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Autore: Ecate_94    09/10/2022    0 recensioni
Ambra, Alessandro, Irene e Luigi. Quattro differenti esistenze che si intrecciano in un anonimo ed enigmatico borgo di campagna, Segezia. Un luogo in cui da più di quattrocento anni risuona ancora l'eco di un amore antico, quello dei suoi fondatori, Maria e Lorenzo Varesi. Un nodo, quello della loro fine, mai sciolto, così come il filo rosso che le lega la scia di misteriose sparizioni e di raccapriccianti omicidi che cominciano a turbare la quiete degli abitanti della borgata. Travolti da sconcertanti rivelazioni e inquietanti coincidenze i quattro giovani si uniranno insieme per riavvolgere il nastro della Storia. E scopriranno che niente, a Segezia, è come sembra.
Genere: Dark, Fantasy, Mistero | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti
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2.

Impressione III (Concerto) 

 

Le sue dita, sottili e aggraziate come un giunco, correvano veloci sul mare di tasti bianchi e neri: il gran coda Steinway & Sons era un sogno, rispondeva docile anche al tocco più morbido ed era accordato in modo perfetto. 

Dimenticò ogni cosa, ansia da prestazione compresa: si sentì avvolta dalle tende   cremisi del palcoscenico e dal tepore dell’acustica perfetta della sala, dai controsoffitti e dalla platea di ciliegio. Il profumo familiare di legno, polvere e colofonia la riportò ai suoni pieni e rassicuranti del violoncello.

Le mani veleggiarono ancora leggiadre sulla coda finale, intessendo arazzi di note e di colori. Poi adagio, tenue come le carezze di una madre, scandì in pianissimo gli ultimi arpeggi. 

Il suono di un La, grave e malinconico, chiuse impercettibile la melodia, e la sala rimase col fiato sospeso, ancora rapita dall’estasi dell’ascolto; poi, dopo la magia inestimabile di quell' attimo, che ad Ambra apparve eterno, il pubblico eruppe in un applauso fragoroso e si alzò per omaggiarla.

Lei sorrise e si lasciò andare in un lungo sospiro, voltandosi a guardare Sergio, il suo maestro, seduto in prima fila, che batteva le mani e le rivolgeva un cenno di totale approvazione.

 Poi si alzò, afferrando il bouquet che le veniva offerto, e ringraziò il pubblico con la più classica delle riverenze, uscendo dalla sala assordata dalle ovazioni. Rientrò nello stanzino che le era stato riservato, nell’anticamera della sala prove, e quando fu certa di essere sola, ne approfittò per liberare i piedi dalla morsa delle scarpe, prendendosela con se stessa per averle scelte accontentando più la sua vanità che l’agio dell’esibizione. 

Trasalì quando udì bussare alla porta, ma andò ad aprire scalza, mettendo a tacere il suo innato piacere per l’eleganza. Due ore di concerto a memoria erano troppe perfino per la sua maniacale attenzione ai dettagli. 

«Congratulazioni.»

Un tremito le percorse la schiena di fronte alla sincerità di quelle parole e arrossì per l’imbarazzo mentre il maestro la stringeva a sé con calore. 

«Sei stata perfetta. Forse hai sporcato un po’ col pedale in alcuni passaggi, ma niente di imperdonabile.»

Sergio e il suo perfezionismo. Un connubio inscindibile. 

«Allora hai deciso, quindi. Accetterai quel posto da insegnante.» 

Ambra non riuscì a non notare la rassegnazione macchiata da una punta di critica in quella semplice asserzione. Si limitò ad annuire e gli volse le spalle, col pretesto di dover risistemare gli spartiti disseminati sul tavolino. 

«Ambra… perché?»

Era il quesito che tutti si ponevano, ma che nessuno aveva mai avuto l’audacia di porle in modo aperto. Ma Sergio era diverso. Era il suo insegnante sin da quando era bambina, l’aveva accompagnata fin dai suoi esordi,  dall’esame di ammissione al Conservatorio fino al diploma. Ormai alla soglia dei sessant’anni, quell’uomo con i capelli brizzolati, le sopracciglia unite e un’aura di onorabilità scolpita nei tratti aveva rappresentato per lei ben più di un insegnante di strumento. Era un Maestro, nel senso più autorevole e alto del termine. Una guida, qualcuno migliore di lei, qualcuno di cui fidarsi e da cui prendere ispirazione. 

