Storie originali > Fantasy
Segui la storia  |       
Autore: Giusy2105    27/10/2022    0 recensioni
Il tempo tiranno sedimenta dentro di lui rancore e rabbia sanguinaria verso chi lo ha privato di qualcosa talmente intimo da spogliarlo della sua identità. Una storia di demoni e angeli, e di un confine fragile come il riflesso della luna sul mare. Può l’amore mitigare un cuore in tempesta? Il mondo, così come lo conosciamo, poggia su un sottilissimo filo tra Luce e Ombra e il suo equilibrio è ormai precario. Il pericolo che Cielo e Terra collassino l’uno sull’altro è dietro l’angolo e solo Leon può evitare la catastrofe.
Genere: Guerra, Sentimentale, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
   >>
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A

CAPITOLO 1

 
Il cielo era di un blu metallico, macchiato qua e là di grosse nuvole scure. All’orizzonte sottili strie arancionate venivano inghiottite lentamente dalla notte. Era una serata gelida, ma il ragazzo, avvolto in un mantello lucido come l’inchiostro, percepiva gli aghi affilati della notte come un solletico sulla nuca. Di fronte a lui un cancello di ferro battuto si alzava imponente, ma malmesso, con chiazze scomposte di ruggine rossastra a incorniciarne le barre. Il silenzio intorno era talmente fitto da fargli udire il battito regolare del suo cuore, sotto la pesante giacca di pelle.
Quel silenzio irreale rendeva Leon terribilmente inquieto, ma non c’era nulla che lo svelasse della posa morbida e composta delle sue spalle. Non sembrava come l’attacco alla Safehouse di Parigi, qui c’era senza dubbio qualcosa che non andava.
Sollevò gli occhi oltre il vecchio cancello chiuso e studiò con un rapido movimento del capo l’intero edificio. Era una casa in mattoni, grande come un castello, ma dismessa come se fosse abbandonata da secoli. Un portone di legno pesante si stagliava all’apice di una breve scalinata. Mazzi di piante selvatiche infiltravano ovunque il cortile in pietra, spoglio di ornamenti, al di fuori di una fontana tonda e asciutta raffigurante uno gnomo piccolo e decisamente ridicolo. Non assomigliava affatto ad uno gnomo. Sembrava per lo più la sua versione stereotipata da umani troppo gentili. Era piccolo, con le guance gonfie e il viso sorridente, indossava un cappello a punta e con entrambe le mani reggeva un annaffiatoio da giardino, da cui probabilmente un tempo uscivano zampilli d’acqua. Adesso la fontana era asciutta e sporca, con il marmo scalfito in più punti e, a guardarla bene, sembrava proprio che lo gnomo da giardino avesse perso un piede.
Disgustato spostò lo sguardo sul palazzo, la pietra era smussa dal tempo, ma reggeva bene le intemperie. Aveva una forma grossolanamente quadrata, dalle fondamenta al tetto. Con l’aspetto simile a roccaforti di altri tempi, probabilmente anche su quel tetto, provvisto di una merlatura in pietra lungo tutto il perimetro, si celava un cammino di ronda.
lo ridestò Gòria. Il ragazzo sollevo gli occhi su di lui per un breve istante. Lo lasciava stupito quanto riuscisse a sembrare umano. Avrebbe avuto senz’altro un bel viso, se non fosse stato così artificioso. I capelli di mogano stavano tirati in un ciuffo alto, come se non subissero forza di gravità; gli occhi di un azzurro intenso sembravano talmente finti da poter essere scambiati con lenti a contatto, piatti come due biglie di ghiaccio. Le labbra, mentre parlava, disegnavano delle linee perfette, con un profondo arco di cupido. Dimostrava pressocché vent’anni e forse era questo che metteva più a disagio Leon. Dietro quel volto giovane e così affascinante si nascondeva un essere senza età, senza forma e senza volto.
rispose piano Leon, dando un’altra occhiata al cortile buio, alle finestre sprangate dall’interno da assi di legno disposti a X.
biascicò un uomo piccolo e ossuto, fremendo di fanatico entusiasmo. Rivolgendo i suoi occhi d’inchiostro a quell’essere un brivido leggero corse lungo la spina dorsale di Leon. Non si sarebbe mai abituato all’incapacità della maggior parte dei demoni di assumere sembianze umane decenti. L’uomo era alto sì e no un metro e mezzo, aveva il naso così affilato che sembrava venirne fuori l’osso, e gli occhi piccoli e neri erano due buchi profondi dentro la scatola cranica. Le labbra sottili si muovevano a stento quando la sua voce metallica veniva fuori in un sussurro viscido, come se ogni parola strisciasse tra i denti spigolosi prima di diventare udibile.
