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Autore: Moonfire2394    16/09/2022    0 recensioni
La vita di Nera Lancaster, prima orfana e poi reietta Intrasmutabile priva di abilità alchemiche, è letteralmente un inferno. Costretta ai lavori forzati sotto il sole cocente delle caldissime Pianure Calanti, da anni raccoglie l’Aureas necessaria ad alimentare la magia alchemica dei signorotti della lontana città di Myndrias, capitale cosmopolita dell’Alchimia. Ma la torrida monotonia dei suoi giorni alla colonia sta per finire. Una delle tre maggiori divinità che regola il loro microcosmo, la Volpe a tre code, l’ha inspiegabilmente scelta come sua paladina per scongiurare la rinascita di Ouroboros e quindi ritardare l’avvento dell’apocalisse che divorerà il suo mondo nonostante lei sia apparentemente priva di poteri. Il tortuoso percorso da eroina minato dal suo turbolento e oscuro passato porterà alla luce capacità a lei sconosciute, a frequentare una scuola di alchimisti, a nuove amicizie e rivali, a combattere creature misteriose e rimanere invischiata in una antica faida fra le due famiglie reali più importanti della capitale, in un’avventura che cambierà nel profondo l’essenza stessa della sua esistenza.
Genere: Avventura, Fantasy, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Capitolo 3

Fui distratta da un lamentoso squittio che col crescere dell'affaticamento mutò in un arido ansare. Poco più avanti le articolazioni scricchiolanti del vecchio Cario stridevano sotto il carico di un fascio di Aureas dell’infiorescenza della settimana precedente, non ancora alleggerito delle foglie esterne e dagli steli lunghi quanto aste di bambù. Il magazzino d'estrazione non era distante dai campi. L'edificio si stagliava davanti la facciata delle propaggini forestali come un vetusto ammasso di lastre ossidate desideroso di una fresca riverniciatura, il tetto non era munito di tutte le tegole necessarie a fornire un'adeguata copertura, infatti gli operai al suo interno subivano a malincuore la calura asfissiante che sgattaiolava da quei pertugi durante le ore più afose della giornata, e il sovraffollamento non facilitava né  il ricircolo d'ossigeno né li risparmiava dai miasmi pestilenziali del sudore e della melma incrostata sotto i loro sandali logorati dall'eccessiva usura. Qualcosa si agitava in fondo al mio petto e soverchiava nettamente il moto pietoso che per prima si era affacciato nel mio ventaglio di emozioni.
Occhieggiai i gendarmi nelle loro armature vinacciose come gli stendardi della casa imperiale del Leone che servivano a Myndrias, senza serbare il rispetto che avrei dovuto offrire, e sguinzagliai il mio odio pregando che li raggiungesse. Lo immaginai ingigantirsi, come un Animex che raggiunge la terza Elevazione, fino ad assumere fattezze mostruose e sperai che divorasse quegli accidiosi buoni a nulla e i pennacchi dorati dei loro elmetti in un sol boccone. Il blasone incastonato nel bastone alchemico della guardia col naso zigzagato da diverse fratture e lo sguardo spento, riluceva di un lieve bagliore pervinca che si frammentava in sottili raggi che morivano oltre la bolla d'ombra gettata dal tendaggio che li teneva al riparo dal sole. Il soldato reale rattrappiva le labbra ormai esangui per lo sforzo di esercitare una maghìa costante, ma continuava a produrre refoli freschi di vento su di lui e sui compagni impegnati in una accesa partita di “Il latifondista e il plebeo", mentre il suo Animex furetto dalla coda spugnosa potpottava nervosamente sulla sua spalla confidandogli all’orecchio verità che solo loro potevano scambiarsi. Si trattava di un alchimista “atmosferico".
