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Autore: _sweetnightmare_    25/08/2022    0 recensioni
Bologna, 1276. La città, occupata nella lotta tra Guelfi e Ghibellini, vede intrecciarsi le vite di una giovane nobildonna, Fiamma, e quella del suo amante.
Dal primo capitolo:
" Ma ora, finalmente, sapete tutta la verità e quel che mi portò a questo ignobile gesto. La libertà di una donna, scambiata per quella di una puttana, l'amore verso ciò che c'è di più sacro al mondo...di quella, Padre, non sarò mai pentita."
Genere: Drammatico, Malinconico, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Medioevo
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In nomine Patris




Il sole splendeva con la sua massima potenza e i suoi raggi filtravano attraverso le pesanti tende damascate con estrema forza. Il tiepido calore primaverile stava pian piano lasciando il posto ad uno più imponente, quello estivo. Le donne correvano per i corridoi, approfittando delle belle giornate per dedicarsi alla cura e alla pulizia del palazzo. Al suo interno si cominciava a respirare un forte profumo di lavanda, unito a quello di altri fiori.
Il rintocco delle campane cominciò a farsi sempre più forte e vicino, annunciando alla città che era arrivato il momento di abbandonare il lavoro e riunirsi attorno alle tavole.
“Ancora una volta le campane hanno suonato, e ancora una volta Fiamma è in ritardo. Dov’è…dov’è quella benedetta ragazza!”. Teresa cominciò a strofinare nervosamente le mani sul grembiule e a battere a intervalli il piede sul pavimento. Dopo la nascita di Fiamma, Gregorio aveva richiesto la presenza di una balia che aiutasse sua moglie nella crescita di sua figlia ma, dopo la morte di Madonna Eleonora, le vennero affidate a pieno carico le cure della piccola affinché non le fosse mai mancata una figura femminile a cui rivolgersi in ogni momento in cui ne avrebbe avuto bisogno.
Teresa accettò di buon grado il compito di curare Fiamma in tutte le sue fasi della vita e, dopo qualche anno, tra le due cominciò a esserci un’affinità che avrebbe fatto invidia a qualsiasi altro rapporto naturale di madre e figlia. La vivacità della bambina, la sua voglia di fare e ogni giorno scoprire qualcosa di nuovo colorava la vita di Teresa e pian piano anche il dolore di non aver potuto stringere tra le braccia un figlio suo si fece più lieve, fino a scomparire.
Gregorio conosceva già la donna, figlia della balia che lo aveva cresciuto da piccolo: rimasta senza genitori e con pochissime monete per sopravvivere, le aveva offerto un incarico come governante presso il suo palazzo, prima della nascita della bambina.
 
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“Vorrei dei fiori!”. Fiamma osservò tutti quelli presenti sul banco. Maggio era il mese che adorava di più. La natura offriva i suoi frutti nel modo più generoso. Adorava vedere la sua stanza piena di colori, sentire un miscuglio di profumi e svegliarsi con essi al mattino, insieme alle prime luci dell’alba e all’odore della colazione portata in stanza da Teresa. “Quelli!”, esclamò poi, indicando con il dito un mazzo di lavanda. “Me li dia tutti!”. Allungò il braccio, cedendo al mercante il cesto in vimini decorato con dei nastrini bianchi incastrati tra gli intrecci del legno.
“Volete per caso far finta di vivere in Provenza?”. Fiamma si voltò verso la voce che proveniva dalle sue spalle. Un uomo molto più alto di lei sorrideva sornione in seguito alla sua richiesta. Guardò il mercante, che si affrettava a sistemare con fatica tutti gli steli all’interno del cesto, poi si voltò nuovamente verso di lui. Il sole creava un’aura attorno alla sua chioma bionda, rendendola ancora più chiara e luminosa.
“Voi siete stato in Provenza?”, esclamò poi, alzando un sopracciglio con fare ironico e mettendo istintivamente una mano sul fianco. L’uomo sorrise. Adorava quello spirito ribelle in quel corpo così minuto.
“Potrei…”, annunciò poi. “Ma a giudicare, voi no”.
Fiamma alzò ancora di più il sopracciglio. Lo faceva spesso quando la mettevano alla prova, o in difficoltà. Era un modo per indicare al mondo che contro di lei, il suo interlocutore non avrebbe avuto vita facile.
“Mi ci portate? Magari durante uno dei vostri pellegrinaggi. L'unica donna tra uomini di chiesa... Interessante!” chiese poi, mentre si accingeva a dare un sacchetto di monete al mercante. Poi, senza nemmeno aspettare la risposta, si allontanò.
Il suo cuore cominciò a pulsare più forte man mano che si allontanava. Non aveva mai visto un uomo così bello. Forse era questo che i poeti romanzi intendevano quando parlavano d’amore.
 
