Crossover
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Autore: Tubo Belmont    25/09/2022    3 recensioni
Dopo l' evento mondiale conosciuto come 'La Più Grande Rivelazione', uomini e creature sovrannaturali sono riuscite a raggiungere un incredibilmente pacifico equilibrio tra le due razze, e adesso vivino in tranquillità in un mondo condiviso tra le più bizzarre entità che l'esistenza possa offrire.
Sì...
Beh...
Quasi. Come in ogni società che 'si rispetti', esistono anche le mele marce. Mele marce che, in questo caso, potrebbero starnutire e far esplodere un grattacielo. Per questo motivo, in giro per il mondo, esistono piccole istituzioni segrete ma nascoste sotto gli occhi di tutti, istituzioni che, con la maschera di un semplice 'Club Scolastico', vegliano invece sulla pace di tutti i giorni, combattendo contro le terrificanti minacce che decidono di romperla.
Certo, in una città come Kouh Town, considerata 'la Terra Promessa di tutte le Creature', non ci si aspetterebbe mai che qualcosa di più grave di un gattino con tre occhi appeso ad un albero possa disturbare la sua quiete.
E nemmeno che, presto, la personificazione stessa dal Caos sarebbe entrata a far parte di un omonimo 'Club di Ricerca sull'Occulto' fondato nella prestigiosa Accademia della città.
Genere: Commedia, Demenziale, Horror | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Shoujo-ai | Personaggi: Anime/Manga, Videogiochi
Note: AU, Cross-over, OOC | Avvertimenti: Violenza
Capitoli:
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La normalità di un primo giorno di scuola in una città palesemente normale (2)
 
Kouh Town.
Aaaaah… ma che bella e ridente cittadina. Dal Periodo della Grande Rivelazione, il giorno in cui le creature sovrannaturali hanno deciso di rivelarsi al genere umano per far fronte comune innanzi alle terribili minacce che avrebbero potuto distruggere il Mondo, è considerata come il perfetto simbolo dell’equilibrio, della pace e della convivenza tra uomini e mostri.
Così tanto che, al centro di una delle piazze più importanti, luogo di ritrovo di amici, amanti e colleghi, sorge il monumento in pietra a simboleggiare l’Unione delle Razze: un grosso piedistallo rettangolare, su cui sono in piedi le statue di un uomo e di una donna, quest’ultima dalle orecchie a punta e con un paio di lunghe corna da caprone che le spuntano dalla cima della nuca, che si tengono per mano sorridenti mentre salutano l’orizzonte.
Per quanto fosse una città giapponese, Kouh Town dimostrava in quasi tutti i suoi edifici un’architettura occidentale, con case dai tetti spioventi di tegole rosse, pareti colorate e vivaci vasi di fiori alle finestre, che la facevano quasi sembrare un piccolo borgo familiare, in cui gli abitanti sono amichevoli e si conoscono tutti da quando erano bambini.
Non che si trattasse di una nozione falsa, ma Kouh Town contava molti più abitanti di quanti non ne dimostrasse all’apparenza.
Non era grande come la Capitale, ovviamente, ma era considerata lo stesso una delle più grandi città dell’isola. Soprattutto dopo che Kyoto era stata rasa al suolo.
Ed era, ovviamente, pacifica, serena e ridente, sorvegliata giorno e notte dall’immenso edificio della Dogmeat Farmaceutic, che s’innalzava come una titanica e silenziosa sentinella di vetro azzurro sul promontorio più alto che costeggiava la città.
Sicuramente, avere l’intera città sorvegliata dal Cavaliere Verde, faceva parecchio comodo.
 
Come ogni giorno, la città era sveglia la mattina presto, a crogiolarsi nel suo idillio.
Gli uccelli cinguettavano.
La gente rideva.
Un incrocio stradale in mezzo ad un piccolo quartiere si piegava verso l’alto e si spaccava rumorosamente, facendo volare detriti e pezzi di pietra verso edifici e passanti.
Ok, ovviamente questa parte non era prevista, soprattutto non a Kouh Town, ed è proprio per questo che i passanti, quelli non messi K.O. dalle macerie, si bloccarono in strada a osservare l’enorme spaccatura davanti a loro, che s’innalzava come un vulcano in miniatura.
