite, in confronto, risultano così mediocri."

"Ecco, ci siamo!"

Parcheggiai davanti al vialetto della casa dismessa corrispondente all'indirizzo che mi aveva fornito il simpatico, e sperai ingenuo, ragazzo.

Aprì la portiera, uscì, e mi salutò. "Grazie mille del passaggio, Sara! È stato divertente." Fui grata a me stessa per non avergli detto il mio vero nome.

"Non c'è di che, Mark! E salutami zia Dottie; ci seppellirà tutti!"

Si allontanò e, dopo aver impostato la retromarcia, notai la bandiera degli Stati Confederati che si innalzava sul tetto di quella catapecchia.

Dopo un'altra mezz'ora buona nel traffico, arrivai alla centrale di polizia.
Mi sentii tutti gli occhi puntati addosso, e la cosa non mi lusingò affatto.
Filai dritta nell'ufficio del medico legale dove, con mia somma sorpresa, in camice bianco trovai "Gal?"

"Oh, ciao Revell!" Mi accolse sorridendo.

"Tu sei un dottore?!" Se non fosse stata la vita reale, sarebbe stato il sogno più strano che io avessi mai fatto.

"Precisamente."

"Ma uno tipo Dr. House, o più stile Joseph Mengele?" Intanto per rimanere in tema.

"Direi più Shaun Murphy di The Good Doctor. Ho dovuto menzionare il nome delle serie, dato che non è così conosciuta."

"E non capisco perché; è una gran bella serie!"

"Vero?"

"Ad ogni modo, Carl mi ha propinato la commissione di ritirare i referti dell'autopsia di Jackson."

"Eccoli qua." Si trovavano sul tavolo alle sue spalle.

"Qualcosa di interessante?"

"No. I morti per ferite da arma da fuoco sono così noiosi."

"Pace all'anima loro", dissi ridendo.

"Abbiamo prelevato dei campioni di DNA, e troveremo il modo di confrontarli con quello di Dan Foster." Quella era un'ottima notizia.

"Così almeno una risposta ce l'avremo."

"Era ora. Cos'hai fatto alla fine ieri sera?" Ed ecco il radar perverso di Gal.

Non avevo il tempo di raccontarle i piccanti particolari che moriva dalla voglia di ascoltare.

"Ti spiegherò un'altra volta, devo tornare al Dipartimento a consegnare il fascicolo a mio fratello."

"Aspetta!"

"Cosa?"

"So che sei di fretta, ma questa te la devo dire: Chuck si scopa Lucy Hawkings!"

Sospirai. "Sì, lo so. Ma tu come fai a saperlo?" Gli equilibri dovevano essersi ribaltati; solitamente era Anne a fornirmi tutti i succosi pettegolezzi.

"Ieri, dopo la sparatoria, sono passata da lui in ufficio perché dovevo chiedergli una cosa, e li ho colti in flagrante. Devo ammettere che ha dei gran bei addominali."

"Che troia", borbottai tra me e me. "Ora scappo, ci vediamo!"

Attraversai la centrale, dove tutti erano presi a discutere o a rispondere al telefono. Tutti tranne uno.
Camminai verso la scrivania di Moran, il quale era intento a far finta di leggere dei rapporti.

"Hai da fare?" Gli chiesi, sedendomi sulla sua scrivania.

Mi guardò con quel sorrisetto perverso che, dopo la notte precedente, cominciava a piacermi parecchio. Buttò i fogli alle sue spalle, mi prese per mano e mi rispose: "Adesso sì."

Andammo nello stanzino riservato alle prove forensi. Me li meritavo pure io dei bei addominali e una selvaggia sveltina, dopo quella mattinata.

                                           ...

Sebbene mi fossi piacevolmente intrattenuto con la mia collega fino a poco tempo prima, e sebbene fossi sommerso da un mucchio di noiose scartoffie, non potei fare a meno di pensare a Revell Davis. Il suo comportamento mi preoccupava, e non poco; l'ultima volta che era saltata da un comportamento all'altro, e che avevo visto quella scintilla di follia nei suoi occhi, mi ero beccato un proiettile nella spalla.
Quella donna era imprevedibile, e per tale motivo avevo preso l'intelligente precauzione di svuotare il caricatore della sua pistola senza che se ne accorgesse, prima che avesse potuto giocarmi un altro dei suoi scherzetti psicotici.
Mi faceva incazzare come un bestia il fatto che fosse uscita con Moran. Proprio non mi andava giù, e maledissi me stesso per non aver nemmeno provato a nasconderlo.
Sapevo che lei era furba e che non si sarebbe fatta intortare da un agente di polizia, e sapevo anche che sarebbe persino riuscita ad usare quella relazione a suo vantaggio, ma avrei comunque avuto una gran voglia di far passare un pessimo quarto d'ora al Detective.
Non ero affatto geloso, come aveva presunto lei, ma mi faceva imbestialire il fatto che sapeva cosa stesse facendo.
Ebbi comunque la mia personale rivincita. Io e Lucy avevamo avuto una tresca quando lavoravo ancora ai Servizi Segreti, ma poi la decisione di partire per la capitale mi strappò a quel rapporto.
Il giorno prima, mentre i tecnici erano a casa mia ad aggiustare il riscaldamento, era entrata nel mio ufficio. Non ci avevo messo molto a farla spogliare sulla mia scrivania.
Era una bella donna, ma non mi ero mai sentito troppo preso da lei. D'altra parte, tutta questa storia della custodia era palesemente il mio castigo divino, quindi avevo deciso che un diversivo per evadere dal mio personale inferno me lo meritavo.
Ciò che mi rese felice per la prima volta da un'infinità di tempo, però, fu vedere Revell in procinto di perdere le staffe. Quell'espressione sarebbe rimasta scolpita nei meandri della mia anima per l'eternità. La rabbia che, senza successo, aveva cercato di reprimere, lo sbigottimento.
Mi sentii inebriare dalla soddisfazione; a Revell Davis rodeva il culo.

 

   
 
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