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Autore: Liza Inverse    19/09/2022    0 recensioni
"Note: gli errori grammaticali nei dialoghi sono intenzionali"
Juno ha vissuto tutta la vita sotto l'egida di una nonna fortemente rigida e matriarcale che ha creduto per lungo tempo essere l'angelo del focolare.
Con la morte di questa, quando lei ha quindici anni, sua madre decide di abbandonare il marito, esasperata dalla distanza di quest'ultimo dalla situazione familiare.
Da Seattle alla Florida, la ragazzina si trova catapultata a vivere a casa del fratellastro della madre, del quale era sempre stata tenuta all'oscuro.
Oltre a dover iniziare una nuova vita in una nuova scuola, Juno dovrà anche confrontarsi e convivere con quello che non sa essere suo cugino: un ragazzo di sette anni più grande di lei, solitario e studioso, che affibbierà alla ragazza il soprannome di "fangirl" a causa della sua fissa verso un gruppo rock.
© PATAMU
Genere: Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Erano passate quasi tre settimane da quando io e Nathan avevamo sistemato i tre ragazzi, ma Juno sembrava comunque essere giù di morale. Al mattino, quando scendeva dalla macchina, sembrava di fronte all'ultimo miglio.
L'unica cosa che mi rincuorava era che al pomeriggio, appena prima che iniziassi le mie lezioni, appariva zelante ed entusiasta.

Se solo mi fossi ricordato di un momento passato insieme.
Partivo, perdevo il controllo, e ritornavo cosciente a fine lezione. Non avevo il coraggio di domandarle cos'avessi detto o fatto. Non volevo che capisse cosa mi accadeva durante quelle lezioni. Non trovavo le parole per spiegare ed ero atterrito dalla paura che non capisse o peggio, che capisse e mi rifiutasse.

Negli ultimi tre anni ero stato solo in quella casa, a parte gli sporadici spostamenti per via di Taryn, o le visite a Chip e Cole insieme a Nathan. Mi ero abituato, anzi obbligato, a non avere persone intorno per lunghi tempi. Mi ero imposto di non perdere il controllo, a essere quello che volevo essere e nessun altro. A bastare a me stesso.
La sua presenza invece, mi aveva spinto a cercare sempre di più la sua considerazione. Aveva fatto rinascere in me la voglia di essere al centro dell'attenzione. Avevo bisogno di essere il suo centro, in ogni momento. Ma, ironia della sorte, ci riuscivo solo se mi lasciavo andare, se perdevo il controllo. Così non ero più io che passavo quei momenti con lei. Avevo ricordi frammentati: lei che rideva, che si dondolava sulla sedia e prendeva appunti cantando EL.

E alla fine, era sempre lui al centro della sua attenzione.

Anche la sera che bussò alla mia porta per farmi leggere qualcosa che gli aveva scritto. Con me non ci parlava. Doveva scrivere a lui. Fu una scossa a nervi scoperti. Perché dovevo esserle d'aiuto quando c'era di mezzo lui? Non era già abbastanza che sopportassi di lasciarmi andare?
La sgridai e lei se ne andò con gli occhi lucidi. Non tentai nemmeno di seguirla: non volevo scatenare un altro inutile litigio.

Un paio di giorni dopo ricevetti una telefonata dalla scuola, poco dopo pranzo.
Il preside mi voleva vedere d'urgenza. Non volle parlare al telefono, ma si trattava di qualcosa che Juno aveva fatto e, dal tono dell'uomo, sembrava qualcosa di spiacevole.

Durante il tragitto mi immaginai le cose più assurde: risse, oggetti di scuola vandalizzati o peggio, un brutto voto. Juno però non era una ragazza che poteva fare vandalismo o chissà quale cosa per essere addirittura finita in presidenza. Non ci erano finiti nemmeno quei tre bastardi.

Quando arrivai, di fronte alla scuola c'erano una trentina di ragazzi che, appena mi videro, mi vennero incontro.
Il folto gruppo si stava avvicinando al rallentatore mentre il marciapiede sotto di me vacillava. Feci qualche passo indietro fino ad appoggiarmi di nuovo alla macchina.
I ragazzi mi furono addosso in pochi attimi.
Tentai di catturare l'aria che mi stava venendo a mancare a grandi boccate.
Alcune ragazze si fermarono di botto e tennero indietro gli altri. Subito, quasi tutto il gruppo si fece in là mentre una di loro, gentilmente, mi porse una bottiglia d'acqua.
«Senta, volevamo dirle che noi siamo dalla parte di Juno, signor Bennett.»
Afferrai la bottiglietta dalle sue mani.
«Ti ringrazio», ansimai. «Però è Simmons.»
Il gruppetto si aprì come un sipario e mi seguì in corteo mentre mi avviavo verso l'ingresso. Nessuno però mi spiegò cosa stesse succedendo.