Una volta però messi di fronte all’essere che ne uscì, questi furono totalmente presi dal panico e cominciarono a correre e a gridare: si trattava di un essere così tanto vicino all’umano e, allo stesso tempo, così lontano da risultare un vero e proprio errore genetico e distorto.
Un crimine contro l’esistenza e le leggi della natura conosciute.
Per di più, era grande come un elefante adulto.
Sei enormi e disgustose braccia venose, terminanti in mani dalle dita grassocce e bluastre, dalle unghie nere e sporche, s’appoggiavano al suolo e si collegavano, come le zampe di una blatta, ad un corpo umano distorto e piegato in avanti, come quello di una bestia, dalla pelle di un rosa sporco e purulento, ricoperta di cuciture, ferite piccoli filamenti di pelo nero, con la spina dorsale che sporgeva da sopra come una cresta di spuntoni sotto pelle. Una grossa testa umana stava davanti a tutto, dai lunghi e viscidi capelli grigiognoli che scendevano fino a terra come disgustose e lucide cascate. Ai bordi delle cavità oculari vuote, nere come la pece, erano piantate delle enormi graffette di metallo da cui partivano fili di ferro che si collegavano alle altre graffette, generando una bizzarra ragnatela. Il naso era mancante e da un’enorme bocca, abbastanza grande da ingoiare un uomo intero, partivano al posto dei denti una sequela di braccia amputate, che s’agitavano come grotteschi tentacoli flettendo le dita e graffiandosi a vicenda.
La mostruosità si guardò attorno quanto bastava per sincerarsi che nelle vicinanze ci fossero delle prede, quindi piegò il collo all’indietro, sollevò il capo ed emise un terrificante stridio, che ricordava il lamento di una donna torturata, solo più grave e baritonale.
Uscì dal buco arrampicandosi sui pezzi di strada innalzati come scogli e, non appena il suo non sguardo puntò in avanti, verso una povera ragazzina inginocchiata a terra con gli occhi sgranati e gonfi di lacrime troppo spaventata anche solo per gridare, emise un altro terribile lamento e si gettò alla carica, con le braccia amputate della sua bocca che si gettavano in avanti con le dita tese per afferrarla.
Un bagliore improvviso e il rumore di una lama che fendeva l’aria.
Cinque di quelle stesse braccia volarono verso l’alto tracciando un arco di sangue scarlatto, per poi cadere a terra con un rumore scalpicciante. L’incubo emise uno stridio acuto per il dolore e si ritrasse, incassando la testa nelle spalle e osservando con odio l’umano che aveva osato interrompere la sua caccia.
“Tutto bene?” domandò il nuovo arrivato alla ragazza “Riesci a camminare?”
Quella, ancora tremante e con gli occhioni piccolissimi per la paura, alzò lo sguardo: con indosso una semplice camicia bianca ed una paio di pantaloni di jeans, un bel ragazzo dai lineamenti sottili e dai corti capelli biondi, con un neo che spuntava sotto ad uno dei due occhi azzurri tendenti al grigio, la stava guardando con un sorriso dolce e rassicurante. Nella mano destra, reggeva una lunga ed elegante spada dall’elsa d’oro e dalla lama nera come l’ossidiana, gocciolante di sangue, identica a quella che teneva appesa al fianco destro.
La giovane annuì timidamente, abbassando lo sguardo e arrossendo lievemente. Subito, un’altra giovane che doveva essere la sua amica le andò in contro, abbracciandola e facendole le stesse domande del giovane spadaccino, per poi aiutarla ad alzarsi.
“Vi chiedo di allontanarvi subito da qui” il ragazzo si voltò verso la creatura, che adesso era ingobbita come un gatto infuriato. Il suo sorriso gentile, dunque, lasciò spazio ad un’espressione più gelida e minacciosa “Qua ci posso pensare io.”
Conclusa la frase, il giovane impugnò la seconda spada con la sinistra.