«Non ho scelta, Maestro» biascicò con lo sguardo basso, continuando a rovistare a casaccio nel mare di pentagrammi e note. 

«Girati, Ambra. E guardami.»

Ambra si voltò e lasciò che il maestro le prendesse le mani. 

«Le persone scompaiono. A volte tornano, a volte no. A volte non hanno mai voluto andarsene ed è accaduto loro qualcosa di brutto. A volte invece hanno solo scelto di cambiare vita. Non sto dicendo che tuo padre vi ha abbandonate, o almeno non di sua volontà, ma sono passati dieci anni, ormai. E lui… lo sai. Negli ultimi tempi gli erano state diagnosticate turbe psichiatriche. Aveva avuto episodi di allucinazioni gravi. Tua madre ha fatto richiesta al tribunale, con molta probabilità il giudice accoglierà la sua istanza di dichiarazione di morte presunta.»

 Ambra non aveva mai visto il suo insegnante così in difficoltà con le parole. Ma nemmeno mai tanto risoluto, diretto e schietto. Aveva abbandonato la proverbiale e abile diplomazia con cui affrontava i colleghi più discutibili nelle commissioni d’esame, il che poteva significare solo una cosa: si stava battendo per qualcosa che considerava di primaria importanza.  

«A Lei non è mai scomparso un padre, vero, Maestro?»

Lo udì sospirare, ma le loro mani rimasero allacciate. 

«No, mai.»

«Mi ha sempre detto che per suonare un brano bisogna viverlo. Serve averla provata la gioia, per interpretare un allegro. Bisogna averla sentita annerire il nostro sangue la malinconia, per abbandonarsi a un notturno. Non si può suonare ciò che non si conosce nel proprio intimo, ciò che abbiamo sentito legarci il cuore, Maestro. Me lo ha insegnato Lei e credo che valga altrettanto per le parole. La voce non è forse uno strumento anch’essa?»

La presa sulle sue mani dell’insegnante le parve farsi più forte. 

«Ambra, tuo padre non c’è. Forse è vivo, forse no, ma non è con i se e con i ma che si vive, a questo mondo. Tu ci sei ancora, però. E per me, così come anche per tuo padre, tu sarai sempre la bambina a cui dovevo regolare lo sgabello prima di farla sedere al piano. Lui non avrebbe mai voluto che sua figlia smettesse di crescere. Non avrebbe mai voluto che continuasse a essere la ragazzina che vive nel passato, senza un futuro.» 

Ambra ricacciò indietro le lacrime, mordendosi la lingua per non replicare d’impulso. Si sforzò di contenersi e imbastì una risposta più neutra possibile. 

«Avrò un lavoro, una indipendenza economica. Diventerò insegnante di musica nella mia vecchia scuola a Segezia, potrò stare vicino a mia madre. Direi che è un buon punto di partenza per il futuro.»

Sergio sciolse brusco l’intreccio delle loro mani e quel gesto le provocò quasi un dolore fisico. Avvertì di nuovo lo stesso orrido senso di vuoto di dieci anni prima, il peso mastodontico dell’assenza e dei silenzi, la vertigine all’idea di dover camminare daccapo sola sull’orlo del precipizio. Vide le spalle del suo insegnante curvarsi e per la prima volta realizzò quanto fosse invecchiato.

«Sai perché sono diventato insegnante, Ambra?»

Certo che lo sapeva. Tutti in realtà lo avevano saputo tra i mormorii e chiacchiere sottovoce nei corridoi del Conservatorio.

