Storie originali > Fantascienza
Segui la storia  |       
Autore: bimbarossa    18/09/2022    0 recensioni
Tutti noi siamo consapevoli che ci sono forze naturali attorno a noi a cui l'uomo non può resistere, che non può controllare. Fuoco, Terra, Aria e Acqua. Forze venerate in tutte le culture.
E se qualcuno un giorno, un dio o uno scienziato pazzo, avesse trovato un modo per dare un corpo a tali forze?
E se queste, ora che hanno una bocca per parlare, volessero essere aiutate e protette?
Genere: Avventura, Introspettivo, Mistero | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti
Capitoli:
 <<  
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A

Una strana luminescenza perlacea cominciò ad irradiarsi dal buco nero in fondo a tutte quelle scale infernali.

“Cos'è?”

Si accorse, Maria, che il passo con cui stava scendendo si era fatto più spedito.

“Siamo arrivati.”

La voce della mora nella sua testa era diventata cristallina, pura al massimo.

“Da qui arriveremo al centro della Terra.”

Tutto si aspettava tranne quella luce accecante.


 

L'acqua ticchettava dalle rocce sopra di lui in modo quasi dolce, carezzevole.

L'atmosfera decadente del pozzo due gli era così familiare che Pietro si sentì preso e stretto in un attacco di improvvisa nostalgia.

Lo avevano rinchiuso proprio lì, dietro quella curva scura ad esse che portava alle bocchette della ventilazione, i suoi nuovi colleghi che lo avevano sottoposto al “battesimo della terra”.

Solo che all'epoca lui era ancora scosso dalle vicende dal terremoto, dalla perdita e dal lutto, nonché dalla scarsa conoscenza di quei cunicoli.

Adesso avrebbe potuto girovagarci per ore intere, toccare con affetto ogni scanalatura di quelle pareti striate e porose senza schifarsi minimamente di quell'odore acido di cose, di esseri oltre la decomposizione, di esseri che stavano altresì tornando a rinascere nel grande ciclo della vita.

Con mano ferma afferrò l'i-phone notando che aveva solo una tacca a disposizione.

E questo era un bene.

E questo era un male.

Era un bene perché poteva scorrere le notizie allarmanti che arrivavano dalle varie ANSA e telegiornali online, che parlavano di una tremenda tempesta di vento su, nelle Alpi a nord tra il Veneto e il Trentino, dove milioni di alberi erano stati abbattuti uno dopo l'altro come se fosse esplosa una bomba nucleare.

Guardò le immagini di quella devastazione, e pensò al caos che stava continuando ad infuriare altresì al di sopra della sua testa. Mai come in quel momento la miniera gli era parsa un rifugio sicuro e si, sorprendentemente caldo.

Fece appena in tempo a chiudere il cellulare prima che una goccia dal soffitto roccioso cadesse sul display, e di nuovo notò l'unica tacca rimasta.

Il fatto che fosse ancora presente quel piccolo filo che lo connetteva al mondo superiore era anche un male.

Perché voleva dire che non era andato abbastanza in profondità.


 

Maria aveva avuto tante idee in testa scendendo nel basso di quella chiesa dedicata a Nostra Signora delle Tempeste.

Si era immaginata una grotta, un antro fangoso nella terra, la tana del Bianconiglio. Aveva persino avanzato l'ipotesi di una tetra porta oscura con su scritto “Lasciate ogni speranza, o voi che entrate.”

Tutto era stato possibile nel suo cervello, tranne quello.

Una parete enormemente alta la sovrastava, come se quella buca avesse per soffitto il terreno su cui avevano camminato poc'anzi e parcheggiato l'auto, mentre al centro del muro sconfinato di roccia scurissima un'entrata relativamente minuscola splendeva come un diamante.

Maria non sapeva come descrivere il bizzarro fenomeno, lì dentro la luce filtrava a malapena dall'ingresso da cui erano venute, eppure quel poco brillio riusciva a concentrarsi e solidificarsi, creando un gioco di riflessi come se tanti prismi fossero stati accumulati lì da gnomi dispettosi.

Si sentiva come se le leggi della fisica non esistessero.

Si sentiva pesante, concreta come non mai, e non solo lei. Alzando la testa verso le zone più in alto poteva vedere che le goccioline di acqua che filtravano avevano creato stalattiti minuscole, come se anche il contatto con quella strana energia le avesse potute solidificare.

Tutto sembrava potersi solidificare all'istante vicino a quella luce.

“E adesso che facciamo?”

Aspettiamo.

La voce di Terra quasi la insordì dentro le sue sinapsi.

“Che cosa?” Maria stava male e, o meglio si sentiva cadere.