Quindi, facendo roteare entrambe un paio di volte, cominciò ad avvicinarsi al mostro con passi lenti, mentre le due giovani si allontanavano rapidamente.
 
Yuuto Kiba sapeva che, girando per le strade comuni, il fatto di avere due spade legate ai fianchi non poteva passare inosservato. Vedendo tuttavia il giovane Duhallan che gli passò a fianco, inchinando prima il proprio corpo decapitato e poi salutandolo a voce con la testa che aveva in mano, il giovane sorrise e rispose al saluto inclinando appena in avanti la propria testa.
Sicuramente, un ragazzino armato di spada era la cosa meno impressionante che si trovava a Kouh Town.
Era inoltre risaputo che, qual’ ora tu volessi diventare uno spadaccino a tutti gli effetti, fosse assolutamente necessario girare con almeno una spada, ovunque tu volessi andare. Il suo maestro era molto serio a riguardo, definendo la spada come l’estensione stessa dell’aura omicida di un guerriero e che il non portarsela appresso significava automaticamente decidere di abbandonare la via che si è deciso d’intraprendere.
Certo… c’era da dire che Kiba non volesse intendere il proprio amore per la scherma come un’innata voglia di andare in giro per le strade a sfidare la gente per poterla far fuori. Era stato abbastanza chiaro, quando aveva cominciato ad allenarsi dal possente giapponese: lui voleva diventare uno spadaccino per proteggere le persone e per entrare a far parte del Club di Ricerca sull’Occulto della sua scuola. Quello aveva riso, gli aveva quasi dislocato una spalla con una pacca e aveva detto che anche questo tipo d’intenzione lo avrebbe fatto diventare un ottimo spadaccino, dicendo poi che questo era solo un altro valido motivo per essere sempre armati, ovunque si andasse.
Così almeno, se qualcuno ha bisogno d’aiuto immediato, c’è già qualcuno pronto ad intervenire nei paraggi.
Quindi, quando il terreno esplose al centro dell’incrocio che aveva qualche decina di metri più avanti, scagliando detriti in qualsiasi direzione come proiettili e facendo fuoriuscire dal sottosuolo l’essere più raccapricciante e disgustoso che avesse mai potuto avere la sfortuna di vedere anche in un film horror, il giovane fece schioccare la lingua sul palato e scattò, la mano fissa sulla spada destra.
Arrivò abbastanza in tempo per vedere quel mostro mentre s’interessava ad una povera sprovveduta caduta a terra, in lacrime, e ad intervenire quando quella fiera uscita dal delirio di un folle la caricava a testa bassa con la bocca spalancata. Saltò sopra ad uno dei pezzi di strada innalzati, quindi balzò in avanti impugnando la spada  a bimane e a denti stretti, atterrando esattamente tra predatore e preda e menando un fendente dall’alto verso il basso che fece riflettere la luce del sole sulla propria lama lucida, tranciando di netto alcune delle braccia che fuoriuscivano dalla bocca della belva.
 
Adesso, lo spadaccino si stava portando in mezzo alla strada, con il gigantesco demonio davanti a lui che aveva cominciato a camminare in cerchio, studiando ogni sua mossa, come un leopardo pronto per balzare sulla preda.
Kiba, invece, aveva un occhio sul mostro e uno sui passanti, alcuni dei quali avevano avuto il coraggio di tornare indietro per togliere di mezzo quelli svenuti a causa della pioggia di detriti. Strinse l’elsa delle spade, quando si accorse che l’ultimo sprovveduto era stato portato in salvo, per poi incrociarle davanti al proprio corpo rapidamente quando vide la creatura scattare verso di lui con un ruggito.
 
[https://www.youtube.com/watch?v=Bnh-_GD45dg]
 
L’impatto spinse Kiba all’indietro, facendolo strisciare sulle scarpe da ginnastica e facendo tremare le ossa delle sue braccia. Ma non ebbe troppo tempo per pensare al dolore visto che si ritrovò, suo malgrado, costretto a schivare di lato una manata ascendente della creatura, che stava per farlo diventare un tutt’uno con l’asfalto.