Nania, l’alchimista clandestina che si aggirava nei bassi fondi del mio quartiere e l’unica fonte enciclopedica di storia dell’alchimia di cui disponevo al momento, nonché mia risorsa indispensabile per tenere sotto controllo  l’estro capriccioso dei miei ciuffi rosa, una volta mi aveva spiegato che questo particolare tipo di maghìa richiedeva un tributo energetico che poteva essere estratto da una fonte naturale quale era un terreno o una pianta e riconvertito attraverso  l'uso di quei dispositivi alimentati ad Aureas in qualcos’altro. In questo caso il tizio lo stava utilizzando per manipolare l'aria attorno a loro, privando di fatto il resto di noi poveri disgraziati di quel beneficio. Se solo avessi potuto metterci le mani sopra… m'imposi di raffreddare i miei crescenti bollori che mi avrebbero portato solo guai. Cercai il capitano dei gendarmi in quel drappello di giocatori d'azzardo avvolti da una nube di narghilè con la speranza di appellarmi al suo senso dell'onore e far sì che quel povero uomo fosse esonerato dai lavori forzati, considerato quanto fosse avanti con l'età, ma tutto ciò che vidi fu un patetico omuncolo i cui effetti inebrianti dell'alcol campeggiavano sulle sue guance arrossate. Cumuli piramidali di dame scintillavano ai margini del tabellone del giocatore vincente, mentre intingeva il braccio villoso nella botte riemergendone con un boccale di birra, la cui copertura schiumosa, dopo averne tracannato una generosa sorsata, gli si incastrava nei baffi impomatati di un bizzarro color verde vomito. I capelli, il suo marchio distintivo di alchimista, della stessa colorazione dei baffi, gli si appiccavano sulla nuca come alghe umidicce avviluppate sul sedimento roccioso di un fondale. Era facile individuare uno della sua razza in mezzo a una folla d'Intrasmutati come la gente che popolava il distretto. Noi tutti vantavamo la stessa smorta capigliatura nerastra dalla tessitura sfibrata, come un noiosissimo gruppo omologato di parrucche, niente a che vedere con le cromature sgargianti e inconfondibili degli alchimisti i cui classici colori che andavano dal biondo al castano ramato erano stati classificati come volgari banalità fuori moda.
E poi, bè, c’erano gli Animex, l’ombra onnipresente di ogni buon alchimista che si rispetti, come il gatto siamese che si strusciava con indolente apatia fra le gambe corazzate da schinieri di cuoio rinforzato del capitano della Gendarmeria. Sul suo collo rugoso e glabro tintinnava una pietra di un caldo color ametista, lo stesso colore della maghìa del suo padrone corpulento. Quel gingillo li differenziava dagli Animex orfani e li legava ad essi indissolubilmente per mezzo di una rara maghìa esercitata fin dai tempi della Riconciliazione, epoca dai dati storici nebulosi susseguitasi alla sanguinaria battaglia della Valle dei perduti.
Mastrock ci aveva spiegato che tramite quell’amuleto gli Animex rimanevano quieti sotto il giogo del possessore, impossibilitati ad evolversi in dimensioni a loro piacimento. Ogni Animex, infatti, possedeva almeno tre stadi progressivi che ne accrescevano la mole, denominati Elevazioni. I più comuni non riuscivano mai a superare la seconda Elevazione, già di per sé notevole in termini di accrescimento anatomico e potenza alchemica, e in ogni caso il progredire nella scala delle Elevazioni dipendeva strettamente dalle capacità maghìche dell’alchimista,essendo legato strettamente ad esso. Valeva a dire che un Animex poteva raggiungere la terza Elevazione soltanto se il suo alchimista ne era capace. Qualche pettegolezzo privo di fondamento la giù fra i rioni affollati del mercato, sussurrato fra un affare proficuo e una truffa ben congegnata, vociferava di una fantomatica quarta Elevazione conquistabile solo se si trattava di un’incarnazione di un’Animex di divinità minori, come quella del Lupo Bianco, dell’Orso Fulvo o della Pantera Maculata… ma, in tutta onestà, avrei voluto accertarmene con i miei stessi occhi prima di contribuire a dare alito a tale leggenda. Non avevo mai visto superare a un Animex la prima Elevazione, quella più comune e insignificante, figurarsi come sarebbe stato trovarsi al cospetto di un Animex gigante, come ad esempio quelli impiegati nei conflitti territoriali che si consumavano lontano dalle terre dichiarate neutrali per via del Trattato che li costringeva all’interno di quella bolla pacifica a patto che continuassero a rifocillare i soldati al fronte con l’Aureas.