L’attenzione di Leon per il demone durò un battito di ciglia, subito con gli occhi incontrò l’azzurro di Gòria e con voce ferma e risoluta ordinò , non riuscì a terminare la frase che una scintilla dorata e abbagliante come un raggio di sole sugli occhi li travolse atterrando il piccolo demone che si era fatto avanti fremente.
L’uomo barcollò solo un attimo, prima di crollare al suolo come una statua e frantumarsi in membra viscide e sangue nero come la pece e vischioso come colla. Leon non riuscì a contenere una smorfia di disgusto, mentre la pelle umana si liquefaceva spalmandosi sulla terra brulla sotto di loro.
urlò e con un colpo ben assestato del gomito ruppe in due il grosso catenaccio che accostava il cancello. Mentre una pioggia di scintille si abbatteva su di loro, i demoni le schivavano con una agilità impressionante, schizzando qua e là come schegge impazzite. Spalancarono il cancello come una carica di bestie inferocite, ringhiando e urlando prima di abbattersi a pugni e calci contro il grosso portone in legno dell’ingresso.
Leon guardò con la coda dell’occhio Goria che con un silenzio sofisticato e pochi gesti delle braccia trascinava una squadra di una decina di demoni verso il retro del palazzo. Li vide sparire dietro il cortile e, seminascosto dal pilastro del cancello, provò a cercare con gli occhi lo stregone che attaccava.
Maledetti stregoni. A denti stretti intravide una figura dietro una finestra aperta, l’unica di una sfilza di finestre sbarrate disposte sui due piani. Come diavolo aveva fatto a non accorgersene? Non riuscì a vedere nulla se non bagliori che lo accecavano scintilla dopo scintilla, fuochi d’artificio che illuminavano il cielo notturno. Rimase immobile dietro il pilastro finché il suo esercito non abbatté il portone d’ingresso riversandosi dentro come un fiume in piena.
Lo stregone alla finestra dovette sentire il clamore del portone che, fuori dai cardini, si abbatteva al suolo come un albero sdradicato, perché le scintille cessarono. Per un attimo a Leon parve di vedere una lunga chioma acconciata in una coda di cavallo, prima che qualsiasi cosa ci fosse dietro la finestra scomparisse dalla sua visuale.
C’era decisamente qualcosa che non andava. La rabbia gli fece serrare le mascelle, ma il suo autocontrollo lo intrappolò rapidamente nella solita maschera di cera. Era la seconda Safehouse che attaccava e attimo dopo attimo le sue convinzioni si increspavano, schiuma sulla superficie dell’oceano. Le Safehouse essere centinaia, e, mentre prima di cominciare la ricerca era piuttosto sicuro che l’avrebbe trovato in una delle tre più importanti del mondo, adesso cominciava a credere che le avessero nascoste in qualche minuscolo sputo di terra in chissà che continente solo per farsi beffa di lui.
I pugni gli si chiusero con tale violenza da fargli sbiancare le nocche, dovette deglutire pesantemente per ingoiare il nodo che gli aveva attorcigliato la gola. Espirò profondamente, riacquisendo il totale controllo del suo corpo, e mentre le spalle si rilassavano e le rughe del viso giovane si stiravano, un sorriso gli sollevò debolmente gli angoli della bocca. Se necessario brucerò ogni singolo stregone, ci volessero anni.
Raggiunse l’ingresso a grandi falcate, facendosi strada tra la polvere. I suoi uomini erano ancora lì, fermi in attesa di ordini. Non erano più di una trentina, ma a Parigi la casa era crollata con una facilità disarmante. Nessuno aveva opposto realmente resistenza; gli stregoni, presi alla sprovvista, dovevano essere scappati prima di ingaggiare battaglia perché un solo uomo si era opposto loro, il Gatekeeper, custode del tempio, legato alla casa con la magia, e, per questo costretto a combattere fino alla fine.