Lo spadaccino rotolò a terra, mentre lo schianto sollevava un nuvolone di polvere e detriti. Rimessosi in piedi, dunque, il giovane partì alla carica, menando un doppio fendente a croce sul fianco della creatura e provocando una profonda doppia ferita grondante di sangue, facendola ritrarre con un lamento.
O almeno, Kiba pensò si stesse ritraendo, quando invece l’essere si limitò a riposizionarsi meglio per poter spedire il giovane verso un paio di tavolini con un possente manrovescio. Il ragazzo atterrò su questi ultimi, per poi rotolare sul marciapiede fino a sbattere la schiena contro la vetrata del locale.
Si massaggiò la nuca a denti e occhi stretti, sputando un grumo di sangue.
Aprì poi gli occhi.
“CRISTO!”
Si gettò di lato all’ultimo secondo, mentre il testone disgustoso della belva sfondava la vetrata. Le enormi braccia lo sfiorarono per un pelo, permettendogli di ritornare in piedi e rimettersi in guardia, entrambe le spade rivolte verso l’aberrante incubo che intanto tornava a fronteggiarlo.
Kiba si levò un rivoletto di sangue che gli scendeva dal labbro, quindi ripartì alla carica con ancora più grinta rispetto a prima, schivando un paio di possenti pugni che s’abbatterono a terra generando un paio di grosse ragnatele di crepe, scivolando in avanti e passando sotto allo stomaco disgustoso del mostro impennato per ottimizzare la potenza dell’ ultimo attacco.
Mentre strisciava sulla schiena, Kiba mulinò le spade sopra di se aprendo una lunga serie di ferite lungo tutto l’addome dell’incubo. La creatura gridò di rabbia e dolore, allontanandosi dal giovane che aveva terminato intanto il suo tragitto alle sue spalle.
La creatura mosse piccoli e veloci passi all’indietro, generando quanta più distanza poteva dal giovane, tenendosi una mano sulla ferita grondante di sangue.
“Hai paura, bestiaccia?” domandò l’altro, sorridendo gelido “Avresti dovuto pensarci prima di attaccare delle persone che stavano semplicemente passando una bella giornata.”
Partì all’attacco, le spade tese dritte alle sue spalle per poi portarle entrambe a destra e menare un doppio e violento fendente verso il nemico. Le sue armi, tuttavia, incontrarono qualcosa di estremamente duro che quasi gli fece pensare di aver appena rotto due spade che gli erano costate almeno sessantatré paghette settimanali e mezzo.
Fortunatamente, le spade stavano bene.
Sfortunatamente, la cosa contro cui si era schiantato era una strana e durissima protuberanza ossea che era spuntata dal palmo della mano destra – una delle tre, quella più vicina alla testa – della creatura, che non perse tempo a tentare di colpirlo con la stessa.
Kiba schivò con un balzo all’indietro, lasciando che quella strana formazione, adesso molto simile ad uno sperone gigante, si conficcasse nel terreno.
Ma le sorprese non erano certo finite lì: d’improvviso, l’essere cominciò lentamente a sollevare il braccio verso l’alto, accompagnato col corpo, alzandosi sempre di più e liberando dalla pelle della mano un gigantesco osso deforme, ricurvo fino al culmine più alto, gonfio e pieno di spuntoni. Quando l’essere liberò del tutto quella bizzarra scultura sporca di sangue, si trovava quasi completamente ritta sulle sue mani posteriori, come un uomo alto quindici metri.
Un lungo cilindro spuntava dalla cima della sfera di spuntoni, ricordando una specie di manubrio.
E solo in quel momento il giovane comprese cosa fosse quel gigantesco idolo d’ossa.
“Mi prendi in giro?”
L’incubo afferrò l’elsa della gigantesca spada d’osso e tornò a terra, sbattendoci contro e facendo tremare il suolo, per poi menare un fendente verso il nulla fronteggiando il suo avversario, in segno di sfida. La bocca con quelle terrificanti braccia parve quasi piegarsi in un grottesco sorriso.
Non la prese bene, lo spadaccino, che subito si gettò alla carica digrignando i denti, furioso.