Spesso mi ero ritrovata a riflettere sulle conseguenze di un possibile sciopero ai campi. Cosa sarebbe successo se loro avessero smesso di rifornirli? Sarebbero passati alle armi come in quelle disastrose guerre terrestri? E che ne sarebbe stato di loro, una volta che non gli sarebbe più stata garantita alcuna protezione?  
Mentre alimentavo le mie fantasia sovversive, venni bruscamente risucchiata nel presente da una risata squillante. Il poderoso pugno che batté sul tavolo, una volta resosi conto di essersi aggiudicato l'ennesima scommessa, fece tintinnare una delle torri di monete che aveva pazientemente accumulato e si riversarono sul selciato ai loro piedi.  
Il veterano dei campi rallentava sempre di più l’andamento e le sue spalle s’incurvarono al punto che le sue fragili vertebre consumate dall’osteoporosi si sarebbero potute sbriciolare da un momento all’altro lasciando un vecchio flaccido mollusco al suo posto. Mi si appannò la vista e non per un più che plausibile calo di zuccheri.
«Dove credi di andare?» sbottò Mastrock. Mattias combattuto se venirmi a prendere di peso e abbandonare la colata a qualche minuto dall’inizio non fece in tempo ad afferrare il mio polso.
«Ehi!» cominciai ad urlare alla volta di quegli ignobili smidollati stravaccati su comode sedute. Quando irruppi nella area di gioco privata, un lembo frangiato della tenda mi solleticò una guancia e la mia pelle inaridita gioì all’istante per quella piccola tregua ombrosa. Ma il sollievo durò bene poco e dovetti tapparmi le narici impedendo a quella coltre nauseabonda di oppiacei di imputridirmi i polmoni.
Una volta accortosi della mia molesta esistenza, le risate scemarono come vecchi motori inceppati e il capo dei gendarmi s’immobilizzò con il boccale a un soffio dalle sue sottili labbra inumidite. Una lince soffiò a gengive snudate nella mia direzione oscillando la coda come un sonaglio sopra la culla di un neonato. Il gatto siamese si limitò a studiarmi con disinteresse, non reputandomi una minaccia alla sua quieta pigra agiatezza. Forse aveva il giudizio offuscato dall’alcol tanto quanto il suo padrone. Il gendarme dalla ispida capigliatura rossastra, simile alla zazzera spinosa del suo porcospino, scattò all’in piedi puntandomi un dito bitorzoluto contro.
«Chi ti ha dato il permesso di entrare?» tuonò schiumando di rabbia.
Scacciai via una nuvoletta invadente di narghilè che aveva dato un motivo piuttosto convincente ai miei dotti lacrimali di straripare come un fiume in piena. Ignorai il bruciore e tossì «Credimi ne avrei fatto volentieri a meno.».
Il gendarme fece scattare il collo a destra e a sinistra per sincerarsi che anche i suoi compagni di gioco l’avessero sentita parlare. Poi lui e la sua ridicola statura da mezzo uomo si imposero su di me, vomitandomi addosso tutto il suo disprezzo.  Singhiozzò. Era ubriaco fradicio a giudicare dal patetico passo ballerino che tentò verso la mia direzione.
«Torna a lavoro piccola, sudicia Intrasmutata o ti farò vedere cosa succede alle puttane insolenti come te».
Mi servì di tutta la pazienza di cui disponevo per non rispondergli per le rime.
«Cario è avanti con l’età, non ce la fa a reggere il peso delle vecchie infiorescenze. Dovete dimetterlo dalla squadra smaltimento o attireremo presto avvoltoi mangia carogne».
«E chi cazzo è Cario?» mi domandò sbiasciando il gendarme.