Quella porta aveva la stessa forza gravitazionale d una voragine, la voragine più profonda mai creata e mai concepita, e lei voleva attraversarla. Subito.

Non che cosa, ma qualcuno.

“E chi?”

In quel momento una figura scura, bagnata ed infangata con una cellulare di ultima generazione in mano apparve dal nulla.

“Me. State aspettando me.” Gli occhi di ghiaccio erano fissi sulla donna dai lunghi capelli neri. “Sapevo che un giorno ti avrei rivista.”


 

Il dispositivo su cui era infilzato il pezzo di carne emetteva continui e sibilanti lamenti, come vento che soffia da un spiffero.

La figura in nero si tirò il cappuccio ancora più strettamente attorno al capo, prima di prendere il telecomando ed aprire sul canale della BBC.

Central and southern Europe in these hours is swept by a cyclonic vortex that has already made 55 victims in four states...

“Molto bene, sta tutto procedendo come previsto.”

L'amministratore delegato della Black Tetrahedon si lasciò sfuggire una specie di ronzio di assenso.

“Quanto durerà?”chiese all'ombra nera. Per fidarsi si fidava, ma questa fiducia era un sentimento oscuro, solido come una roccia, ma una roccia nata dal sangue secco di un gigante morente.

“Almeno altre trentasei ore, poi tutto il caos si fermerà.” Si versò lentamente qualche goccia di scotch. Che non bevve. “I suoi strascichi, però perdureranno nel tempo.”

Colui che si chiamava -A ed era padrone di mezza Londra sbuffò. Il nervosismo cominciava a farsi sentire.

Quando tutto il progetto era stato mostrato ai suoi occhi aveva chiara la consapevolezza che la vendetta sarebbe stata un piatto freddo. Freddo e lento da preparare.

Eppure le cose stavano procedendo troppo a rilento, e non solo, aveva commesso degli errori.

Tutta la faccenda del Brasile ne era una riprova. La sua prima vittima non era dove sarebbe dovuta essere, nel suo domicilio c'era solo un uomo, il nipote, mentre quella stupida cantante avevano dovuto stanarla in mezzo alla giungla con tanto di testimone che era riuscito a fuggire.

“A proposito, che mi dici di quel piccolo problemino che ci siamo lasciati dietro in Brasile? I miei uomini hanno cercato ovunque per settimane, ma la giungla è quella che è.” A- sfilò un piccolo coltello a serramanico con diversi animali intagliati sopra.

Per un attimo passare i polpastrelli delle dita tra quelle figurine intagliate e sentire i ricordi della sua infanzia scorrere dentro l'anima come un fiume di montagna divenne un desiderio talmente impellente da fare quasi male.

Perché quel desiderio era impossibile ormai, pensò guardandosi i guanti di pelle che fasciavano le sue mani.

“Quell'uomo sarà già morto. Come hai detto tu, la giungla è quella che è. Impervia, spietata, dove anche un piccolo sbaglio può rivelarsi mortale.”

“Può darsi. Ma se invece è ancora vivo...”

Se fosse ancora vivo lo rimpiangerà.

Detto questo l'uomo in nero si chiuse in un mutismo che A- sapeva già che non ne sarebbe uscito che da solo.

“Comunque almeno sappiamo il suo nome. Blige Nabokov.”


 

“E questo qui da dove sbuca?”

Il nuovo arrivato odorava di terra e di pioggia. E da quello che Maria poteva intravedere in quella strana oscurità luminosa, non era neanche brutto, nonostante fosse la persona più sporca che avesse mai visto.

Tuttavia lo sconosciuto non diede segno di averla udita.

Pareva totalmente focalizzato da una delle sue quattro tormentatrici .

“Sentivo che eri vicina. Sono anni che aspetto questo momento.”

Possedeva una voce roca, bassa, ghiaiosa, tanto che Maria si sentì rabbrividire dentro da una strana emozione, come se fosse appena stata investita da una frana.

“Thò! Guarda chi è venuto! Sorellina, non abbiamo nemmeno dovuto fare la fatica di cercarlo.”

Acqua si avvicinò a Terra e le accarezzò i lunghi capelli color pece con fare civettuolo. “Non riesce proprio a dimenticarti.”

Solo allora l'uomo sembrò riscuotersi e prendere atto che c'erano anche altre quattro persone sulla scena.

“Sai che non può risponderti, vero?”

Fuoco pareva più pallida del solito lì sotto, come se le mancasse l'ossigeno, e le cicatrici risaltavano come smagliature cattive.

Lo sconosciuto allora assottigliò gli occhi color ghiaccio: “Quindi sei ancora senza lingua?”


 


 

“Anche a te manca un pezzo.”