Davanti alla porta del preside trovai anche le due amiche di Juno.
«Secchione!» Mi chiamò quella con i capelli corti.
«Si può sapere cosa succede?» Domandai, passandomi una mano in fronte, asciugando il sudore.
«Eravamo in mensa», incrociò le braccia dandosi un tono rigido. «Brad ha gettato la minestra addosso a Juno e allora-»
«E allora Juno ha iniziato a cantare 'Mantle of sins'», continuò la sorella dai capelli rosa, spingendola da parte e intonando la canzone:
«E camminerò nudo
And naked I'll be on my feet
del mantello di peccati
On the mantle thou made for me
Che hai tessuto per me
Of sins and shame
Farò il mio tappeto rosso
't'll be my red carpet of fame»

La fermai con la mano.
«Sì, sì, ho presente la canzone! Ma cosa succede?»
Dall'altra parte della porta della presidenza arrivavano delle voci, ma le due ragazze mi stavano impedendo di entrare.
«Poi è salita sulla sedia e poi sul tavolo!» Continuò la ragazza saltellando e portando le mani alle guance.
«Ha lanciato la forchetta addosso a Brad», proseguì atona la mora.
La sorella annuì guardandola, senza smettere di saltare e proseguì a raccontare.
«E lui si è messo a ridere. Ma poi Juno ha lanciato una scarpa addosso a Brad. L'ha centrato in testa, in pieno!»
Altri attorno confermarono la loro versione.
«L'altra è andata a finire sul vassoio di Seb. E l'ha sporcato tutto.» Continuò la mora indicandosi il corpo.
«Poi ha iniziato a spogliarsi. In piedi, sul tavolo.»

A quella notizia non ero pronto.
Fangirl nuda davanti a tutta la scuola?
Le due alzarono le mani.
«Ma non del tutto! Gli slip e il reggiseno li ha tenuti.» Aggiunse la prima.
Un'altra ragazza, che non conoscevo, intervenne.
«Ha cominciato a gridare che lei aveva il coraggio di far vedere che è grassa.»
Dietro di me un ragazzo, più grande degli altri, forse dell'ultimo anno, si fece avanti, con la faccia divertita.
«Poi ha detto a Brad che lui è un senza palle e che ce l'ha piccolo! È scesa dal tavolo e ha preso una granita e gliel'ha versata nei pantaloni, e lo ha sfidato a spogliarsi.»
Vi fu una risata generale.
L'amica dai capelli rosa annuì soddisfatta.
«Nessuno aveva mai avuto il coraggio di ribellarsi così a Brad. Se lo merita.»

Anche se gli altri trovavano la cosa divertente, io non riuscii a ridere.
Mi schiarii la voce.
«Scusate, forse è il caso che mi facciate entrare.»
Si zittirono tutti e si spostarono.

All'interno dell'ufficio del preside, di fronte alla scrivania, c'era un ragazzo che mostrava diciotto anni o giù di lì, in giacca e cravatta.
Sulla sinistra c'era Brad con i calzoni bagnati a livello del cavallo, completamente rosso in volto che digrignava i denti. Dalla parte opposta, in piedi di fianco al divano, c'era Juno, con la faccia sporca e i capelli ancora impiastricciati. Indossava una maglia a maniche corte: dalla fattura era una di quelle in dotazione ai giocatori di rugby. Era rossa e bianca, le stava larga almeno tre volte, tanto che una spalla era scoperta e mostrava una spallina del reggiseno, e le arrivava a mezza gamba.
Invece di ragionare sulla situazione mi incantai su di lei: dopotutto, era estremamente attraente vestita così.