A chi volevo prendere in giro. Come potevo pretendere che conoscesse il nome di un bracciante che aveva prestato servizio per gran parte della sua vita. Misi da parte il sarcasmo e indicai il vecchio ricurvo che gemeva sotto il carico delle foglie. La sua lunga barba bianca screziata di terriccio umido solleticava le ginocchia scricchiolanti e prive di cartilagine.
«Bastian è il tuo turno!» urlò un altro gendarme al fondo del suo boccale amplificandone il suono «Punisci la ragazzina e torna a giocare».
Un sorriso terrificante gli squarciò la bocca rossa di vino scadente come se gliela avessero incisa a sangue con un coltello. Il bastone alchemico volò verso di lui al suo richiamo, solo che piuttosto che acciuffarlo dentro la sua presa indecisa, finì con lo sbattergli contro le costole. Non seppi descrivere il piacere che ne trassi. L’intero tendone scoppiò in grasse risate. Pregai che gli alcolici di cui erano zuppi gli andassero di traverso. Umiliato, il gendarme ringhiò, e dopo qualche altro tentativo riuscì a chiudere le dita attorno alla sua arma dispensatrice di sofferenze. Frugò nel cespuglio caotico dei suoi capelli rossi e si strappò un paio di ciuffi mal celando una smorfia di dolore e l’occhio destro che si era fatto acquoso. Mi preparai alla prima scarica a muso aperto. Non sapevo come, ma avevo imparato a resistere a quel potere resiliente che spesso mi aveva provocato spasmi involontari per giorni. Ma non successe nulla.
«Sergente Zuhn!».
Mastrok era piombato al mio fianco e mi aveva spinta dietro di sé per parare l’attacco. Il blasone del gendarme ronzò di elettricità e una saetta vibrò nello spazio fra di noi. Non raggiunse mai la destinazione. Una vampa di fuoco la intercettò in linea d’aria e la consumò in un crepitio scoppiettante. Il gendarme si afflosciò sotto il peso della sconfitta prima di accorgersi contro chi aveva scagliato il suo attacco. Nei suoi occhi strisciò la paura.
Il pingue omuncolo dai baffi verdi fremette nei braccioli della povera sedia che lo accoglieva mal volentieri e che andava piegandosi sotto le sue disgustose trippe sudate.
«Generale Mastrok» balbettò cercando disperatamente di rivitalizzare la sua lingua impastata «Non la aspettavamo prima del calare del secondo Sole».
Mastrok perseverò a tenermi dietro di sé come se sottraendomi alla vista degli altri gendarmi avrebbe potuto cancellarmi dalla loro memoria «Lo vedo. E avete pensato bene di trasformare questo avamposto in una squallida taverna di beoni e giochi d’azzardo. Non avete ricevuto alcuna comunicazione dal Pentolone?».
Il sergente dai baffi verdi deglutì «Quale comunicazione?» si affrettò, come meglio poteva, ad alzarsi dalla sedia e a correre in direzione del Pentolone che bolliva a fuoco lento in un angolo ombreggiato del tendone. Si sporse per guardarvi dentro e impallidì per le parole che erano emerse dall’intruglio. Sollevò la testa lentamente con i menti tremanti cercando lo sguardo adirato di Mastrok attraverso i vapori caldi. Ne contai tre come le code della sacra volpe.
«Sua maestà imperiale e il principe…»
«Sì» confermò secco Mastrok.
La mascella del sergente si scollò verso il basso. «Fate sparire ogni cosa. Tutto!» abbaiò con più decisione. Rallentanti dall’alcol che scorreva a fiumi nelle loro vene, i gendarmi cominciarono ad affaccendarsi frenetici, importunando l’oziosità dei loro animex che russavano ai loro piedi. La tenda si riempì dello scroscio di una pioggia di monete e nella foga rovesciarono diversi boccali sul tabellone di gioco. Inciampavano nei loro stessi piedi, scontrandosi fra loro e imprecando ferocemente gli uni verso gli altri. Mastrok scosse la testa, vergognandosi per loro, mentre io mi godevo la vista di quell’esilarante siparietto dal mio posto in prima fila.