Leon ricordava con rispetto lo stregone che aveva lottato fino all’ultimo respiro per respingere gli invasori e proteggere il tempio. Risoluto e caparbio aveva portato con sé almeno una decina di demoni, ma poi una lama al centro del petto aveva spento le sue scintille.
Aveva perquisito ogni centimetro quadro di quel tempio, molto diverso da quello che vedeva adesso. Guglie alte come una chiesa gotica, rosoni e finestre con vetri colorati e intagliati di splendide figure; lunghi corridoi di marmo con statue disposte in fila sui lati e grandi finestre luminose a cupola che si affacciavano su un roseto con fiori bianchi, rossi e gialli.
Era talmente bello che, ucciso lo stregone e non trovato il suo bottino, Leon aveva ordinato ai suoi di lasciare il posto senza danneggiare alcunché. Non era di certo un barbaro profanatore di ricchezze. Voleva solo riprendersi qualcosa che gli apparteneva.
Spostò gli occhi su Zeela, il secondo demone superiore che aveva portato con sé. La sua versione umana non aveva né la grazia né la bellezza di Goria. Era una donna dall’età indefinita, con la pelle liscia e giovanile e i capelli striati di grigio topo. Gli occhi erano gradevoli, di un castano molto pallido, e, per quanto sfumati e sciatti, avevano una luce un po’ più intensa della maggior parte dei demoni superiori. Sembravano avere qualcosa di umano.
lo incalzò la donna, con la voce fioca, ma morbida.
rifletté il ragazzo, e prima che potesse dire altro la donna si era mossa verso uno dei due corridoi che si biforcavano di fronte all’ingresso. Gli lanciò solo un’ultima occhiata di complicità e sparì verso il buio dell’ala est del palazzo, seguita da un manipolo di una quindicina di demoni. Leon, subito dopo, imboccò il corridoio opposto.
L’interno, se possibile, sembrava ancora più mal ridotto dell’esterno. Si trovavano dentro una scatola di pietra umida e scheggiata, con un pavimento scorticato dal tempo e un tetto instabile, pieno di spifferi.
Avanzò lentamente, verso un corridoio lungo che si perdeva nel buio, mentre dietro di lui alcuni uomini seguivano Zeela nella direzione opposta.
Un paio di demoni lo superarono e fecero da apripista, con estrema leggerezza e pochissima capacità di riflessione. Si muovevano a grandi falcate sogghignando, con un’arma per ciascuna mano.
Leon guardò davanti a sé ai lati del corridoio stretto e una sfilza di armature ricambiò il suo sguardo. Erano appese ad un asse, sopra un gradino di una trentina di centimetri e brillavano di un argento inaspettatamente pulito, come se fossero state appena lucidate. Elmo, corazza, schinieri e guanti d’arme erano atteggiati in una posa militare, come un soldato con schiena dritta e braccia ai fianchi.
Una volta che fu giunto a metà del lungo corridoio la visiera dell’armatura a un metro da lui si sollevò di scatto, lasciando intravedere due fari verde lime accecanti come flash. Non fu abbastanza rapido, e il suo movimento in avanti per tirare indietro i due demoni fallì.
Con una mano trascinò indietro il più vicino dei due e lo scaraventò alle sue spalle, proprio mentre l’armatura crollava pesantemente sopra il corpo del secondo facendogli lanciare un grido acuto come il richiamo di un delfino.
L’uomo aveva la testa calva e gli occhi enormi in un cranio piccolo e deforme, era abbastanza robusto per non venire schiacciato da un’armatura. Tuttavia, quella lo seppellì scavando un profondo solco sul pavimento, come se si fossero abbattute su di lui tonnellate e tonnellate.
Provò a parlare ma mezzo corpo era stato completamente ridotto in poltiglia e la metà restante non aveva abbastanza energia per proferire parola.
Leon si avvicinò guardingo e provò con un piede a spostare l’armatura, ma questa era talmente pesante da non muoversi di un millimetro. Trappole.
Con l’allarme stampato sul viso realizzò che non solo gli stregoni erano fuggiti anche stavolta dalla Safehouse, ma avevano reso la casa un’arma.