«Signor Simmons!» Esordì il preside.
Scattai. Mi voltai verso di lui sentendomi un ragazzino preso con le mani nel sacco. Un totale idiota.
Ma mi ripresi immediatamente. Non gli diedi il tempo di continuare: mi sporsi sulla scrivania, a pochi centimetri dalla sua faccia.
«I ragazzi fuori mi hanno raccontato tutto. Non c'è bisogno che lei dica niente.»
«E quindi?» Intervenne il ragazzo in giacca. «Ha intenzione di accettare che Juno venga sospesa per un mese?» Domandò, scuro in volto.
Alzai le sopracciglia stupito e tornai a guardare il preside.
«Scherza, vero?» Sillabai.
«Juno subisce del bullismo e lei la vuole sospendere senza prendere dei provvedimenti contro chi, per settimane l'ha perseguitata?» Indicai Brad continuando a fissare l'uomo negli occhi. Non potevo credere che fosse così opportunista: ero furioso, fuori misura.
Certo, Juno non aveva avuto una reazione adeguata, era stata persino un po' stupida, ma avevo capito che il gesto era stato esasperato dalla situazione.
Mi voltai verso di lei.
«Adesso dimmi cosa sta succedendo.» Le ordinai.
Lei indietreggiò abbassando la testa. Le sue spalle iniziarono a muoversi convulsamente e si strinse tra le braccia.
«Giravano foto», spiegò dietro di me il ragazzo incravattato. «Le mandavano dei messaggi orrendi per telefono e anche questi.» Mi porse un volantino dove c'era il sedere di Juno.
«Voglio andare a casa.» Singhiozzò lei.
Mi avvicinai d'istinto per abbracciarla, come avevo fatto quel giorno dello sgabuzzino, ma appena le toccai le spalle si allontanò.
«Voglio andare a casa!» Urlò. «A Seattle! Non voglio più stare qui!» Scosse con forza la testa, poi si sedette a terra e pianse, in preda agli spasmi.

Mi avventai di nuovo sul preside, aggirando il tavolo. Lo guardai dall'alto verso il basso.
«Tre giorni. Accetto tre giorni di sospensione, per quello che è successo. Ma sono loro che devono stare lontani per almeno un mese!» Gli gridai in faccia indicando di nuovo il capitano della squadra di rugby.
L'altro ragazzo mi affiancò.
«La squadra di rugby non ha più intenzione di sostenere il capitano.» Affermò inflessibile.
A quella notizia, il preside impallidì, abbassò le spalle e tirò un sospiro rassegnato.
«Va bene. Ross, quindici giorni. Bennett, tre giorni.»
Non gli staccai gli occhi da dosso.
«Tutti e tre. Un mese. O faccio denuncia. E stavolta vado direttamente agli uffici di Contea.»
L'uomo rimase in silenzio diversi minuti. Era evidente che stesse calcolando i pro e i contro della faccenda.
Sospendere i tre migliori giocatori della squadra di rugby per un mese significava, in ordine, perdere i turni del campionato e costringerli a ripetere l'anno. Non farlo, voleva dire andare incontro a decine di testimonianze di ragazzi che si erano palesemente stancati di essere subissati dalle angherie dei tre, e forse perdere anche la reputazione della scuola.
Infine, annuì senza fiatare.
Gli girai le spalle e mi avvicinai a Juno e piano l'aiutai a rialzarsi.
«Vieni fangirl, per un po' stiamo a casa.»
Come la volta precedente, si aggrappò a me. Di nuovo quel calore mi provocò una scossa ormai familiare. Avevo sempre pensato che l'attrazione fisica non facesse per me, ma Juno col suo corpo tremante, scatenava nel mio animo qualcosa che era di più di una semplice voglia di stare con lei.

Per tutto il tragitto di ritorno, fissò la strada fuori dal finestrino. Di tanto in tanto, partiva un singhiozzo convulso.
Tentai di farle una ramanzina per farle capire che aveva esagerato, e di non credere sempre a tutto quello che cantava EL, ma non avevo molto coraggio né convinzione in quello che stavo facendo.
«Lo sai che quella canzone non parla di spogliarsi davvero?»
Lei non reagì, se non con un sospiro.

Arrivati a casa, l'accompagnai in camera.
«Forse è il caso che tu faccia una doccia.»
Si diresse avvilita verso il bagno.
Andai a guardare nei suoi cassetti. Oltre a un paio di mutandine e un reggiseno, tirai fuori dei jeans e un maglione, di quelli che le aveva mandato il padre, e appoggiai tutto sul letto.
Mi misi a sedere sul divano, dando le spalle al bagno. Quando la porta si aprì, evitai di girarmi.
«Che ci fai ancora qui?» Domandò.
«Scusami, mi sono permesso di prepararti dei vestiti puliti, suo letto», risposi senza voltarmi.
«Grazie.» Mormorò.