Fino a quando il sergente non posò i suoi occhi porcini su di me «Stai proteggendo l’Intrasmutata?» disse a Mastrok «Non m’interessa se ti scalda le lenzuola, ma sarò costretto a fare rapporto se dovesse…».
«Non preoccuparti» tagliò corto Mastrok con severità «Troverò una punizione più adeguata per lei. Sai che tollero quanto te la loro insolenza». Pronunciò quel loro come se stesse paragonando quelli della nostra razza inferiore alla merda di Animex che pestavano sotto gli stivali. Odiavo gli ipocriti. Ma era la sua ipocrisia che mi aveva risparmiato atroci sofferente perciò per lui ero disposta a chiudere un occhio.
«Ebbene?» lo incitò ancora il generale, deciso a non mollare la presa.
Mastrok s’irrigidì capendo che si aspettava qualcosa da lui nell’immediato. Si voltò verso di me e i suoi occhi lampeggiarono furiosi nei miei. Io colsi la sua sfida e sotto il primo strato anche il rimorso per quello che stava per fare.
«Visto che ti piace tanto occuparti della sicurezza dei nostri braccianti» cominciò tagliente «perché non ti occupi tu stessa del trasporto delle infiorescenze esauste. Da ora in poi ricoprirai il tuo e il suo turno. E procura dell’acqua a quel vecchio».
Lo guardai sconcertata. Ero tanto furiosa con lui da aver estromesso dalla tempesta che vorticava nella mia testa e nelle mie orecchie lo scalpiccio di zoccoli e l’incedere rollante di ruote che da flebile eco si accresceva divenendo sempre più rombante, relegandolo con un semplice fastidio di sottofondo.
Il sergente mi rivolse un sorriso di disgustosa soddisfazione.
«Omuncolo senza palle» mormorai prima di abbandonare la frescura dell’ombra per scambiarli con quei stramaledettissimi raggi incandescenti. 
«Che cosa hai detto?» lo sentì a malapena urlare.
Lo ignorai, tornai indietro e lo scansai con una spallata. Nel caos del tavolo fra le tessere da gioco, le dame e le macchie color vinaccia che si allargavano come un mappamondo di continenti dai contorni frastagliati, riuscì ad appropriarmi di un boccale appiccicoso di birra. Mi bastò un breve giro panoramico per rendermi conto che quegli ubbriaconi non avevano a disposizione altre bevande che non superassero un tasso alcolico decente. Puntai all’abbeveratoio per cavalli, mi feci spazio fra loro, anche se gli equini mi flagellavano le braccia con le loro lunghe code per scacciare le mosche, e lo immersi con tutto il manico fino a quando i residui nella birra non galleggiarono liquescenti sulla superficie. Era l’unico abbeveratoio baciato da una conca d’ombra, quindi l’unica fonte d’acqua fresca. Riemerse traboccante fino all’orlo e lungo il tragitto non potei fare a meno di versarne un po’, le gocce d’acqua sfrigolavano sul selciato tanto rovente da percepire quel calore insopportabile anche attraverso la suola sottile e malconcia delle babbucce.
Cario mi guardava come se stesse incombendo su di lui una punizione divina «Gettali a terra» intimai al vecchio. I suoi occhi raggrinziti dalle rughe si sarebbero riempiti di lacrime se non fosse stato così disidratato. Le sue braccia rachitiche da cui pendevano lembi di carne flaccide e altrettanto rugose obbedirono al mio comando e i fasci di mineas si afflosciarono scomposti sul terreno. E non furono le uniche.