«Avevo la tua stessa età. Venticinque anni, più o meno. Avevo ricevuto il mio primo incarico al Conservatorio di Fermo. Partivo da Pescara tre volte alla settimana per le lezioni. Poi, una sera, pioveva. Pioveva tanto e io ero più in ritardo del solito, c’era stato il saggio di fine anno. Non riesco a ricordare cosa sia successo, forse un colpo di sonno, forse una sbandata. Mi sono svegliato in Terapia Intensiva dopo quaranta giorni e il mio braccio sinistro… beh, l’hai visto. Non è mai stato più lo stesso.»

Ambra non rispose. Non c’era nulla da dire, del resto: il messaggio era chiaro. 

«Tu puoi avere quello che io non ho più, Ambra. Ho lavorato tutta la mia vita, per questo. Per poter dare ai miei allievi quello che io non posso più avere. Puoi emozionare tante persone. Le tue mani possono ancora creare armonia. Le vostre mani… sono diventate le mie.»

Ambra udì la voce di Sergio spezzarsi, colse il rossore nelle sue sclere. «E tu ti butti via così. Butti nella spazzatura il tuo talento, la bellezza che può dare sollievo allo spirito di chissà quante persone, per cosa? Per tornare a seppellirti in quel posto che ti risucchierà e poi… poi non ne resterà  più niente, neanche di te. Anche tu scomparirai, come tuo padre. Prenderai il posto di una insegnante che è stata assassinata, ti rendi conto di cosa è diventata quella borgata infernale? Che cosa speri di ottenere, così?» 

 Ambra non rispose. Lasciò solo che le sue lacrime cominciassero a cadere, silenziose. 

«Io, quei quaranta giorni… non li ho ancora vissuti e non potrò farlo mai. E questo mi lacera. Ma io non l’ho voluto, è capitato. Non permetterò che invece tu lo scelga, Ambra. Perché se sono duri da mandar giù quaranta giorni di buio, non oso immaginare quanto costi alla coscienza sopportare una vita intera così.» 

Sergio si era allontanato sempre di più durante il suo discorso, fregandosi le mani nella difficoltà, passeggiando avanti e indietro. Da parte sua, Ambra non aveva serbato né dubbio, né acredine di fronte a quella supplica. Comprendeva la logica certa e la saggezza immancabile come sempre nelle parole del suo maestro. Sapeva che Segezia non poteva essere il suo futuro, l’aveva sempre saputo: era inutile continuare a mentire a se stessa e agli altri. Ed era conscia di non poter vivere una vita intera all’ombra di uno scomparso, anche se lo scomparso era suo padre.  

Però. 

Sempre quell’avversativo che sul più bello la fuorviava.

Però, i conti non tornano. 

Però, più di qualcuno a Segezia, mente. 

Però, qualcuno sa. Sa e tace. 

Non avevano un fondamento razionale, le sue percezioni. Forse si stava solo illudendo perché, come aveva detto più volte la sua psicoterapeuta, gli scomparsi abitano nella nebbia e non consentono alla nostra mente di poter elaborare quello che è, a tutti gli effetti, un lutto. La morte invece, pur nel dolore, crea la certezza dell’inevitabilità del non ritorno. Ma era impossibile per lei sottrarsi alla morsa del suo istinto. La sua sensibilità non l’aveva mai tradita e non vedeva una ragione valida per rifiutarsi di ascoltare il suo sesto senso. Si alzò e frugò nella sua borsa; ne trasse fuori un libro, che porse al suo maestro. 

“Lo spirituale nell’Arte”, di  Vasilij Kandinskij.

Sergio lo aprì. Nel frontespizio, Ambra aveva ricopiato a mano una citazione, a mo’ di dedica. 

“L’artista deve essere cieco alle forme già note o meno note, sordo alle teorie e ai desideri della sua epoca. Deve fissare gli occhi sulla sua vita interiore, tendere l’orecchio alla necessità intima.”

«Mi dia un anno, Maestro. Mi voglio concedere, per una volta, la possibilità di ascoltarmi. Voglio fare un tentativo, l’ultimo. Se andrà a vuoto, tornerò da Lei e non mi volterò più indietro. Non posso vivere nel buio, ha ragione. Ma nemmeno nel rimorso di non averci provato un’ultima volta.»

Vide il suo maestro annuire e riprese a respirare più serena. Lo aveva rassicurato, almeno un po’. 