La ragazzina minuta che stava in mezzo alle quattro valchirie, così diversa da loro, squittì quella frase che parve rimbombare in un pozzo di ironia dentro quella grotta fuori, anzi no, sotto il mondo.

“Come dici, scusa?” Pietro Serracchi della Rocca tirò fuori il vecchio tono tra il canzonatorio e il sarcastico che usava una vita prima, quando ancora si reputava al di sopra di buona parte dei comuni mortali. Almeno fino a quando non aveva scoperto che lui e tutti gli altri erano davvero comuni mortali, e che esisteva ben altro là fuori.

“E' lei che mi ha detto di dirtelo,” indicò la sua rovina, la donna dai capelli nerissimi che aveva smontato la sua esistenza come una scatola cinese, “anche se è senza lingua riesce a parlarmi direttamente nel cervello. Non so dirti quanto sia estenuante.” Sbuffò teatralmente fissandogli la mano sinistra.

“Giusto.” Si sentiva in svantaggio, Pietro, cinque contro uno. Se quelle erano chi presumeva e credeva che fossero, dire che fosse entrato in una fossa piene di bestie era un eufemismo.

“Il regalo che mi ha fatto la tua amica è ancora qui.” Alzò all'aria il vuoto penoso tra il medio e il pollice, e dove il moncherino dell'anulare sinistro pareva, da quella prospettiva, una lama di buio.

“Questo è niente, cocco,” quella dai capelli rossi gli sorrise, ma era un sorriso a dir poco mostruoso. “Per il grande onore che la mia sorellina ti ha fatto dovresti sentirti benedetto dagli dei. Perché hai ancora salva la vita.”

“Tu credi?” Ora che le guardava meglio in quella mistica penombra di fango e luce e acqua gocciolante, tutti gli studi e le ricerche fatte in quegli anni parvero prendere consistenza più che mai.

Una parte di lui, dopo ciò che gli era successo, aveva pensato, e sperato, che fosse tutto un sogno.

Una fantasia, una suggestione, qualcosa di impossibile che rasentava la follia.

Non era mai esistita quella donna incontrata sul ghiacciaio, non aveva mai accarezzato la sua pelle color crema, non aveva mai guardato dentro quegli occhi azzurri come iceberg pensando di scorgervi le fredde verità del mondo.

E se lei non era mai esistita, allora c'era la possibilità che anche il resto, il terremoto, la morte di chi aveva amato e la perdita di tutto ciò che aveva, fosse stato solo uno sconquasso momentaneo, la pazzia di un attimo.

Poi un giorno si era svegliato con la netta sensazione che ignorare la realtà, quello si era da pazzi.

Così aveva cominciato a ricostruire ciò che era accaduto, ciò che lei era.

Aveva girovagato nelle biblioteche di vecchie chiese, aveva persino chiesto al Vaticano di poter consultare i propri archivi, seguendo indizi, confutando tesi e scartando le piste meno assurde.

Dopo circa due anni, infine, si era imbattuto in un saggio di un intellettuale russo le cui teorie era parse un balsamo per i suoi pensieri distorti, allucinati, prossimi al parossismo.

Non era matto! C'era qualcuno che poteva spiegare ciò che gli era capitato e in chi si era imbattuto, qualcuno che conosceva la sua rovina.

Il suo nome era Nigel Nabokov.


 

“Quale onore pensi che mi abbia fatto?”

Era certo di essersi abituato a come funzionavano i suoni sottoterra, a come si espandeva la voce, ai picchi di gravità che si potevano raggiungere e alle tonalità che invece si perdevano. Eppure nell'affermare quelle accuse congestionate nella sua anima da anni, nel torace gli si era improvvisamente formata una specie di ragnatela che soffocava le sue corde vocali alla stregua di argilla fresca.

“Lo stesso onore per il quale adesso siamo qui.”

La bionda parlò soavemente, il tono cristallino non infettato da tutta quella pesantezza, e solo in quel momento si accorse che era diversa. Diversa dalle altre.

Era pura, integra, un essere totalmente completo.

Un dio sceso in terra. Letteralmente nella terra.

“Tu non sei come loro.” La scollatura dell'aderente abito verde metteva in evidenza il perfetto arco del collo e della gola bianchissima, il seno piccolo e sodo, l'ampiezza della schiena retta di una persona in salute e con ottimi polmoni.

Le parole di Nigel Nabokov risuonarono dentro di lui come echi.

“O meglio, loro non sono ancora come te.”


 

Quando i primi coloni arrivarono nello stato del Nebraska canticchiando musiche malinconiche di terre lontane sui loro Conestoga, non si aspettavano di trovare una natura così diversa da quella che conoscevano e avevano lasciato.