Girò la testa e vide l’enorme portone dell’ingresso, quello che avevano abbattuto con estrema facilità, sollevarsi per aria e reinserirsi sui cardini. Non serviva andare a controllare, per immaginare che anche il peso della porta era diventato inaccessibile persino per la loro forza. Erano chiusi dentro.
I demoni cominciavano a innervosirsi. Quello che aveva appena salvato guardava il compagno schiacciato dall’armatura con un solo occhio, l’unico che aveva, enorme di terrore. Sotto di lui una pozza enorme di viscoso liquido nero si spargeva sul pavimento, affossato di parecchi centimetri e crepato come dopo una scossa sismica.
Dietro di loro c’erano una dozzina di demoni, che si guardavano l’un l’altro con le loro insulse espressioni grottesche e speravano di trovare nei compagni una risposta alla loro paura. Erano in trappola, e i demoni odiavano non avere via d’uscita.
Questo, insieme ad un’infinità di altre cose, disgustava Leon fin nel profondo. Erano di una codardia che faceva accapponare la pelle. Un esercito inaffidabile e sleale, niente di più. Ciascuno di loro avrebbe lasciato lì a morire il fratello o la madre pur di salvarsi la vita.
<è una trappola. Sapevano del nostro arrivo e hanno preparato il terreno di gioco. L’armatura è stata soltanto un avvertimento> iniziò guardando i suoi uomini e cercando di mostrare molta più calma di quanta non sentisse davvero divertimento inizierà tra poco, ne sono certo> continuò cercando di guardare negli occhi quegli omuncoli frementi di rabbia e terrore. concluse a voce decisa.
Una parte di sé era terribilmente grata al Gatekeeper per aver tolto al suo esercito ogni possibilità di scappare. Forse, pur di uscirne vivi, avrebbero dato il loro meglio.
Mentre parlava un altro lampo verde come un laser abbagliante si stagliò all’inizio del corridoio, emergendo dal primo elmo che avevano superato; e, mentre l’intera armatura vacillava e crollava dritta davanti a sé con un tonfo, un altro lampo verde e poi un altro ancora lo seguirono.
Uno dopo l’altro le armature si abbattevano, e il corridoio era talmente stretto e le armature così vicine, da non lasciare scampo a nessuno si fosse trovato in traiettoria.
ordinò Leon aprendo la fila e proiettandosi in avanti quanto più velocemente possibile, mentre gli uomini dietro di lui, seppur in maniera caotica, lo seguivano a ruota.
Alla fine del corridoio Leon svoltò verso sinistra e si fermò spalle al muro per riprendere fiato. Vide i demoni rotolare uno sull’altro oltre l’ultima pesante corazza che tranciava il pavimento.
Si erano accatastati nel panico, ma quando si rialzarono un briciolo di dignità li fece rimettere in riga, il busto dritto e i denti digrignati. disse uno di loro con voce roca, sputando fra i denti.
ribatté secco Leon, rivolgendo la sua attenzione verso l’atrio su cui si affacciava il nuovo corridoio. Era uno spazio insolitamente ampio e inquietantemente vuoto. Non c’erano arazzi ai muri, né statue, né scale, né porte. Era un dannato vicolo cieco. Un quadrato di pietra povera, con un tetto basso e un buio soffocante, rischiarato solo da quattro torce appese a ciascun angolo. Decisamente qualcosa non andava.
Mentre si fermava a riflettere su quale potesse essere il nuovo gioco di prestigio, senza un suo ordine, i demoni si gettarono in carica verso il nulla, accecati dal peso dell’umiliazione. Leon digrignò i denti e gli urlò di fermarsi, ma era ormai troppo tardi.
Attirati nell’atrio una scossa violenta di terremoto fece tremare le pareti e crollare il pavimento sotto i loro piedi. Il centro del quadrato scomparve e con lui, tra grida e ringhi, scomparvero anche i suoi uomini.
Leon, in preda ad una rabbia cieca, battè un pugno contro il muro, scorticandosi le nocchie e scavando una profonda impronta sulla pietra. Ritrasse la mano con un sommesso ringhio, scrollandosi il sangue scarlatto con un gesto stizzito dell’altra mano.