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“Questa è l’ultima volta che copro una sua bugia. Se suo padre verrà da me, giuro su ciò che ho di più ca…”.
Le porte si spalancarono e Fiamma corse verso la cucina, tenendo le punte dei piccoli piedini alzate, come il vestito troppo lungo per la sua altezza. Aveva quattordici anni, lunghi capelli castani raccolti in un insieme di trecce e perle, e un cesto di lavanda tra le mani. Teresa la osservò: pian piano il suo corpo si stava trasformando in quello di una donna, i fianchi si facevano più larghi, la vita più stretta e dalla scollatura dell’abito cominciavano a sporgere le prime forme di un seno ancora poco sviluppato.
“Lo so, lo so. Ho fatto tardi ancora una volta, ma sai che quando vado in città il tempo passa così velocemente…”. Posò il cesto pieno di fiori sul tavolo e immerse il dito nella montagnetta di farina sul tavolo di legno, per poi sporcare la punta del naso della balia. Lo sguardo di Teresa, dapprima nervoso e preoccupato, lasciò il posto ad uno più comprensivo e paziente. Sapeva bene quanto Fiamma adorasse la vita cittadina, e il fatto che la vita le aveva negato l’amore di sua madre e la costante presenza di suo padre, la portava a consentirle quelle libertà che poche altre donne potevano vantare, anche a costo di mentire al suo signore.
 



“Fiamma, vieni qui”.
Una bambina dai lunghi boccoli chiari e dagli occhi verdi pieni di vita correva per le vie del mercato, facendosi spazio tra le gonne delle dame e le zampe dei cavalli. Inciampava, saltava, poi all’improvviso si fermava osservando un cesto caduto e raggiungeva Teresa, che cercava di contrattare con il mercante per riparare al danno causato dalle sue corse sfrenate e disattente. Bastavano i suoi occhi dolci per risolvere ogni questione e, dopo aver sentito la fatidica frase “dovrebbe stare più attenta alla bambina”, Teresa la afferrava per una mano e la stringeva forte, prima di allontanarsi a passo più svelto.
Non riusciva ad essere dura con lei: ogni monelleria aveva una scusa pronta, anche davanti a suo padre.
 




“Oh, Fiamma, Fiamma…”, sospirò la donna, intenta rompere le uova all’interno della piccola montagnetta di farina che la ragazza aveva in parte distrutto giocando a farla scorrere tra le dita.
“E’ tempo che noi due facciamo un discorso…”, annunciò poi seriamente, cominciando a unire insieme gli ingredienti con le mani. Anche Fiamma sospirò. Sentiva di star crescendo, e questo non avrebbe mai potuto sopportarlo. “Obblighi da brava dama. Oh, attento messere! Non guardatemi così, vi prego…” disse ironica, mentre girava intorno al tavolo e roteava in alto le mani creando in aria movimenti strani.
“Finirete per imbarazzarmi, mio signore”, finì poi, affondando distrattamente la mano nell’impasto morbido che stava preparando Teresa e sporcandosi il vestito di farina. La balia la guardò, non riuscendo a trattenere una risata, seppur sommessa. Quando Fiamma era lì, sembrava che al palazzo fosse estate tutto l’anno, anche nei mesi più freddi o nelle giornate più tristi.
 



“Vedete, Teresa… guardare sempre il lato positivo aiuta a vivere la vita con maggior serenità. Anche l’esperienza più brutta può essere più facile da affrontare, se la osservate con letizia e gaiezza. E’ la via che a noi è concessa per la beatitudine. Spero che un giorno riuscirò a insegnare a mio figlio questo modo di intendere la vita, lo aiuterà a sopportare ogni cosa”. Eleonora si massaggiò la pancia con movimenti lenti e circolari. Secondo la levatrice il termine della gravidanza sarebbe stato dopo un paio di mesi, ma la donna sentiva dentro di sé che avrebbe dato alla luce suo figlio molto prima. Già da qualche giorno avvertiva dei movimenti strani all’interno della sua pancia, piccoli scalpiti degni di un puledrino che voleva vedere il sole il prima possibile. Sorrise, pensando a come sarebbe stato, a chi avrebbe assomigliato di più. Se avesse preso in eredità i suoi occhi scuri, o i suoi capelli biondi. Se avesse avuto la sua pazienza, o fosse stato testardo come suo marito, o ancora gentile e buono come entrambi. Spesso si tratteneva a chiacchierare con Teresa, mentre era intenta a ricamare piccoli lenzuolini per suo figlio. Confidava a lei le sue preoccupazioni sul diventare madre, e su quanto fosse felice che la sua giovanissima età le avrebbe permesso di crescere mano nella mano con il suo bambino. A volte, poi, il suo sguardo sempre allegro tradiva un velo di malinconia, ma subito veniva scacciato da una battuta di spirito su quanto fosse viziata e coccolata.



“E’ la via che a noi è concessa per la beatitudine”, ripeté dentro di sé Teresa. Fiamma aveva ereditato quel lato da sua madre. Madonna Eleonora aveva ragione: negli unici due giorni in cui aveva stretto sua figlia tra le braccia, le aveva trasmesso il suo modo di vivere. A volte le sembrava di vederla tra i corridoi, intenta a canticchiare a voce bassa o a saltellare, quando Gregorio tornava da uno dei suoi viaggi a Roma. Nonostante la sua assenza da quattordici anni, nel palazzo si respirava ancora la sua spensieratezza. “Ricordatevi che domani ci sarà la Santa Messa” disse, mentre con l’impasto creava piccole palline. Fiamma annuì. “Non cercate di scappare un’altra volta”.
   
 
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