Pianure infinite dove il vento era il padrone assoluto.

Campi in cui, se parlavi, a volte ti potevano sentire a centinaia di metri di distanza e la voce si perdeva in quel mare d'erba e d'aria.

E poi...


 

“Capo, mi sta ascoltando?”

Herbert inforcò gli occhiali da nerd sventolandogli la mappa di sua zia davanti agli occhi.

“Alex, sei strano. Forse dovremmo smettere con tutta questa storia, sembra non farti certo bene.”

“Sto bene, Fran. Ero solo perso nei ricordi.”

Beaufort si alzò per versarsi del vino dal mobile degli alcolici che di solito toccava raramente.

“Capo, ha capito ciò che ho detto?”

Aveva spiegato per ben dieci minuti la sua strana teoria, e quanto meno si aspettava un minimo di reazione, compresa l'ilarità.

“E' interessante. Un mondo nuovo. E forse da un certo punto di vista può essere anche giusta, però più che un mondo nuovo credo che rappresenti un mondo antico,” si grattò il mento dove la barba di giorni di incuria pizzicava sofficemente come una nuvola di aghi.

“Non fare così ragazzo mio, adesso ti spiego la mia, di teoria.” Ammiccò verso il suo borsista bonariamente. Improvvisamente si sentiva più leggero, anche con il muso lungo di Herbert davanti.

“A mia zia non interessavano le teorie di nuovi pianeti e tutta quella roba sulla fantascienza, ed ecco perché non posso avvallare la tua teoria che questa sia la mappa di un altro pianeta e di una sua fantomatica meteorologia.” Inoltre è la cosa più assurda che abbia mai sentito, e fatico a credere che sia un mio borsista ad averla sfornata. Legge troppi fumetti il ragazzo, devo ricordargli di farsi una vita al di fuori del centro meteorologico.

“No, zia Saffir amava il canto e la storia. Le interessava più il passato che il futuro.”

La poteva quasi vedere, seduta nella sua poltrona preferita inondata dall'aria piena di sole che entrava dalla finestra, mentre gorgheggiava ritmi e parole in una lingua misteriosa, l'italiano, che lui, solo un bambinetto, non capiva.

E quando non cantava stava china su libroni enormi, che parlavano di tempeste del passato che avevano distrutto un'intera armata di spagnoli a ridosso delle coste inglesi, o nuvole nere sorte dal nulla che avevano salvato il Giappone dall'invasione dei Mongoli.

“La nostra è una famiglia di meteorologi, persino mia zia ne era un'appassionata, solo che praticava questa passione in un modo un po' strano.” Mantenne la suspense il tempo necessario per ordinare altro cibo cinese. “Ora che ci penso, passavamo ore a disegnare cartine meteorologiche su fenomeni del passato che avevano segnato il nostro paese, come l'uragano di Galveston o il Grande Uragano del 1780 che ha spazzato i Caraibi. Ci divertivamo come matti ad immaginare le figure bariche che li avevano determinati, gli scenari e il susseguirsi delle varie masse d'aria, e davamo letteralmente i numeri per indovinare i millibar di pressione raggiunti.”

Beaufort per un attimo si perse nei ricordi sottili e fumosi come lembi di vapore acqueo.

“Per farla breve, credo di essere giunto alla conclusione di questa burla di quella mattacchiona di mia zia, ragazzi miei. Non so il perché, ma questa è una cartina meteorologica di una tempesta del passato, una tempesta nel nord-est dell'Italia verso la meta del diciassettesimo secolo. La riconosco perché ci lavorava spesso, a più riprese. Era quasi diventata una specie di ossessione, e l'unico motivo per il quale non l'ho riconosciuta è perché non me l'ha mai voluta mostrare.”

“Molto affascinante. Sua zia doveva essere una persona piuttosto eccentrica.” Si vedeva che Herbert avrebbe preferito la teoria dell'esopianeta misterioso. “Ma tutto questo a cosa ci porta?”

“Vorrai dire dove ci porta.”

Mentre tornava con il cibo appena portato dal fattorino si portò dietro anche un volume sull'arte italiana del Seicento.

“Questa è una chiesa italiana di un piccolo paesino vicino Padova, nel Veneto. E' stata costruita come tributo per aver salvato la popolazione dopo il tremendo tornado che ha seminato distruzione ovunque di cui vi parlavo prima. Indovinate il suo nome.”

Fran strabuzzò gli occhi non appena lesse. “Non ci posso credere. Nostra Signora delle Tempeste. Conosco una chiesa che ha lo stesso nome, e sorge qui vicino.”


 

  
Leggi le 0 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
 <<  
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Fantascienza / Vai alla pagina dell'autore: bimbarossa