Si fece avanti molto lentamente e affacciò la testa sull’enorme fossato. Un liquido giallo ribolliva come dentro una pentola sul fuoco, enormi bolle si levavano e scoppiavano striando le pareti in pietra e facendole sciogliere come cera. I demoni, si squagliavano come ghiaccio al sole ed affondavano nell’acido macchiandolo di viscoso sangue nero. Idioti, pensò con rabbia.
Poi scrollò le spalle e analizzò la stanza.
Era crollato il centro del quadrato e su ogni lato era rimasta una passerella molto stretta; il muro di fronte a sé aveva due torce accese, ma ce n’era un'altra spenta nel centro, accanto ad un incavo della parete profondo circa mezzo metro. Ammiccò piano con gli occhi e la sua ottima vista gli permise di vedere una catenella, che scendeva dal soffitto proprio in quell’incavo e si fermava a mezz’aria.
Guardandosi intorno avanzò muovendosi contro il muro e tastando lentamente il perimetro della stanza, mentre il fetore proveniente dall’enorme vasca del centro gli dava la nausea, rischiando di fargli perdere l’equilibro.
Camminava accollato al muro, tenendosi con le mani nelle piccole sporgenze della pietra, e mettendo un piede davanti all’altro. La passerella, prima di cominciare a percorrerla, gli sembrava decisamente più larga. A metà percorso, invece, si accorse che da lì all’obiettivo non c’era alcun appoggio.
Con mani e piedi appese come un ragno strisciò sulla parete lentamente, maledicendo lo stregone. Non poteva essere andato lontano, doveva essere lì. Una parte di lui però lo stimava, perché non si era limitato a difendersi, aveva giocato d’astuzia e attaccato per primo.
Raggiunta la meta si accorse che si trattava di un incavo largo quasi un metro e alto fino al tetto, come se fosse la rientranza destinata ad una statua o ad una grossa pianta.
Prendendola in mano strattonò con forza la catenella e una botola sopra la sua testa si aprì. Usando i muri ai due lati della rientranza salì su fino all’apertura, facendo capolino in una stanza piccola e polverosa.
disse una voce dal fondo della stanza. Un ragazzo era seduto comodamente su una panca e guardava fuori da una finestrella appannata e sporca.
rispose Leon. Il suo tono non era sprezzante, c’era del rispetto nella sua voce. Finalmente un avversario astuto.
uomini”> ribatté lo stregone, scuotendo appena il capo, con la sua lunga coda di cavallo che gli accarezzava le spalle larghe.
continuò Leon, muovendosi lentamente verso di lui.
il tono dello stregone era pensieroso, ma di certo non spaventato. Leon era totalmente affascinato da quella calma indefinita che aleggiava attorno a quell’uomo.
gli chiese, con un misto di fastidio e ammirazione. Quello si alzò e voltandosi rivelò un viso molto più giovane del previsto. Poteva dimostrare sì e no una ventina d’anni, anche se gli stregoni avevano una vita molto lunga e l’età era sempre estremamente relativa. Tuttavia, i Gatekeepers erano quasi sempre uomini anziani, con qualche centinaio d’anni sulle spalle e i segni dell’età adulta a solcargli il volto come rughe.
Lui invece sembrava un ragazzino, con il viso pallido e gli occhi verdi di una lucentezza ammaliante, come smeraldi esposti al sole. Avevano un taglio vagamente orientale, che rendeva quel volto stranamente armonico. Le spalle strette e il corpo snello di chi non è abituato a usare la forza.
Leon lo guardò per un attimo, pensando che fosse bello. Il pensiero, però, lo abbandonò quasi subito, quando con voce sottile quello rispose: storse il naso e si lasciò di nuovo cadere sulla panca, sollevando un mucchio di polvere.
il suo tono era rassegnato e irritato al tempo stesso, ma manteneva un’assoluta calma, come di chi fosse infastidito da una giornata di pioggia.
Leon rimase paralizzato, i suoi occhi vibrarono leggermente, talmente poco che sperò lo stregone non l’avesse visto. Tuttavia, il guizzo di spirito che strisciò rapido sulle iridi del ragazzo suggeriva il contrario. provò a chiedere. Si sentì morire mentre notava come la sua voce fosse suonata lamentosa, come quella di un bambino confuso. Lo stregone sollevò l’angolo della bocca in un sorriso lo canzonò bonariamente, restando sempre seduto al suo posto.