Pessima scelta, visto che dovette subito passare alla difesa quando il suo disgustoso imitatore menò un altro fendente, questa volta dritto verso di lui e, soprattutto, molto più veloce di quello che si sarebbe aspettato.
Kiba parò il colpo, ma l’impatto lo scagliò all’indietro di diversi metri, sfondando addirittura alcuni pezzi della strada aperta.
E chissà per quanto tempo avrebbe ancora volato a mezz’aria, se qualcuno non avesse fermato la sua corsa prima.
“Ehi! Chiedo scusa!” una voce squillante, sicuramente appartenuta a chi l’aveva preso al volo “Vedo che sei impegnato, ma potresti comunque aiutarmi?”
Si voltò verso l’interlocutrice, scoprendola una ragazza piuttosto carina, coi lunghi capelli biondo/rosa e due insoliti occhi rossi dalla pupilla a forma di croce, che lo guardava mettendo in bella mostra i denti aguzzi da squalo in una smorfia preoccupata. Quello e le cornina rosse che le spuntavano dal centro della nuca gli suggerivano che non si trattava di un essere umano.
“Scusami, è che mi sono persa!” si guardò attorno smarrita, e totalmente inconscia dell’enorme mostro che stava ripartendo alla carica con un terribile affondo “Sto cercando l’Accademia. Dovrebbe avere lo stesso nome della città! Sei del posto? Mi daresti qualche indicazione?”
Parlava estremamente veloce.
Un momento… MA COSA STAVA FACENDO IN UN MOMENTO SIMILE!?”
“G-GIU’!” Kiba si spinse contro di lei e la gettò a terra, mentre lo spadone gigante del mostro passava sopra ai loro corpi con uno spostamento d’aria che spostò alcune foglie e staccò alcuni filamenti d’erbaccia dai lati del marciapiede.
“Che modi!” si lamentò la giovane, offesa.
Kiba però non aveva tempo da perdere con quella svitata, e si voltò appena in tempo per parare un fendente ascendente dall’alto con la propria spada, che per poco non gli fece esplodere il braccio. Fortunatamente, il suo maestro non solo gli aveva passato tutte le proprie conoscenze in merito alla spada, ma gli aveva anche insegnato come tirare fuori tutto il vero potenziale di un essere umano.
Perciò, benché il suo corpo fosse minuto, i suoi muscoli guizzarono e con tutta la forza che aveva, spinse via la lama gigante del mostro, che incespicò all’indietro. Quindi si rialzò in piedi, imitato dall’altra ragazza intenta a togliersi la polvere dalla maglietta bianca e ad insultarlo.
Ma esattamente come prima, Kiba non aveva tempo da perdere con quella pazza.
Ripartì all’attacco.
“EHI! NON MI HAI ANCORA RISPOSTO!”
Le tre spade si scontrarono tra loro, generando una potente onda d’urto. L’essere si allontanò di qualche passo e lo stesso fece Kiba, poi le due forze tornarono a fronteggiarsi tra loro come prima, menando fendenti sempre più terribili e mortali.
Se ne scambiarono ancora un paio, fino a quando il giovane spadaccino non decise di averne finalmente avuto abbastanza: unì le proprie mani, facendo incontrare le due else e avvicinando pericolosamente le lame delle proprie armi, quasi a volerle unire per farle diventare un’unica entità. Quindi menò un unico e micidiale fendente, scontrandole con lo spadone d’osso dell’avversario.
Spadone d’osso che, dopo l’ultimo impatto, si crepò in più punti.
Una seconda onda d’urto, stavolta più forte, ruppe alcune finestre e alcune vetrine, e la lama del mostro andò in mille pezzi.
Kiba ghignò vittorioso e affilò lo sguardo: non importava quanto potesse imitarlo, una creatura tanto empia non era nulla in confronto ad un vero spadaccino.
Tale creatura empia, però, non demorse affatto e con un sordo stridio fece saettare il braccio in avanti, con la mano spalancata. Nella totale foga della micro-vittoria appena ottenuta, il ragazzo si gettò sulla mano spalancata, tagliandola a metà con un fendente ascendente e continuando a tagliare tutto il braccio per lungo.