L’anziano crollò ai miei piedi stremato. Feci scivolare una mano sotto la sua nuca sudata, attenta alla fragilità del suo cranio, e gli portai il boccale alle labbra riarse e screpolate a tal punto che i tagli sanguinavano sul mento su cui erano cresciuti incolti riccioli canuti di barba. All’inizio fui costretta a far scorrere l’acqua attraverso la feritoia serrata della bocca sbattendo contro i suoi denti marci, ma poi il vecchio, rifocillato dalla prima fresca sorsata, afferrò il boccale con mani avide e cominciò a tracannarlo con foga. Una volta dissetato ordinai ad alcuni braccianti di portarlo via di lì mentre raccoglievo le infiorescenze che aveva abbandonato, pronta a caricarmi quel peso sulla schiena.
Non erano per  nulla pesanti, anzi. Me le assicurai sulla schiena con facilità dopo averle raggruppate con un fascio secco, privo di linfa, per evitare che qualche stelo cadesse. Le foglie che mi ricadevano sul viso fungevano da scudo contro i raggi del sole e le trovai quasi piacevoli. Le gocce di sudore si radunavano sul mento per poi colare dalla gola e infilarsi dentro la casacca che via via aderiva al petto come una seconda pelle. Ignorai gli sguardi confusi che mi seguivano lungo la via che portava al deposito di estrazione affianco a quello di smaltimento, come se fossi una di quelle delicatissime ragazze che passavano giornate intere a studiarsi la bordatura perfettamente limata nelle unghie, vivendo nel terrore di poterle scheggiare. No, io non ero come Banagea pronta a farmi riempire il ventre dal primo scapestrato felice di dedicarmi piccole attenzioni, inducendomi ad aprirgli le gambe.
Avevo braccia robuste in grado di sostenere il peso di quattro sacchi di cereali e il fisico asciutto e prestante di una gazzella inafferrabile che non avrebbe mai conosciuto le fauci di un leone, temprato dal calore delle pianure Calanti e dagli ininterrotti lavori al campo. Il signor Lancaster non era contento di sapermi lì, al contrario di Mattias che ormai si era assuefatto alla mia presenza.  Avrebbe voluto che seguissi le sue orme e riservarmi un posto accanto a lui alla casa della giustizia, vista la mia particolare inclinazione nello sbrogliare i casi da lui sottopostomi in più di una occasione. Non era il posto di una semplice scrivana quello che desideravo, perché in fondo era quello il ruolo a cui relegavano le donne impegnate nell’ambito giuridico: delle amanuensi servili e solerti nel ricopiare gli atti.
Era altro quello a cui aspiravo, ma fino a quando fossi stata imprigionata fra quelle mura, il mondo inesplorato che bramavo mi sarebbe sempre stato precluso. E in ogni caso non mi era possibile nemmeno sussurrarlo a bassa voce. Certi desideri erano pericolosi persino lasciarli vagare nel regno astratto dei pensieri.  Quel lavoro spacca-schiena rappresentava la mia unica rivalsa, rifiutandomi categoricamente di lasciare che le mie dita si distorcessero in quella fatiscente fabbrica tessile. Non potevo farli sospettare della mia silenziosa ribellione, ma non potevo nemmeno non sfogare la frustrazione che mi ruggiva dentro. “Una ragazza che porta la terra sotto le unghie come un uomo, i palmi pieni di calli e la pelle eccessivamente abbronzata”. Erano quei bisbigli la mia unica fonte di sollazzo, come gli sguardi di disapprovazione che mi rivolgevano mentre camminavo per le strade e fingevo di non notare. Dopo aver scaricato gli steli nella vasca di smaltimento, la cui linfa successivamente estratta veniva lasciata fermentare per farne un portentoso elisir curativo, quei pensieri amari mi furono compagni per tutta la strada a ritroso e fu quando raggiunsi la staccionata che mi fermai. Le ciglia sfarfallarono per un paio di secondi in modo da assorbire l’immagine che mi si presentò davanti.
Non lavorava più nessuno. Si erano fermati tutti. Rimanevano solo i cigoli delle carrucole che meritavano una oliatura aggiuntiva e lo scoppiettio delle bolle che rimbombavano nel grande calderone. Ormai era pronto per la colatura. Allungai il collo per lasciare correre lo sguardo lungo tutti i terreni dissodati pronti ad accogliere la concimazione per la Fioritura.