«Allora questo è un commiato. E il libro è un regalo.»

Ambra annuì. 

«Bene, allora.. se è così, a presto» commentò Sergio, abbracciandola di nuovo. Ambra si abbandonò con sollievo a quella stretta, toccò per un attimo con il suo viso le guance ruvide di barba del maestro, come quelle di suo padre. Usavano una  colonia molto simile, dal sentore muschiato e legnoso.

«Ambra, qualunque cosa accada… ricordati di lasciare il profumo, nella vita delle persone. È questo quello che conta veramente.» 

 Ambra comprese. Era l’ultima lezione che il suo maestro le impartiva. La più breve, forse, di cinque parole soltanto, ma di sicuro la più importante di tutte. Rimase sola nella stanza, e ancora scalza. Si asciugò le lacrime con il dorso della mano e aprì la porta: nei corridoi dell’auditorium, ormai regnava il silenzio: il pubblico era andato via  e udì soltanto i tecnici al piano di sopra spostare qualcosa, forse delle sedie. Si incamminò sulla moquette cremisi fino a trovare la piccola aula destinata alle prove disperate prima delle esibizioni: era aperta e disordinata come sempre, con  i tavoli e le sedie invasi dalle partiture, e illuminata dalla luce fredda e abbagliante del neon. Dalla finestra aperta udì il croscio incessante e fugace della pioggia estiva.

Il piano della sala prove era tutt’altra cosa rispetto allo Steinway, ma per quello che aveva in mente se lo sarebbe fatto andare bene. Il magnifico coda da concerto, dai toni brillanti, vividi ed esplosivi come i colori di Kandinskij  non rispecchiava il suo sentire. Il vecchio Yamaha verticale era forse un po’ calante e di sicuro si meritava più giustizia con un tocco di accordatura, però poteva ancora fare il suo lavoro. 

Il suo infallibile orecchio assoluto le suggerì un dodici ottavi in la minore. Quieto, senza rubato e in pianissimo. Giocò con  delle minimaliste semiminime puntate tra mano sinistra e destra, per le battute d’introduzione. 

Non era mai stata brava nell’arte fine e complessa della composizione, pur subendo come ogni artista il fascino dell’estro che essa supponeva. Aveva frequentato il corso con risultati discreti, ma nulla di eccellente. Preferiva interpretare più che creare, ma quella sera aveva deciso di scavare a fondo, nella sua vita e nella musica. 

Voleva tornare al primordio, al momento in cui tutto era nato. La tonalità minore la riportò ai colori arancio e oro delle foglie caduche di quell’autunno gelido, a quel novembre di dieci anni prima. Le crome erano sincrone al ticchettio degli orologi che suo padre riparava nel negozio di antiquariato. Ripercorse ogni istante, mentre una melodia inquieta e mesta prendeva vita sotto le sue dita. Visualizzò le note prendere posto su uno spartito immaginario, tra le linee e gli spazi bianchi e neri del pentagramma. Bianchi e neri come i colori delle riprese delle telecamere di sorveglianza, quelle che avevano visto suo padre svoltare l’angolo del negozio, all’orario di chiusura, e sparire per sempre agli occhi dei vivi. 

Non seppe dire quanto tempo rimase così, persa in quella follia intrisa di reminiscenza e creazione, ma all’improvviso il vento e il rombo di un tuono fecero sbattere con violenza i vetri dei vecchi infissi di legno, facendo volare a terra i fogli sparsi nella stanza. 

Ambra si arrestò per lo spavento, e un tremito le percorse le vertebre, una ad una. La temperatura nella stanza era scesa di un po’ di gradi, un freddo piuttosto insolito per l’estate. All’improvviso, la sua solitudine in quella stanza tornò a farle paura, come quel freddo pomeriggio di novembre. 

Si alzò dallo sgabello e capì che la tempesta aveva terminato la composizione al posto suo, in modo perfetto. Cupo, sospeso, incompiuto. Sì, era così che doveva finire il brano appena composto. 

Così come non era ultimato ciò che era cominciato dieci anni prima.

   
 
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