A causa della potenza con cui la creatura si era gettata in avanti, non gli servì nemmeno muoversi per provocare una ferita tanto lunga e adesso il giovane si trovava, lercio di sangue dalla testa ai piedi, esattamente in mezzo alle due estremità del braccio tagliato in due.
Pessima posizione.
All’improvviso, dalla carne sanguinante e putrescente della ferita cominciarono a spuntare una sequela di piccoli e terribili denti d’osso, grandi quanto la testa di un neonato.
Decisamente non una bella immagine.
“Ma cosa-!”
Non riuscì a finire la frase che il mostro, con un ruggito, chiuse quella bocca improvvisata sul giovane. Fosse stato un essere umano come gli altri, sarebbe rimasto maciullato, perciò ringraziò l’allenamento per avergli dato la forza necessaria a far fronte a quell’ultimo attacco a sorpresa. Però dannazione… la pressione era terribile, e quei maledettissimi denti stavano entrando nella sua carne tutt’insieme, provocandogli un dolore terribilmente lancinante.
Se non fosse riuscito a liberarsi, sarebbe comunque morto.
Con un grido di battaglia, Kiba riuscì a liberare la mano destra e, con la spada, ad infilzare il collo della creatura. O quantomeno, a punzecchiarglielo. Ma fortunatamente bastò per far ruggire la creatura di dolore e per farsi scagliare in avanti, dove sbatté un paio di volte sul duro cemento, chiazzandolo di rosso.
Utilizzando le spade come appoggio, lo spadaccino si tirò su, in ginocchio.
Sanguinante in più punti e con un occhio chiuso.
Tremando come una foglia e respirando a fatica.
Il mostro, però, nonostante stesse lamentando l’ultima ferita, non era ancora caduto.
Strinse i denti e fece fronte al dolore, tirandosi su.
E rimettendosi in guardia.
“Ehi, senti” la ragazza di prima (MA CHE CI FACEVA ANCORA LI’!?) si portò al suo fianco “questo tipo sembra un osso duro, vero?”
A differenza di prima, però… gli sembrò quasi avesse un portamento molto più regale.
Benché non sapesse come spiegarselo.
“C-cosa?” domandò il ragazzo, incespicando appena in avanti.
L’altra sorrise “Se lo tolgo di mezzo, mi dici dov’è la scuola?” aggiunse poi, mentre si avviava verso la creatura facendo roteare il braccio sinistro in avanti.
Il mostro, dopo aver smesso di lamentarsi, puntò gli occhi vuoti verso di lei.
E ripartì all’attacco.
 
[https://www.youtube.com/watch?v=eLWXUYJIuHU]
 
Come si rese conto dell’animosità del nemico, Power accentuò il proprio sorriso e scattò a sua volta, tirando le proprie braccia all’indietro e correndo in avanti velocissima. Kiba, a bocca aperta, vide come ad ogni passo un pezzo di terreno sprofondasse sotto di lei, alzando verso l’alto alcuni sassolini. Il mostro ruggì rabbioso e sollevò un arto fin dietro la schiena, per poi scagliarlo in avanti con forza.
La ragazza mostro schivò di lato con un saltello, mentre alle sue spalle il terreno esplodeva ulteriormente innalzando verso l’alto enormi pezzi di pietra. Quindi, con pochi altri rapidi passi, si ritrovò esattamente davanti al brutto muso umanoide della creatura, dove le braccia umane si gettarono verso di lei per afferrarla.
A Power bastò alzare le braccia verso l’alto, per poi scrollarle verso il basso come per levarsi di dosso dell’acqua.
Ogni singolo arto presente sulla bocca della creatura venne tranciato via come se fosse passato sotto una mietitrebbia.
“Ma cosa…!?” Kiba non riusciva a credere ai suoi occhi.
L’essere, allo stesso modo, parve quasi troppo sorpreso a sua volta da riuscire addirittura a lamentarsi.
Quindi, la giovane si avvicinò di più, appoggiando una mano sulla guancia della creatura e dandogli un paio di pacche amichevoli con un dolce sorriso.