I braccianti avevano abbandonato i loro attrezzi e, genuflessi profondamente, avevano piegato la faccia a un centimetro da terra. Così anche le risicoltrici, incuranti dei loro vestiti che si inumidivano nei canali dove affondavano le gambe all’altezza delle ginocchia.
Lo scroscio di legna mi fece sussultare. I tronchi e i rametti si raccolsero ai miei piedi.
«Per la volpe a nove code…» sentì borbottare a Calhil di ritorno dai boschi con delle foglie secche incastrate fra i capelli. Strano che non lo avesse sentito arrivare. Di solito veniva annunciato dalla sua puzza di sterco. Poi si affrettò ad inginocchiarsi anche lui. Lo presi per un gomito «Che stai facendo?».
«Quello che dovresti fare anche tu» sibilò cercando di svincolarsi dalla mia presa. Le mie dita erano come ganasce chiuse attorno al suo braccio.
«Per amore della dea mettiti giù, Nera. O vuoi che ci taglino la testa ad entrambi? Lasciami andare» strattonò nuovamente.
«No se non mi dici che cosa gli è preso a tutti!».
Calhil si fece paonazzo «Lui ti sta guardando. Il nipote dell’imperatore». Le sue corde vocali sembravano sul punto di rottura. La mia presa si allentò e lui finì a faccia a terra come tutti gli altri. Fu allora che mi decisi ad alzare lo sguardo e lo vidi per la prima volta.
Capelli blu scuro increspati dal vento che gli lambivano l’occhio destro e che immaginai essere della stessa sfumatura smeraldina del sinistro, spalancato in una attenta e religiosa perlustrazione su di me. Cosa stesse cercando così avidamente di capire non potevo saperlo. Quell’unico occhio insondabile sembrava volermi spezzare la colonna vertebrale pur di vedermi inginocchiata ai suoi piedi oppure essere incuriosito al punto di aver dimenticato il resto attorno a lui poiché agognante di risposte che lo soddisfacessero. Ma non era quello che mi sconvolse di più. La sua cavalcatura era…
Mi si asciugò la saliva in bocca.
Era lui. Il Leone di Myndrias.
L’animex di cui parlavano le leggende. A giudicare che il garrese della belva era di qualche palmo più alto della mia testa, doveva aver raggiunto come minimo la terza elevazione. Uno sfoggio di potere che demarcava i confini fra noi comuni mortali e il suo lignaggio altisonante. La sua sola esistenza e il fatto che lo avesse scelto come suo padrone legittimava la divinità del suo cavaliere.
L’enorme animex leonino ruggì, producendo un’onda d’urto che fece tremare le viscere di tutti i sudditi prostrati devotamente con la faccia a terra. Quello non era di certo un invito, ma un ordine. Dovevo piegare le mie ginocchia, sarebbe bastata una piccola genuflessione, eppure le mie gambe non erano mai state così rigide.
Qualcosa si mosse nel cespuglio accanto a me. Sussultai alla vista del muso curioso dell’animex che era sbucato fra il fogliame. Una comunissima volpe dal manto rossiccio. Stavo per distogliere lo sguardo quando avvertì chiaramente una voce risuonare nella mia testa.
«Non inginocchiarti di fronte a lui. Mai».
Era ridicolo, lo sapevo. Gli animex comuni, specialmente se confinati nel piccolo corpo della prima elevazione, non avevano capacità di comunicazione telepatica nemmeno con il loro padrone. Doveva essere frutto di suggestione, la voce era simile a quella del mio orgoglio incallito, ma la volpe continuava a puntarmi i suoi occhi di puro oro liquido su di me.
«Non inginocchiarti» ripeté ancora la voce.
Cahil tirò la manica sfilacciata della mia casacca «Nera, ti prego. Vieni giù!».
Smisi di lottare. Fu facile cullarmi in quelle parole perché era ciò che volevo.
E così seppi cosa rispondere.
«No».
   
 
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