Guardavo di fronte a me lo schermo del televisore. Era spento e sul momento non mi accorsi che rifletteva la sua figura. Piano l'immagine sullo schermo lasciò scivolare l'accappatoio e immediatamente chiusi gli occhi. Strinsi le mani sulle ginocchia e trattenni il respiro.
'Che stronzo che sono.' Eppure, non mi sentivo in colpa per ciò che avevo visto, anche se era solo un'ombra vaga. Il lieve riflesso danzava davanti alle mie palpebre e faticavo a rallentare i battiti del mio cuore, ma per una volta dovetti ringraziare EL. Lei infatti si mise a cantare una delle sue canzoni, e tanto mi bastò per farmi saltare i nervi e recuperare me stesso.
Riaprii gli occhi. Il riflesso si era rivestito.

Mi alzai dal divano e la squadrai. Mi avvicinai lentamente, infilai un dito in un passante dei jeans, e la tirai vicino a me.
Mi guardò dal basso, con occhi spalancati e le labbra morbide socchiuse. Il mio cuore non aveva rallentato.
Gettai uno sguardo all'orlo dei pantaloni.
«Guarda.»
Abbassò lo sguardo e si accorse dello spazio che si era venuto a creare tra i jeans e i suoi fianchi.
«Mi vanno larghi.» Sussurrò piano, non nascondendo una punta di meraviglia.
«Mmmh.» Annuii serio. «Forse, mangiare strano non è poi così male, no?» La punzecchiai. «Davvero vuoi tornare a Seattle e mangiare quello che capita?»
L'attimo dopo, la lasciai andare e indietreggiai sconfitto. Mi passai una mano tra i capelli: i miei pensieri non erano più miei. Anche quella frase, avevo l'impressione di non averla detta io.
Alzò la testa e i suoi occhi si riempirono di lacrime mentre mi guardava.
Mi rispose che, sì, voleva tornare a Seattle e tra i singhiozzi mi confessò che nelle ultime settimane aveva tentato di raggiungere il padre per telefono e via e-mail e che aveva scoperto che non lavorava più nell'azienda che lei ricordava, ancora prima che sua madre scappasse di casa.
Indietreggiai ancora, il cuore non aveva smesso di martellarmi in petto, ma l'emozione era diversa. Ero smarrito.
'Vuole parlare di nuovo con suo padre? Vuole davvero tornare a Seattle? E io? Cosa faccio, senza di lei?'
No, non ero io. Io stavo bene da solo. Dovevo solo mettere a tacere quella parte terribilmente egocentrica di me.
Mi sorpassò, andando verso il divano e vi si accoccolò stringendo un cuscino.
La raggiunsi e mi sedetti accanto a lei. Le accarezzai la testa piano e lei si buttò su di me singhiozzante. Mi persi, con le dita tra i suoi capelli, tra nuovi meandri che si venivano a creare nella mia mente. Spazi che non c'erano mai stati, domande su cosa fare, con una ragazzina abbattuta e umiliata, che si era buttata tra le mie braccia, forse in cerca di conforto, tanto sola e disperata che ero io l'ultimo bastione. E nemmeno il più sicuro.

Prima di cena presi da parte mio padre e riportai quello che era successo: lui sarebbe riuscito meglio di me a far digerire la cosa della sospensione alla zia, e magari avrebbe trovato la maniera di sorvolare sullo spogliarello improvvisato.
«Lei vorrebbe ancora rivedere suo padre.» Gli dissi infine, nervoso.
Lui camminò avanti e indietro per il suo studio fissando il pavimento. Poi fece girare il bicchiere del brandy.
«Vedrò di capire cosa succede ad Adam.» Rispose.
Infine, sollevò lo sguardo e mi scrutò con faccia interessata.
«E Juno come fa a sapere che cosa succede con il ghiaccio nei pantaloni?» Sorrise, con un'espressione tra il curioso e il divertito.
Mi immobilizzai qualche secondo guardandolo a bocca aperta. Ero rimasto così scombussolato da quello che era successo e da come mi sentivo, che l'ultimo pensiero era stato quello.
Juno non sapeva molto di maschi, tra la vita che aveva vissuto e sua nonna.
Mi battei il palmo della mano sulla fronte.
«Nate!»
Mio padre si fece scappare una mezza risata scuotendo la testa.
Mi domandai cosa diavolo avesse detto Nate a Juno, oltre ad averle fatto un corso intensivo di educazione sessuale in poco più di tre giorni.

  
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