La terza bacca spedì la creatura contro all’edificio alla sua sinistra, quasi facendolo crollare su se stesso.
Ma causando comunque un’ingente quantità di danni.
Power rise divertita, come se stesse giocando.
Con un ruggito rabbioso, l’essere riapparve dall’edificio distrutto con irruenza, facendolo crollare del tutto, per poi gettarsi con le fauci sdentate e sanguinanti e ogni singolo proprio braccio apertosi in una specie di lunga e grottesca bocca, verso di lei.
A quel punto, la giovane decise di smettere di giocare.
Lasciò che il mostro impattasse dove poco prima lei si trovava, mentre lei balzava verso l’alto arrivando esattamente sopra di lui. spalancò le braccia, come se volesse abbracciare il cielo stesso. Quindi, alzò l’indice della mano destra che, in una deflagrazione di piccole scintille rosse, si trasformò in un artiglio affilato che utilizzò per aprirsi un lungo e profondo squarcio lungo tutto il braccio.
Con un po’ di sgomento ma anche una strana meraviglia, Kiba osservò come quella pazza si ficcava un mano nella ferita, per poi estrarne forse il più grande, comico ed esagerato martello che avesse mai visto prima. Sembrava uno di quelli che trovi nel gioco ‘acchiappa la talpa’, solo col manico molto più lungo e stretto. Ed era rosso e brillante come un rubino.
Anzi, come sangue solidificato.
Power afferrò l’arma a due mani e se la portò sopra la testa, per poi piovere verso il mostro con un sorriso folle. Quello ebbe giusto appena il tempo di sollevare lo sguardo verso l’alto.
Non servì a molto, tuttavia, visto che il suo corpo si ritrovò spiaccicato sull’asfalto come un enorme moscerino, esplodendo di sangue e budella e sporcando edifici circostanti come un grottesco murales e il terreno allo stesso modo.
Kiba avrebbe potuto evitare la sferzata di sangue e budella che ricoprì il suo corpo, ma era troppo allibito anche solo per poter muovere un passo.
No sul serio: che cazzo?
“OOOOOH MAMMA se Kouh Town è così tutti i giorni, mi compro una casa!” rise la ragazza, posandosi il gigantesco martellone sulla spalla come se pesasse quanto una forchetta e stando in piedi sopra al grottesco mostro che, adesso, aveva fatto diventare un’enorme moquette, trionfante e ricoperta di sangue e organi. Quindi si voltò verso Kiba, mostrando quel suo sorriso da predatrice e non esattamente da persona che ci sta con la testa “Allora: adesso ti va di dirmi dove cazzo è la scuola?”
E Kiba, in quel momento, per ragioni che nemmeno comprendeva fino in fondo… provò una paura tale che nemmeno sapeva da dove provenisse. Perché, oltre a quella ragazza che lo guardava divertita con quel martello grosso come un camioncino dei gelati sopra le spalle, vide alle sue spalle l’ombra un gigantesco mostro, alto almeno come quello appena sconfitto quando si era messo in piedi, muscoloso, con quattro braccia artigliate ed una lunga coda che scodinzolava da una parte e dall’altra.
E due enormi occhi circolari con una pupilla a forma di croce che lo fissavano famelici.
La visione durò poco, ma fu abbastanza inquietante da fargli stringere i denti e la presa sulla spada.
“Rilassati, ragazzino.” Un tocco delicato, sulla sua spalla, ed una voce altrettanto delicata “Pensi davvero riusciresti a sopravvivere se attaccassi a testa bassa questa piccola anomalia?”
Power inarcò un sopracciglio e piegò la testa di lato.
Erano arrivate quattro nuove persone.
Che, a onor del vero, nemmeno aveva visto arrivare.
Per la precisione, si trattava di quattro ragazze: la prima che le saltò all’occhio – forse perché aveva una gran voglia di volarle addosso e strapazzarla di coccole – era una mocciosa dai capelli bianchi e occhi gialli. Capelli bianchi che, tra l’altro, facevano pendant con la lunga coda e le orecchiette da gatto che le spuntavano dalla nuca. Indossava una magliettina rosa tendente al bianco ed una gonnellina corta, nera a pois rossi. Non avesse avuto l’espressione del Tristo Mietitore, avrebbe fatto di tutto per accarezzarla.