Le spalle di Leon fremettero di rabbia e si lanciò contro lo stregone, che rimase impassibile anche mentre veniva sollevato da terra per il colletto della camicia e sbattuto pesantemente contro il muro. continuò ironico, con la voce un po’ soffocata, mentre l’altro sentiva montare dentro di sé la rabbia e la vergogna.
qualcosa?> ridacchiò, ma la risata si trasformò in qualche colpo di tosse, mentre il viso si arrossava e l’aria fluiva con difficoltà dentro e fuori dalla sua gola.
Non stava provando a difendersi. Si stava facendo soffocare davvero. Leon lasciò la presa, sconvolto, mentre lo stregone scivolava lungo il muro e crollava a gambe larghe e con il respiro corto. . Era talmente snervante che Leon non riusciva più a controllare il suo respiro, si era fatto rapido così come il battito del suo cuore. Sembrava un colibrì impazzito che si scaraventava contro la gabbia toracica e ad ogni colpo una fitta in mezzo al petto gli metteva i brividi.
gli chiese gelido, espirando a fatica la sua esitazione e troneggiando su di lui a spalle dritte. Nessuno avrebbe abbattuto il suo autocontrollo, men che meno un patetico stregone.
non seppe mai come cosa, visto che gli tirò un pugno sul voltò così forte da fargli perdere conoscenza, ma qualcosa gli faceva sospettare che avrebbe detto “te”.
Il ragazzo si abbassò sulle ginocchia fino all’altezza del viso dello stregone. Aveva la guancia sinistra tumefatta e il labbro spaccato da un rivolo di sangue lucido che scendeva lungo il mento. Lo caricò sulle spalle con poca grazia lasciandolo ciondolare a testa in giù e trattenendogli il bacino sopra la spalla.
Si avvicinò alla finestra e la sagoma scura del suo viso riflesso gli mise i brividi. I suoi capelli chiari come l’argento vivo scivolavano scomposti sulle tempie imperlate di sudore gelido, mentre gli occhi neri d’inchiostro erano chiusi a fessura per la rabbia. Non era mai stato irruento, si considerava più freddo e calcolatore. Quella sera, però, tutto sembrava così finto da metterlo estremamente a disagio.
Scosse la testa con foga e con la pianta del piede mandò in frantumi il vetro davanti a sé. Poteva giurare che lo stregone, sotto la sua stretta che gli circondava la vita, avesse sussultato, ma non si mosse né oppose resistenza.
Leon uscì dalla finestrella e, con molta più premura di quanta si sarebbe aspettato da sé stesso, si assicurò che lo stregone non si lacerasse con i bordi appuntiti del vetro infranto. Si ritrovò sul cammino di ronda e avanzò a passi lenti lungo il perimetro del palazzo. Era uscito dall’ultima finestra del secondo piano, quella da cui lo stregone aveva lanciato fuochi d’artificio al loro arrivo.
Il cielo ormai era tinto di un profondo blu oceano, ma la foschia sporcava il luccichio delle stelle, rendendole solo sporadiche lucciole su un tappeto grigiastro. Anche la luna non era brillante, ma fioca e semicoperta, come quando si guarda il profilo smusso di una luce in lontananza.
Si mosse tra la merlatura del palazzo e guardò giù, fermi davanti agli scalini di ingresso c’erano Goria e Zeela che parlavano fittamente tra di loro. Nel vederli lo colse un attimo di esitazione, ma quando loro si accorsero di lui gli lanciarono un’occhiata complice. Goria, posando avidamente gli occhi sul bottino che teneva sulla schiena gli rivolse un sorriso affilato, con i suoi denti bianchi come l’avorio.
Leon guardò solo per un istante la distanza che lo separava dal suolo, e poi, con la grazia di un felino, saltò giù.
Una fitta lo investì, ma rimase impassibile. Sarebbe stato molto più comodo atterrare piegato sulle ginocchia, ma lo stregone si sarebbe sicuramente fatto male nell’impatto; quindi, aveva preferito atterrare perfettamente in piedi come era partito. Tremò leggermente sulle gambe, ma si riprese talmente in fretta da non destare sospetti.
domandò laconico agli altri due. Goria fu il più rapido a rispondere
sopraggiunse Zeela la sua voce si spense leggermente .
Leon alzo gli occhi al secondo piano e guardò stizzito la fila di finestre sprangate.
sussurrò.
si morse impercettibilmente il labbro concluse con lo stesso tono freddo, senza lasciar trapelare alcunché.
Mentre poggiava a terra lo stregone ebbe l’impressione che quello avesse le palpebre socchiuse, ma continuò a restare impassibile. Nessuno si sarebbe fatto rapite intenzionalmente, perciò scrollò il capo e lasciò che Goria lo sollevasse da terra mentre Zeela richiamava i demoni dei loro gruppi, rimasti totalmente illesi. Per un attimo pensò ai suoi uomini, inghiottiti dal fossato, ma non riuscì a provare niente.
Con la coda dell’occhio vide Goria sfilarsi una frusta che aveva intrecciata al braccio e usarla per stringere insieme i polsi dello stregone. Sperò di averlo steso abbastanza da non farlo muovere fino al suo arrivo, perché il demone sopra di lui, che lo guardava con aria quasi famelica, non sarebbe stato così gentile.
Continuò a scuotere leggermente il capo. A lui non doveva importare. Lo stregone poteva restare anche senza braccia e senza gambe, l’unica cosa che contava era che restasse in vita. Sapeva senza dubbio qualcosa che lo riguardava.
Accelerò il passo e, attraversati a due a due i gradini d’ingresso si fermò davanti al portone. Non c’era traccia adesso dell’incantesimo che lo aveva bloccato. Se l’era forse immaginato prima? Il portone era di nuovo al suo posto, quindi qualcosa doveva averlo riportato sui cardini, ma non era duro come le statue che avevano ucciso Irif, il suo soldato. Con il palmo della mano lo spinse avanti e quello abbatté di nuovo al suolo, con un gran boato e un polverone che gli solleticò le narici.
Probabilmente quando lo stregone è uscito dalla casa anche i suoi incantesimi sono scomparsi, si disse.
Scivolò giù per il corridoio est, ma trovò solo quando gli era stato descritto da Zeela: una svolta, poi un’altra e poi un muro che sbarrava la strada. I corridoi erano stretti e i muri, anche se crepati dal tempo, non sembravano avere nulla di strano.
Leon chiuse gli occhi, poi lentamente li riaprì. Le iridi tremolarono e assunsero flebili sfumature rossastre, come se delle venature sottili di colore avessero imbrattato il fondo di un pozzo. La vista si fece acuta come uno spillo, trapassava le pareti e vedeva oltre. Tuttavia, non c’era niente di niente. Oltre ai muri vedeva solo altri muri e quel palazzo si rivelò nient’altro che una scatola.
Non c’erano stanze segrete, non c’erano scomparti nascosti, non c’era assolutamente niente. Trapassando i muri in lungo e in largo cercava disperatamente un indizio, ma tutto lì intorno gli diceva che era stato raggirato. La vera Safehouse non era lì.
Mentre guardava oltre pareti spesse, a dieci, trenta, cinquanta metri da lui vedeva il profilo scuro di Goria sopra la figura ancora immobile dello stregone, accovacciato a terra con mani e piedi legate. Li vedeva come sagome, come un sensore di calore, ma riusciva a immaginare lo sguardo di Goria, come un lupo che guarda agognante la sua preda. Quegli occhi di ghiaccio erano solo questo, predatori.
Un moto di stizza gli montò su per la gola e ringhiò piano, mentre con un pugno ben assestato tra i grossi massi faceva vibrare la parete come una piccola scossa di terremoto.
sussurrò a denti stretti. L’idea di essere stato raggirato gli faceva gelare il sangue nelle vene; lui non era uno stupido, doveva aspettarselo. Dopo Parigi, avrebbero preso contromisure alla sua incursione, se lo dovevano essere aspettati.
Poi però un pensiero lo rincuorò rapido, insinuandosi come la radice di un albero al centro della sua mente e investendo tutto il resto per prenderne il posto. Un sorriso fece capolino sul suo viso stirato dalla tensione e i suoi occhi si posarono su quella figura accovacciata sul cortile erboso.
Se si sono dati tanto da fare per nascondermi la vera Safehouse, vuol dire che loro sono lì.
   
 
Leggi le 0 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
   >>
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Fantasy / Vai alla pagina dell'autore: Giusy2105