La seconda figura, un po’ più in disparte rispetto alle altre, era quella invece che considerava più figa, dato che esattamente come lei aveva un gigantesco oggetto contundente sulla spalla – alias, una gigantesca ascia bipenne di ferro nero e orlata d’oro –. La sua bocca era coperta da una sciarpa nera, la sua nuca dal cappuccio di un felpone nero della A****S, da cui facevano capolino qualche ciocchetta bianca e due occhioni gialli che, a differenza di quelli della piccolina, erano privi di pupilla.
Non per fare la parte del vecchio bavoso, ma Power pensò che, quella felpa esageratamente lunga, servisse per provare quantomeno a tenere a bada l’enorme davanzale che aveva lì davanti.
Che comunque sembrava lo stesso sul punto di uscire fuori rompendo la cerniera come l’argine di un fiume.
Nemmeno il tempo, invece, di pensare ‘ah, ho capito in che tipo di storia mi sono trovata’ che lo sguardo finì sulla terza nuova arrivata. Una ragazza di una bellezza travolgente, dai lunghi capelli viola tendenti al nero tenuti assieme con una lunga coda di cavallo bloccata da un fioccone arancione, che indossava un largo ed elegante kimono bianco dalla scollatura esageratamente provocante.
Alla cintura nera intorno alla vita erano legate delle insolite rose dai petali blu notte. Era quella che aveva messo una mano sulla spalla del giovane spadaccino, e che la stava guardando con un sorriso enigmatico – un po’ inquietante – la testa inclinata di lato ed una mano sulla guancia.
Per quanto riguardava la quarta arrivata… nemmeno aveva idea di dove cominciare.
Era bella, così bella che persino la tizia dai capelli viola al suo fianco sarebbe impallidita, con dei lunghi e fluenti capelli rossi che le scivolavano dietro la schiena come una cascata di succo di fragole e due occhi colorati come l’acquamarina sopra ad un sorriso buono, ma austero. Le venne da chiedersi se non stessero facendo una specie di gioco di ruolo, notando il suo vestito, rosso mattone e orlato d’oro ai bordi, con una lunga gonna che quasi toccava terra. Sembrava l’abbigliamento di una regina e… forse calzava così bene perché il portamento era quello.
Sopra allo scollo a V, pendeva un ciondolo dorato dentro al quale era incastonato un rubino brillante.
Le ricordava la bellezza letale, senza tempo e spaventosa di sua madre. Il cuore saltò un battito
“Mh… ma bene.” disse all’improvviso la rossa, con una voce genuinamente incuriosita, intrecciando le dita tra loro e mettendo in bella mostra l’anello d’oro, a forma di testa di drago “Che cos’abbiamo qua? Un nuovo simpatico mostriciattolo?”
Per tutta risposta, Power sorrise “Sicuramente, queste tizie sanno dov’è la scuola…”

 

(Yuuto Kiba, della serie 'nel caso chi mi legge non conoscesse i personaggi e quindi metto un'immagine'. Però sul serio: di che cazzo di colore sono gli occhi!?)

E IN SUPER CALCIO D'ANGOLO, riesco a pubblicare il capitolo anche di questa storia, visto che domani parto per la Francia a vedere se incontro Aegis.
AHEM! come va, comunque, regaz? Si, lo so, lo so, la mia storia principale molto probabilmente si prenderà una lunga pausa di riflessione, ma lo farà solo perché voglio finire questa storia almeno agli stessi capitoli dell'altra, così almeno poi la continuo assieme! Detto ciò, spero avrete notato che il canon è... al di fuori di qualsiasi umana comprensione.
Perchè mi pare di ricordare che, il primo boss di DxD non fosse un incubo creato da Clive Barker ma un'Angela Caduta Sexy.
Mi sono paragonato a Barker e giuro non fosse mia intenzione.
Detto ciò, vi ringrazio a tutti per essere passati! Vi voglio super bene!
   
 
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